Don Divo Barsotti

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sábado, 29 de dezembro de 2018

Divo Barsotti: La santa Messa – liturgia della Parola




messa-2964803_640Seguire il padre don Divo nelle sue meditazioni sulla Messa e in particolare sull’Eucarestia certo significa proporsi di “volare alto”… Così scrive nel 1967: «Tutta la storia precipita in quell’atto, vive in quell’atto, tutto tende a quell’atto e vi trova il suo compimento. È l’atto del Cristo. Al di là non vi è storia, non vi è vita, ma ogni vita, ogni storia non è che partecipazione a quell’atto che riassume e compie la vita dell’intero universo».
Si capisce che per un uomo che parla così, la Messa è tutto. Di questo danno testimonianza concorde tutti i fratelli che hanno vissuto con lui a casa San Sergio e tutti coloro che hanno preso parte alle sue meditazioni, esercizi spirituali, ritiri… concordi nell’affermare quanto il padre desiderava che comprendessimo bene, investendo in questo tutte le nostre potenze, che per la vita di ciascun battezzato la Messa deve essere tutto: esperienza vissuta, preparata, sentita come incontrovero vivo e drammatico con Gesù Cristo. E questo incontro, come si sa, è di due tipi: l’incontro misterioso e indicibile con il sacramento eucaristico che si fa presente sull’altare e si fa cibo e, nella prima parte del rito, l’incontro con Cristo che si fa Parola e nutre l’intelligenza e il cuore.
In questo articolo focalizziamo la nostra attenzione su questa “mensa della Parola” che precede e dà contenuto al Sacramento.
Se già all’inizio della sua vita sacerdotale il rapporto con la Sacra Scrittura è all’origine della sua vita interiore e dà l’occasione per innumerevoli commenti e meditazioni, con la riforma liturgica don Divo si fa guidare totalmente dalla Parola proclamata nella liturgia del giorno. È felice della nuova ricchezza di testi che dal 1974 la Chiesa offre ai fedeli e da quel momento, con pochissime eccezioni, le letture della Messa saranno il punto di partenza non solo dell’omelia del giorno, ma spesso di interi ritiri o corsi di esercizi. E sovente don Divo scoprirà con commozione che la Parola proclamata risponde proprio ai bisogni o alle tematiche che egli propone alla sua Comunità. Da qui deriva la venerazione per questa Parola che sente interagire attivamente con la sua vita.
Più volte [e specialmente nel volume LA MESSA, ed. Parva] parlando delle tre tappe del processo di rivelazione di Dio – rivelazione cosmica, profetica, cristiana – ci ha spiegato che nella Messa è presente, nel pane e nel vino, la dimensione della creazione e naturalmente il Cristo che è presente nell’Atto del suo sacrificio. Tra le altre due, la dimensione profetica è quella del Verbo che si comunica nella Scrittura.
Ma lasciamo a lui la parola:
«La liturgia della Parola cui prendiamo parte nella Messa non è “soltanto” la Parola di Dio, una narrazione che accogliamo col nostro intelletto, è la prima manducazione, nutrimento dell’anima, ci introduce progressivamente ma realmente nella conoscenza di Dio e questa conoscenza progressivamente ci trasforma. Di fatto Geremia, Ezechiele, Giovanni nell’Apocalisse, divorano il libro della parola di Dio. Questa manducazione che è caratteristica dominante della rivelazione profetica però riguarda anche noi; fintanto che la storia continua si è in un tempo parzialmente profetico: la parola di Dio attende d’incarnarsi in noi dilatando l’incarnazione divina senza distruggere la nostra distinzione personale dal Cristo che si comunica a noi come lo sposo alla sposa. La liturgia della parola ci dice che c’è ancora una liturgia parzialmente profetica come quella dell’antico Testamento, che riguarda noi che ancora non siamo entrati nel suo mistero. Noi quaggiù, nella Messa, dobbiamo inserirci nel Cristo, realizzando progressivamente la sua parola. La partecipazione assidua alla Messa ci aiuterà a giungere ad una identificazione sempre maggiore con Lui. Se fossimo capaci di conseguirla subito, basterebbe una sola Messa per realizzare tutto il piano di Dio!… Abbiamo a disposizione la nostra vita per rendere piena la nostra partecipazione al suo sacrificio».
Scrive Don Divo nell’agosto del 1998: «il passaggio dal nulla all’essere è quello che distingue la creazione da Dio. Ma se Dio ha creato – come insegna la IV preghiera eucaristica – lo ha fatto per effondere il suo amore su tutte le creature ed allietarle con gli splendori della sua luce. L’esistenza stessa della creazione viene ordinata a Dio come suo fine. La creazione dell’uomo diviene un cammino, e il cammino può essere compiuto dall’uomo solo nella misura che egli ascolta la Parola che continuamente lo chiama. L’uomo, quasi ipostasi dell’universo, è chiamato a percorrere il cammino che deve portarlo a Dio. Potrà vivere questa sua vocazione se, pur camminando ogni giorno, perde la strada che a Dio lo conduce? […] Il cammino dell’uomo esige una continuità, perché è immutabile la Parola di Dio […]l’uomo deve mantenersi in ascolto …Questa Parola immediatamente non realizza il fine, non porta immediatamente l’uomo alla meta […] la Parola realizzanel tempo ciò che Dio ha voluto fin dall’eternità. Vi è qualcosa di immutabile anche nell’uomo: il progetto di Dio. Di fatto fin dall’eternità Egli ci ha voluto, anche se quello che fin dall’eternità ha voluto si compie poi attraverso un tempo che esige un cammino»
Già ne “Il mistero della Chiesa nella liturgia”, del 1967, don Divo scriveva: «Alla parola di Dio che chiama e alla parola dell’uomo che risponde, subentra una sola Parola che è insieme di Dio e dell’uomo: Cristo Gesù; al dramma e al dialogo dell’Antico Testamento succede nel Nuovo la Parola nella quale l’uomo e Dio divengono Uno. Se la liturgia nel Nuovo Testamento termina necessariamente nella presenza reale del Cristo col Sacrificio Eucaristico, al compimento del culto cristiano è ordinata tuttavia la lettura della parola di Dio, è ordinata la preghiera di tutta l’assemblea che attende e invoca questa stessa presenza che realizza la sua unione con Lui. […] Scritti per il servizio liturgico i libri ispirati, d’altra parte, solo nel servizio liturgico esprimono pienamente la loro verità, realizzano quello che sono».
E ancora: «Certo, se Dio rivelandosi agli uomini, comunicando ad essi la sua volontà usa la parola, Egli in questa parola già inizia il mistero di una kenosis. Egli si adatta all’umano linguaggio, sottopone la sua verità alle leggi del pensiero umano. E non potrebbe l’uomo entrare in comunione con Dio che gli parla, se non capisse questa Parola come parola umana, nella lingua che Egli ha voluto usare, nel genere letterario che Egli si è scelto. Ma non basteranno mai la filologia, l’archeologia, la storia a dirci il contenuto, a interpretare fino in fondo la parola di Dio consegnata all’umano linguaggio. È solo della Chiesa l’interpretazione autentica della Parola di Dio. E la prima interpretazione che la Chiesa dà di questa Parola è precisamente la lettura che essa fa di queste pagine nella sua liturgia. In questa lettura essa esercita già il suo Magistero.
È per questo magistero, che Dio le ha conferito, che la lettura dei libri ispirati è in verità, per gli uomini che ascoltano, non solo la lettura di un documento di storia o di dottrina, ma la parola viva, attuale, di Dio, rivolta personalmente a ciascuno e divinamente efficace. (….)»
bible-2805399_640«La lettura della Bibbia (..) deve essere considerata e sentita come elemento costitutivo del culto, e deve ricevere dal culto medesimo la sua interpretazione piena. Nella celebrazione liturgica si rende presente il mondo nuovo di Dio, che la Bibbia sola ha il potere di rivelarci. (..) È importante che sempre si sia consapevoli del legame intimo, naturale, necessario della lettura della sacra scrittura con la liturgia. (..) Il carattere liturgico di una lettura dei libri ispirati non è mai così evidente come quando la Chiesa dà a questa lettura un suo posto determinato nella celebrazione del culto. La lettura della Bibbia nella celebrazione del culto cristiano è precisamente una delle mete più importanti che si propone il rinnovamento liturgico, è già ora uno dei valori essenziali della liturgia della Chiesa. (…) Ma la Chiesa non è soltanto l’interprete: è l’organo mediante il quale Dio continua a parlare; anzi l’autenticità della sua interpretazione deriva massimamente da questo, che cioè è per mezzo di lei che i libri ispirati ritornano ad essere la Parola viva e attuale di Dio. Senza la sua mediazione il libro diverrebbe il documento di una grande esperienza religiosa del passato e la sua lettura non potrebbe per sé stabilire un rapporto vivo e personale fra Dio e l’uomo nella successione del tempo. Come il Sacrificio Eucaristico fa presente il mistero del Cristo nella morte di croce così fa presente oggi per te quella Parola. “Il Signore nostro Dio ha concluso con Mosè un’alleanza in Horeb. Non è coi nostri padri che il Signore ha concluso questa alleanza, ma con noi che siamo tutti oggi viventi in questo luogo” (DT 5,2-3). L’esperienza religiosa del Giudaismo è l’esperienza religiosa della Chiesa. L’espressione con la quale la Chiesa inizia la lettura del testo evangelico sembra voler sottrarre l’avvenimento che narra a un tempo preciso. Il tempo nel quale si compiono i Misteri divini, nel quale l’uomo ascolta Dio che gli parla, non è un passato e non è neppure un presente che continuamente passa: è l’”oggi” di cui ci parla il Deuteronomio, di cui canta senza stancarsi la Chiesa nella sua liturgia. Proprio perché questo è il potere del culto liturgico, di sottrarci cioè in qualche modo alla fuga del tempo, è nel culto liturgico che l’uomo si incontra effettivamente con Dio; e l‘incontro non avviene in un punto geografico dello spazio (…) non nelle vie della Galilea, ma precisamente nella “Qahal”, cioè nella Chiesa. Proclamata in seno alla Chiesa dalla lettura dei libri ispirati questa Parola è veramente la parola di Dio che crea. Come per l’Eucarestia, così è per la parola di Dio: non è l’uomo che la assimila e la trasforma, ma è la Parola che trae l’uomo a sé e lo trasforma. (…) La parola di Dio è immutabile ma muta l’uomo via via che egli l’ascolta. Questo è il fondamento dell’esegesi spirituale. Non una parola umana che sostituisce la parola di Dio, ma la parola di Dio che si rivela attuale ed efficace nella vita della Chiesa».
Ci sembra molto importante quanto don Divo disse nell’omelia del 16 gennaio 1979 a Casa San Sergio a proposito dei lettori:
«Il leggere la Sacra Scrittura, specialmente durante la Messa, è l’atto più sacro, il ministero più alto del sacerdozio laicale». Il sacerdote che distribuisce la Comunione presta solo le mani per compiere un gesto sacro; invece il lettore presta tutto se stesso a Dio che parla e che si fa presente attraverso chi legge, come è presente nella consacrazione, sia pure in modo diverso. Perciò non c’è differenza fra i due atti: nella proclamazione Cristo si fa presente come verità, nella consacrazione come corpo immolato. C’è, infatti, una stretta relazione fra la proclamazione della parola e la consacrazione delle specie. Si avverte questa responsabilità non solo nel leggere in modo che sia chiaro il contenuto a chi ascolta, ma anche nell’assumere l’impegno di realizzare per primi la parola che si è proclamata? Rendiamoci conto della grandezza del mistero, perché nell’annuncio della parola il lettore si identifica a colui che parla per suo mezzo. Le letture infatti si concludono con: “Parola di Dio”. Nella recita dell’Ufficio, nella lettura biblica privata una nostra identificazione, unificazione con Dio, può essere meno intensa, perché ordinata alla meditazione, ma nella celebrazione liturgica, uniti all’assemblea, la cosa è ben diversa. Proclamazione della parola e consacrazione sono davvero i due atti che costituiscono i vertici della Messa. Come dice san Pietro, ora siamo tutti divenuti profeti (At 2, 16-18). Dobbiamo pregare il Signore perché ci aiuti a compiere questo ministero così da non mortificare noi la grandezza della parola di Dio»
Concludiamo con uno sguardo che apre una prospettiva escatologica:
«Quando la Parola di Dio avrà compiuto ogni cosa, allora il culto divino non consisterà più in una lettura dei libri ispirati, allora gli stessi libri non saranno più. Sarà solo il Cristo, cioè il Verbo di Dio che a Sé avrà tratto tutte le cose, in Sé avrà assunto in qualche modo tutto l’universo, perché tutto l’universo in Lui viva eternamente la vita stessa di Dio»( da “Il mistero della Chiesa nella liturgia”).

sexta-feira, 28 de dezembro de 2018

don Divo Barsotti: VIVERE IL MISTERO DEL NATALE


VIVERE IL MISTERO DEL NATALE
L’Incarnazione è una cosa che ci riguarda e ci riguarda personalmente, più di qualsiasi altra cosa. Certo il mistero della Trinità è grandissimo, ma può interessarci solo attraverso il mistero dell’Incarnazione, perché senza il mistero dell’Incarnazione Dio rimane trascendenza infinita.
Non importa nemmeno che io sappia che egli è Padre, Figlio e Spirito Santo, perché non mi
interessa più. Vive in una eterna solitudine, nella sua trascendenza infinita, in un silenzio che non è
morte, perché è vita infinita, ma è una vita che per me è e rimarrà sconosciuta. Dio si fa presente per me quando si fa uomo, quando lega questa sua vita divina a una natura umana, fragile come la
mia, passibile come la mia, limitata coVIVERE IL MISTERO DEL NATALE

L’Incarnazione è una cosa che ci riguarda e ci riguarda personalmente, più di qualsiasi altra cosa. Certo il mistero della Trinità è grandissimo, ma può interessarci solo attraverso il mistero dell’Incarnazione, perché senza il mistero dell’Incarnazione Dio rimane trascendenza infinita. 
Non importa nemmeno che io sappia che egli è Padre, Figlio e Spirito Santo, perché non mi
interessa più. Vive in una eterna solitudine, nella sua trascendenza infinita, in un silenzio che non è
morte, perché è vita infinita, ma è una vita che per me è e rimarrà sconosciuta. Dio si fa presente per me quando si fa uomo, quando lega questa sua vita divina a una natura umana, fragile come la
mia, passibile come la mia, limitata come la mia.

(…) Miei cari fratelli, la prima cosa dunque che dobbiamo vivere in questo Natale è questa comunione che si è stabilita fra l’uomo e Dio. Anche noi, come Gesù, viviamo una condizione umana di povertà e di debolezza, ma tutto questo non ci impedisce più di credere e anche di sapere che nella nostra povertà e umiltà Dio vive con noi. (…) 
Non c’é più questo abisso che separa la creatura dal creatore, che separa Dio dall’uomo.
Viviamo una comunione di amore. È questo che noi dobbiamo vivere nel Natale: Dio è tanto buono che vuole aver bisogno di noi. Non siamo noi soltanto che abbiamo bisogno
di lui, non siamo noi soltanto che aspettiamo questo dono immenso di amore da parte di Dio; è Dio che aspetta tutto da te. Maria gli dette la natura umana, Giuseppe la sua protezione, la sua
difesa: un povero bimbo appena nato, con una fanciulla per madre che non poteva avere più di 16-17 anni, sola, lontana dal suo paese, bisognosa certamente di difesa. Dio chiede a noi una difesa, una protezione; chiede di poter nascere da te, di poter vivere di te.

(…) Chi è Gesù per te? Il Natale te lo dice: non è un amico, perché è ancora troppo piccolo per essere un amico; non è nemmeno uno sposo, perché non ci si sposa con uno che è appena nato;
è il tuo figlio. Il Natale ti chiama a vivere questo rapporto, il rapporto soprattutto della madre con il figlio, il rapporto di Maria con Gesù. Devi vivere questo. Questo figlio che nasce, vuole da te tutta
la tua tenerezza; non ti permette di dividere il tuo amore con altri. Egli pretende tutto, vuole tutto.
Apre le sue piccole braccia perché vuole che tu lo porti sulle tue braccia; esige da te il dono di tutto il tuo amore, perché anch’egli tutto si dona a te.

Questo vuol dire vivere il Natale. Il presepio sarà una bella cosa, può essere una bella cosa tutto quello che volete, ma più importante di tutto sarà sempre il vivere questo rapporto di amore.
Tu devi essere la Vergine che accoglie il bambino, tu devi essere Giuseppe che lo protegge, tu devi essere tutti coloro che hanno avuto un rapporto con il Cristo in quell’evento della sua nascita. Non
vi sembra meraviglioso tutto questo? 
Può darsi che anche a voi avvenga, come a S. Giovanni
della Croce o come alla Beata Cristina Ebner, di portarlo fisicamente sulle braccia. Cristina prese il bambino Gesù dal presepio e lo portò al refettorio cantando: ed ecco che il bambino divenne vivo
nelle sue braccia. Come si verificò anche a Greccio per san Francesco: Francesco, vestito da diacono, prende il bambino e il bambino diventa vivo nelle sue mani. Perché non dovrebbe esser così? Ma anche se Gesù non volesse fare il miracolo di farsi sentire vivo, dovreste ugualmente dire con san Giovanni della Croce: «Signore Iddio, se di amore devo morire, questo è il momento». Sì, perché Dio non ci può dare di più, quando ci ha dato se stesso, divenendo la nostra ricchezza vera, la nostra gioia più pura, tutto il nostro amore.

Don Divo Barsotti (Ritiro del 20 dicembre 1992 a Firenze)
me la mia.
(…) Miei cari fratelli, la prima cosa dunque che dobbiamo vivere in questo Natale è questa comunione che si è stabilita fra l’uomo e Dio. Anche noi, come Gesù, viviamo una condizione umana di povertà e di debolezza, ma tutto questo non ci impedisce più di credere e anche di sapere che nella nostra povertà e umiltà Dio vive con noi. (…)
Non c’é più questo abisso che separa la creatura dal creatore, che separa Dio dall’uomo.Viviamo una comunione di amore. È questo che noi dobbiamo vivere nel Natale: Dio è tanto buono che vuole aver bisogno di noi. Non siamo noi soltanto che abbiamo bisogno
di lui, non siamo noi soltanto che aspettiamo questo dono immenso di amore da parte di Dio; è Dio che aspetta tutto da te. Maria gli dette la natura umana, Giuseppe la sua protezione, la sua
difesa: un povero bimbo appena nato, con una fanciulla per madre che non poteva avere più di 16-17 anni, sola, lontana dal suo paese, bisognosa certamente di difesa. Dio chiede a noi una difesa, una protezione; chiede di poter nascere da te, di poter vivere di te.
(…) Chi è Gesù per te? Il Natale te lo dice: non è un amico, perché è ancora troppo piccolo per essere un amico; non è nemmeno uno sposo, perché non ci si sposa con uno che è appena nato;
è il tuo figlio. Il Natale ti chiama a vivere questo rapporto, il rapporto soprattutto della madre con il figlio, il rapporto di Maria con Gesù. Devi vivere questo. Questo figlio che nasce, vuole da te tutta
la tua tenerezza; non ti permette di dividere il tuo amore con altri. Egli pretende tutto, vuole tutto.
Apre le sue piccole braccia perché vuole che tu lo porti sulle tue braccia; esige da te il dono di tutto il tuo amore, perché anch’egli tutto si dona a te.
Questo vuol dire vivere il Natale. Il presepio sarà una bella cosa, può essere una bella cosa tutto quello che volete, ma più importante di tutto sarà sempre il vivere questo rapporto di amore.
Tu devi essere la Vergine che accoglie il bambino, tu devi essere Giuseppe che lo protegge, tu devi essere tutti coloro che hanno avuto un rapporto con il Cristo in quell’evento della sua nascita. Non
vi sembra meraviglioso tutto questo?
Può darsi che anche a voi avvenga, come a S. Giovanni
della Croce o come alla Beata Cristina Ebner, di portarlo fisicamente sulle braccia. Cristina prese il bambino Gesù dal presepio e lo portò al refettorio cantando: ed ecco che il bambino divenne vivo
nelle sue braccia. Come si verificò anche a Greccio per san Francesco: Francesco, vestito da diacono, prende il bambino e il bambino diventa vivo nelle sue mani. Perché non dovrebbe esser così? Ma anche se Gesù non volesse fare il miracolo di farsi sentire vivo, dovreste ugualmente dire con san Giovanni della Croce: «Signore Iddio, se di amore devo morire, questo è il momento». Sì, perché Dio non ci può dare di più, quando ci ha dato se stesso, divenendo la nostra ricchezza vera, la nostra gioia più pura, tutto il nostro amore.
Don Divo Barsotti (Ritiro del 20 dicembre 1992 a Firenze)

Don Divo Barsotti: Vivo il mio contatto col Cristo, un contatto reale? Veramente il Cristo è reale per me?

L'annuncio traboccante di gioia dei pastori: l'interiorità e il silenzio di Maria

Due sono gli atteggiamenti che il Vangelo riferisce, a proposito dell'incontro degli uomini col mistero di Dio. I pastori ascoltano, vedono e poi riferiscono a tutti. Ritornano, dopo aver veduto il Signore lodando e glorificando Dio. È uno degli atteggiamenti propri dell'uomo davanti al mistero divino. L'altro è l'atteggiamento di Maria. "Ella serbava tutte queste cose - dice il Vangelo - meditandole nel suo cuore". Sono due atteggiamenti non solo legittimi, ma sotto certi aspetti anche necessari, e non voglio nemmeno dire quale sia il migliore, voglio sapere soltanto da me che cosa vivo, perché l'avvenimento è sempre presente. L'evento del Cristo per un cristiano, per uno che ha fede, è il contenuto stesso della sua vita. Vivere al di fuori di un rapporto con tale evento, vuol dire non essere più cristiano.
Che cosa vivo? Rendo veramente testimonianza di quello che ho veduto? "Riferirono tutto quello che avevano udito e visto", i pastori. Io parlo: la mia parola è veramente testimonianza di quello che ho veduto, di quello che io stesso ho udito? D'altra parte, il ritornare in mezzo agli uomini, come fanno i pastori, non può avere altra ragione, altro contenuto che quello di rendere testimonianza del Cristo.
Se vivo ed ho rapporto con gli uomini - sacerdoti, suore, giovani, anziani - se debbo vivere un rapporto con gli uomini di questo tempo, tale rapporto non deve, non può avere altro contenuto che quello di rendere testimonianza, e non si rende testimonianza se non di quello che abbiamo veduto.
Possiamo dire noi di essere testimoni veraci? Che cosa abbiamo visto: Settignano, il cupolone o Gesù? Che cosa abbiamo visto? quello che c'è in dispensa o Gesù? Che cosa abbiamo visto? Il ciclostile o Gesù? Qual è il contenuto della nostra vita? Si sogna soltanto l'evento cristiano o veramente si ha un impatto con questo evento? o veramente questo evento costituisce il contenuto della nostra vita interiore, della nostra vita umana? Che cosa vivo? Vivo il mio contatto col Cristo, un contatto reale? Veramente il Cristo è reale per me? Questo è fondamentale perché se Egli non è reale, se non lo vedo, se non ho veramente un'esperienza di questa Presenza, che cosa posso dire al mondo, che cosa posso portare agli uomini? Ed ecco perciò quello che il Signore mi chiede: una fede così viva che la realtà d'una Presenza si imponga al mio spirito più di quanto non si imponga la realtà di questo mondo. Se per me è più reale il mondo nel quale vivo dell'evento salvifico, io ancora devo essere evangelizzato; non posso essere il testimone, devo piuttosto ricevere la testimonianza di chi ha veduto.
"I Pastori riferirono tutto quello che avevano udito e veduto". Ecco che cosa diviene la vita dei pastori, una volta che hanno veduto Gesù. Non possono far altro, e riferire tutto quello che hanno udito e veduto, vuol dire lodare e glorificare Iddio. Certamente avranno continuato anche a pascolare il gregge, ma in fondo, tutto quello che avevano vissuto finora, ora aveva un altro contenuto per loro. Dovevano pascolare, ma in fondo essi sentivano che qualche cosa di nuovo era entrato nella loro vita; erano stati testimoni di un evento che li superava, che non soltanto non potevano dimenticare, ma era il contenuto unico della loro esperienza, perché questo solo ricordavano e di questo solo essi parlavano. Ed ecco noi viviamo qui, in questa casa e in questa casa è presente il Signore. In che misura la presenza del Signore è veramente la realtà più grande della nostra vita? In che misura la presenza reale del Cristo in tal modo ci prende da non lasciare a noi la possibilità di distrarci, di pensare ad altro, di vivere altra cosa? È uno degli atteggiamenti propri di chi ha veduto. L'altro atteggiamento è quello di non entrare più in rapporto con gli uomini, ma di affondare nell'intimo. Tutta la vita diviene puro silenzio, un affondare nel cuore.
"Serbava questi avvenimenti meditandoli in cuor suo". È la Vergine. La vita allora non è più il rapporto con gli uomini, non è più quello che si fa, non e più dove si vive, è un affondare sempre più in questa Presenza del Cristo. L'incontro col Cristo non diviene per noi l'occasione di un ministero, di una testimonianza che dobbiamo rendere, diviene piuttosto l'inizio di una vita che sempre più ci seppellisce nel silenzio di Dio, che sempre più ci fa affondare in questo silenzio. Quale vita è più importante? Non si può nemmeno porre questa domanda, perché i pastori dovevano lodare e glorificare Dio, dovevano riferire quello che avevano visto e udito; gli angeli li avevano chiamati alla grotta proprio perché essi dovessero essere i primi testimoni del Cristo, e non potevano rifiutarsi di rendere questa testimonianza, mentre questo non era chiesto a Maria. Maria doveva invece sempre più affondare nel silenzio. Tutta la vita di Maria è all'inizio del Vangelo, poi Sparisce. Come si diceva ieri, Ella non è associata alla vita pubblica di Gesù, non partecipa al potere dei suoi miracoli, non partecipa alla sequela del Cristo, come discepola che ascolta. 
Rimane nella sua casa per meditare nel cuore un avvenimento solo, l'avvenimento di questa nascita; l'annunciazione dell'angelo, ma soprattutto la nascita del Figlio di Dio da Lei, furono l'unica sua vita. Poteva vivere arche molto di più di quello che ha vissuto, Ella non poteva uscire da questa meditazione, da questo affondare nel cuore meditando questo avvenimento che l'aveva coinvolta, perché Lei non vede soltanto, non ascolta soltanto. Nel vedere e nell'ascoltare sì rimane passivi; l'Evento si fa manifesto a noi, ma noi non lo compiamo, invece Maria e Gesù, lo vivono in modo quasi uguale. Lui in quanto nasce. Lei in quanto né è la Madre.
 L'evento del Cristo è il suo medesimo atto, ed Ella, non ne esce più, questo atto diviene sempre più interiore ed Ella vi rimane meditandolo. È certo che in questa meditazione Ella sempre più sfugge al tempo che passa, si sottrae alla differenza dei luoghi. Prima che Egli nascesse era andata in montagna a trovare la sua parente lontana Elisabetta, che doveva partorire, poi il Vangelo non ci dice più nulla. Dove è stata? che cosa ha fatto? Non ha fatto nulla, non è stata in nessun luogo, perché se anche è potuta andare negli altri luoghi, queste cose non la riguardavano; quello che ha vissuto non la riguardava, Ella ha vissuto soltanto l'Evento, e giustamente. L'Evento era talmente grande che poteva benissimo sempre più meditarlo e non trovarne fine.
E se io debbo parlare agli altri rendendo testimonianza di quello che ho veduto e udito, e debbo anche nella misura che veramente questo evento si è fatto presente per me, debbo vivere questo evento, devo sempre più rendermi conto che la molteplicità dei luoghi e delle azioni non costituiscono la mia vita. 
La mia vita diviene sempre più la Presenza, la presenza del Cristo. Essere qui o altrove, fare una cosa o l'altra dev'essere così relativo per me che non deve nemmeno toccarmi questa molteplicità delle azioni, questa molteplicità, dei luoghi, questo passare del tempo. La sua Presenza è talmente grande che veramente relativizza ogni cosa; Egli rimane per me l'unica vita.
Ecco, sono questi i due aspetti d'una vita cristiana e non vi è altra vita cristiana che in questi due elementi. Uno dice il nostro rapporto con gli altri, come contenuto di questo rapporto abbiamo il rendere testimonianza di quello che abbiamo visto e udito. Ma vi è una vita più fonda ed è la nostra vita intima, è il nostro vivere non in quanto siamo in rapporto con gli altri, ma in quanto noi siamo rapporto con Dio. Se l'abbiamo incontrato, in questo evento noi dobbiamo sempre più inserirci e vivere questo: la presenza del Cristo; solo la presenza del Cristo, la presenza del Cristo che è nato per me.
Questo, miei cari fratelli, dev'essere tutta la vita, questo. Certo, Dio mi chiede anche di rendere testimonianza, ma tuttavia questo elemento, pur essendo necessario, non è il principale. L'evento principale della vita cristiana è espresso chiaramente in quello che dice il Vangelo di Maria Santissima: serbare nel cuore, meditando, affondare nell'Evento, vivere l'Evento, l'evento del Cristo: Viviamo questo? Che cosa è per noi veramente vivo? Le notizie che ci dà il giornale, la radio, che cos'è per noi veramente reale e vivo? Sono gli avvenimenti che intessono la nostra vita o la presenza di Lui, del Signore? Certo, è un po' diverso per noi il vivere nella fede e il vivere nella visione, è un po' diverso, e tuttavia non è così diverso che non vi sia una continuità: La presenza del Cristo già ora - dicevo prima - relativizza ogni luogo e ogni tempo. Quando saremo nella vita futura, liberi da questo legame col mondo, davvero la presenza di Dio sarà tutta la nostra eternità; non vivremo un altro atto, vivremo in Cristo la visione di. Dio. Ma ancora qui noi dovremo sempre più raccogliere, riassumere tutta la nostra vita interiore in questo vivere la Presenza. A questo ci chiama proprio la Comunità dei Figli di Dio, se veramente noi dobbiamo rendere testimonianza del primato delle virtù teologali. La fede ce lo fa vedere, la speranza ce lo fa in qualche modo possedere, e la carità in Lui ci trasforma sempre più, ci fa una sola cosa con Lui.
Vivere la fede, la speranza e la carità come la fede, la speranza e la carità l'ha vissuta Maria, la Vergine santa.
Che il. Signore ci aiuti a vivere questi due elementi della vita cristiana, così ben caratterizzati, nel Vangelo di questa Messa.

Don Divo Barsotti: Il Natale non e il fatto del bambino che nasce, e il fatto che in questo bambino Dio si fa a me presente, Dio è tutto per me

Ma è tutto qui invece il cristianesimo - l'avete ascoltato - lo splendore della Sua gloria, "il Verbo che era presso Dio si è fatto carne", è l'incontro dell'uomo con Dio. Di fronte a questo incontro tutti i mali del mondo spariscono, non hanno più nessun senso e nessun peso.
È evidente che per dare una garanzia che questo è avvenuto, Dio potrà dare dei segni. Ci sono i miracoli anche nel Vangelo, ma anche i miracoli hanno lasciato il mondo come l'hanno trovato. E questi segni ci saranno, ma non sono quelli che determinano la grandezza del cristianesimo. 
O noi accettiamo che veramente Dio si è fatto uomo, che Dio veramente ci ama o altrimenti lasciamo il cristianesimo, perché il cristianesimo diventa una pura menzogna. I segni non sono ciò che distingue la natura del cristianesimo, ma il cristianesimo è questo: un Dio che ti ama, un Dio che si è fatto uomo per te. Se tu accetti questo ,tutto è accettato, è accettato il miracolo ed è accettata anche la lebbra. Bisogna capire che cos'è il cristianesimo e smettiamo di strumentalizzare Dio per i beni di quelli due giorni che vivremo ancora quaggiù.
 Bisogna renderci conto che il cristianesimo è tutto qui: l'Infinità, l'Eterno che si è fatto uomo per me; l'Infinito e l'Eterno che mi ama. Tutto qui è il cristianesimo. Ed è naturale che in questa vita presente l'amore stesso di Dio non può darmi prova di Sé, perché io non sono capace di accogliere l'immensità del suo amore. Direi che l'immensità del suo amore mi schiaccia, mi distrugge proprio perché che cosa sono io, povera creatura, per reggere all'immensità di questo amore, per reggere al peso di questa gloria, per poter anche avere un'esperienza dell'amore di Dio?
Certo, se veramente Egli si dona a me, non posso che morire. La morte è nel conto, precisamente nel conto, guai se non fosse nel conto. Non so che farmene di questa vita se questa vita non è per me l'attesa beata del mio incontro con Lui, quando nella mia natura, potrò sostenere questo peso, quando nella mia natura potrò vivere veramente l'esperienza di questo amore ineffabile.
Oggi è bella anche la lebbra, oggi è bella qualunque cosa, perché, 
. Che cosa sarebbe se Egli trasportasse anche i monti? Oggi la scienza può fare questo e anche altro. Che Dio sarebbe? un Dio da baraccone, un Dio da fiera. 
Dio è Dio e se Egli è Dio, Egli vince infinitamente ogni mio pensiero, Egli vince infinitamente ogni mia attesa umana. Noi dobbiamo saper accettare Dio proprio nella nudità di una vita spoglia, proprio nell'umiltà di una vita che non ha alcun splendore; proprio perché non dobbiamo mai identificare Dio ai suoi doni. 
Il dono di Dio supera tutti i suoi doni, e per riceverlo bisogna che Egli ci spogli di tutto. Non chiediamo al cristianesimo nessun rimedio ai mali di quaggiù. Anche se qualche cosa il cristianesimo fa, è semplicemente per dare garanzia di quello che farà o meglio sarà con la manifestazione ultima del Cristo. Dio è l'Infinito, miei cari fratelli. Proprio per questo dobbiamo credere a Lui nello spogliamento di tutto; Egli ci ha lasciato quello che siamo, ci ha lasciato nella nostra povertà umana, ci ha lasciato ancora a risolvere tutti i nostri problemi, per i quali si tratta di mangiare, di vivere, di vestirsi. Ha lasciato a noi di far tutto questo e ci sembra davvero che il cristianesimo abbia veramente lasciato il mondo come l'ha trovato. È la fede soltanto che ci fa catapultare nel mondo di Dio. Dio, che è l'Amore, mi ama, Dio.
Ecco quello che devo credere. Per questo posso rinunziare, voglio rinunziare, chiedo a Dio di saper rinunziare ad ogni dono di orazione, che voglia pretendere di darmi una certa esperienza di Lui. Come più grande è l'aridità dei santi! Come più grande è lo spogliamento totale a cui Egli riduce le anime che Egli maggiormente ama. La semplicità, la povertà della vita di Maria, che è la Madre di Dio! La semplicità, la povertà, l'umiltà della vita di Giuseppe che è stato scelto per essere "l'ombra del Padre".
Miei cari fratelli, sappiamo vivere questo Natale, perché il Natale è questo: la contemplazione del Figlio di Dio, la visione del Figlio di Dio e l'umiltà di un bimbo che vagisce. Questo è il Natale.
Ci sono tanti bambini che nascono. Il Natale non e il fatto del bambino che nasce, e il fatto che in questo bambino Dio si fa a me presente, Dio è tutto per me. Questo è il Natale. Saper vedere nel l'umiltà di questo segno, che è il sacramento primario della Divinità: "Nessuno ha visto Dio, l'Unigenito Figlio che è nel seno del Padre, Egli ce l'ha rivelato" - saper riconoscere in questo segno di umiltà, di povertà estrema, l'immensità dell'amore. Ecco che cos'è il Natale, ma in questa umiltà, ma in questa povertà. Quando faceva i miracoli - per questo nostro Signore non voleva farne - gli uomini erano portati a strumentalizzare Dio, facendolo servire ai loro bisogni umani. Invece Maria non ha chiesto alcun miracolo, è vissuta nell'ombra, nel silenzio, nell'umiltà. E nell'umiltà e nel silenzio ha contemplato il mistero che si era compiuto per Lei ed in Lei, la divina Maternità.
È questa la vita dei santi: riconoscere nell'umiltà di una semplice vita, la presenza immensa di Dio, la presenza ineffabile dell'Amore. È questa la vita dei santi, saper riconoscere nel fallimento umano, la Presenza ineffabile di un Dio che ci ama.
Com'è più bello il fallimento di ogni successo, com'è più bello, perché altrimenti troppo spesso potremmo identificare il successo con Dio; si vedrebbe l'amore di Dio solo in quello che Egli ci fa, per venire incontro ai nostri miserabili desideri, alle nostre miserabili ambizioni; giustamente, se Dio si dona, deve spogliarci di tutto, per colmarci di Sé, ed Egli è il nulla di tutto.
Oh, saper vivere come Maria l'incontro con Dio, il possesso di Dio nella povertà più totale, nell'umiltà più profonda, nel silenzio più puro. Ecco, miei cari fratelli, il cristianesimo. Il cristianesimo è Dio, non è la pace della nazione; il cristianesimo è Dio, non è la concordia dei cuori; il cristianesimo è Dio; non è nemmeno la nostra gloria, la nostra santità futura. Non so che cosa farmene, perché non so che cosa farmene di me, perché voglio Lui. Che Egli sia, ed Egli è e si fa presente a me precisamente nello spogliarne di ogni mio pensiero, di ogni mio sentimento; si fa presente Lui, Lui nel segno più povero.
Miei cari fratelli, è questo il Natale. Lo possiamo celebrare stasera come lo celebrò la Vergine Maria nella grotta di Betlem. Siamo qui poche persone, non c'è nessuno di fuori, e qui tuttavia non è nulla di meno grande di quello che si compì allora: Dio è qui presente per te, Dio è qui presente per noi. "Ecco ci è nato un pargolo, ci fu largito un Figlio"; proprio questo era l'Introito della Messa che noi celebriamo oggi. "Puer natus est nobis, et Filius datus est nobis", un Figlio ci è stato donato, un pargolo è nato per noi, per noi, ed è Dio. Vederlo, vivere con Lui, come viveva Maria, nella semplicità, della più umile vita.
Quando si scende in refettorio a mangiar le patate lesse, quando si scende in biblioteca per scartabellare i libri, sapere che Dio è presente ed è tutto per me. Che cosa cerco? che cosa posso volere di più grande? C'è qualche cosa di più grande che Dio mi può dare, più di Se stesso? Ed Egli si dona a me in questa umile vita. Non ho bisogno di successi, non ho bisogno nemmeno della salute, non ho bisogno di nulla; ho bisogno soltanto di una fede che mi apra gli occhi, per poterlo contemplare, "Quello che i nostri occhi hanno contemplato...". L'abbiamo noi contemplato, Gesù vivente in mezzo a noi, presente qui con noi, ecco la vita, miei cari fratelli. E questa vita è più grande del Paradiso, perché se il Paradiso non fosse questo, veramente ci potrei rinunziare e ci rinunzierei volentieri, subito e qui. Il Paradiso è Dio che si dona; Egli si dona a me ora, sotto questo segno, domani si donerà invece nella visione pura. Se il segno lo nasconde, anche realmente lo dà e non c'è differenza fra me che vivo qui nell'ombra della fede e i santi che vivono nella visione, perché Dio rimane lo stesso. Dio, ed è l'infinito Amore, Dio, ed è l'immensità dell'Amore.
Come si diceva ieri, questo è il Natale. Dio ha manifestato la benignità - dice il greco la filantropia - l'amore di Dio per gli uomini nel bambino che nasce. Che noi sappiamo contemplare questa immensità dell'Amore per vivere nella gioia sia pure in una vita che agli occhi del mondo può sembrar la più stupida e la più vuota. Ma questo vuoto è pieno di una divina Presenza. Io lo vedo, io lo accolgo, io lo porto sulle mie braccia, io lo posso stringere al cuore. Egli è mio.
"Ci è nato un pargolo, ci fu elargito un figlio".

© Divo Barsotti

Adeste Fideles ... O Holy Night - Andrea Bocelli . Christmas in Vienna 1999 The Three Tenors L.Pavarotti, J.Carreras,P.Domingo

Concierto de Navidad,Gloria - Misa del Angelis ofrecido por la Abadía benedictina de la Santa Cruz del Valle de los Caídos

quarta-feira, 26 de dezembro de 2018

terça-feira, 25 de dezembro de 2018

Prega e fa’ quel che vuoi (dai Racconti di un pellegrino russo)

Prega e fa’ quel che vuoi (dai Racconti di un pellegrino russo)
Per essere graditi a Dio non occorre che far altro che amare. Il beato Agostino dice: “Ama e fa’ quel che vuoi”. Infatti, chi ama veramente non può e non vuol far niente di sgradito al suo amato…. Ma poiché la preghiera è appunto effusione e atto d’amore, si può allora dire a ragione di essa la stessa cosa, cioè che per la salvezza non occorre far altro che pregare continuamente. “Prega e fa’ quel che vuoi”. In questo modo otterrai il fine della preghiera, vale a dire la santificazione.

Per sviluppare in maniera più chiara questo concetto, lo illustreremo con degli esempi:

1. “Prega e pensa quel che vuoi”: il tuo pensiero sarà purificato dalla preghiera e questa illuminerà la mente, placando e scacciando tutti i pensieri importuni. Così afferma san Gregorio il Sinaita, che consiglia: “Se vuoi scacciare i pensieri e purificare la mente, scacciali con la preghiera, poiché null’altro ha potere sui pensieri umani”. Di questo parla anche san Giovanni Climaco: “Vinci i nemici della mente con la Preghiera di Gesù. Non c’è altra arma arma contro di loro”.

2. “Prega e fa’ quel che vuoi”. In questo modo le tue azioni saranno gradite a Dio, e per te utili e salvifiche. “La preghiera frequente, di qualunque tipo sia, non resterà senza frutti”, così dice Marco l’Atleta dello Spirito, perché in essa è il potere della grazia. “Chiunque invocherà il Nome del Signore sarà salvo” (At 2,21). Ad esempio: un uomo che aveva pregato per aver successo in un’opera disonesta, ricevette da questa preghiera un forte richiamo al pentimento. Una giovane dissoluta che pregava nel momento stesso del suo peccato, fu dalla preghiera indirizzata sulla via della castità e dell’osservanza dei comandamenti di Gesù Cristo.

3. “Prega e non logorarti nel tentativo di sconfiggere le passioni con le tue sole forze”. Sarà la preghiera a sconfiggerle in te. “Lo Spirito di Dio che abita in voi è più potente di colui che sta nel mondo”, dice la sacra Scrittura (1Gv 4,4). E san Giovanni di Carpazio insegna: “Non rattristarti se manchi del dono della temperanza; sappi invece che Dio ti chiede diligenza nella preghiera e che la preghiera ti salverà. Un esempio ci è dato dallo starets di cui si parla nell’Otecnik [raccolte di vite dei santi o di famosi monaci ed eremiti], il quale “vinse dopo essere caduto”, in quanto non si avvilì per il suo peccato, ma ricorse alla preghiera e si ravvide.

4. “Prega e non temere nulla”. Né le disgrazie, né i rovesci della fortuna. La preghiera ti difenderà e li allontanerà da te. Ricordati di Pietro, che rischiò di annegare per la sua mancanza di fede; di Paolo che pregava in prigione; del monaco che si salvò dalla tentazione grazie alla preghiera; della fanciulla scampata all’aggressione di un soldato e di altri casi simili. Tutto questo conferma la forza, il potere e l’universalità della preghiera nel Nome di Gesù Cristo.

5. “Prega come preferisci, ma prega sempre”. Non turbarti per nessun motivo, ma sii gioioso nello spirito e sereno. La preghiera risolverà ogni cosa e ti istruirà. Ricorda quello che della forza della preghiera parlano i santi Giovanni Crisostomo e Macario il Grande. Il primo afferma: “La preghiera purifica sempre, anche se elevata da uomini peccatori come noi”. E il secondo dice a questo riguardo: “Pregare, in qualsiasi modo, è nelle nostre facoltà; pregare con purezza è un dono della grazia”. Offri dunque a Dio quel che è nelle tue possibilità; inizialmente porta almeno in sacrificio a Dio la quantità della preghiera (questo lo puoi fare) e la forza divina discenderà allora a sostegno della tua debolezza. La preghiera, arida e distratta, ma assidua e incessante, diventando abitudine e trasformandosi poi in una cosa per te naturale, diverrà pura, luminosa, infiammata e degna.

6. Osserva infine che se tutto il tempo in cui sei desto fosse accompagnato dalla preghiera, non ne rimarrebbe non soltanto per compiere azioni peccaminosi ma neppure per concepirle. Vedi dunque quanti profondi pensieri nel saggio insegnamento che dice: “Ama e fa’ quel che vuoi”, “Prega e fa’ quel che vuoi”? Com’è gioioso e confortante tutto questo per il peccatore, sopraffatto dalle debolezze, o per chi è schiacciato dal fardello delle sue passioni incontrollabili! La preghiera: ecco il mezzo universale, l’unico che ci è stato dato per perfezionare l’anima e raggiungere la salvezza. È proprio così! Ricordiamo però che alla preghiera è strettamente collegata una condizione: “Pregate senza interruzione”, così ammonisce la Parola di Dio. Di conseguenza, la preghiera manifesta la sua forza e i suoi frutti quando è elevata con frequenza, incessantemente, poiché l’assiduità della preghiera dipende soltanto dalla nostra volontà, mentre la purezza, il fervore e la perfezione della preghiera sono doni della grazia.

Impegniamoci dunque a pregare quanto più spesso possibile, dedicheremo l’intera nostra vita alla preghiera, anche se inizialmente sarà poco attenta! L’assiduo esercizio della preghiera insegnerà l’attenzione, e la quantità condurrà sicuramente alla qualità.

“Per imparare a far bene una cosa occorre farla il più spesso possibile”, ha detto un esperto scrittore spirituale.


Dai Racconti di un pellegrino russo
ed. Città nuova, pp. 276-279

domingo, 23 de dezembro de 2018

Conversazione sulla Preghiera del Cuore


Signore, Gesù Cristo Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore
UNA NOTTE NEL DESERTO DELLA SACRA MONTAGNA

Il Metropolita Hierotheos di Nafpaktos in una conversazione sulla Preghiera del Cuore con il Gerondas "l’Anziano" (gerondas in greco, starec in russo).

La Preghiera del cuore. La vera preghiera interiore : PER I LAICI, COSÌ COME PER I MONACI

La Preghiera del cuore. La vera preghiera interiore

PER I LAICI, COSÌ COME PER I MONACI


Ogni cristiano deve ricordarsi continuamente che dev’essere unito al Signore nostro Salvatore con tutto il suo essere, lasciando che Egli venga a prendere dimora nella mente e nel cuore; il modo più sicuro per giungere ad una tale unione con il Signore, dopo la Comunione al suo Corpo e al suo Sangue, è la Preghiera interiore di Gesù. Questa preghiera è obbligatoria anche per i laici, oltre che per i monaci? Sì, lo è veramente perché, come abbiamo detto, ogni cristiano dev’essere unito al Signore nel proprio cuore e il modo migliore per giungere a tale unione è proprio la Preghiera di Gesù (o Preghiera del Cuore o Preghiera del Santo Nome)
Vescovo Giustino
LA POTENZA DEL NOME
Che cosa diremo di questa preghiera divina, l’invocazione del Salvatore: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me peccatore»?

È una preghiera, un voto, una confessione di fede la quale ci conferisce lo Spirito Santo e i doni divini, purifica il cuore e scaccia i demoni; è la dimora di Gesù Cristo in noi, una sorgente di riflessioni spirituali e di pensieri divini; è la remissione dei peccati, la guarigione dell’anima e del corpo, lo splendore della luce divina; è una fonte di misericordia celeste che effonde sugli umili la rivelazione e l’iniziazione ai misteri di Dio.

È la nostra unica salvezza perché contiene il Nome salvifico del nostro Dio, il solo Nome sul quale possiamo contare, il Nome di Gesù Cristo, il Figlio di Dio: « Non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo, nel quale possiamo essere salvati », come ricorda Pietro (At 4,12).

Per questo tutti i credenti devono continuamente confessare questo Nome: sia per proclamare la nostra fede e testimoniare il nostro amore per il Signore Gesù Cristo, dal quale nulla deve mai separarci, sia inoltre a causa della grazia che ci viene dal suo nome, a motivo della remissione dei peccati, della guarigione, della santificazione, dell’illuminazione, e soprattutto a causa della salvezza che ci ottiene. Il santo Vangelo dice: « Questi segni sono stati scritti perché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio ». Questa è la fede! E il Vangelo aggiunge: «e perché, credendo, abbiate la vita nel suo Nome» (Gv 20,31). Questa èla salvezza e la vita!
s. Simeone di Tessalonica

 


LA SEMPLICITÀ DELLA PREGHIERA DI GESÙ

La pratica della Preghiera di Gesù è semplice. Rimani alla presenza del Signore con l’attenzione nel cuore e invocalo: «Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio, abbi pietà di me! » L’essenziale non sta nelle parole, ma nella fede, nella contrizione e nella sottomissione al Signore. Con questi sentimenti si può stare davanti a Dio anche senza parole ed essere ugualmente in preghiera. Teofane il Recluso

SOTTO LO SGUARDO DI DIO

Lavora recitando la Preghiera di Gesù; Dio ti benedica! All’uso di recitare oralmente questa preghiera unisci però il ricordo del Signore, accompagnato dal timore e dalla devozione. La cosa più importante è che tu cammini alla presenza di Dio, sotto il suo sguardo, cosciente che Dio ti sta osservando, sta cercando la tua anima e il tuo cuore, sta vedendo tutto ciò che succede in essi. Questa coscienza è la leva più potente del meccanismo della vita spirituale. Teofane il Recluso

UN RIFUGIO PER GLI INDOLENTI

L’esperienza della vita spirituale c’insegna che chi ha zelo nella preghiera non ha bisogno che gli s’insegni come perfezionarsi in questo campo. Continuato con pazienza, lo sforzo stesso della preghiera conduce alla vetta suprema della preghiera.
Ma cosa devono fare le persone deboli e indolenti, soprattutto coloro che, prima ancora di aver capito la vera natura della preghiera, si sono induriti nelle abitudini quotidiane e si sono lasciati raffreddare da una ripetizione formalista delle preghiere obbligatorie? Costoro hanno ancora la possibilità di usare la tecnica della Preghiera di Gesù come rifugio e fonte di forza. Non è forse soprattutto per loro che è stata inventata questa tecnica, in modo da innestare nei loro cuori la vera preghiera interiore? Teofane il Recluso

UN RIMEDIO CONTRO LA SONNOLENZA

Nei libri si trova scritto che quando la Preghiera di Gesù acquista forza e si stabilisce nel cuore, allora ci riempie di energia e allontana la sonnolenza. Ma un conto è che essa diventi abituale per la lingua e un altro conto è che essa si stabilisca nel cuore. Teofane il Recluso


 

SCAVARE PROFONDAMENTE

Scava profondamente nella Preghiera di Gesù con tutta la forza di cui sei capace. Ciò ti ricomporrà in te stesso, dandoti una sensazione di forza nel Signore, e produrrà frutto nel farti rimanere costantemente assieme a Lui, che tu sia da solo o con altri, che tu faccia i lavori di casa o che tu legga o preghi. Non devi però attribuire la potenza di questa preghiera alla ripetizione di certe parole, ma al rivolgere la mente e il cuore verso il Signore quando ripeti le parole, cioè all’attività che accompagna questa ripetizione. Teofane il Recluso

UN INNO CANTATO CON COMPRENSIONE

Come dice l’Apostolo: «Preferisco dire cinque parole con la mia comprensione... piuttosto che diecimila parole in una lingua sconosciuta » (1 Cor 14,19). Prima di ogni altra cosa è necessario purificare la mente e il cuore con queste poche parole, tipetendole incessantemente nel profondo del cuore: « Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me » ‘°, così la preghiera sale come un inno cantato con comprensione. Ogni principiante, per quanto possa essere ancora pieno di passioni, può offrire questa preghiera grazie alla vigilanza del proprio cuore. Essa poi canterà in lui solo quando sarà stato purificato dalla preghiera spirituale. Paissy Velichkovsky

UNA LAMPADA AI NOSTRI PASSI

Impara a praticare la preghiera della mente nel cuore. La Preghiera di Gesù infatti è una lampada ai nostri passi e una stella che ci guida sulla via del cielo, come insegnano i santi Padri nella Filocalia. La Preghiera di Gesù, quando brilla incessantemente nella mente e nel cuore, è una spada contro la debolezza della carne e i desideri malvagi di gola e di lussuria. Dopo le parole iniziali: « Signore Gesù Cristo, Figlio di Dio », puoi continuare così: « per l’intercessione della Madre di Dio, abbi pietà di me, peccatore ». La preghiera esteriore da sola non è sufficiente, Dio presta attenzione alla mente: perciò quei monaci che non conciliano la preghiera interiore con quella esteriore non sono monaci, sono simili a legna bruciata. Il monaco che non conosce o che ha dimenticato la pratica della Preghiera di Gesù non porta il sigillo di Cristo. I libri non possono insegnarci la preghiera interiore, possono solo farci vedere alcuni metodi tecnici per praticarla. È necessario invece recitarla con perseveranza. Teofane il Recluso

LE MANI AL LAVORO, LA MENTE E IL CUORE CON DIO

Hai già letto qualcosa riguardo alla Preghiera di Gesù e ne sai qualcosa grazie alla tua esperienza personale. La disciplina necessaria all’anima può essere mantenuta solo con l’aiuto di questa preghiera. Solo attraverso di essa possiamo conservare intatta la nostra disciplina interiore anche quando siamo distratti dalle preoccupazioni quotidiane. Soltanto questa preghiera ci rende possibile l’osservanza del comando dei Padri: «le mani al lavoro, la mente e i cuori con Dio ». Una volta che questa preghiera si è innestata nel cuore, allora non ci sono interruzioni interiori ed essa scorre sempre con lo stesso perenne movimento.
Il cammino per giungere ad una disciplina interiore rigorosa è molto faticoso, ma è possibile conservare questa disposizione di spirito (o una simile) durante gli svariati ed inevitabili incarichi che ciascuno deve svolgere: ciò che lo rende possibile è la Preghiera di Gesù innestata nel cuore. Come si innesta? Non si può sapere con precisione, ma l’essenziale è che ciò accada. Chi fa questo sforzo diventa sempre più cosciente di questo innesto, ma non si rende conto di come avvenga. Per raggiungere questa disciplina interiore dobbiamo camminare sempre alla presenza di Dio, ripetendo la Preghiera di Gesù il più frequentemente possibile. Non appena abbiamo un momento libero cominciamo di nuovo e così l’innesto si realizzerà. Un mezzo per ravvivare la Preghiera di Gesù è la lettura, ma è meglio leggere soprattutto testi riguardanti la preghiera. Teofane il Recluso
 

sábado, 22 de dezembro de 2018

VIVERE ALLA DIVINA PRESENZA

VIVERE ALLA DIVINA PRESENZA
Una delle cose a cui ci ha richiamato più spesso don Divo è il vivere alla Divina Presenza.
Ho trovato una lettera della Serva di Dio Luisa Piccarreta nella quale risponde ad una persona in affanno.
Credo ci possa aiutare nel comprendere l'invito del padre:
"Mia sorella in Gesù Cristo,
rispondo con poche righe alla vostra. La causa, credo, di tutto ciò che mi dite, è la mancanza di unione con Gesù in tutte le cose vostre. Il nemico vi trova sola, senza di Gesù, e vi fa il suo lavorio, vi turba, togliendovi la pace del cuore, tanto necessaria per fare riposare l'afflitto Gesù. Se il nemico vi trovasse sempre con Gesù, per non soffrire la Sua adorabile presenza, fuggirebbe. Ecco il rimedio a tutti i mali: statevi con Gesù sempre, sia nelle cose spirituali, quanto nelle materiali, e Gesù penserà a darvi la pace e a disimpegnare il vostro ufficio; anzi, Gesù lo farà in voi. Tutto ciò che soffrite datelo a Gesù per sollevarlo e ripararlo, anche le freddezze, e così avrete più campo per tenere compagnia al trafitto Gesù. Se starete con Gesù dimenticherete voi stessa e solo Gesù ricorderete, ed Egli ci penserà a tutti i vostri mali... Ah, sì, amatelo assai; ma la sola unione con Gesù farà sorgere nuova sorgente di crescente amore, sicché, se starete con Gesù, Lo amerete, se no, amerete voi stessa e i vostri mali. Che brutta figura farete innanzi a Gesù, non è vero?
Dite alla buona Superiora che stia in tutto all'ubbidienza, perché chi ubbidisce non fallisce, e il benedetto Gesù supplirà a ciò che pare che le manchi. E poi, quando Gesù si sente amato, dimentica le nostre colpe, e non vorremo perdere la testa per ricordarle. Gesù vuole l'armonia e la concordia tra voi, e Lui starà in mezzo a voi.
Mi raccomando alle vostre preghiere.
La piccola figlia della Divina Volontà.
Corato, 20-11-1917"

Fr. Divo Barsotti; Silence: theological place for encounter with God

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For our consideration, following are some brief reflections extracted from the writings of monk and theologian :  regarding a form of fasting which is fundamental for one who desires hearing within himself the voice of Heaven. It is the fast of SILENCE.

Silence: theological place for encounter with God


“Silence is the door to God. Unless you create silence and enter your inner desert, it is difficult, even impossible, to hear God. In this desert, in this solitude, God allures the soul that desires following Him: “I will lead you into the wilderness and speak tenderly to you” (Hos 2:14). When man wants to hear the word of God, he must hide himself under a mantle of silence, and plunge himself into darkness, and leave behind him the world - so light is God’s murmur!”

From Outer Silence to Inner Silence


“In this frenetic world of hectic work hours and unbridled activism; with the multiplication of television and internet images that crowd our minds, the need to find space for silence during our day has become essential. We need to do everything with simplicity and calm, and without anxiety, and above all, we must cultivate inner silence. God wrought his greatest works in silence. In the eternal silence the Father created the heavens and the earth. In the night, far from the city, Jesus was born. In the quiet and solitude of the house of Nazareth Jesus prepared for his mission. In the solitude of the night Jesus distanced himself from everyone to pray. In the dark silence of Christ’s tomb the joy of Resurrection was budding!”

Silence Unifies


“The crowd is not outside of us, but within us, with a multitude of thoughts, inclinations, feelings, worries, and interests. All this means dispersion for the soul; the soul is impeded from finding God. For as long as the thoughts of man are not of God, man remains scattered. His thoughts are scattered because of the various types of news he listens to, out of the desire to know: via the paper, the radio, the TV… Man has his mind on one thing or another, but there is no real core to his inner life, and no real goal for his intellectual activities. What is the remedy? Without doubt, prayer; and inner silence which is already obtained through prayer. A person used to contemplation sees everything in the light of God. Many people (including men of the Church) see things only in the light of success and efficiency.

Three types of silence


“Teachers of the spirit speak of three types of silence as a condition for communion with God. These three are: around self, silence of self; silence within self.
Silence around self (means to) silence occupations done with exaggeration, and the superfluous. It is the silence of futile conversations, of mundane visits not done out of charity. Outer silence gives back to the body and the spirit the necessary calm to allow it to recuperate inner silence.
Silence of self, is the silence that is hidden to the eyes of others, and makes us pass unobserved in our everyday life. It is the silence that envelops our sorrows, worries and hopes to the point of desiring that no one’s gaze might stop upon us, that no word of praise or compassion or comfort might be said for us.
Silence within self is the silence of the critical spirit, of the susceptibility of the heart, of the needs of the suffering body. We need to hush the inner racket, the chaos of our thoughts, the tangled knot of desires, the restlessness and anxiety of the spirit.”

Word and Silence


“Speaking is a grand thing. In general, however, our words, instead of communicating to others what we are, hide it from the others. Instead of engaging us, they place us on a plane of superficiality and inner dissipation! The words that are emitted from our mouths ought to be a true expression of ourselves. With every word we ought to donate ourselves totally. Precisely for this, our words ought to be few to be truly efficacious.
More than this, our words must express not only us, but Christ. We cannot pretend to give God to others by chattering away about our Lord. Unless we are truly engaged we give neither ourselves nor God. The word that gives God must rise from an abyss that is more profound than the word that gives you. God is more intimately close to us than we are to ourselves. Let us ask of the Lord this grace: to learn how to speak! I don’t mean to know how to make speeches; there are already enough of these. I mean to know how to speak the basic and essential language that will allow our word to give God to souls.”

Silence and Sobriety


Silence is a fast, the elimination of the superfluous. Don’t do too many things. Everything must be marked by sobriety, by the simplicity of our gestures and life. In fact, outer silence does not concern only the word, but also the hands and our activities. This fasting of the soul, and of human relations; this plunging the soul into silence, does not impoverish the soul. Rather, it makes it richer because it unites it to God.” *

AMOR DIVINO NOS CONSELHOS DE SANTO PORFYRIOS O NOVO

 
A tradicional descrição patrística do caminho espiritual cristão como participação progressiva
na Beleza Divina, Bondade e Verdade é claramente expressa nos ensinamentos inspirados dos novos
canonizado St. Porphrios (Bairaktaris) o Kapsokalyvite (festa dezembro 2).  
Élder Porphyrios.
Deus tem seus segredos
Nós não devemos chantagear a Deus com nossas orações. Não devemos pedir a Deus para nos libertar de algo, de uma doença, por exemplo, ou para resolver nossos problemas, mas devemos pedir força e apoio a Ele para suportar o que
nós temos que suportar. Assim como Ele bate discretamente na porta da nossa alma, então nós
devemos pedir discretamente pelo que desejamos e se o Senhor não responder,
devemos deixar de pedir. Quando Deus não nos dá algo que pedimos
  insistentemente, então ele tem suas razões. Deus também tem seus "segredos". Desde em quem nós
acreditamos em Sua boa providência, acreditamos que Ele sabe tudo sobre
nossas vidas e que Ele sempre deseja o que é bom, por que não devemos confiar
 nEle? Oremos com naturalidade e delicadeza, sem nos forçarmos e sem
paixão. Sabemos que passado, presente e futuro são todos conhecidos, "abertos e
expostos "diante de Deus. Como diz São Paulo, antes dele nenhuma criatura está escondida,
mas todos estão abertos e  nús aos seus olhos. Nós não devemos insistir; tal persistência faz mal em vez de bem. Nós não devemos continuar implacavelmente para
para adquirir o que queremos; pelo contrário, devemos deixar as coisas à vontade de Deus.
Porque quanto mais buscamos algo, mais ele foge de nós. assim
o que é necessário é paciência, fé e compostura. E se esquecermos, o
Senhor nunca esquece; e se é para o nosso bem, Ele nos dará o que precisamos
quando precisamos disso.
Em nossa oração, devemos pedir apenas a salvação de nossa alma. Não foi o
Senhor, diga: Buscai primeiro o Reino de Deus, e todas essas coisas serão  dadas
para você? Fácilmente, sem a menor dificuldade, Cristo pode nos dar o que nós
queremos. E lembre-se do segredo. O segredo não é pensar em pedir
a coisa específica de todo. O segredo é pedir sua união com Cristo com
total abnegação, sem dizer "me dê isso" ou "me dê  aquilo". É suficiente que
diga: "Senhor Jesus Cristo, tenha misericórdia de mim". Deus não precisa ser informado
por nós sobre nossas várias necessidades. Ele conhece todos elas incomparavelmente melhore do que
nós fazemos e Ele nos dá o Seu amor. O importante é que respondamos a esso
amor com a oração e com a guarda dos Seus mandamentos. Deveríamos
pedir que a vontade de Deus seja feita. Isso é o que é do nosso interesse e da
coisa mais segura para nós e para aqueles por quem oramos. Cristo nos dará tudo em abundância. Quando há um traço de egoísmo, nada acontece.
Quando temos uma relação de confiança absoluta com Cristo, somos felizes e
alegres. Nós possuímos a alegria do Paraíso. Esse é o segredo.
Ele mesmo libertará você
Deus colocou um poder na alma do homem. Mas cabe a ele como ele canais
isso - para o bem ou para o mal. Se imaginarmos o bem como um jardim cheio de flores,
árvores e plantas e o mal como ervas e espinhos e o poder como a água,
então o que pode acontecer é o seguinte: quando a água é direcionada para o
flor de jardim, então todas as plantas crescem, florescem e dão frutos; e no
mesmo tempo, as ervas daninhas e espinhos, porque eles não estão sendo regados, murcham
e morrer. E o oposto, claro, também pode acontecer.
Não é necessário, portanto, preocupar-se com as ervas daninhas. Não
ocupe-se com a erradicação do mal. Cristo não deseja que nos ocupemos com as paixões, mas com o oposto. Canalize a água, isto é, tudo a força da sua alma, para as flores e você vai desfrutar de sua beleza, sua
fragrância e sua frescura.
Você não vai se tornar santos perseguindo o mal. Ignore o mal. Olhe para
Cristo e Ele salvará você. Em vez de ficar do lado de fora da porta enxotando
o maligno, trate-o com desdém. Se o mal se aproxima de uma direção, então calmamente vire na direção oposta. Se o mal vier assaltar você,
Transforme toda sua força interior em bem, para Cristo. Ore, Senhor Jesus Cristo,
misericórdia de mim. 'Ele sabe como e de que maneira ter misericórdia de você. E
quando você se enche de bom, não se volte mais para o mal.
Desta forma, você se torna bom sozinho, com a graça de Deus. Onde pode
o mal então encontra um ponto de apoio? Desaparece.
Tudo é possível com Cristo. Onde está a dor e o esforço para você
tornar-se bom? As coisas são simples. Você invocará Deus e Ele transformará
coisas em bom. Se você der seu coração a ele, não haverá espaço para o
outras coisas. Quando você coloca Cristo, você não precisa de nenhum esforço para alcançar
virtude. Ele vai dar para você. Você está envolvido por medo e desencantamento?
Volte-se para Cristo. Amá-lo simples e humildemente, sem qualquer demanda, e Ele
Ele mesmo te libertará. Volte-se para Cristo e diga com humildade e esperança como
São Paulo, quem me livrará do corpo desta morte? Virar para
Cristo, portanto, e Ele virá imediatamente. Sua graça irá agir imediatamente.
O caminho fácil do amor
Nossa religião é perfeita e profundamente concebida. O que é simples também é
o que é mais precioso. Assim, em sua vida espiritual, envolva-se em seu cotidiano
contesta simplesmente, facilmente e sem força. A alma é santificada através do
estudo das palavras dos Padres, através da memorização dos salmos
e de partes da Escritura, através do canto de hinos e através do
repetição da Oração de Jesus.
Dedique seus esforços, portanto, a essas coisas espirituais e ignore todas as
outras coisas. Podemos alcançar a adoração de Deus facilmente e sem derramamento de sangue.
Existem dois caminhos que levam a Deus: o caminho difícil e debilitante com
assaltos ferozes contra o mal e o caminho fácil com amor. Existem muitos que
escolher o caminho difícil e "derramar sangue para receber o Espírito", 1 até
eles alcançaram grande virtude. Eu acho que a rota mais curta e segura é o caminho
com amor. Este é o caminho que você também deve seguir.
Ou seja, você pode fazer um tipo diferente de esforço: estudar e rezar e ter
como seu objetivo de avançar no amor de Deus e da Igreja. Não lute para expulsar a escuridão da câmara da sua alma. Abra uma pequena abertura
para a luz entrar, e as trevas desaparecerão. O mesmo vale para o nosso
paixões e nossas fraquezas. Não os lute, mas transforme-os em
pontos fortes mostrando desdém pelo mal. Ocupe-se de hinos de louvor
com os cânones poéticos, com a adoração de Deus e com o eros divino. Todos
os livros sagrados de nossa Igreja - o Livro dos Oito Tons, o Livro dos
Horas, o Saltério, os livros com os Ofícios para as Festas e o Dia de São
Comemorações - contêm palavras santas e amorosas dirigidas a Cristo. Ler
com alegria, amor e exaltação. Quando você se dedica a esse esforço com intenso desejo, sua alma será santificada de um modo gentil e místico sem que você tenha consciência disso. A vida dos santos ... feita
uma profunda impressão em mim. Durante todo o dia pode-se meditar e tomar
deliciar-se com suas conquistas e imitar seu modo de vida. Os santos deram
se inteiramente a Cristo.
Ao ler esses livros, você gradualmente adquirirá mansidão, humildade e
amor, e sua alma será bem feita. Não escolha métodos negativos para
Corrigir-se. Não há necessidade de temer o diabo, o inferno ou qualquer outra coisa.
Essas coisas provocam uma reação negativa. Eu, pessoalmente, tenho pouca experiência nesses assuntos. O objetivo não é sentar, afligir e se contrair para melhorar. O objetivo é viver, estudar, rezar e avançar
no amor - em amor a Cristo e pela Igreja.
Feito sem força
Você não se torna santo lutando contra o mal. Deixe o mal ser. Olhe para Cristo
e isso vai te salvar. O que torna uma pessoa santa é o amor - a adoração de
Cristo que não pode ser expresso, que está além da expressão, que está além ... E tal pessoa tenta realizar exercícios ascéticos e fazer
coisas para causar-se a sofrer pelo amor de Cristo ... Ninguém pode ascender
à espiritualidade sem se exercitar. Essas coisas devem ser feitas. Ascético
exercícios são coisas como prostrações, vigílias e assim por diante, mas feitas sem
força. Tudo é feito com alegria. O que é importante não são as prostrações que iremos
fazer ou as orações, mas o ato de doação, o amor apaixonado por Cristo
e para coisas espirituais.
Eles deram seus corações
O que é santo e belo e o que alegra o coração e liberta a alma
de todo mal é o esforço de se unir a Cristo, amar a Cristo, desejar
para Cristo e para viver em Cristo, como São Paulo disse, já não sou eu quem
viver; Cristo vive em mim. Este deve ser o seu objetivo. Que todos os outros esforços sejam
secreto e oculto. O que deve dominar é o amor por Cristo. Deixe isso estar em
sua cabeça, seu pensamento, sua imaginação, seu coração e sua vontade. Seu
esforço mais intenso deve ser como você vai encontrar Cristo, como você será
unido a ele e como você vai mantê-lo em seu coração.
Esqueça todas as suas fraquezas para que o espírito adverso não perceba
o que está acontecendo e pegue você, prenda você e cause sua dor. Faço
nenhum esforço para libertar-se dessas fraquezas. Faça sua luta com
calma e simplicidade, sem contorção e ansiedade. Não diga: "Agora vou
me forcarei e orarei para adquirir amor e tornar-me bom. ”Não é proveitoso afligir-se para se tornar bom. Desta forma, sua resposta negativa
será pior. Tudo deve ser feito de maneira natural, com calma e liberdade.
Nem você deve orar, "Oh Deus, me liberte da minha raiva, minha tristeza, etc." Não é
É bom orar ou pensar sobre a paixão específica; algo aconteceu
em nossa alma e nos tornamos ainda mais enredados na paixão. Atacar o seu
paixão em frente, e você vai ver o quão fortemente isso vai te entrelaçar e agarrar você
e você não poderá fazer nada.
Não lute diretamente com a tentação, não reze para que ela desapareça, não
diga: "Tire de mim, ó Deus!" Então você está reconhecendo a força de
a tentação e se apodera de você. Porque, embora você esteja dizendo
"Tire isso de mim, ó Deus", basicamente você está trazendo à mente e fomentando
ainda mais. Seu desejo de se libertar da paixão, naturalmente, estará lá,
mas existirá de maneira oculta e discreta, sem aparecer exteriormente.
Lembre-se do que as Escrituras dizem: não deixe sua mão esquerda saber o que você
a mão direita está fazendo. Que todas as suas forças sejam transformadas em amor a Deus, adoração
de Deus e adesão a Deus. Desta forma, sua libertação do mal e do seu
fraquezas acontecerão de maneira mística, sem que você perceba
e sem esforço.
Este é o tipo de esforço que faço. Eu descobri que o modo sem sangue é
o melhor modo de santificação. É melhor, isto é, nos dedicarmos ao amor
através do estudo dos hinos e salmos. Este estudo e preocupação
Dirige minha mente para Cristo e refresca meu coração sem que eu perceba. No Na mesma hora eu oro, abrindo meus braços em saudade, amor e alegria, e o Senhor
leva-me ao seu amor. Esse é o nosso objetivo - alcançar esse amor. Fazer o que
você diz? Não é assim sem sangue?
Existem muitas outras maneiras, por exemplo, através da lembrança da morte,
do inferno e do diabo. Assim você evita o mal por medo e contando o custo. Na minha vida, nunca empreguei esses métodos que
são exaustivos, causam uma reação negativa e produzem o oposto do
efeito desejado. A alma, especialmente quando é sensível, está cheia de alegria
e entusiasmo através do amor; é fortalecido e transforma, altera e
transfigura todas as coisas negativas e feias.
Por esta razão, eu prefiro o "caminho fácil", isto é, o caminho que leva através
a meditação sobre os cânones poéticos dos santos. Nestes cânones nós iremos
descubra os meios empregados pelos santos, os ascetas e os mártires. isto
É bom "roubar" a sabedoria deles, isto é, fazer o que eles fizeram. Eles lançaram
se no amor de Cristo. Eles deram seus corações. Nós devemos roubar sua
método.
Com gratidão às freiras do Santo Convento da Primavera que dá vida
Chrysopigi, Chania, Creta, Grécia, para fotos e permissão para citar
a edição em inglês de Wounded by Love: pgs. 116-17, 134, 135-36,
156, 136-38.
Wounded by Love: A Vida e Sabedoria do Élder Porphyrios, Denise Harvey (Editora), 2005, Limni, Evia, Grécia