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sexta-feira, 5 de janeiro de 2018

CONSIGLI DI LETTURA: Don Divo Barsotti - "La mia giornata con Cristo" e "La Sacralità di tutte le cose - Ecco lo Sposo che viene"


Più che consigliare dei libri, oggi vi vorrei "suggerire" un autore del quale spero di completare l'opera omnia. 
Già questo vi dirà che stavolta non parlo solo di un "libro" fra tanti, ma di libri che mi hanno dato qualcosa in più, anzi, di una persona, di un sacerdote che mi ha lasciato qualcosa in più rispetto ad altri scrittori di spiritualità e di mistica.
Don Divo Barsotti (1914-2006) ha una pubblicazione vastissima....ma vale la pena di avere in casa almeno qualcuno dei suoi scritti: si tratta di veri concentrati di spiritualità, di esperienza mistica e di grande fede.
Trovate degli accenni ai testi che oggi propongo in questo spazio di "consigli di lettura" in una riflessione su "silenzio e parole"  e sulla"sacralità delle cose"  (sono post del 2011).

Don Divo Barsotti
Le opere di Barsotti, oserei dire, trasudano "preghiera vissuta", non soltanto un Dio contemplato: proprio per questo fanno bene all'anima, tratteggiando, con grande stile poetico - ma anche pratico - pillole di interiorità per la vita di ogni giorno e stimolando alla loro applicazione concreta nel nostro essere cristiani "in corpo e anima".


Il prossimo 25 aprile ricorrerà il centenario della nascita di don Barsotti e il modo migliore di festeggiarlo è farlo conoscere a chi ancora non lo conosce, approfondirlo da parte di quanti già si sono avvicinati alla sua opera ed alla sua spiritualità.

I testi che in particolare vi vorrei consigliare quest'oggi li pongo in collegamento perché proprio così li ho percepiti io, nella loro lettura a breve distanza di tempo, ed in una rilettura recente.



Il primo, "La mia giornata con Cristo" fu mio compagno di un viaggio in treno, tre anni fa.
Il secondo - "La sacralità di tutte le cose - Ecco lo Sposo che viene" - è stato letto tutto d'un fiato a poca distanza dal primo, ma anche oggi, ritornando sugli appunti, sulle sottolineature che all'epoca lasciai sulle pagine dell'uno e dell'altro, li sento ancora come due testi che vanno bene assieme.
Il primo rimanda al secondo, che in un certo senso si può considerare come un opuscoletto che tratteggia in modo quasi "essenziale" il nocciolo del primo, con uno sguardo però molto più spirituale e quasi meno concentrato sul dettaglio pratico, specialmente nella seconda parte. 
La natura stessa del secondo testo è tale da consentire questa "essenzialità", trattandosi della raccolta di esercizi spirituali tenuti da don Divo.

I due libri possono essere uno strumento valido di riflessione per vivere una vita "cristologica" nella sua dimensione d'insieme: gli atti semplici del quotidiano come l'alzarsi, il parlare, il vestirsi, il muoversi, il lavorare, il dormire.
"Per Cristo, con Cristo ed in Cristo": è la dimensione "eucaristica" della vita che si può realizzare anche nelle ordinarie giornate di un cristiano, un'attuazione del mandato finale: "Ite, Missa est".
La "dossologia finale" (dal greco "doxa"- gloria) a cui don Divo fa riferimento nelle pagine di apertura del suo libro, è quella che il sacerdote pronuncia nella Santa Messa al termine della preghiera eucaristica:
 
"Per Cristo con Cristo è in Cristo, a Te Dio Padre Onnipotente, nell'unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria per tutti i secoli dei secoli".
E' la preghiera che avviene mentre il celebrante eleva il Pane ed il Vino consacrati, e l'assemblea, al termine della dossologia, risponde "AMEN".
Cosa, dunque, dà la massima gloria a Dio?
Offrire il Figlio, nel Sacrificio perfetto, unire noi stessi, in quello stesso sacrificio: "Pregate fratelli, perché il mio e vostro sacrificio sia gradito a Dio, Padre onnipotente"proclama il Sacerdote al momento della presentazione dei doni.

Una vita vissuta "per-con-in Cristo" diventa una vita in cui si riscopre la "sacralità di tutte le cose" ed in cui realmente lo Sposo viene ogni giorno, ogni istante, in ogni azione ben ordinata, in tutto e tutti, perché "se crediamo, tutto è segno di Dio".





"LA MIA GIORNATA CON CRISTO" 
don Divo Barsotti 


"Nella Messa vi è un'espressione fra le più ricche di contenuto teologico e spirituale, a anche, d'altra parte, una delle più importanti; chiude infatti il Canone, e chiudendo il Canone ci dice in poche parole quello che è la Messa.
Poichè la Messa è la presenza stessa dell'atto redentore che riassume tutte le cose, questa espressione ci insegna quella che è la vita spirituale, la nostra medesima vita, ci insegna come dobbiamo viverla e per quale fine dobbiamo vivere.
Per Ipsum et cum Ipso et in Ipso, est tibi, Deo Patri Omnipotenti, in unitate Spiritus Sancti, omnis honor et gloria.
Per Lui, con Lui ed in Lui, è a Te, Dio Padre onnipontente, nell'unità dello Spirito Santo, ogni onore e gloria.
Termine della Messa e di tutta la vita: ogni onore e gloria al Padre nell'unità dello Spirito, ma per la mediazione del Cristo. Per Cristo, con Cristo, in Cristo.
Per Cristum non vuol dire che si vive per nostro Signore, ma che si vive per mezzo di nostro Signore.
Tutta la nostra vita intanto è soprannaturale, è una vita veramente di grazia, in quanto trae la sua forza divina dal Cristo: è per mezzo del Cristo che noi viviamo rivolti al Padre Celeste.
Ma non si vive rivolti al Padre celeste che se viviamo col Cristo, oltre che per mezzo di Lui.
E sarà perfetta la nostra vita soprannaturale quando vivremo per il Padre Celeste essendo nel Cristo, una sola cosa con Lui, talmente unito al Cristo da essere identificati in qualche modo a Lui stesso.
Il progresso della vita spirituale sta precisamente in queste tre piccole preposizioni: per, cum, in". (pp. 9-10)

"Non possiamo pensare di vivere la nostra vita cristiana e tanto meno di raggiungere la santità, che mettendoci al servizio di qualcosa, di qualcuno, impegnandoci in un'opera, lavorando.
Non si vive per vegetare soltanto. 
Essere santi non vuol dire moltiplicare le preghiere, fare tanti atti di mortificazione: vuol dire compiere il nostro dovere fino in fondo, per rispondere alla divina volontà con tutto l'essere nostro, nella dedizione totale di tutta la vita. 
Nostro Signore ci chiama per mandarci nella sua vigna.
Tu potrai compiere l'opera più umile, più nascosta, più apparentemente insignificante, eppure proprio dal tuo lavoro, che appare di così poco conto, acquista una sua capacità, una sua efficacia anche il lavoro degli altri.
Se si ferma una rotella, si ferma tutto: magari è una rotellina piccola piccola che ferma argani grandi, immensi.

Gesù ha lavorato, e noi lavoriamo con Lui.
La vita della maggior parte degli uomini è collaborazione con Cristo in un lavoro umile come il suo.
Noi, più che vivere con Cristo nel suo apostolato, nella sua vita pubblica, dobbiamo vivere con Lui nella sua vita nascosta.
La missione nostra non è tanto quella di farlo presente in quanto predica agli uomini o li risana, quanto quella di vivere il lavoro stesso che Gesù ha vissuto per trenta anni, per la massima parte della sua vita, perché così anche la massima parte degli uomini avrebbe dovuto collaborare con Lui, unirsi a Lui nel lavoro più comune, più ordinario".
 (pp. 43-45; 55)


LA SACRALITA' DI TUTTE LE COSE


Attraverso tutte le cose vivere il rapporto con Dio

"Ritornare davvero nel paradiso di DIo, far sì che tutte le cose non siano più impedimento e diaframma, non siano più velo che nasconde il Signore, ma tutte piuttosto rivelino il suo volto, tutte piuttosto ci introducano alla Sua presenza, sicché attraverso tutte le cose l'anima viva costantemente in unione con Lui.
Non - badate - nonostante le cose, ma attraverso di esse l'anima viva l'unione con Dio, perché molto spesso noi viviamo in unione con Dio - anche perennemente - ma nonostante le cose.
L'atteggiamento dell'anima è un atteggiamento adorante.
E' il senso della maestà divina che mi conquista: di fronte alla bellezza e alla fragilità del fiore è l'umiltà di Dio che mi conquista.
Voi siete sempre di fronte al Signore: atteggiamento di umiltà riverente, di rispetto, di silenzioso tremore di fronte a tutte le cose".
(pp. 16-17;19)


Se crediamo, tutto è segno di Dio

"Le nostre opere, la nostra preghiera non sono capaci di rompere la nostra solitudine.
E' così, eppure non è così, perché Dio, pur trascendendoci infinitamente, si è unito a noi.
Nom si sa  qual è la misura della Sua cooperazione alla nostra azione.
Le cose stesse, pur non somigliando a Dio, sono segno della Sua bontà e misericordia.
La nostra preghiera è la parola che rivolge lo Spirito Santo al Padre; nella nostra opera è Cristo che vive in noi.

Tutto può esser un segno di una comunione di Dio con noi.

Qualunque sia la vita che facciamo, sia che sperimentiamo o no l'azione di Dio, dobbiamo aver fiducia nel fatto che Dio è con noi.
Dio ti ama.
Se credi, tutto è segno dell'amore di Dio.

Come in cielo non resta che Dio, così attraverso tutti i segni l'anima non vede che l'amore, non possiede che l'amore.
Amore immenso, infinito, eterno: l'amore stesso di Dio".
(p 36)
 

sabato 7 febbraio 2015

ANNO DELLA VITA CONSACRATA: La necessità di fare spazio all'amore - un testo di don Divo Barsotti -


Siamo nel mese di febbraio che ci ha visto fare in modo particolare memoria dei consacrati lunedì scorso, festa della Presentazione al Tempio del Signore.
Rispondendo all'appello di Papa Francesco a "valorizzare" la vita consacrata in questo anno giubilare, proporrò dei post specifici su questo tema, seguendo la linea già adottata per altri anni speciali, come quello della Fede.
Quest'oggi condivido con voi un testo estrapolato da un libro di don Divo Barsotti (1914-2006), mistico, sacerdote, fondatore di una comunità monastica e di cui è in corso la causa di beatificazione.
E' uno scritto che parla dei claustrali, dunque di chi vive la consacrazione nella vita contemplativa.
Il Signore ci aiuti a ringraziare per il dono dei fratelli e delle sorelle che, immersi nel silenzio e nella meditazione, vivono la loro vocazione non come isolamento dal mondo, ma come donazione al mondo, nell'apparente paradosso del distacco totale da tutto e tutti.
E' il concetto che santa Teresa di Lisieux espresse nei suoi scritti autobiografici, affermando: "Nel cuore della Chiesa, mia madre, io sarò l'amore"!

 


LA NECESSITA' DI FARE SPAZIO ALL'AMORE

(don Divo Barsotti, "Il mio cammino con santa Maria Maddalena de' Pazzi",
pp.58-61 , 2008, Nerbini)



"Noi dobbiamo capire che siamo stati chiamati da Dio, prima ancora che per un esercizio pastorale, per vivere la nostra unione con Dio.
La nostra vocazione monastica implica che noi vogliamo soprattutto e principalmente vivere per il Signore, scartando ogni ministero a meno che non sia del tutto necessario.
Ma la nostra è essenzialmente una vita contemplativa, una vita di preghia, una vita di unione con Dio.
La verginità alla quale ci siamo consacrati non ci ha reso sterili, non ci ha allontanato dalla vita, ma ha dato a noi un dono grande, differente da coloro che vivono un impegno nelle opere.
Infatti, essi hanno bisogno dell'azione della grazia che fecondi il loro lavoro.
E l'azione della grazia è meritata ed è ottenuta dalla Vergine Maria per quanto riguarda tutta la Chiesa e anche da ogni santo e santa che viva nella sua verginità la sua consacrazione al Signore.
Non è vero che noi viviamo ai margini della Chiesa.
Noi ne siamo il cuore.
Non è facile per noi vedere il cuore perché rimane nascosto nel petto, non lo si vede, ma è per il cuore che il corpo vive.
Così è per la Chiesa.
Noi viviamo nell'ombra.
Noi viviamo nel silenzio.
Ma vivendo nell'ombra e nel silenzio, non per questo cessiamo di essere un organo fondamentale della sua vita, ne siamo il cuore.
Non è vero solo per santa Teresa di Gesù Bambino.
E' vero per ogni anima contemplativa!
E' vero per ogni anima che si apre ad accogliere Dio nel suo cuore!
Ecco il perché della nostra vita, la ragione della nostra vocaizone.
In un momento così grave per la Chiesa come quello che viviamo, c'è una necessità ancora più grande di anime consacrate a Dio nella verginità perché, consacrandosi a Dio nell'amore, possano ottenere da Dio di essere fecondate da Lui e poter essere nella Chiesa elemento di vita.
Viviamo la nostra verginità consacrata in un amore esclusivo per Dio, un amore totale per Dio, quell'amore che il Signore ci ha comandato dai tempi antichi, dall'Antico Testamento.
E' tutto l'essere umano che deve bruciare nell'amore di Dio, che deve consumarsi nell'amore di Dio.
Doniamoci allo Spirito Santo perché consumi in noi ogni resistenza, ogni imperfezione e tutta la nostra vita non sia più che un'unica fiamma, una fiamma pura senza fumo.
Tutto questo lo saremo se vivremo precisamente quello che abbiamo promesso, la scelta assoluta di Dio in una vita di preghiera, di silenzio, di umiltà, in una vita soprattutto di amore, perché l'umiltà, il silenzio, sono tutte manifestazioni di quell'amore che deve totalmente trasformarci per essere anche noi uniti al Signore in una medesima vita, in una stessa missione.
Abbiamo bisogno di accogliere gli altri nei loro limiti, nelle loro imperfezioni.
Che Egli rimanda sempre vivo per noi!
Che la nostra vita religiosa sia a un rapporto reale, vivo, con Lui presente, che non decada mai in un certo formalismo, se pure nell'esercizio delle virtù.
Quanto abbiamo da chiedere questo a Dio!
E consentiamo che la nostra preghiera è troppo fredda.
Troppo poco noi ci sentiamo impegnati per ottenere da Dio quello che chiediamo.
Per tutta la nostra miseria, per tutta la nostra mediocrità, imploriamo il perdono di Dio e la grazia di rinnovarci nel nostro spirito per essere sempre più generosi e fedeli".

mercoledì 3 agosto 2011

Dalla preghiera alla sacralità di tutte le cose...all'offerta nel Sacrificio della Messa





(Genova Nervi)


"Pregate incessantemente" (1 Ts 5,17)  "rendendo continuamente grazie per ogni cosa a Dio Padre nel nome del Signore nostro Gesù Cristo" (Ef 5,20), 


"Pregate incessantemente con ogni sorta di preghiere e suppliche nello Spirito, vigilando a questo scopo con ogni perseveranza e pregando per tutti i santi" (Ef 6,18)

San Paolo insiste molto sul concetto della preghiera, ma trasforma pregare in un'azione perenne di richiesta e di lode.
Ci indica, in un certo senso, quello che è il modo di agire da veri figli di Dio: tenere sempre il pensiero amoroso fisso sul nostro Padre Celeste, facendo quindi della nostra vita un'esperienza di preghiera continua.
Ci invita ad un atteggiamento -potremmo dire- da mistici, perché il mistico  altro non è se non colui che rimane unito a Dio, che fa esperienza continua di Dio, che vive in Dio tutta la sua giornata e di giorno in giorno, la sua intera esistenza terrena.
Non necessariamente è mistico solo colui che vive esperienze fuori dal comune, come ad esempio Padre Pio.
Non per nulla anche Santa Teresa del Bambin Gesù, la maestra dell'infanzia spirituale, è una mistica, per il suo rapporto intimo e continuo con Dio, pur nell'assenza di fenomeni particolarmente straordinari (non ebbe stimmate né il carisma della profezia...).
Eppure la sua vita di preghiera continua e di unione con il Signore ne ha fatto una santa capace di scrutare il mistero della "piccolezza" e di godere in ogni caso di alcuni "privilegi" spirituali (se così potremmo definirli).

Questo esempio di mistica quasi a portata di mano rende bene l'idea della possibilità concreta di vivere quello che San Paolo ci chiede: un atteggiamento di preghiera continua, di unione perenne con Dio.
Potrebbe apparire difficile intendere in tal modo la preghiera, perché è un concetto che si discosta forse dall'idea che di norma abbiamo della preghiera stessa.
Solitamente si intende che pregare sia recitare qualche formula scritta, andare a Messa,dedicare alle nostre devozioni particolari alcuni in determinati momenti del giorno.
E' vero, pregare è anche questo, ma non è solo questo.


Capita di sentire spesso la frase: "La preghiera è elevazione dell'anima a Dio".
Sono parole di San Giovanni Damasceno, che ci sprona a fare tesoro di una grande verità: noi abitiamo in Dio e -paradossalmente, ma per amore!- Dio abita nella nostra anima, dandole vita.
Possiamo dunque sempre ed in ogni momento esercitarci in questa "elevazione" a Lui, facendo della nostra esperienza quotidiana, anche al di fuori delle preghiere "canoniche", un momento di vera preghiera!

Ecco cosa scriveva San Giovanni Bosco nel testo "Il cattolico provveduto per le pratiche di pietà":

"Pregare vuol dire innalzare il proprio cuore a Dio, e intrattenersi con lui per mezzo di santi pensieri e divoti sentimenti. 
Perciò ogni pensiero di Dio e ogni sguardo a lui è preghiera, quando va congiunto ad un sentimento di pietà. Chi pertanto pensa al Signore o alle sue infinite perfezioni, e in questo pensiero prova un affetto di gioia, di venerazione, di amore, di ammirazione, costui prega. 
Chi considera i grandi benefizi ricevuti dal Creatore, Conservatore e Padre, e si sente da riconoscenza compreso, costui prega. 
Chiunque nei pericoli della sua innocenza e della virtù, conscio della propria debolezza supplica il Signore ad aiutarlo, costui prega. 
Chi finalmente nella contrizione del cuore si volge a Dio e ricorda che ha oltraggiato il proprio Padre, offeso il proprio Giudice, ed ha perduto il più gran bene, e implora perdono e propone di emendarsi, costui prega".

Quanto è "facile" allora pregare!
Innalzare il pensiero a Dio diventa un dirgli "Signore, Ti amo"! proprio come faremmo se fossimo accanto alla persona che amiamo ed alla quale non ci stancheremmo mai di ripetere questa piccolissima frase.
Innalzare il pensiero a Dio e pregare diventa anche dirGli un semplicissimo "Grazie"! per qualcosa che è andata secondo i nostri desideri...o un affidarGli immediatamente un nostro dispiacere, con una personale e spontanea offerta interiore....
Ancora, pregare diventa lodare il Signore riconoscendone la presenza in tutte le cose: nel cielo che contempliamo, nei fiori che ci inviano i loro gradevoli profumi, nella tenerezza di un bambino...
Tutto diventa quindi occasione, stimolo, opportunità per una vita di preghiera incessante!

Don Bosco stesso, infatti, così prosegue:

" Il pregare è perciò cosa assai facile. 
Ognuno può in ogni luogo, in ogni momento sollevare il sua cuore a Dio per mezzo di pii sentimenti. 
Non sono necessarie parole ricercate e squisite, ma bastano semplici pensieri accompagnati da divoti interni affetti. 
Una preghiera che consista in soli pensieri, p. es. in una tranquilla ammirazione della grandezza ed onnipotenza divina, è una preghiera interna, o meditazione, oppure contemplazione. Se si esterna per mezzo di parole si appella preghiera vocale.
Sia l'una che l'altra maniera di pregare deve essere cara al cristiano, che ama Iddio. 
Un buon figlio pensa volentieri al proprio padre, e sfoga con lui gli affetti del proprio cuore. 
Come mai dunque un cristiano potrebbe non pensar volentieri a Dio, suo amorosissimo Padre e a Gesù suo misericordioso Redentore, ed esternargli sentimenti di riverenza, di riconoscenza, di amore, e con soave confidenza pregarlo di aiuto e di grazia"?


Questo modo di concepire la preghiera, che si avvicina molto, nella sostanza (seppure espresso con parole differenti) al concetto di orazione teresiana, di "stare alla presenza del Signore" in ogni momento, ci fa dunque arrivare a comprendere "la sacralità di tutte le cose", espressione utilizzata come titolo di un volume scritto da Don Divo Barsotti.
Il testo è diretto principalmente ai religiosi, ma dice qualcosa anche a noi, in particolar modo si concentra sulla necessità di "riscoprire la sacralità anche di quella vita che normalmente noi sentiamo separata dalla nostra vita religiosa o che noi consacriamo, ma soltanto dall'esterno, perché la offriamo a Dio.
Il lavoro per te può essere una penitenza, e allora lo offri al Signore; fai questa mortificazione, ma non cerchi di trasfigurarla dall'intimo.
Così per me lo studio: lo sento come un dovere gravoso che mi viene dall'esterno e cerco di santificarlo nell'offrirlo al Signore, ma non lo trasfiguro interiormente.

Rimane un atto profano in sé: diviene sacro soltanto in quanto lo offro, in quanto attraverso quell'atto io esercito delle virtù di pazienza, di mortificazione, di  carità".

Qui c'è da fare un salto importante, un salto di "qualità" al quale lo stesso Don Divo ci condurrà fra poco, ma al quale possiamo arrivare solo per gradi.

Don Bosco ci ha invitato a fare della nostra giornata una preghiera continua, approfittando non solo del tempo della preghiera "ordinaria", ma di ogni istante, pregando in maniera spontanea, con atti di lode, di ringraziamento, di richiesta, di offerta.
Sull'offerta insiste anche don Divo Barsotti, che ci consente di capire come tutte le cose, anche le più banali della nostra esistenza, acquistino un significato "sacro", di preghiera potremmo dire, quando non le facciamo solo diventare atto di pazienza, mortificazione o carità, ma quando le "offriamo".

E come possiamo offrire questi nostri gesti quotidiani?


Quando la settimana scorsa ho inserito delle riflessioni sulla partecipazione attiva dei fedeli alla Santa Messa, mi sono soffermata sull'aspetto dell'offerta: il sacerdote offre al Padre il Sacrificio incruento di Cristo che si rinnova e nel farlo offre anche al Padre tutto ciò che noi, in un certo senso, gli consegniamo.
In tal modo partecipiamo attivamente alla Santa Messa, attraverso il sacerdote che consegna a Dio il nostro personale sacrificio, composto di tutto quello che di bello o doloroso gli portiamo andando al Sacro Rito e che consapevolmente (o a volte inconsapevolmente) gli affidiamo.
E tutto questo avviene nel e con il Sacrificio Eucaristico.

Don Divo dice infatti che occorre che io "trasfiguri l'atto in me, lo renda veramente preparatorio di una comunione eucaristica".
Questa trasfigurazione è dunque proprio quel renderci conto che tutto ciò che metteremo sul piatto delle offerte quotidiane, potremo poi portarlo a Dio Padre nella Santa Messa, dove verrà offerto, dal Sacerdote, in unione, in comunione all'offerta del Sacrificio di Nostro Signore.

Come potrebbe cambiare la nostra esistenza quotidiana se sapessimo che tutto ciò che ci accade, anche la cosa più banale, non solo può essere "preghiera" nel momento in cui la vivo e ne opero una prima "trasformazione" (in atto di pazienza, di mortificazione, di carità), ma anche e soprattutto nel momento in cui la "metto da parte", la conservo nel Cuore di Gesù fino all'istante in cui, andando a Messa, quell'atto e quell'offerta verranno consegnati al Padre, "affinchè", come dice il Sacerdote nel Sacro Rito- "il mio e vostro sacrificio sia gradito a Dio Padre Onnipotente".

"Non nonostante le cose, ma attraverso di esse l'anima vive l'unione con Dio.
Le cose sono già in sé elevate: è questo ciò di cui dobbiamo renderci conto.
In Sè tutte le cose hanno un senso sacrale; è il peccato dell'uomo che le ha rese opache, le ha fatte strumento piuttosto di una nostra perversione, di un nostro egoismo, perché è in noi che c'è il male, non nelle cose stesse.
Siamo noi che le pervertiamo". (Don Divo Barsotti)

Tornare alla "sacralità di tutte le cose" significa allora avere atteggiamento di umiltà, distacco e purezza.
Servirsi delle cose nel loro buon uso, sapendoci stupire della bellezza di ogni avvenimento, naturale o umano, che ci rivela la presenza di Dio, anche degli apparenti silenzi, delle disfatte, delle vicende dolorose.
Ed in esse sapere vedere una fonte di preghiera che scaturisce nel nostro cuore, che ci fa esercitare le virtù e che diventa offerta da consegnare al sacerdote, affinché le offra al Padre nella Santa Messa, atto di adorazione suprema che rendiamo a Dio!
In questo modo potremo vivere realmente la nostra vita come orazione continua, in preparazione vigile da una Messa all'altra, da una Comunione all'altra!