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terça-feira, 17 de julho de 2018

LE RIFLESSIONI DI DON DIVO BARSOTTI SULLE “MODERNITA’ “ DELLA CHIESA



barsotti

L’impazienza è il veleno che a piccole o grandi dosi l’uomo moderno, compreso il cristiano, si inietta continuamente nelle vene ed ecco che l’ «uomo, proprio in forza della speranza che lo anima e lo spinge, non sa più abbandonarsi a Dio e attendere “i suoi momenti”, vuole anticiparli da sé e, proprio nel suo sforzo di realizzare quaggiù il Regno di Dio, va avanti da solo e Dio lo abbandona» (1). Questa grande verità venne analizzata da un maestro della spiritualità del XX secolo, don Divo Barsotti, in un suo articolo pubblicato su «L’Osservatore Romano» del 16 marzo 1969 e ripreso in un interessante libro che raccoglie suoi articoli ed interventi dal titolo “I cristiani vogliono essere cristiani” (San Paolo 2006, pp. 347, € 17,00).
Ma l’uomo, senza Dio, dove può mai arrivare? L’infelicità sarà il suo certificato di garanzia. Non c’è niente di più tragico, per l’uomo, che rimanere solo, senza il Padre che lo volle e lo creò. Pensiamo alla drammaticità di rimanere orfani nella tenera età oppure al terrore scritto sul volto di tanti anziani malati lasciati soli negli ospizi; pensiamo, soprattutto, a chi rimane orfano del Signore, all’inquietudine di società intere, un tempo cristiane, che hanno perso la Fede e la speranza in Dio: là dove la persona non fa più affidamento al suo Creatore ha già la morte nell’anima. Ci sono stati e ci sono eremiti che, benché vivano nella solitudine più assoluta, pregustano già la felicità eterna, perché vivono in Dio e non si affannano mai, non conoscono l’impazienza, ma solo la pazienza, vivendo nella traiettoria dell’Assoluto e dell’Amore Infinito, immersi nella Sua grazia, che nutre e disseta.leggere...

Don Divo Barsotti. L'azione dello Spirito Santo nella nostra vita

Don Divo Barsotti. L'azione dello Spirito Santo nella nostra vita




(5 luglio 1956)

Tutto l'Antico Testamento parla dell'era messianica come di un'era che sarebbe venuta nell'effusione dello Spirito su ogni carne, ma per rendersi conto dell'importanza del dono dello Spirito nella vita cristiana basta vedere la Lettera ai Romani e il IV Vangelo che hanno un solo fine: presentare una dottrina dello Spirito Santo.
Nei primi sette capitoli della Lettera ai Romani S. Paolo, dopo aver detto che tanto i giudei quanto i pagani hanno bisogno del Sangue di Cristo, dimostra quali nemici ha vinto Cristo morendo sulla croce: la morte, il peccato, la legge. Ma come si manifesta questa vittoria? Nel dono dello Spirito.
Oggi l'uomo, nel possesso dello Spirito, vive nella libertà dei figli di Dio. La legge del cristiano è lo Spirito Santo che vive nel cuore dell'uomo; non c'è una legge che costringa dall'esterno, soltanto lo Spirito che vive dentro di te e al quale devi abbandonarti è la tua vita e la tua legge.leggere

Don Divo Barsotti. Solo la santità salverà la Chiesa



barostti
Ci sono uomini di fede capaci di parlar chiaro, inafferrabili, autenticamente controcorrente, non per vezzo, né per orgoglio, ma profondamente liberi. Così si può dire di Don Divo Barsotti considerato un grande mistico del ‘900, fondatore della Comunità dei Figli di Dio, instancabile cercatore della Verità e capace di risvegliare spiriti assopiti fossero etichettati di “destra” o di “sinistra”. In questo forse un certo ruolo l’avrà giocato il suo “temperamento toscano”, quel carattere che il Card. Biffi – estimatore del Barsotti – ha definito “insofferente agli equivoci e amante delle posizioni chiare1.leggere...

Don Divo Barsotti di fronte al Concilio del XX secolo


(di Cristina Siccardi su Messa in Latino del 05-04-2012) Nel fervido e provvidenziale dibattito in corso sul Concilio Vaticano II giunge a proposito la bella e chiara biografia scritta da padre Serafino Tognetti, Divo Barsotti. Il sacerdote, il mistico, il padre (San Paolo, pp. 405, € 29.00), utile strumento per comprendere da vicino la figura di un monaco che ha vissuto intensamente le aspettative e le cocenti delusioni di un evento che ha rivoluzionato l’operatività della Chiesa in maniera così profonda da alterare la trasmissione della Fede.
Quando venne annunciata l’apertura del Concilio Vaticano II (25 gennaio 1959), furono in molti a riporre grandi speranze nell’evento e fra questi il monaco don Divo Barsotti (1914-2006). Prima del Concilio stesso don Divo ebbe più volte modo di manifestare una certa insofferenza nei confronti di alcuni metodi della Chiesa, che considerava chiusi e rigidi.
Scrive padre Tognetti: «Il momento dell’apertura del Concilio ci rivela un duplice atteggiamento da parte di don Barsotti. Da una parte egli presentava l’evento conciliare ormai imminente come “un’occasione, forse la più grande che Dio abbia concesso all’umanità di oggi, per essere salvata”; dall’altra parte il Concilio potrebbe però rivelarsi “un’occasione per cui questa umanità, invece di essere salvata, potrebbe precipitare nel buio, nella tenebra, non dico in un’apostasia dichiarata, ma in uno scetticismo, in una tensione, in una disperazione che non potrebbe essere più lenita da una speranza che le venga da Cristo, che le venga dalla Chiesa, che è del Cristo la continuatrice, anzi la stessa presenza”. Questo timore di don Divo era motivato dalla percezione di un pericolo che egli scorse nascosto sotto i facili entusiasmi di molti: “Il pericolo di un Concilio che lascia le cose come le trova, anzi le peggiora. Perché ogni grazia di Dio è per sé ambigua: se l’anima non la riceve e non la fa fruttificare, quella grazia si trasforma per te in un motivo maggiore di condanna, di rovina e di morte”» (1).
Barsotti seguì con attenzione, apprensione e soprattutto con la preghiera lo svolgimento dei lavori conciliari. Condusse la Comunità dei Figli di Dio, da lui fondata nel 1947, a meditare i diversi documenti prodotti durante l’Assise. Una delle tematiche che maggiormente lo interessò e lo preoccupò fu quella relativa alla riforma liturgica:
«Il primo errore che dobbiamo evitare è pensare che la riforma liturgica abbia un carattere essenzialmente e primariamente pastorale.leggere...

Il Concilio Vaticano II ha «messo solo delle virgole al discorso continuo della tradizione»

 

Il Concilio Vaticano II ha «messo solo delle virgole al discorso continuo della tradizione» - un libro su don Divo Barsotti

Di Aldo M. Valli

«Non c’è peggior retorica della retorica della pietà. Cosa intendi quando parli di amore?».

Sapete di chi sono queste parole? Sono di don Divo Barsotti (1914 – 2006), il fondatore della Comunità dei Figli di Dio, monaco e scrittore, mistico e maestro spirituale, figura grandissima eppure ancora poco nota. Un cristiano autentico, animato da fede profonda, un credente capace, anche grazie al suo carattere di toscanaccio verace, di dire pane al pane e vino al vino, senza mai nascondersi e senza mai indulgere all’«ecclesialmente corretto».

Benvenuto è quindi il libro Oceano di fuoco. Commentari su Divo Barsotti...leggere...

mercoledì 25 marzo 2015 Don Divo Barsotti "Siamo figli dei padri"

mercoledì 25 marzo 2015

Don Divo Barsotti "Siamo figli dei padri" (Una Voce Dicentes, Firenze 2003)

Riprendo da MiL questi contenuti significativi, far da ripetitori ai quali può giovare a molti. Si tratta inoltre di persone con le quali la condivisione delle realtà della nostra fede è sempre stata fruttuosa e ricca di grazie e di due scritti: il primo di don Divo Barsotti - conosciuto attraverso padre Serafino Tognetti incontrato non solo sui testi - e, a seguire, un sapiente excursus di Dante Pastorelli che ne trae spunto.

Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente”. Abbiamo pubblicato quest’affermazione di Gramsci che don Giussani fece propria.
Proponiamo, ora, il pensiero proveniente da un altro ed opposto versante: un breve ma denso articolo del mistico, teologo e pastore don Divo Barsotti tratto dal n. I – 2003 di Una Voce dicentes, periodico fondato e diretto per 11 anni da Dante Pastorelli, che si avvaleva di illustri collaboratori tra i quali mons. Brunero Gherardini, il più assiduo, don Ivo Cisar, mons. Ignacio Carambula, p. Serafino Tognetti, Neri Capponi. L’intervento di don Divo permette a Dante Pastorelli di svolgere alcune riflessioni sulla crisi nella Chiesa, con  particolare attenzione alla Chiesa fiorentina. (Roberto)
Il saluto, l’incoraggiamento ed il severo monito di un patriarca
Siamo Figli dei Padri
don Divo Barsotti, da Una Voce Dicentes, I - 2003

Diversi anni fa potei entrare nella Cina di Mao. Mi fece molta impressione di vedere tanta gente che riempiva le scuole pubbliche; vi era in questi cinesi del popolo un desiderio vivo di conoscere le radici della cultura cinese. La rivoluzione culturale aveva fatto piazza pulita di tutto il passato: il popolo sentiva che mancava un alimento necessario alla sua vita. Si sentivano figli di genitori che erano scomparsi e affollavano le scuole e gli altri istituti perché sentivano così di continuare un passato che credevano scomparso.
Come mai noi che ci sentiamo una popolazione civile, che ci gloriamo della nostra cultura, abbiamo tollerato che sparisse da noi quello che era, in fondo, il fondamento della nostra vita spirituale? Abbiamo bandito tutto quello che ci richiamava ad un passato al quale tuttavia ci sentiamo legati. È stato bandito il latino dalle nostre scuole, bandito più ancora dalle nostre chiese. Rompendo un legame con i Padri, ci sentiamo ora come orfani, ci sembra di avere perduto la nostra identità… Di chi siamo figli? O non siamo figli di alcuno?
Più grave ancora mi sembra avere bandito il latino dalla liturgia. Il latino è stato, dal tempo dei Padri fino ad oggi, quello che maggiormente manifestava l’unità della Chiesa nell’uso di una lingua che ci faceva sentire tutti, prima ancora che figli di una cultura, fratelli di una medesima fede.
È il rimpianto forse di avere perduto la nostra identità, o è la naturale rivolta dei figli nei confronti dei propri genitori? Si vuole una novità, che non sembra avere radici… Mentre si distrugge il patrimonio che ci aveva lasciato il passato, non si costruisce nulla che possa ridarci una vita.
Come era più bello sentire di avere tutti le stesse radici, riconoscere una unità sul piano anche religioso, ci faceva sentire di avere ricevuto una eredità di inestimabile valore, e di averla ora perduta…
Che fare? Il peso di un popolo che non voleva morire al suo passato fece comprendere ai governanti di allora, in Cina, la necessità di cessare con una rivoluzione culturale che sradicava il popolo dalle sue radici. Il popolo italiano – e più gravemente ancora coloro che appartengono alla Chiesa – possono non sentire la necessità di un ritorno a quella cultura che ci ha educato e formato? E i fedeli possono fare a meno di sentirsi tutti una sola famiglia, come figli di un unico Padre?
Il latino ci faceva sentire di essere figli dei Padri, di coloro che hanno dato alla Chiesa con una sola lingua un solo sentimento della loro fedeltà a Dio e alla Chiesa.
Con tutta l’anima anche io sento vivo il rimpianto di quello che abbiamo perduto, e prego perché i governanti, nella Chiesa e nello Stato, possano avvertire quanto ora  manca a questo sentimento di unità che era così vivo quando tutti avevamo una medesima lingua.
Settignano, 10.04.2003

GRAZIE, DON DIVO!

Avrei voluto presentarLa come “profeta”, don Divo: ma questo termine è ormai banalizzato, abusato, privato del suo autentico significato, attribuito com’è a persone che non lo meritano assolutamente, e su cui dovrebbe scender definitivamente l’ombra dell’oblìo, per il male che han fatto alla nostra Santa Chiesa, per la distruzione sistematica della dottrina cattolica, per la lotta aspra ed ingiusta contro l’Autorità cui avrebbero dovuto rispetto e obbedienza.
Giornali cattolici (?) e laici, meglio, laicisti, innaturalmente uniti, non perdon occasione di presentarci Firenze come terra di profeti, facendo tutt’un fascio di tristi personaggi, eretici e scismatici, come don Mazzi e don Rosadoni, di pseudopedagoghi presuntuosi da prender con le molle come don Milani, che almeno, sia pure a modo suo, nella Chiesa volle restare, di altri tumori perforanti il Corpo Mistico, come l’intellettuale scolopio Ernesto Balducci e l’eterno aspirante poeta, che tale restò nonostante l’appoggio consistente delle mafie critico-editoriali, il servita David Maria Turoldo, e figure di ben altro livello morale, e di sicura fede, come La Pira, di cui non vogliamo qui sottolinear la miopia politica, non degna di un “profeta”, di cui ancor Firenze sconta le conseguenze (parcheggi, metropolitana la cui costruzione osteggiò o di cui non volle occuparsi perché Firenze non aveva bisogno dell’impresa privata e perché la città doveva esser goduta all’aria aperta!), bensì l’attaccamento alla cattedra di Pietro, a quella del suo Vescovo e i suoi immensi sogni di pace, come il venerato don Facibeni, la cui opera a favore dei ragazzi disagiati (La Madonnina del Grappa) fu portentosa, come il grande cardinale Elia Dalla Costa, del quale si ricordan sempre gli indubbiamente importanti atteggiamenti antinazisti, e mai il rigore nel difender la disciplina ecclesiastica e l’ortodossìa.
Se L’avessi definita “profeta” avrei dovuto inserirLa in questo mazzo, in mezzo al grano e al loglio. Così qualcuno avrebbe potuto pensar che Lei abbia approvato comportamenti e scritti del Balducci, il quale, nell’Uomo planetario (1990) aveva l’ardire di scrivere: “Chi ancora si professa ateo, o marxista, o laico, e ha bisogno di un cristiano per completare la serie delle rappresentanze sul proscenio della cultura, non mi cerchi. Io non sono che un uomo”. E più avanti, nel suo commento all’incontro “ecumenico” di Assisi (1986): “Siamo così alla resa dei conti. E in questa resa dei conti le religioni sono costrette a rivelarsi per quel che sono: produzioni simboliche di gruppi umani, sistemi ideologici in veste sacra. Timor fecit deos.” Per questo poteva affermare anche: “Nella generale eclissi delle identità il nostro primo dovere è di restare fedeli a quella che abbiamo costruito, con una variante però, che essa va ritenuta non come il tutto ma come un frammento del tutto, di un tutto ancora nascosto nel futuro. Come il vero Dio, così anche il vero uomo è absconditus”. Ed ancora: “È finita l’età dei popoli eletti. È finita anche l’età dei salvatori. Come mi appare vera, oggi, la frase che Nietzsche rivolgeva ai cristiani del suo tempo: “Chi vi salverà dal vostro Salvatore?
Qualcun altro avrebbe potuto pensar che Lei sia della stessa pasta del Turoldo, divorzista notorio, che, nel 1971, nel santuario di Tirano, lui, “servo di Maria” spezzò una corona del Rosario gettandola tra i fedeli urlando: “Basta con queste superstizioni da Medio Evo!”. E, inserendosi nella controversia sui Crocefissi nelle aule scolastiche e nei luoghi pubblici, profeticamente sentenziò: “Ci sia o non ci sia appeso ai muri non cambia niente. Il Crocifisso non vale più niente per il mondo d’oggi; non dice più nulla a questa società. Oggi il Crocifisso per me è Oscar Romero ucciso, è il povero Luther King ucciso, sono i neri del Sud Africa, è Mandela in galera: quelli sono i veri crocifissi!”. Sì, proprio così: un vescovo cattolico, per quanto discusso per certe sue posizioni, assassinato dai nemici della Chiesa, posto sullo stesso piano di un leader politico protestante fin nel nome e di un politico nero, perseguitato sì, ma dalla moralità non cristallina. E tutti innalzati al di sopra di Cristo, in luogo del Quale dovrebbero esser venerati.
Ecco perché, non ho voluto usar per Lei, don Divo, il titolo di “profeta”. Lei è un sacerdote, e non un semplice uomo, ma un uomo modificato nella sua natura dal Sacro Ordine, ed ascolta cristiani, atei, laici a cui offre la parola di Dio. Lei ha una sola Verità, quella assoluta, che è, appunto, la Parola del Signore. Lei non si è costruita una religione, o una religione-ideologia, ma l’ha ricevuta per Rivelazione Divina e dalla Sacra Tradizione. Per Lei la Religione Cattolica è l’unica vera, non un frammento di verità; Dio  - Padre, Figlio e Spirito Santo -  è il tutto, non una scheggia di una divinità nascosta e inconoscibile. Per Lei Dio, tramite l’Unigenito Cristo, si è incarnato, ha rivoluzionato la storia umana ed è una presenza costante fra noi attraverso l’Eucarestia: evidente, reale, innegabile. Lei non lo cercherà nel futuro, questo “tutto absconditus”, Lei lo possiede già, lo impersona nella Sua funzione sacerdotale di “alter Christus”, lo vive nella Sua anima, lo sente accanto ogni momento della Sua vita. Lei sa che è la Chiesa il nuovo popolo eletto, che il Salvatore si immola ogni giorno sacramentalmente per noi nella S. Messa, nel Sacrificio propiziatorio per eccellenza, e lo cerca nel Vangelo, non nel nichilista filosofo (?) amato dal Balducci che ne fa una fonte di verità: da Satana noi dobbiamo salvarci, al Salvatore incatenarci.
Lei è felice d’esser schiavo delle “superstizioni del Medioevo”, se il servaggio è il dolce Rosario di Maria, che Lei non strappa e scaraventa diabolicamente, ma se lo tiene stretto al cuore come àncora di salvezza per sé e per il mondo intero e tanto coraggio, tanta serenità quella benedetta coroncina sa infonderLe che, tracimando, si riversan sugli altri, trasformandoli. Per Lei il Crocifisso ha ancora tanto da dire agli uomini, parole d’amore e di vera libertà e di vera pace, quella libertà e quella pace che nessun Luther King o Mandela può dare, ed infatti non han dato: “Pace che il mondo irride, ma che rapir non può”, come sentenziava il Manzoni, che poeta lo era davvero.
Ed a quel Crocifisso, ed alla Sua Madre dolente, Lei si rivolge anche per i poveri crocifissi del Sud Africa e di tutte le regioni dove l’uomo calpesta il fratello perché calpesta Cristo Crocifisso. Ed a tutti costoro il Suo cuore si apre in un abbraccio senza confini, senza distinzioni, da sacerdote cattolico.
Preferisco, dunque, chiamarLa “patriarca”, per la sua veneranda età che sprigiona reverenza, saggezza, quell’alta sapienza che, sola, viene da Cristo, Verità assoluta; per la Sua esistenza tutta spesa in difesa della vera Fede e nell’opera missionaria e formatrice svolta con la parola, con l’esempio di una vita consacrata cui mai è venuta meno l’assistenza dello Spirito Santo, con i Suoi innumerevoli scritti sui quali han trovato parole di vita eterna migliaia di persone e che traspirano, come l’articolo che ha voluto inviarmi nella Sua infinita disponibilità, una fede che trascende il tempo, che è passato e presente insieme, sostrato razionale ed afflato mistico, concretezza storico-sociale ed ascesi: parola che penetra e lascia il segno, fors’anche una cicatrice negli animi più aridi, una cicatrice che s’allarga e allunga per diventar sentiero su cui incamminarsi per rinvenir l’unguento miracoloso. Fede, Speranza e Carità nella Sua predicazione e nella sua azione si compongono in una sintesi che richiama ed affascina.
Ed anche per questo, don Divo, Lei è “Patriarca”, come Padre vigile e affettuoso, che, ritiratosi a vita claustrale da tempo immemorabile, ha saputo radunar attorno a sé molti giovani, alcuni dei quali a me ben noti e cari, intelligenti, laboriosi, studiosi, moralmente impeccabili, semplici nei modi e dalla grande apertura alla spirituale solidarietà, i quali, postisi sulla Sua sequela, hann’intrapreso la sequela di Cristo e si lascian da Lei guidare come docile gregge, gregge sicuro che il pascolo è ubertoso e il fiume limpido. E da qui sgorgherà fecondità di opere.
Quanti giovani nel Suo Ordine, I Figli di Dio! Nove già sacerdoti, altri lo diventeranno; altri hanno scelto la vita claustrale senza aspirar al sacerdozio; altri ancora, migliaia, uomini e donne, intere famiglie, si sono consacrati nel mondo, nel loro stato, in Italia, in Sry Lanka, in Africa, dove lavorano una terra dura, spinosa e spesso avvelenata, seminando fruttuosamente, le Sue brave suore: e tutti con lo sguardo rivolto a Settignano!
Grazie, “patriarca” Divo, per tutto ciò che ha donato alla Chiesa e all’umanità, ed anche a me, non solo attraverso i Suoi libri, ma anche nel corso del colloquio avuto qualche tempo fa, incentrato sulla crisi della Chiesa, delle vocazioni, della Fede fin nella gerarchia ecclesiastica.
E grazie, infine, perché ci ha donato padre Serafino, il primo, ma spero non l’ultimo, dei Suoi “figli”, che ha voluto imparare, con la mia assistenza, a celebrar la S. Messa di S. Pio V, col Suo consenso, e che già a S. Francesco Poverino ha incontrato un gruppo di fedeli della Chiesa di sempre, sino ad oggi emarginati perché saldamente arroccati alla Tradizione quale si esprime nella S. Messa secondo il Rito Romano Antico, nella quale senton rappresentata tutta la Fede Cattolica, come nel Latino senton il più forte vincolo fra le Chiese locali sparse nel mondo: S. Messa in cui è radicata la nostra Fede che nessuna tempesta può scuotere, nessuna eclissi può oscurare.
Padre Serafino, che oggi mi onora della sua fraterna amicizia, come già padre Bernardo, ha saputo trasmetterci il Suo messaggio, Patriarca, la Sua vicinanza, il Suo incoraggiamento, quale lo ritroviamo nella pagina che ha voluto dedicarci. Ne avevamo bisogno. Da oggi siamo meno soli.
A nome di UNA VOCE, pertanto, a nome dei confratelli di S. Francesco Poverino, La ringrazio ancora, don Divo, nella fiducia che in qualcuna delle Sue preghiere ci sia posto per il nostro piccolo gregge che nel bimillenario ovile ha vissuto, vive e vuol morire. Invocando la Sua paterna benedizione mi dichiaro Suo dev.mo figlio in Xto et Maria.
Dante Pastorelli

Entrevista exclusiva Mons. Schneider