Don Divo Barsotti

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terça-feira, 30 de abril de 2019

Divo Barsotti. La ricerca struggente di Dio, tra comunità e solitudine

Divo Barsotti. La ricerca struggente di Dio, tra comunità e solitudine [Fossati]
In occasione del decimo anniversario della morte di Divo Barsotti, un’agile biografia che si focalizza sull’identità di uomo di fede e di scrittore, ponendosi all’esterno della sua Comunità.
Nato in provincia di Pisa nel 1914, Divo Barsotti entrò all’età di 11 anni nel seminario di San Miniato e venne ordinato sacerdote nel 1937. Al termine della seconda guerra mondiale, fu trasferito a Firenze. Nel 1947 iniziò la direzione spirituale di un gruppo di donne che porterà alla nascita della “Comunità dei figli di Dio”. Nel 1954, dopo una breve esperienza eremitica presso Monte Senario, giunse a Settignano, nella periferia di Firenze, in quella che sarà la Casa-madre della Comunità dei figli di Dio: Casa San Sergio. Iniziò una vita comune di stampo monastico con alcuni giovani, in stretta comunione con il resto della Comunità che in breve tempo si espanse in altre città e al di fuori dei confini nazionali.
Molte sono le persone di rilievo che hanno avuto un dialogo con don Divo. Solo per citarne qualcuna: Hans Urs von Balthasar, Jean Daniélou, Pavel Evdokimov, Thomas Merton, Giuseppe Dossetti, Giorgio La Pira, Luigi Giussani e così via dicendo. Fu inoltre uno scrittore prolifico (155 libri, molti dei quali tradotti in varie lingue), collaborò con l'Osservatore Romano e l'Avvenire, e intensa fu la sua attività di conferenziere e predicatore. Eppure la sua esistenza va senz’altro collocata nel pantheon dei grandi mistici del secolo XX secolo.
Per questo, nel raccontarne la vita, si deve assumere come presupposto essenziale la “contraddizione” di una persona che, pur vivendo nel tempo e nella storia, ha affermato il carattere extrastorico della vita umana, negando il valore del tempo e della storia, in cui ci si trova, nostro malgrado, immersi. È quanto si è proposta la storica Roberta Fossati nella nuova biografia Divo Barsotti. La ricerca struggente di Dio, tra comunità e solitudine, che arriva in libreria in occasione del decimo anniversario della morte di Barsotti (15 febbraio 2016).
Scrive l’autrice nell’introduzione: “Un modo onesto di affrontare la sua biografia può essere quello di tener presente che, anche dove e quando non lo si può ribadire, questa è costituita dall’intreccio continuo fra le sue vicende concrete, umane, nella loro varietà e nelle loro svolte talora imprevedibili, e il suo additare, in modo coscientemente ripetitivo, l’unica stella polare, rappresentata dalla Presenza divina, che, per poter diventare tutto nell’uomo, in un certo senso azzera l’uomo stesso e la storia in cui egli è immerso. Solo a patto di questo annullamento, secondo Barsotti, all’essere umano singolo, alla specie umana e alla creazione intera sarà escatologicamente restituito tutto”.
La Fossati propone una biografia agile che, rispettando la completezza dell’informazione, si focalizza sul valorizzare l’identità di uomo di fede e di scrittore di Barsotti, vedendolo anche dall’esterno della sua Comunità, dentro la temperie del secolo XX.
Scrive ancora l’autrice: “La sua storia umana non è certo ripetitiva, ma ricca di tornanti e di svolte, di decisioni e di accadimenti. E il suo rapporto con la storia, quando lo si studia e lo si scopre man mano in tutti i suoi scritti, va forse rivelandosi più complesso e problematico di quanto talvolta qualche sua affermazione perentoria possa far pensare […]. Desideroso di vita eremitica, di inabissamento mistico, di solitudine, in realtà Barsotti seppe entrare in relazione con molti protagonisti sia della vita religiosa sia della vita culturale della sua epoca, tanto che è inevitabile, ricostruendo la sua vita, selezionarne alcuni per non essere costretti a limitarsi a un elenco”.
NOTE AGGIUNTIVE SULL’AUTRICE
Roberta Fossati, studiosa di storia religiosa del Novecento, è dottore di ricerca in Storia dei partiti e dei movimenti politici. Ha pubblicato numerosi saggi sulla storia delle donne e sulla storia del riformismo religioso. Fra questi: Elites femminili e nuovi modelli religiosi nell’Italia tra Otto e Novecento (QuattroVenti, Urbino 1997). Inoltre, ha tenuto laboratori di Scrittura per studenti di vari corsi di laurea e ha insegnato Scrittura argomentativa presso l’Università di Milano-Bicocca. Collabora con la cattedra di Storia e Didattica della Storia presso il Dipartimento di Scienze della Formazione “Riccardo Massa” di questa Università. Nel 2012 ha pubblicato: R. Fossati (ed.), Dorothy Day. Fede e radicalismo sociale (Brescia 2012). È stata finalista al Premio Viareggio per la Saggistica opera prima, per il libro E Dio creò la donna. Chiesa, religione e condizione femminile (Milano 1977)

don Divo Barsotti ,IL SENSO DEL PECCATO

don Divo Barsotti 
IL SENSO DEL PECCATO 

Meditazione 2 ottobre 1966

Il mondo moderno ha perso il senso del peccato. L'uomo sembra che non abbia più altra libertà che quella di seguire spontaneamente la sua natura. Non so se ha acquistato l'innocenza dell'animale: è certo che nessuno, praticamente, nel mondo di oggi sente vivo il bisogno di una liberazione da se stesso. L'uomo si è accettato qual è, e per la sua bruttura non rimprovera più alcuno, nemmeno Dio, perché come ha perso il senso del peccato, così ha perso il senso di Dio. L'uomo è solo in un mondo vuoto e non vi è legge che egli debba realizzare. Forse mai l'umanità si è trovata a un tale abisso di perversione morale, forse mai l'umanità è caduta così in basso: non perché oggi si commettano maggiori peccati di ieri, ma perché oggi non si sa, non si avverte, non si ha più coscienza nemmeno del male nel quale siamo impastati. L'uomo si accetta così come è e non aspetta nessuna redenzione, e non crede più in alcuna salvezza. È pauroso il senso della vita che è proprio dell'uomo di oggi. Si identifica la materia allo spirito e Dio al mondo; e non vi è più luce di libertà, non vi è più luce di bellezza spirituale per l'uomo. Il paralitico del quale si parla nel Vangelo di Matteo (Mt 9, 1- 8) viene portato dinanzi a Gesù e non chiede la salvezza dal suo peccato: sembra che non ne senta il bisogno. Solo il dolore, la menomazione fisica gli fa sentire il bisogno di una liberazione. Solo questa menomazione, senza dargli speranza nella guarigione, gliela fa comunque desiderare egli permette di  

accedere al Divin Maestro perché, se Egli può veramente qualcosa, manifesti il suo potere e lo guarisca. Forse solo questo può avvicinare a Dio noi uomini moderni: il dolore, la malattia; o forse anche la malattia e il dolore non si traducono nemmeno più per l'uomo in un grido di pietà, in una implorazione di aiuto; forse l'uomo come una bestia ferita aspetta soltanto la morte. Non lo so. È vero questo: che il mondo sembra deserto da Dio, è vuoto. E non sono meno vuote le anime che credono di credere, e non sono meno vuote le anime che fanno professione di vita religiosa, e non sono meno vuote le anime che pensano di essere vicine a Dio. Mi diceva un sacerdote che l'esperienza più terribile del suo sacerdozio (era un cappellano di ospedale) è stata quella dell'assoluta impermeabilità dell'uomo a Dio e alla grazia, anche di fronte alla morte. Sono molti gli uomini che non si scuotono più nemmeno per la loro malattia, nemmeno per l'imminenza della morte: è un atto puramente fisico, biologico, si deve subire. L'uomo è ritornato ad essere meno assai di quello che è stato sempre, anche fuori dal Cristianesimo, anche in opposizione al Cristianesimo: nemmeno più uno spirito, nemmeno più un'anima, nessuna luce spirituale lo visita più. Un certo stoicismo, che è peggiore di ogni peccato, sembra che sia il carattere proprio dell'uomo moderno. Stoicismo che non è l'antico stoicismo: è un'assoluta impermeabilità a tutti i valori. Si accetta la vita così com'è e non si fa più differenza fra il bene e il male, perché non vi è più differenza per l'uomo, dal momento che questo non si impone più nulla, non sceglie più nulla. Si è ridotto davvero all'innocenza dell'animale. Com'era più cristiano, ci sembra, anche l'assassino e il libertino di qualche secolo fa! Il gusto che provava lo scrittore nel descrivere il male, cercando di sollecitare anche gli altri a cadervi è in fondo una testimonianza più alta di quanto non sia per esempio la letteratura moderna, in cui tutto è impassibile, tutto è divenuto una cosa. Le perversioni peggiori a cui l'uomo può abbandonarsi vengono descritte con un tono di impassibilità che fa paura. Credo che nemmeno il demonio sia giunto a tale totale assenza di luce spirituale. Quello che distingue l'uomo è soprattutto questo: che egli non è un animale che vive, che si lascia vivere. Quello che distingue il cristiano, o piuttosto qualunque uomo religioso, è il senso di un rapporto con Dio, o col mistero se non vogliamo dire Dio; senso di un rapporto che dà all'anima la coscienza viva, dolorosa di un'impotenza, di una colpa, di un peccato e di una condanna. Quello che distingue l'anima religiosa è il senso del peccato. L'uomo non potrebbe mai vivere dinanzi a Dio senza avere questa coscienza: la coscienza di una sproporzione infinita fra la sua povertà e la santità infinita di Dio. Ma anche più che la sproporzione, il senso di una opposizione radicale: volere o non volere, l'uomo sente sempre che Dio, prima di essere l'Amore che chiama, prima di essere la gioia che inebria, è veramente un fuoco che brucia. Il paralitico almeno desiderava la sua guarigione: ecco il primo appiglio che dette quell'anima alla grazia divina. C'era almeno il desiderio in lui di star meglio; c'era dunque un essere e un voler essere qualche altra cosa. Eccoci all'uomo. È qui. Nel fatto che almeno pienamente non si accetta così com'è e vorrebbe essere altrimenti di quello che è, o almeno desidera di essere diverso. E basta questo perché la grazia trovi un punto in cui innestarsi, e basta questo perché Dio trovi una porta da cui entrare nel cuore dell'uomo. Io non so se noi abbiamo veramente coscienza del nostro peccato così com'è; io non so se ci sentiamo dinanzi alla santità infinita di Dio come lordura, così come diceva San Paolo, come immondezza, come sudiciume, come sentiva San Paolo della Croce, ma almeno potremmo sentire che persiste nell'intimo un desiderio vivo di essere diversi da quelli che  siamo, e magari nemmeno sul piano spirituale, anche sul piano puramente fisico: più giovani, più sicuri di una nostra santità… non so, qualche cosa onde noi comunque sentiamo qualche desiderio, ci offriamo così a Uno che può ascoltarci. Almeno questo, dunque, si impone per noi: che non siamo contenti di noi stessi, che desideriamo di essere diversi da quello che siamo. Allora Dio può avvicinarsi alla nostra anima, allora Dio può avere un rapporto con noi; allora la nostra vita è già una preghiera. Ma, in fondo, chiedere la giovinezza o la santità non è un rimedio ai nostri mali, perché in questo caso ci sembra veramente più logico colui che in uno stoicismo cieco, opaco, accetta anche la morte perché è della natura dell'uomo morire, perché è risibile che l'uomo, una volta vecchio, voglia ritornare giovane o, essendo nato, non voglia morire. Desiderare una guarigione, desiderare uno star meglio sul piano puramente fisico, come poteva sentire il paralitico, non è davvero il rimedio ai nostri mali, anche se questo desiderio viene esaudito. Qualche cosa dunque noi dobbiamo chiedere, dobbiamo implorare; la nostra anima deve vivere però un desiderio più profondo. La fiducia, la speranza, la libertà interiore, l'aprirsi e il dilatarsi finalmente in una certa pace non può derivare dall'essere guariti. Nostro Signore lo dice: "Abbi fiducia figliolo: i tuoi peccati ti sono rimessi". La fiducia, la libertà interiore, l'aprirsi dell'anima nella pace, può derivare soltanto dalla remissione di un nostro peccato. È giusto dunque che l'anima, se vuol essere salvata, prima di tutto abbia coscienza di questo suo peccato, perché altrimenti desidera e non sa cosa desidera, aspira a qualcosa e non sa a cosa aspira. Si diceva che basta anche desiderare di essere già più giovani per dare a Dio l'appiglio per entrare nel nostro cuore. Dio non entra donandoci la giovinezza o la guarigione: quando Dio entra dà all'uomo la coscienza di quello che veramente è il suo male: il suo peccato. Il peccatore chiede una cosa e Dio gliene dà un'altra; chiede la sua guarigione, perché di essere peccatore non sa, ma Dio, che attraverso questa preghiera di guarigione ha potuto introdursi nell'anima sua, ora dà all'anima la coscienza di quello che è veramente il suo male e lo risana: "Confide, fili,remittuntur tibi peccata tua". La nostra fiducia, libertà e pace interiore derivano dalla remissione dei peccati e da nessun altra cosa che da questo. L'uomo moderno ha perso questa fiducia, questa libertà, questo senso di pace perché ancora, non solo, non ha coscienza dei propri peccati ma, non avendo questa coscienza, non può aver nemmeno questa remissione, non può essere perdonato. E il Signore è venuto quaggiù sulla terra per questo: perdonarci i nostri peccati. La nostra salvezza dipende da questo semplice atto divino: il perdono dei nostri peccati. C'è il senso di una sproporzione spaventosa fra quello che io sono, fra le possibilità di azione che mi sono date quaggiù e quello che mi è stato promesso: l'eternità. È mai possibile per l'uomo credere davvero che Dio sarà la sua vita? È mai possibile che l'uomo creda questo e non senta che è irrimediabilmente perduto? Che cosa può offrire l'uomo per questa sua salvezza, per meritare questa grandezza? Che proporzione c'è fra questi due giorni di vita, fra le mie virtù, se pure ne ho, e questa santità, e questa vita divina? Io mi vedo domani dopo la morte; e se mi vedo dopo la morte, fermandomi in me, non posso vedere che il mio inferno, la mia condanna, non posso aspettarmi null'altro. Tutte le virtù dei santi, davvero, come diceva Isaia, non sono che lordura, tanto più la mia vita. Che proporzione può esserci fra quello che offro a Dio e quello che spero di ricevere? Fra quello che è la mia vita e quello che Egli mi promette? È proprio questa visione della nostra eternità, così imminente per ciascuno di noi, che dà un senso di terrore all'anima. Tu senti di precipitare nel vuoto, senti di cadere davvero nell'inferno: che cosa hai mai da offrire a Dio per meritare la salvezza, se la tua salvezza è questa vita divina? Allora senti il tuo peccato, allora hai coscienza della tua indegnità, e tu fuggi da Dio, e non puoi fuggire da Lui: tu neghi Dio, perché fuggire Dio non vuol dire proprio nulla per l'anima; tu sai che ogni fuga è impossibile. L'unica cosa che potrebbe salvarti sarebbe il fatto che Dio non fosse. E la tua salvezza in questo caso sarebbe il nulla; ed è il nulla che l'uomo moderno vuole. La fuga da Dio di Caino si è tramutata per l'uomo nella negazione di Dio, perché l'uomo non potrebbe mai fuggire questo Dio al quale deve rispondere di sé. Come saremo salvi? In che cosa possiamo avere fiducia? Nel perdono: nel perdono di Dio, in una misericordia infinita alla quale dobbiamo abbandonarci. L'unica proporzione che si crea fra l'anima e Dio è precisamente quella che opera l'atto del nostro abbandono totale alla misericordia di Dio: un atto di abbandono che è come il precipitare nella morte. Non sono le tue opere, è questo abbandono che veramente ti salva, perché in questo abbandono ti raggiunge il perdono, la misericordia infinita. Non vi è dunque una proporzione tra te e Dio, ma fra Dio e Dio, fra quel Dio al quale hai dato la possibilità di vivere in te e quel Dio che un giorno ti giudicherà. La tua fede infatti, non potendo essere che assoluta, lascia a Dio di vivere in te così come Egli è: misericordia gratuita ed immensa. E la proporzione allora è stabilita: non dalle tue opere, ma dal suo perdono, non dai tuoi meriti, ma dalla sua misericordia. Ma perché questa proporzione possa essere stabilita dalla misericordia divina, tu devi avere coscienza della impossibilità di essere santo; devi avere coscienza di un tuo peccato che tutto ti contamina. Cosa sei mai davanti al Signore?

Ho letto (credevo mio dovere leggerlo) Sartre. Che terribile cosa! Non tanto per quello che scrive e per il modo con cui scrive – questa impassibilità onde non esiste più né male né bene – no, che cosa terribile sentire che io sono veramente solidale con quegli uomini che lui descrive. Non c'è nulla che io senta del tutto estraneo a me. La peggiore perversione umana mi è possibile. E in che misura, se mi è veramente possibile, non è anche reale? Io mi sento un lebbroso peggio di qualsiasi lebbroso. Io non so se vi è un peccato solo in questo mondo di cui io non sia colpevole; non so se vi è un peccato di cui non sia responsabile davanti al Signore. Io sento che la mia salvezza esige da parte di Dio la misericordia che Egli deve avere per tutto l'universo, perché in me vi sono tutti i possibili peccati che sono stati commessi e che si commetteranno. E non vi è in me nessuna possibilità di sottrarmi a ogni caduta. Non posso dire che se anche io realmente non sono caduto (e non so nemmeno questo) o non cadrò non vi sia in me una reale possibilità di cadere. Forse me ne è mancata l'occasione; forse la mia vita si è svolta in tal modo che senza nessun mio merito io sono andato per una strada mentre altri sono andati per un'altra: l'educazione che ho ricevuto, l'ambiente nel quale sono vissuto, le situazioni concrete nelle quali mi sono trovato, tutto questo ha fatto sì che io non sia caduto; ma fino a che punto posso giustificarmi di fronte a Dio volendo apparire meno colpevole di altri che, essendosi trovati in altre situazioni, avendo ricevuto un'altra educazione, hanno vissuto quello che io avrei vissuto? E ho sentito che davvero ogni uomo è tutta l'umanità. Io non posso salvarmi se nella mia salvezza tutta l'umanità non è salva, perché veramente non sono solidale con gli altri soltanto per un atto di mia volontà, ma sono solidale per la mia natura di uomo e come uomo non sono in nulla disuguale dagli altri. E ho pensato: Gesù medesimo se ha redento tutta l'umanità è perché ha salvato Se stesso, come dice la Lettera agli Ebrei: Egli rivolse la sua preghiera con grande clamore e lacrime a Dio che poteva salvarlo dalla morte. Forse Egli mi ha salvato perché ha salvato Se stesso. Egli è veramente l'Uomo. Io non potrò mai essere redento se non in Lui; in me veramente il peccato non potrà mai essere pienamente vinto, mai pienamente trasceso; porterò fino alla morte un'umanità che è complice più o meno di tutti i peccati del mondo, porterò fino alla morte un'umanità che è contaminata da tutti gli orrori. Forse posso essere salvato solo nel Cristo. Egli è l'unico Uomo in cui l'umanità è stata salvata, e salva anche me. Ma sento allora che non posso essere salvato in Lui se non nella misura che io sono realmente compreso, cosciente, che la mia salvezza è impossibile, che un Altro deve operarla, che in un Altro io sono salvo. Come ho capito la grandezza religiosa di Lutero! Oh, certo, ha delle gravi responsabilità nei confronti della cristianità, ma che anima religiosamente grande! Egli ha avuto più di noi il senso reale di quella che è la nostra miseria, del nostro peccato che ci contamina fin nelle radice dell'essere, e ha sentito che solo l'abbandono a un Dio che si è fatto uomo, perché in questa sua umanità potesse salvare tutti noi, solo questo abbandono a Dio nella sua morte poteva salvarci. Questo non implica certo che io possa compiacermi del mio peccato, perché fintanto che io non riconosco il mio peccato o mi compiaccio del mio peccato, io non mi abbandono a Dio, non chiedo la sua salvezza, non mi rifugio nel suo amore, non imploro la sua misericordia. Ma non potrò essere salvo nella misura che veramente sono compreso di questo mio peccato, che realmente sono cosciente della mia impossibilità di salvarmi, che realmente sono cosciente che il peccato mi intride tutto, che non vi è nessuna parte sana in me. Come debbo sentirlo per rifugiarmi in Lui, perché Egli mi prenda, mi carichi sopra di Sé, povero lebbroso che Egli trascina all'ospizio! Come dobbiamo sentire tutto questo! Fra poco noi morremo. Questa scena sparirà, cadrà e ci troveremo dinanzi al Volto di Dio. Se Dio non ha preso posto nella nostra anima in questa vita presente in un perdono non meritato, ma appunto per questo più pieno, che cosa presenteremo a Dio? Quale difesa potremmo opporre alla sua presenza? Oh, lo so, ci sembra impossibile la nostra salvezza, ed anche in qualche modo impossibile l'essere perdonati così per nulla. La resistenza che oppongono i farisei e gli scribi al perdono del Cristo è la resistenza che oppone il mondo moderno al messaggio cristiano. L'uomo non vuol credere all'amore di Dio, si rifiuta di pensare che l'amore di Dio giunga a tanto. Siamo di orrore a noi stessi, veramente, quanto più ci conosciamo, tanto più ci rendiamo conto di non riuscire a vivere nemmeno con noi stessi. Chi ci libererà da noi stessi? Non dal nostro corpo di morte, come diceva San Paolo, ma dalla nostra stessa anima. Non ci sopportiamo più. Come è possibile che Dio, mentre facciamo orrore a noi stessi, mentre viviamo l'inferno per esser legati a questa lordura, non solo ci sopporti , ma ci ami? Come possibile che Dio realmente si doni? Supera ogni capacità di immaginazione, ogni nostro pensiero. Per questo il mondo moderno non crede più. Chi potrebbe credere senza un miracolo di Dio? È un miracolo credere, credere che Dio sia qui e mi dica: "Confida figliolo, i tuoi peccati ti sono rimessi". È vero? Può essere vero? Non dico solo Sartre, ma tutti i filosofi e i letterati moderni mi riderebbero dietro con riso beffardo: non credono che l'uomo possa cambiare. L'uomo è un animale; ed essi accettano la vita così com'è: non vi è male, non vi è bene. Non c'è più libertà, tutto è opaco. L'uomo è quello che è: non ha più spirito, non ha più anima.


 Possiamo davvero credere che Dio ci ami e che possiamo essere diversi da quello che siamo e possiamo essere salvati? Possiamo crederlo? Ecco quello che fa il nostro cristianesimo: se possiamo credere questo, siamo cristiani, se non possiamo crederlo non siamo cristiani. Essere cristiani vuol dire essere santi, non vuol dire esser già liberati, già luminosi; vuol dire poter credere che la salvezza è possibile, poter credere che Dio realmente ci possa amare. E se Dio ci può amare allora è segno davvero che noi possiamo essere cambiati, possiamo veramente sperare di essere diversi. E noi dobbiamo crederlo: possiamo e dobbiamo crederlo. Il messaggio cristiano è tutto qui. Oh, lo so, mi sento solidale con tutto il peccato umano, mi sento responsabile di tutti i peccati. Come capisco ora certe pagine di San Gregorio, il grande poeta armano del IX secolo! Quando lo lessi la prima volta rimasi spaventato: quest'uomo si confessava di stupri, di violenze, di tutti i peccati del mondo, e su tutti i peccati implorava la misericordia di Dio. Come lo capisco, oggi! Allora mi spaventai, oggi mi sento con lui. Quello che mi fa cristiano non è sentirmi peccatore soltanto, è il fatto che nel mio peccato io mi volgo a Uno perché abbia pietà di me e veramente mi salvi, e veramente mi sollevi da questo pozzo nel quale sono caduto, sono immerso: mi sollevi nella luce, mi trasformi in Sé. Ecco il messaggio della salvezza: Ecce nunc dies salutis. È tutto qui il Cristianesimo. La salvezza è possibile. L'uomo può essere veramente redento purché implori il perdono. Il perdono viene dato gratuitamente a colui che, cosciente del suo peccato, si affida alla misericordia infinita di Dio. Ma per far questo bisogna essere coscienti del nostro peccato; e tanto più grande sarà la misericordia divina quanto più grande sarà la coscienza del nostro peccato. Perché giustamente Dio ti colma di Sé nella misura che offri a Lui una capacità più grande, e la capacità che offri a Dio è la coscienza di essere tu colpevole di tutto l'umano peccato. Non vi è nulla che ritengo alieno da me: Nihil umano a me alienum puto. Veramente solo questa coscienza di un peccato che ci rende solidali con tutti – con gli assassini, con le prostitute – solo questa solidarietà che ci fa sentire fratelli a chi è caduto più in basso, perché in nulla migliori di loro, solo questo può anche colmarci di una misericordia realmente infinita. Il mondo moderno non soltanto ha perso Dio, ma ha perso anche l'uomo. L'uomo piano piano si riduce a puro animale. Nemmeno i greci erano giunti a tanto, perché almeno, per loro, anche se non esisteva Dio, esisteva lo spirito; mentre oggi quanti credono veramente nell'immortalità? Non vogliono dirlo, non vogliono porsi il problema per non dover rispondere, ma io credo che la maggior parte non ci creda più. Anche fra i cristiani la maggior parte arriva a dire: "Eh, se c'è qualcosa si vedrà!". Questo vuol dire che non soltanto non si crede più in Dio, ma non si crede neanche nell'uomo. L'uomo stesso si è ridotto a un puro prodotto biologico, animale. Vi posso sembrare un po' duro, ma non lo sono, perché i risultati di una certa concezione sono paurosi; e potrebbero essere ancora più paurosi se noi non ci rendessimo conto di tutto questo per riaffermare non quei principi filosofici, ma quei principi di fede dai quali il nostro Cristianesimo dipende o cade; e non soltanto il nostro Cristianesimo, ma la nostra nobiltà di creature razionali, di uomini cioè che trascendono il mondo. Perché Dio trascende anche il mondo, ma l'uomo già di per sé trascende ogni processo biologico, trascende la creazione fisica: egli è spirito. Dobbiamo rendercene conto. Per questo l'uomo vale sempre più non soltanto di tutti i processi biologici e storici, ma di tutte le manifestazioni puramente esteriori e visibili, anche della Chiesa stessa in quanto visibile. Io valgo di più di tutta la Chiesa: non della Chiesa Corpo Mistico, non della Chiesa Comunione dei Santi, ma della Chiesa fatta di Cardinali, di Vescovi, fatta di San Pietro… queste sono tutte cose esteriori. La mia comunione col Cristo e anche coi Santi della Chiesa stessa è immensamente superiore, perché questo qui è un piano storico che ancora non è definitivo, che è ancora segno. Siamo ancora sul piano profetico, sul piano significativo, non sul piano definitivo dell'essere, mentre per quanto riguarda la persona umana, già la persona umana realizza questa trascendenza del visibile, del fisico, dello storico: la persona umana in un atto di fede giunge a Dio; la persona umana, anche senza l'atto di fede, nella sua vita spirituale già vive una libertà spirituale onde si libera dalla legge necessitante propria del determinismo delle cose fisiche. Dobbiamo rendercene conto: un uomo solo vale più di tutti i movimenti politici, un uomo solo vale più di tutto uno Stato. Certo, qui il problema si fa complesso, perché lo Stato è anche la somma delle persone; però la persona realizza se stessa più nella sua intimità che nei rapporti sociali. I rapporti sociali obbediscono alla sociologia, a qualche cosa che è ancora deterministico. L'atto interiore dell'uomo è sempre l'atto più alto. Ecco perché la vita contemplativa è sempre il massimo vertice dell'attività umana. Nell'atto esteriore l'uomo si aliena sempre a se stesso. Sant'Agostino diceva: In teipsum rede: in interiore homine inhabitat veritas. Se l'uomo è alienato lo è perché dopo il peccato originale è stato cacciato dal Paradiso Terrestre, cioè è stato cacciato nella socialità, nella storia, secondo il pensiero dei Padri, è stato cacciato in un mondo fisico facendone parte. Il suo mondo vero non lo possiede più: si trova in regione dissimilitudinis che è la storia, è il mondo fisico, è il mondo politico, è questo mondo, che traduce soltanto imperfettamente


la mia vita interiore e molto spesso, più che tradurla la tradisce. Noi siamo stati traditi nel nostro medesimo amore anche nel rapporto che abbiamo gli uni con gli altri: amandoci non ci possiamo amare. Ci amiamo, e nella misura che manifestiamo l'amore si tradisce l'amore. Pensavo in questi giorni all'amore sensibile, all'amore carnale. È chiaro che se ci si ama, ci si dona l'uno all'altro, ci si deve donare l'uno all'altro. L'amore esige una risposta; anche Dio la esige. Se è vero amore implica l'unità, e l'unità implica il dono reciproco. D'altra parte l'uomo, se è uomo, non è solamente spirito, è anche carne, dunque l'amore sensibile, l'amore carnale, dovrebbe essere il massimo dell'amore. Perché allora c'è l'ambiguità di questo amore che è invece peccato? È chiaro: perché il corpo ci aliena. Non è il vero corpo. Il mio atto d'amore, la mia comunione, implica il dono del corpo, ma non implica questa alienazione che invece oggi noi viviamo sul piano fisico e sul piano sensibile. Quando si vive questa comunione di amore? Nella Comunione. Nella Comunione Dio mi dona Se stesso nel suo Corpo e io mi dono a Lui nel mio corpo, ma non c'è nessuna ambiguità, perché è il corpo glorioso. In questo mio corpo che non è un corpo glorioso io vivo necessariamente una mia alienazione, il mio corpo mi tradisce, tradisce la mia vita spirituale, non è strumento della mia vita spirituale. Nell'amare, nel dono di me stesso, io perdo me stesso, perdo la mia anima invece di conquistarla. Invece nella vita futura saremo non soltanto un solo spirito, ma un solo corpo. Unità anche fisica oltre che spirituale. Ma non ci sarà alienazione, non ci sarà nessuna umiliazione: sarà la piena manifestazione e la piena perfezione di un amore che esige ed opera la perfetta unità. Non trovo che di per sé non ci sia nulla di male nell'amore sensibile. l'amore sensibile è l'amore. Non per nulla ci si deve amare e troviamo una difficoltà ad amarci proprio nella nostra costituzione presente. Per questo l'amore esige la morte: esige il superamento di una condizione terrestre nella quale l'amore ci è imposto e non lo possiamo vivere fino in fondo. Questa mia presa di posizione non è quella di un conservatore o di un progressista, ma quella di un cristiano. Un cristiano che vuol continuare a credere in Dio, vuol continuare a credere nel Cristo, nell'Incarnazione, nella Morte di Croce, nella Risurrezione, che vuol continuare a credere, e non ammette un post-cristianesimo, perché sarebbe un cadere nell'inferno: ci sarebbe un post-Dio , e dopo Dio che cosa ci può essere se non il nulla? Ammesso che ci sia un post-cristianesimo, l'uomo sarebbe veramente solo, in una solitudine immensa, perché per lui Dio non ci sarebbe più. L'uomo realizza totalmente se stesso nella sua comunione con Dio. E questo è proprio dell'uomo. Tutta la tradizione ce lo insegna, e non soltanto la tradizione religiosa, ma anche quella culturale dell'Occidente: l'uomo è un microcosmo. In lui veramente tutta la creazione si riassume perché attraverso di lui tutta la creazione deve essere salvata. Ma come può l'uomo salvare tutta la creazione? Fino alla fine del 1800 si poteva pensare che l'uomo fosse un essere che quasi totalmente emergeva nella luce: soltanto qualche piccolo angolo dell'essere suo rimaneva nell'ombra, ma tutto l'essere umano era un essere di luce, un essere cioè pienamente cosciente di sé, pienamente responsabile dei suoi atti. Nel 1900, prima Freud e poi Jung ci hanno insegnato che in realtà quello che dobbiamo pensare dell'uomo è il contrario. Ed è vero quello che essi ci dicono, almeno riguardo a questo: che cioè l'uomo si trova in massima parte sommerso nell'inconscio e nel subconscio; tutte le sue azioni hanno un carattere, direi, non libero, ma determinato e dall'ereditarietà e dal temperamento e da fattori biologici e fisici. Tutto è quasi sommerso nell'animalità, se vogliamo usare questo termine. soltanto il vertice della sua anima emerge, e la fatica che l'uomo deve compiere perché tutto quello che è inconscio divenga pura luce, pura coscienza, pura responsabilità, è quello che lo realizza. Vivere, per noi, vuol dire divenire uomini; e divenire uomini significa emergere da questa melma, da questa ombra, emergere da questo fango, risalire. Però il salire nella luce è un'impresa gigantesca. Non ci rendiamo conto di quanto siamo giocati dai nostri istinti, di quanto siamo in qualche modo determinati (in qualche modo, non totalmente) dalla nostra educazione, dall'ambiente nel quale viviamo, dai nostri antenati, dal nostro temperamento, dalla nostra salute e dai nostri atti precedenti. L'emersione del nostro spirito da questo mare impone all'anima uno sforzo gigantesco. E molto spesso l'uomo non lo fa. Si deve dire, al contrario, che in massima parte gli uomini continuano a vivere quasi sommersi. Il cammino dell'uomo per essere uomo è in gran parte anche il cammino dell'uomo per essere figlio di Dio. L'emersione dell'uomo verso la sua umanità e l'emersione dell'uomo verso la sua vocazione soprannaturale, in qualche modo, almeno per un certo tratto, vanno di pari passo. Coincidono. Si può dire a questo proposito che la vita religiosa sia uno dei mezzi più universali di promozione umana. Fino ad oggi – e sarà così fino alla fine del mondo – in massima parte gli uomini diverranno uomini non attraverso la filosofia o la psicologia o la medicina o la psichiatria, ma soltanto attraverso la religione. E probabilmente la massima parte delle malattie si potrebbe guarire proprio attraverso un processo religioso, proprio perché un processo religioso non soltanto avvicina l'uomo a Dio, ma porta l'uomo ad essere uomo. La promozione dell'uomo da animale a uomo, fino ad un certo punto del cammino va di pari passo con la promozione dell'uomo dall'essere di natura alla grazia. D'altra parte dobbiamo anche renderci conto che gli altri strumenti che l'uomo può usare per divenire uomo sono sempre strumenti inefficaci. Cioè, lo psicanalista, lo psicologo, ecc. non avranno mai l'efficacia che ha un sacerdote. Perché? Perché l'uomo nel suo mistero non è comprensibile e non è compreso che nel piano religioso. Gli altri piani – cultura, sanità mentale, sanità fisica – riguardano soltanto un settore della sua vita. La sanità totale dell'uomo non può essere realizzata che in un processo onde egli risponde alla sua vocazione prima, alla sua vocazione essenziale, che è una vocazione religiosa. Si può dire dunque che di fatto, tranne pochissime eccezioni, gli uomini sono realizzati in una vita religiosa. E quello che dico, in fondo, trova una giustificazione nella teologia, la quale insegna che il peccato originale ha disgregato e la grazia, prima ancora di divinizzarci, ci risana; la grazia prima ancora che elevarci a Dio ci rifà uomini, ci ristabilisce in una perfetta sanità e unità. Il nostro cammino verso Dio va di pari passo col nostro cammino ad essere veramente uomini che cosa vuol dire essere uomini? Vuol dire che sempre più lo spirito umano investe dall'intimo tutta la natura umana, anche corporea, in tal modo che non sfugga più alla coscienza e alla responsabilità dell'uomo nessuna sua attività, ma ogni suo atto sia penetrato di spirito, cioè in ogni suo atto l'uomo sia cosciente e pienamente responsabile: cosa che non avviene quasi mai. Su milioni di atti che compiamo ogni giorno solo poche migliaia sono atti umani e di questi pochissimi sono atti squisitamente religiosi. Quando sarà che tutti questi milioni di atti dell'uomo saranno atti umani? E qui bisogna che spieghi che cosa intendo per atto dell'uomo e che cosa per atto umano. Atto dell'uomo è qualunque atto che compia un uomo, anche se lo compie dormendo, anche se lo compie


inconsapevolmente; sono quegli atti che si possono compiere per puro automatismo, per pura abitudine, senza che l'anima veramente rifletta sull'atto, veramente lo voglia, veramente sia libera e si determini a compierlo. Quanti atti compio mentre parlo, con le mani, col viso, con la bocca con gli occhi! Ma di quanti sono consapevole? Di quanti sono perfettamente libero e cosciente? Gli atti dunque di cui non ho piena coscienza e piena responsabilità sono atti dell'uomo perché sono atti compiuti da un uomo, ma non sono atti umani perché non sono investiti, trasfigurati dall'intimo da questa responsabilità piena che è propria dell'uomo come spirito. L'uomo è veramente uomo quando tutte le sue attività promanano da lui non come animale, dalle sue potenze soltanto animali, ma anche in quanto è lo spirito suo che le dirige, che le vuole e dà loro un contenuto. Per questo tanto più l'uomo è uomo quanto più è responsabile di tutti gli atti che compie. Per la massima parte gli uomini sono portati via, così, dai loro istinti; non si impegnano mai, non riflettono, non c'è mai in loro un esercizio di volontà vera. Quanti sono gli uomini che si lasciano vivere in questo modo! E non fanno del male: la vita animale non è una vita peccaminosa, è vita animale. Il peccato implica la vita umana perché per fare un peccato ci vuole la piena coscienza di quello che si fa. Ci può essere la responsabilità in radice, ma fino ad un certo punto, perché se uno rimane sempre un bambino sul piano morale, non acquista nemmeno il senso di una sua responsabilità di essere promosso ad essere uomo. In fondo è così per la massima parte degli uomini; non è che non compiano mai un atto umano: prima o poi lo compiono, ed è quello che li salva o li perde; ma in massima parte gli uomini rimangono bambini. E vanno in Paradiso, magari attraverso il Purgatorio, ma ci vanno. Ma quanto più l'uomo diviene uomo, tanto più diviene consapevole dei suoi atti, e tanto più cresce il rischio della sua salvezza, ma cresce anche la possibilità di una sua santificazione. La santità è il puro consumare di tutto l'uomo in una vita spirituale pura. Ecco la preghiera pura. È l'uomo che consuma tutto senza più nessuna opacità, senza più nessuna passività nei confronti del temperamento, dell'ereditarietà, degli automatismi animali dell'essere. Di tutto quello che fa è pienamente cosciente, egli ha piena padronanza di sé. È la piena libertà che l'uomo ha conquistato. E proprio per questo la perfezione umana si unisce alla perfezione della santità e si può unire alla perversione totale. In Solov'ëv l'Anticristo è un uomo perfetto: proprio perché l'uomo è perfetto può essere anche perfettamente demonio. La vita spirituale più intensa, più alta è quella che rende possibile la vita di santità più luminosa come la vita di perversione più assoluta. Essendo allora pienamente responsabile e cosciente di sé, l'uomo ha la libertà di ordinarsi pienamente a Dio o a se stesso, di donarsi all'amore divino o di rifiutarsi a questo amore nell'orgoglio che lo chiude in se stesso. Cioè il crescere in questa vita spirituale porta sempre con sé un rischio, rischio che diviene sempre più grave via via che scegliamo. L'ambiguità della vita umana è tutta qui. Per coloro che vivono una vita animale c'è meno rischio perché c'è meno possibilità di andare a destra o a sinistra: tutto è pura passività. In questa passività però Dio ha innestato la sua grazia: infatti i bambini hanno ricevuto il Battesimo e si salvano anche se sono incapaci di atti umani. E questi bambini che rimangono bambini anche da grandi, vanno in Paradiso lo stesso. Per questo c'è da pensare che la massima parte degli uomini si salvi. Invece per coloro che emergono il pericolo cresce, come cresce però anche la possibilità di una santificazione, di una trasfigurazione in Dio. La vita spirituale totale l'uomo non può viverla che in Dio, perché l'intelligenza e la volontà non possono essere attuate che da Dio stesso: da Dio come somma verità l'intelligenza; da Dio come supremo bene la volontà. Di qui deriva che in fondo, l'atto supremo dell'essere, l'uomo non lo può compiere senza la grazia. Fino ad un certo punto, dunque, può giungere a sottrarsi a Dio: quando fosse pienamente attuato in tutte le sue possibilità umane, non potrebbe essere attuato che da Dio. E l'atto supremo dell'essere umano, allora, non potrà essere che preghiera, cioè adesione a Dio come verità e come bene. Questa adesione a Dio come bene e come verità è l'atto di contemplazione pura, quello che l'Oriente chiama la preghiera pura. Che non è – si badi bene – una conoscenza di Dio razionale, successiva, attraverso un ragionamento: è pura intuizione. E non è nemmeno adesione della volontà a Dio attraverso uno sforzo: è, si direbbe, quasi pura identificazione con questo bene divino. Tanto la volontà divina si unisce al bene sommo che la conformità della volontà creata con la volontà increata diviene quasi assoluta. Si tratta di conformità e non di identità, perché rimane sempre una conformità, cioè un aderire. Può essere conformità assoluta, ma è conformità, non identità. La creatura rimane creatura e Dio rimane Creatore. Ora, il cammino della vita spirituale è un cammino pericoloso, un cammino di supremo rischio. Ma è un cammino che porta l'essere umano sempre più ad attuarsi in una vita che è autocoscienza, che è libertà. Voi vedete anche in San Paolo, nella Lettera ai Romani, che quello che distingue la vita religiosa di Israele nei confronti del Cristianesimo è il fatto che noi non siamo sotto la legge: la legge del cristiano è la libertà. E anche il Concilio Ecumenica Vaticano II nei suoi decreti ha dimostrato una fiducia estrema nell'uomo. Finora si vedeva l'uomo ancora, in qualche modo, sotto l'Antico Testamento: l'Indice, ecc. Certe cose dimostrano che eravamo sotto tutela.

Ora non siamo più sotto tutela e gli uomini non sanno più cosa fare. Non siamo abituati alla libertà. La vita cristiana esige sempre un esercizio di maggiore libertà. A un certo momento quello che è legge deve finire. Via via che l'uomo diviene uomo egli è chiamato ad agire secondo la propria coscienza. L'obbedienza a Dio è obbedire a noi stessi nella misura appunto che noi procediamo. In Paradiso l'amore abolisce la legge, ma anche quaggiù l'uomo che diviene uomo deve essere capace da se stesso di "prendere il giogo della legge", come dicevano gli antichi Israeliti. Gli uomini stessi devono rendersi conto di quello che può imporre una vita religiosa, nei confronti di Dio e degli uomini. Cosicché le prescrizioni della Chiesa diverranno sempre più rispettose del nostro essere umano. Però tutto questo ci lascia un po' perplessi e sconcertati. È come uno che è abituato ad essere sorretto dalla mano della mamma e deve camminare da solo: incespica e cade. Però, camminare da solo, anche se cade, è sempre meglio che andare portato dalla mano della mamma. E questo avverrà sempre di più. L'uomo che diviene uomo non è più sotto la legge e agisce sempre più con piena coscienza. Deve essere adulto. Deve saper da sé cosa Dio gli chiede e in che modo rispondere a Dio. E la risposta dell'uomo sarà sempre diversa. Fino ad oggi, proprio perché eravamo bambini, il fare il venerdì voleva dire per tutti una medesima cosa. Ed era una cosa stupida, perché per uno il mangiar pesce poteva essere davvero una mortificazione, mentre per un altro poteva essere un pranzo prelibato. L'uomo deve fare da sé perché se subentra una legge tu scagli sul legislatore la tua responsabilità e ti attieni soltanto ad un'obbedienza passiva. Invece ora per ciascuno si impone una cosa diversa. Per uno il fare il venerdì vorrà dire non andare al cinema, per un altro portare il cilicio: per ognuno una cosa diversa perché in ognuno la legge divina nel cuore agisce in modo diverso secondo il grado di grazia che l'uomo ha raggiunto. Quale legge può essere valevole per tutti dal momento che siamo tutti diversi? Si deve rispondere a Dio e Dio non parla lo stesso linguaggio a due anime. Ecco la libertà dell'anima, il crescere dell'anima. Com'è faticoso però! È faticoso essere uomini. E sarà sempre più faticoso essere cristiani. Finora consisteva nell'andar a Messa la domenica, nel far la Comunione per Pasqua, ed era tutto a posto. Quando avevi osservato i precetti della Chiesa e Comandamenti di Dio eri a posto. Ma i Comandamenti non sono la vita cristiana: sono soltanto la condizione per vivere. Perché sono un non-fare, ma cosa devi fare non te lo dicono. E invece il Cristianesimo è un fare, la legge cristiana è tutta positiva: è amare. Sicché non può consistere nel non fare. E nessuno può parlare un linguaggio uguale all'altro, per nessuno vale la legge che vale per l'altro. La legge rimane interiore. Tu certo non puoi rubare, non puoi fornicare, ma quando hai fatto questo hai obbedito ai Comandamenti di Dio? No, perché il comandamento di Dio è positivo: consiste nell'amare. Cosa vuol dire per te amare Dio, amare il prossimo? Tu solo lo sai, nella misura che sei diventato uomo, nella misura che sei cristiano. Questo per quanto riguarda i Comandamenti di Dio. Per quanto riguarda i precetti della Chiesa è lo stesso; saranno tolti tutti, probabilmente, con l'andar del tempo, perché l'uomo diviene uomo, cioè non è più sotto tutela, non è più sotto la legge, è sotto la libertà. Cosa vorrà dire questo? Che impresa! È più facile, più sicuro, siamo più garantiti se c'è un altro che risponde per noi. Ma è giusto che un altro risponda per noi? Non è giusto che la Chiesa risponda per noi. Ognuno deve prendere il proprio peso e andare avanti. Pensate un po' come erano buffe le cose nei tempi passati: un qualunque studente di liceo andava in Curia e si faceva dare il permesso di leggere i libri proibiti e ne leggeva fin che voleva. San Pietro Canisio, il più grande Dottore della Chiesa contro i protestanti, non ha mai avuto il permesso di leggere i libri proibiti! E l'uomo si sentiva sicuro perché la Chiesa si assumeva le responsabilità per il liceale e non le assumeva per quell'altro a cui non dava il permesso. Ora ciascuno deve rispondere da se stesso. "Ma non sappiamo allora quando si fa peccato e quando non si fa peccato!". Precisamente. È questo che vuol dire essere uomini. Perché nessuno te lo può dire dal di fuori, devi essere tu a saperlo nella misura che tu ti opponi alla legge divina che vive nel tuo cuore, che tu senti di andare contro quello che Dio ti suggerisce. Ecco perché mentre i cristiani mediocri esaminano la loro coscienza alla luce di un libretto nel quale c'è scritto: "Ho ascoltato la Messa tutte le domeniche? Ho fatto vigilia al venerdì?" il santo invece si mette di fronte a Dio, vede la sua anima alla luce di Dio; e quello che per un semplice cristiano può sembrare soltanto uno scrupolo diviene per il santo un peccato enorme. Chi può giudicare? Ognuno è giudicato solo da Dio. E l'anima deve mettersi nella luce di Dio per subire questo giudizio. È un'impresa difficile essere cristiani, estremamente difficile! Quanto era meglio se la Chiesa ci trattava un po' più come bambini! Invece non siamo più bambini. Già il Concilio ci ha un po' sconcertato con le sue riforme, ma probabilmente, quanto più si va avanti più sarà così, tanto più il Papa assisterà senza intervenire. Già ora c'è questo smarrimento delle coscienze perché si è data una maggiore libertà agli uomini, non perché la esercitino nei confronti di Dio, ma perché se ne servano proprio per legarsi a Dio, per rispondere a Lui. Non so se gli uomini sono abbastanza maturi per accettare questa libertà. Avete presente il "Grande Inquisitore" nei Fratelli Karamazoff? Ivan si ribella contro Dio perché Dio ha

 raggiunto. Quale legge può essere valevole per tutti dal momento che siamo tutti diversi? Si deve rispondere a Dio e Dio non parla lo stesso linguaggio a due anime. Ecco la libertà dell'anima, il crescere dell'anima. Com'è faticoso però! È faticoso essere uomini. E sarà sempre più faticoso essere cristiani. Finora consisteva nell'andar a Messa la domenica, nel far la Comunione per Pasqua, ed era tutto a posto. Quando avevi osservato i precetti della Chiesa e Comandamenti di Dio eri a posto. Ma i Comandamenti non sono la vita cristiana: sono soltanto la condizione per vivere. Perché sono un non-fare, ma cosa devi fare non te lo dicono. E invece il Cristianesimo è un fare, la legge cristiana è tutta positiva: è amare. Sicché non può consistere nel non fare. E nessuno può parlare un linguaggio uguale all'altro, per nessuno vale la legge che vale per l'altro. La legge rimane interiore. Tu certo non puoi rubare, non puoi fornicare, ma quando hai fatto questo hai obbedito ai Comandamenti di Dio? No, perché il comandamento di Dio è positivo: consiste nell'amare. Cosa vuol dire per te amare Dio, amare il prossimo? Tu solo lo sai, nella misura che sei diventato uomo, nella misura che sei cristiano. Questo per quanto riguarda i Comandamenti di Dio. Per quanto riguarda i precetti della Chiesa è lo stesso; saranno tolti tutti, probabilmente, con l'andar del tempo, perché l'uomo diviene uomo, cioè non è più sotto tutela, non è più sotto la legge, è sotto la libertà. Cosa vorrà dire questo? Che impresa! È più facile, più sicuro, siamo più garantiti se c'è un altro che risponde per noi. Ma è giusto che un altro risponda per noi? Non è giusto che la Chiesa risponda per noi. Ognuno deve prendere il proprio peso e andare avanti. Pensate un po' come erano buffe le cose nei tempi passati: un qualunque studente di liceo andava in Curia e si faceva dare il permesso di leggere i libri proibiti e ne leggeva fin che voleva. San Pietro Canisio, il più grande Dottore della Chiesa contro i protestanti, non ha mai avuto il permesso di leggere i libri proibiti! E l'uomo si sentiva sicuro perché la Chiesa si assumeva le responsabilità per il liceale e non le assumeva per quell'altro a cui non dava il permesso. Ora ciascuno deve rispondere da se stesso. "Ma non sappiamo allora quando si fa peccato e quando non si fa peccato!". Precisamente. È questo che vuol dire essere uomini. Perché nessuno te lo può dire dal di fuori, devi essere tu a saperlo nella misura che tu ti opponi alla legge divina che vive nel tuo cuore, che tu senti di andare contro quello che Dio ti suggerisce. Ecco perché mentre i cristiani mediocri esaminano la loro coscienza alla luce di un libretto nel quale c'è scritto: "Ho ascoltato la Messa tutte le domeniche? Ho fatto vigilia al venerdì?" il santo invece si mette di fronte a Dio, vede la sua anima alla luce di Dio; e quello che per un semplice cristiano può sembrare soltanto uno scrupolo diviene per il santo un peccato enorme. Chi può giudicare? Ognuno è giudicato solo da Dio. E l'anima deve mettersi nella luce di Dio per subire questo giudizio. È un'impresa difficile essere cristiani, estremamente difficile! Quanto era meglio se la Chiesa ci trattava un po' più come bambini! Invece non siamo più bambini. Già il Concilio ci ha un po' sconcertato con le sue riforme, ma probabilmente, quanto più si va avanti più sarà così, tanto più il Papa assisterà senza intervenire. Già ora c'è questo smarrimento delle coscienze perché si è data una maggiore libertà agli uomini, non perché la esercitino nei confronti di Dio, ma perché se ne servano proprio per legarsi a Dio, per rispondere a Lui. Non so se gli uomini sono abbastanza maturi per accettare questa libertà. Avete presente il "Grande Inquisitore" nei Fratelli Karamazoff? Ivan si ribella contro Dio perché Dio ha imposto all'uomo un carico che l'uomo non sopporta.quale? quello della libertà. "Noi – dice l'Inquisitore al Cristo che gli appare – finalmente abbiamo corretto l'opera tua. Tu avevi addossato all'uomo il peso terribile della sua libertà, ma noi glielo abbiamo tolto. Noi gli provvediamo il pane, gli provvediamo tutto, e gli diciamo: Fai così! E l'uomo si sente sicuro e ci ringrazia e dice: Oh Santa Chiesa di Dio quanto sei bella!". Quante sono le anime che si sentivano tranquille di essere cristiane perché osservavano il venerdì! Ora i cristiani non possono più sentirsi tranquilli. È il peso della nostra libertà che dobbiamo portare. Il crescere nella vita cristiana implica sempre uno spazio maggiore di libertà. Il santo può arrivare veramente come Sant'Antonio Abate, a non fare più la Pasqua, a non ascoltare più la Messa… Non credo che noi arriveremo a questo… comunque, è vero che quanto più progrediamo tanto più il peso della nostra libertà diventerà grave, cioè tanto più dovremo assumerci in pieno, personalmente, la responsabilità di ogni nostra azione, nei confronti dei fratelli, nei confronti della Chiesa, nei confronti di Dio. Pensate cosa ha chiesto Dio a una bambino come Santa Giovanna d'Arco! Di andar contro i vescovi, di essere ferma per essere fedele a Dio contro tutti i vescovi, gli inquisitori, i sacerdoti… Un momento di debolezza l'ha avuto, e ha firmato, ma poi ha ritrattato la sua firma, e per questo è santa: perché ha accettato di morire come eretica, come scomunicata, come strega, come perversa. L'uomo deve rispondere soltanto a Dio. Certo che Dio non lo metterà mai contro la Chiesa: anche Giovanna d'Arco non va contro la Chiesa di Roma, e infatti la malvagità dei suoi giudici è stata quella di non aver voluto accettare il suo ricorso alla suprema sede. E lo stesso accadde con Tommaso Moro: contro tutti i teologi e contro tutti i vescovi di Inghilterra, lui, laico, si assume la sua responsabilità, e non solo muore, ma manda sul lastrico la sua famiglia (aveva 14 figli). La fedeltà a Dio, alla propria coscienza! Essere cristiani vuol dire questo; vuol dire crescere nella libertà interiore, crescere nel senso di responsabilità nei confronti dei nostri atti: responsabilità nostra nei confronti di Dio, della Chiesa, degli uomini. Non ti puoi riposare. Una certa tutela si ammette sempre, per gli uomini quaggiù: la tutela suprema sarà Roma; ma tu puoi anche affrontare la scomunica semplice per seguire la tua coscienza. La scomunica maggiore no, secondo i teologi, perché lì interviene lo Spirito Santo, che fa coincidere la suprema tua libertà con l'autorità. Cioè, l'uomo non elimina mai la tutela della legge, la tutela di un'obbedienza suprema: l'obbedienza al vertice. Può esserti chiesto veramente di assumerti la tua responsabilità nei confronti di tutto e di tutti. Libertà che cresce, senso di responsabilità che cresce nell'anima. Ecco tutta la vita spirituale. Non siamo davanti che a Dio solo. Non siamo di fronte ad un legislatore che parla dal di fuori: siamo di fronte a Dio, ma Dio ci parla nel più intimo di noi stessi. Mai – notatelo bene, mai – la Chiesa sostituisce questo foro interno in cui Dio parla a ciascuno. Noi dobbiamo credere che in suprema istanza il foro della coscienza coinciderà sempre con la Chiesa visibile, ma mai la Chiesa visibile potrà sostituire il foro interno. Ecco il senso della dichiarazione della libertà data dal Concilio Vaticano II, che del resto è giustificata già da un grande teologo, che pure sembra così contrario a questo pensiero: San Roberto Bellarmino; che cioè l'uomo deve, per essere ubbidiente a Dio, lasciare anche la Chiesa se questo è nella sua coscienza. Perché in ultima istanza l'uomo si trova davanti a Dio e il suo atto deve essere maturato soltanto in rapporto a Dio che gli parla dentro. Noi sappiamo che per i cattolici questo coinciderà sempre con la Chiesa visibile, ma alcune volte soltanto con l'autorità suprema, e forse neanche con questa, nel senso che questa autorità suprema ci lascerà nel silenzio, non vorrà intervenire. Può darsi che per obbedire a Dio tu debba, non ribellarti al tuo vescovo, ma sfuggire alla sua autorità, come hanno dovuto fare certe fondatrici di ordini religiosi. Per questo non si può mai giudicare, perché noi possiamo giudicare in base a delle norme oggettive, in base ad un codice, ma come si fa a giudicare in base ad una legge che è Dio stesso vivente nel cuore e che può vivere più in te che in me, più in me che in te? Che cosa grande la vita spirituale! Ogni anima ha un destino unico, ogni anima è sola davanti a Dio. E questo è importantissimo per noi; perché voi credete di aver fatto tutto quando avete adempiuto al regolamento… ma non è nulla di tutto questo. È una premessa, una condizione per vivere, come i Comandamenti di Dio. Bisogna leggere la Sacra Scrittura, dire l'Ufficio, ecc., ma come tu devi dire l'Ufficio, come devi leggere la Sacra Scrittura e ascoltare Dio attraverso questa lettura, tu solo lo sai; come devi rispondere a Dio che ti sollecita intimamente, tu solo lo sai, e nessuno può intervenire a rassicurarti, a dire "va bene così", perché può darsi che non vada assolutamente bene così, anche se tu fai tutto, anche se agli altri puoi apparire come un modello. Tu solo lo sai,, se ti poni di fronte a Dio, se ascolti Dio che ti parla nel cuore. È importante per la nostra vita spirituale renderci conto che non si può mai trasformare la vita religiosa in una morale. La vita religiosa è un rapporto con Dio, con un Dio vivente, e questo rapporto tende a divenire sempre più intimo, più profondo, e non può divenire né più intimo né più profondo se non ti trasporta da una vita animale a una vita umana, da una vita umana a una vita angelica, cioè puramente spirituale, in cui tutta la vita è pura coscienza, pura libertà, puro senso di responsabilità interiore. Quanto più l'anima vive un rapporto con Dio che è somma libertà, tanto più diviene anch'essa libertà. Ed ecco perché per il santo non vi è più legge, come dice San Paolo e ripete San Giovanni della Croce; ecco perché per il santo non vi è altra legge che la sua libertà, dal momento che nel santo non vive più che l'amore. Amore che implica il superamento di ogni passività, perché è nell'amore che l'anima vive e realizza totalmente se stessa. Non subisce nulla: si dona. È l'amore che ci realizza. Per questo, se la legge dell'uomo è soltanto l'amore, l'uomo ora non è più sotto nessuna legge: deve soltanto amare, cioè deve aprirsi come un fiore si apre alla luce; deve gettare profumo come un fiore che per il fatto che si apre alla luce manda profumo. Così il santo. È pura spontaneità animale? No. Vedete, gli estremi si congiungono: c'è la vita puramente animale dell'uomo che non è emerso a nessuna vita spirituale, e questa è puramente vita istintiva; gli uomini che rimangono bambini fino alla morte. Il santo ugualmente vive la pura libertà, ma non è la libertà animale, non l'innocenza dell'animale: è l'innocenza di un amore che è aldilà di ogni legge. Non vive più nemmeno il libero arbitrio perché non ha più da scegliere. Pura effusione di luce, tutta la vita non è che dono di sé. Non tare nulla a sé: pura effusione, puro dono. Egli non vive che la libertà stessa di Dio. Dio non ha legge: Egli è l'Amore; e il santo ugualmente non conosce più legge: ama. È superato il libero arbitrio, che importa una scelta; è superato nella pienezza di una libertà che implica di per sé il superamento di ogni opacità e di ogni possibilità di scelta. È un'adesione pura, totale dell'essere a Dio, come quella dei santi nel Cielo. Ma anche se l'uomo non giunge mai a questo, quaggiù sulla terra, però sempre più si avvicina. Ed ecco perché San Francesco scrive a frate Leone: "Se tu vuoi venire e vuoi la mia obbedienza per venire, vieni". Cioè il santo non deve fare che la sua volontà perché la sua volontà, ora, è perfettamente conforme alla volontà divina; non ha altra cosa che la realizzi se non la sua adesione a questa volontà. Il primo atto di Dio che si accosta all'uomo, il primo effetto della grazia che lo raggiunge e lo tocca, è quello di dare all'uomo il senso del proprio peccato. L'uomo senza la grazia non conosce nemmeno se stesso, non sa nemmeno quale è il suo vero male. Forse l'umanità non è giunta mai così in basso come oggi perché forse mai come oggi ha perduto il senso del proprio peccato. Non aveva il senso del proprio peccato nemmeno l'umanità al di fuori dell'Ebraismo e del Cristianesimo: c'era soltanto il senso di una colpa legale, non il vero senso del peccato, di una contaminazione interiore, di una opposizione a Dio. È stata la Redenzione del Cristo che ha dato agli uomini il senso di una loro colpa. E non è vero affatto che il dono della grazia implichi di per sé la diminuzione di questo senso; anzi, lo accresce. Quanto più uno è santo, tanto più si sente peccatore, perché nella luce divina tanto più realizza non solo la sproporzione che vi è fra la creatura e il Creatore, ma quella opposizione, sia pure istintiva, che vi è nella natura creata, dopo il primo peccato, nei confronti di Dio. Tutti noi, coma Adamo, come Caino, non facciamo che fuggire Dio. In ogni movimento che facciamo per avvicinarci a Lui noi siamo portati dalla grazia. Un movimento autonomo, nostro, è soltanto un movimento di fuga. Ora di questo l'anima diviene cosciente quando si vede nella luce divina. Abitualmente cerca di nascondersi e di fuggire Dio, ma se Dio si avvicina a te, se tu veramente, mediante la grazia, sempre più vivi nella luce divina, allora ti accorgi che nel tuo fondo non sei che resistenza ed opposizione; nel tuo fondo allora tu senti quanto in te ripugna al Signore. Può essere vero che un santo, proprio nella misura che è santo, non sia responsabile di questa opposizione, però il fatto di non esserne responsabile, non dice che egli non è cosciente di una sua opposizione istintiva. Può sembrare un gioco di parole questo: come può essere cosciente di una opposizione che è incosciente? È precisamente questo che il santo fa: non fa altro che un processo continuo di correzione a una natura che vorrebbe fuggire, che vuole sganciarsi da Dio, allontanarsi da Lui. È l'anima è cosciente di questo istinto che la porta ad allontanarsi da Dio, ad opporsi alla grazia. Ma che cos'è questa opposizione alla grazia divina? È una opposizione (non diciamo altra parola, opposizione pura e semplice) che praticamente si esprime nella possibilità di ogni peccato. Si diceva prima: se io mi salvo veramente, in me è salvata tutta l'umanità. Perché in me vi è tutta la possibilità dei peccati umani. L'opposizione istintiva alla grazia che vi è in ciascuno di noi è la possibilità che vi è in ciascuno di noi di ogni peccato. Non possiamo dire del tutto di essere senza responsabilità nei confronti di tutte le brutture del mondo. È vero che questa responsabilità non sarà piena, ma è vero anche che non siamo del tutto liberi da nessuna colpa, perché la natura dell'uomo è una, e quando l'uomo viene veramente salvato nelle sue radici, non viene salvata una persona, ma è salvata la natura, la quale è in tutti. La salvezza di una persona non può avvenire che nella salvezza di un'altra. Tu sei salvo, ma per te è redenta in qualche modo una natura che è comune a ciascuno. Sicché, in atto primo, tutti sono salvati. Tutto questo vuol dire che tanto più ci avviciniamo al Signore, tanto più dobbiamo portare il peso di tutto il peccato e redimerlo in noi. "Non conoscerai i tuoi peccati che via via che Io li perdonerò", diceva Gesù a Pascal. Un'anima che sale verso il Signore diviene sempre più consapevole del carico immenso di peccato che grava sopra di lei. Uno che inizia il suo cammino crede che i suoi peccati siano "questo, questo e poi basta", ed è a posto. Ma quanto più vai avanti tanto più senti che l'essere a posto è un'impresa impossibile, perché i peccati crescono via via che son redenti: sempre più cresce la tua responsabilità nella misura che tu sempre meno aderisci al male. E non è un fatto libero, questo; non dobbiamo credere che sia soltanto il gesto di un gran signore che per misericordia, come Nostro Signore, espia per gli altri, fa la vittima per tutti i peccatori del mondo. No, non è un gesto gratuito: è una necessità di natura. Tu non sei salvo se non salvi tutti; tu non ti redimi che vivendo, appunto, un peccato universale, che in te può essere rimasto come pura possibilità e in altri invece sarà fiorito e maturato in frutto; ma la pura possibilità che è in te non esclude davvero la necessità che Dio ti salvi anche da questa possibilità, che è una possibilità di reale caduta. Anche se non è avvenuta finora può avvenire domani. Una salvezza insomma, implica il superamento di questa possibilità, oltre che della realtà del peccato; ed è precisamente nella misura che l'anima cresce che ella avverte questa possibilità, come qualche cosa che rende sempre non soltanto incerta la sua sorte, ma la mantiene in uno stato di insicurezza totale. Se Dio si accosta a te ti dà la coscienza del tuo peccato; quanto più si avvicina a te, tanto più tu avrai coscienza di questo peccato, fintanto che ogni peccato non sarà distrutto non nella sua realtà soltanto, ma anche nella sua possibilità. E quando ogni peccato sarà redento e distrutto anche nella sua possibilità, non sarà distrutto soltanto in te, ma nella natura umana che viene redenta. Di tuta l'umanità, dunque, ti sei gravato le spalle.

Il cammino dell'anima verso Dio è il crescere della coscienza di un peccato dal quale Dio soltanto può salvarla. Cresce l'insicurezza nella misura in cui cresce la santità. Pur tuttavia, nel crescere dell'insicurezza cresce anche la fiducia e la speranza in Dio: sfiducia in noi stessi perché avvertiamo sempre più questa possibilità reale; fiducia in Dio perché sperimentiamo sempre più la sua grazia. Dio infatti ci fa conoscere i nostri peccati reali e possibili nella misura che ci salva. E dunque, nella misura che noi ci avviciniamo, questa coscienza di un peccato universale si fa profonda, dolorosa, terribile: ma si fa anche grande l'esperienza di un Dio che ti salva. Così veramente la santità è grazia, una grazia che cresce. Ma che cosa si intende per una grazia che cresce? Si intende che cresce il senso della sua gratuità. Non il senso di un possesso, ma il senso di essere amati per nulla, il senso di una salvezza reale, ma tanto più reale quanto più da te è sperimentata come puramente gratuita e libera. Tu cammini sull'acqua, tu rimani sospeso nel vuoto, anzi, sali senza sapere come, non avendo in te altra forza che quella di precipitare, eppure tu sali. Ed è impressionante il senso che ha l'anima del vuoto che la circonda via via che sale e che l'abisso si fa ancora più fondo. E l'attrazione al male la sentiamo come sempre più reale e sentiamo sempre più anche la misericordia di esserne salvati. Invece di cadere, ti senti sollevato. Sperimenti la grazia come grazia e quanto più è grande tanto più è grazia!

Padre SERAFINO TOGNETTI , UN INFINITO DESIDERIO DI INFINITO

La sala è colma. La scommessa è vinta. Più che vinta. Don Arnaldo mi racconta alla  fine della serata lo stupore per la presenza di oltre duecento persone nel salone dell’Oratorio di Osteria Grande per ascoltare la catechesi di Padre Serafino Tognetti. “Quante sedie metti? Se ne viene anche solo la metà ti pago il caffè domattina!!” gli dice l’amico che lo aiutava a stendere nel salone le sedie per preparare l’accoglienza a quanti avrebbero sfidato  la nebbia e la stanchezza della giornata. Quando arriviamo non solo le sedie sono già ampiamente coperte, ma anche quelle in aggiunta, il doppio, non bastano. C’è gente in piedi. Alcuni tornano a casa. Padre Serafino arriva. 

“C’è tanta nebbia che non trovavo la chiesa”. Comincia a parlare. Dietro di sé don Silvano e don Arnaldo. Per singolare provvidenza, entrambi cappellani della sua parrocchia d’origine. Il primo quando era molto piccolo, il secondo da adolescente. “Se sono qua lo devo anche a loro”. Un gesto di gratitudine di chi si riconosce essere figlio della provvidenza discreta e benevola, che ha preso il volto dei preti e delle persone buone che ha incontrato. Non dimentica nemmeno sua madre quando ad un certo punto della serata dice che appena nato  “se fosse stato possibile anche nel grembo materno” lo affida alla Madonna nel segno visibile della Medaglia Miracolosa.  “Ho avuto un merito solo nella vita   continua così conoscere don Divo Barsotti e seguirlo”. “Dove abiti?” riecheggiano le parole che i discepoli rivolsero a Gesù. ”E l’ho seguito. Mi piaceva il suo mondo. Il modo con cui parlava di Dio e stava in Dio. E sono rimasto”. Il tema che è stato affidato a Padre Serafino è appassionante.  Riguarda il credente e tocca il non credente: il desiderio di Dio. “L’uomo è fatto per Dio. E’ desiderio di Dio”. Riprende la nota frase di Agostino: “Tu ci hai fatti per te e il nostro cuore non ha quiete finché non riposa in te”. “Se l’uomo non cerca l’Infinito, cerca infinitamente”. Verissimo. Lo verifico su di me. Se non cerco Dio, mi riduco a inseguire mille cose per placare l’infinito desiderio dell’Infinito. Finisco per vivere come il povero Mazzarò della novella “La roba” di Verga, che dovendo lasciare questo mondo e avendo fatto della sua vita un accumulo di cose non si capacita di doverle lasciare. Dinanzi a questa profonda ingiustizia, un’ingiustizia di incompiutezza, uccide i suoi polli al grido di  “Roba mia, vienitene con me!”. P. Serafino si affida a don Divo. La scia a lui il compito di parlare del desiderio dell’uomo. Desiderio di felicità e di vita, che si compie in Dio. Il suo parlare non è semplice. Le sue parole appartengono a categorie che non siamo abituati a sentire, a pronunciare. Si scusa qua si: “Avete chiamato un monaco”. Penso alle persone che ho attorno e mi chiedo cosa comprendano. Padre Serafino impiega il linguaggio della mistica di don Divo. La nostra gente ha appena fatto in tempo a scaldarsi qualcosa da mangiare, dopo un intera giornata a lavorare sui computers o a montare mobili o chissà altro… ”Fuori da Cristo c’è il nulla. Per tendere a Dio devi scivolare verso il basso, verso il nulla di te”. L’uomo deve aprirsi a Dio svuotando se stesso.  “Fatti capacità e mi farò torrente”. E’ una di quelle espressione che rompe gli argini della distrazione e della stanchezza. Al desiderio deve seguire la ricerca. E quando hai trovato devi cercare ciò che hai trovato. La ricerca è senza fine.  Ancora. L’Infinito non si fa afferrare se non per un momento. E’ sempre più in là. Il credente non dissimilmente dal non credente  è un assetato continuo di Dio. C’è silenzio. Attorno a me  è una percezione chiara  le persone sono vigili. Le parole di Serafino pur volando così alte, arrivano al fondo dell’anima. Perché? Come mai la gente rimane in questo religioso, attento silenzio? Il suo è un ardire. Lo spiega lui stesso. Qui c’è Dio. Ecco il segreto dell’attenzione. Era evidente questa eccezionale Presenza. Non  una, ma la Presenza. Don Arnaldo può bersi il meritato caffè e, sorseggiando, accorgersi che lì, in quel gesto, nell’attimo presente, è alla Presenza di Dio. E il caffè, anche senza zucchero, risulterà dolcissimo.
d. Massimo Vacchetti

Parola e silenzio in Divo Barsotti


Nell’ambito del Festival nazionale della comunicazione, il 20 maggio del 2012, nella sala del Museo diocesano di Caltanissetta, si è tenuto un incontro sul tema “Annunciare il silenzio, vivere la Parola. Parolae silenzio in Divo Barsotti”. Alla presenza di mons. Giuseppe La Placa, Vicario Generale, nonché Direttore del Festival, e di un pubblico numeroso e attento, l’incontro è stato aperto dal dott. Giovanni Virone, responsabile della “Comunità dei figli di Dio”, fondata da Barsotti a Firenze nel 1947. Poi il maestro Raffaello Pilato, con il suo violino, ha eseguito un adagio di J.S. Bach. Di seguito la prof.ssa Grazia Tagliavia ha svolto la sua relazione, dopo una mia breve introduzione. L’incontro infine è stato concluso dalla corale della Cattedrale, diretta dal maestro Angelo Pio Leonardi, che ha eseguito in gregoriano l’Ave, maris stella e la Salve, Regina.
La relazione della Tagliavia, docente di Filosofia della storia pressola Facoltàdi Lettere e Filosofia dell’Università di Palermo, è stata la relazione di una studiosa non certo occasionale del pensiero di don Divo Barsotti (1914-2006), ma anche la relazione di una credente, che ha conosciuto Barsotti, lo ha frequentato a lungo, intessendo con lui una profonda amicizia, assorbendo le sue parole e la sua testimonianza, fino a farne alimento e luce per la propria vita.
La Tagliaviaha sviluppato il tema dell’incontro lungo il confine che unisce la filosofia, la teologia e la spiritualità. Infatti la questione sottesa al tema dell’incontro si colloca – già per lo stesso Barsotti – lungo questo confine. Si tratta della questione della dicibilità o indicibilità di Dio. La relatrice ha affrontato questa questione, che è anzitutto di natura filosofica e teologica, tenendo presente la storia del pensiero occidentale, nella quale si è giunti a porre una frattura tra le essenze eterne e il nostro linguaggio, che inevitabilmente tende a considerare queste essenze alla stregua degli altri “oggetti” compresi dal pensiero umano. Da qui l’opposizione tra la parola, che sembra non poter esprimere la realtà ultima delle cose, e il silenzio, che invece sembra meglio custodire il mistero dell’essere. Da qui ancora la risoluzione della suddetta questione a favore dell’indicibilità di Dio. Ma per Barsotti non possiamo fermarci alla teologia apofatica, cioè alla teologia che privilegia il silenzio su Dio. Se davvero Dio si è incarnato in Gesù Cristo, allora l’uomo nella questione della dicibilità o indicibilità di Dio può e deve superare l’opposizione tra la parola e il silenzio.
Come si vede, la posta in gioco è enorme, soprattutto ai fini della comunicazione della fede. Dinanzi al mistero di Dio, l’uomo deve solo tacere (si pensi all’agnosticismo e al buddhismo) o può parlare di Dio? Secondo Barsotti, se l’uomo vive il mistero del Cristo (ed ecco qui emergere la natura propriamente spirituale della questione), allora l’uomo in Cristo può conoscere realmente Dio, e quindi può in verità dire Dio.
Concludendo, nella comunità ecclesiale dobbiamo continuare ad opporre parola e silenzio? Dobbiamo cioè continuare a pensare, soprattutto noi fedeli laici, che la realizzazione di un fecondo rapporto tra parola e silenzio, anche ai fini della comunicazione della fede, riguarda solo alcuni cristiani (gli eremiti, le suore di clausura, i monaci …) e non riguarda invece tutti i cristiani? Per Barsotti riguarda tutti i cristiani. Ad una condizione: vivere davvero il mistero del Cristo, cioè affondare nel suo mistero di morte e resurrezione, e quindi lasciarsi assumere dall’Atto del Cristo, che è presente ed opera nella storia. Così vivere il mistero del Cristo, per chi s’incammina nelle profondità della fede, può essere ancora oggi la sorgente di una parola sempre nuova e di un sempre nuovo silenzio. Parola e silenzio dell’uomo che, per dire Dio, diventano parola e silenzio del Cristo, suoi segni ed anche suoi sacramenti.
                                                                                                                Salvatore Barone

Cardenal Carlo Cafarra, "La santità del laico: Concilio Vaticano II e don Barsotti"





"La santità del laico: Concilio Vaticano II e don Barsotti"
relazione al Convegno "La funzione e il ruolo del laico nella Chiesa e nel mondo nel pensiero di don Divo Barsotti"
6 maggio 2006

La molteplicità degli impegni pastorali avrebbero dovuto convincermi a rifiutare l’invito di p. Serafino a svolgere questo tema. La profonda gratitudine che devo a don Divo soprattutto per l’affetto che mi ha donato, mi ha convinto e quasi costretto ad accettare. Stretto fra queste due opposte esigenze ho dovuto dare alla mia riflessione un andamento ed un profilo molto semplice, quasi una sorta di lettura un poco meditata e un confronto di testi conciliari e barsottiani. Altri sapranno fare molto meglio di me. E soprattutto, don Divo anche a livello dottrinale è stato un dono così grande fatto alla Chiesa, che solo tempo e studi prolungati ed approfonditi consentiranno alla Chiesa medesima di goderne il più possibile.leggere...


2. La santità del laico in d. Divo Barsotti
Vorrei ora esporre brevemente il pensiero di don Divo circa la santità del laico, alla luce del confronto col magistero conciliare.
È la mia un’esposizione lacunosa da vari punti di vista. Penso che lo scavo vero e proprio di natura teologica in primo luogo, in quella grande miniera che sono gli scritti del Padre sia appena agli inizi. Per quanto mi riguarda però, … l’amore scaccia la paura.
Inizio da una lettera alla comunità del 24 ottobre 1960 e riportata anche nel Manuale CFD [ed. 1998] a pag. 128 ss. È uno scritto di fondamentale importanza e di forte impronta autobiografica ["vi debbo scrivere sotto la forte impressione, credo, di un’ispirazione divina"]. In esso narra il sorgere nel suo spirito dell’intuizione carismatica che ha generato la comunità. "Essere i testimoni di Dio: rivelare la sua santità, la sua purezza infinita, essere come una sua presenza per gli uomini quaggiù sulla terra. Ebbene, stanotte sono risuonate continuamente nell’intimo della mia anima le parole di Gesù: le ripetevo per me, le ripetevo per voi: ut sitis filii Patris vestri… Essere figli e rivelare con tutta la nostra vita questo mistero ineffabile dell’amore divino".
Si ha qui l’identificazione fra la santità e la divina figliazione, come – lo abbiamo visto – ci è stato insegnato dal Concilio. Ma nell’esperienza vissuta quella notte da don Divo si ha anche una forte tensione missionaria, se così posso dire. È la testimonianza di Dio nel mondo mediante la santità della persona e della vita del figlio adottivo: la testimonianza del "mistero ineffabile dell’amore divino". Credo che don Divo avrebbe profondamente gioito nel leggere l’enciclica di Benedetto XVI.
Ho la convinzione che la "notte di S. Sergio" abbia in seme donato a don Divo l’intero carisma della comunità: la figliazione divina che rende il santo pura trasparenza dell’amore e testimone di Dio nel mondo. Mi fermo ora ad analizzare brevemente.
Uno dei testi dove don Divo ha più lungamente meditato sul concetto, meglio sulla realtà della santità cristiana è stato nell’Adunanza del 9 maggio 1976 commentando 1Gv 3,1-2: "la Magna Carta della comunità", egli definisce questi due versetti biblici. È un testo complesso e lungo. Mi devo limitare a pochissimi punti fra quelli essenziali.
"Che cosa vuol dire santità? Che cos’è la santità? Lo dice chiaramente S. Tommaso d’Aquino: è la trascendenza stessa di Dio, la solitudine infinita dell’essere suo… Nella santificazione che cosa avviene? … Dio, donandoci il suo Spirito, ha trasferito noi nel mondo divino… È Lui [lo Spirito] che ci porta nel seno della Trinità ", perché ci rende figli realmente.
Questa è la santificazione operata da Dio nell’uomo e che trasforma l’uomo interamente: spirito, anima e corpo. "Ma il processo è dallo Spirito, all’anima, al corpo, perché Dio tocca lo spirito".
Don Divo non cessa di insistere e di richiamare tutti a non perdere mai la coscienza che questo è il cristianesimo; che in questo sta tutta la sua ricchezza ed il senso del suo esserci. L’ho visto piangere quando costatava che anche fra i cristiani si perdeva questa consapevolezza del soprannaturale, riducendo il cristianesimo a qualcosa di meno, anche se agli occhi del mondo più importante. Ed anche criticare la teologia che ha dimenticato il "dono ipostatico dello Spirito Santo". Il Vaticano secondo ha ripreso questa dottrina, nella quale – secondo don Divo – consiste l’elemento costitutivo della santità cristiana ["causa quasi – formale della santità", insegna il Tridentino].
In questa prospettiva, come abbiamo visto nel Concilio Vaticano secondo,mo ne la santità cristiana è una sola: la partecipazione dell’uomo alla vita divina; la divina figliazione partecipata. "Noi siamo nel Cristo, noi viviamo del Cristo, noi vivia  nel Cristo il rapporto col Padre". Da questo punto di vista, non ha senso parlare di una santità dei laici, dei sacerdoti, dei religiosi. Esiste una sola santità.
Tuttavia si può e si deve pensare che esista una santità dei laici come tali. Varie volte, per quanto ho potuto verificare, don Divo affronta questo tema. Mi sembra particolarmente importante il commento che egli fece precisamente al quarto capitolo della Cost. dogm. Lumen gentium sui laici nel ritiro del 20/21 marzo 1965.
Egli inizia da un punto fondamentale: "La prima cosa dunque da considerare è l’unità di tutto nella fede e nella carità. È certo, poi, che nella Chiesa, questa fede e questa carità, debbono essere vissute secondo i vari ministeri e le varie funzioni che sono proprie di organi diversi".
La domanda dunque è: come devono essere vissute fede e carità dal laico? Quale è il volto laicale dell’identità cristiana?
Nell’adunanza del 9 maggio 1976, esiste un testo che ci mette sulla via giusta per trovare la risposta.
"Allora che cosa vuol dire essere figli di Dio? … che noi viviamo una vita paradossale, siamo uomini di pena, come tutti solidali nel mondo del peccato, perché dobbiamo vivere ancora in un corpo di peccato, in un corpo soggetto al dolore. Certo, perché abbiamo una missione di salvezza". Richiamo soprattutto l’attenzione sull’ultima affermazione: la solidarietà col mondo del peccato è nella prospettiva di una missione propria del santo. Ed infatti il testo continua: "Noi, finché dobbiamo continuare la missione del Cristo dobbiamo vivere anche in una solidarietà col mondo del peccato, assumendo i condizionamenti propri dell’uomo terrestre. Ma il nostro vivere nel mondo del peccato non varrebbe a nulla se non vivessimo in Dio… il Cristo ha vissuto in due mondi, nel mondo del Padre, nell’unità col Padre e nel mondo dell’uomo, nella solidarietà col peccato … ugualmente noi dobbiamo vivere nello stesso tempo nel mondo di Dio - … - e nel mondo umano".
La circolare delle tempora di settembre 1964 riportata nel Manuale CDF [pag. 140 ss.] era stata ancora più precisa: "per consacrarci a Dio, per vivere la nostra consacrazione, non bisogna perciò separarci dai fratelli, vivere una vita straordinaria o comunque diversa dalla loro; anzi, nell’amore per loro che lo stesso amore di Dio ci ispira e alimenta, dobbiamo sempre più essere solidali con tutti: non distinguerci, ma identificarci a ciascuno". Dunque: ciò che divinizza l’uomo lo rende solidale col "mondo".
Ma questa non è ancora precisamente la risposta alla nostra domanda sul volto laicale dell’identica santità cristiana. Vivere nel mondo di Dio e nel mondo umano è comunque la condizione necessaria per santificarsi come laici.
Il laico assume nella propria vocazione cristiana le realtà di questo mondo vivendole: si sposa; esercita una professione; si impegna nell’attività politica.
Uno dei testi più profondi è la meditazione sul matrimonio cristiano tenuta nel ritiro di Biella del 13 maggio 1979.
Dopo aver richiamato esplicitamente la dottrina conciliare sulla vocazione universale alla santità, ecco come stupendamente esprime il suo pensiero: "Questo invito che oggi a voi è stato rivolto, non vi chiama ad uscire da quella che è la vostra vita: vi chiama a trasfigurare la vostra vita, a far sì che tutto quello che vi è di umano in voi divenga con semplicità e purezza sempre più investito dalla grazia divina, divenga divino in voi; nulla più. Ma è una cosa immensa … se voi viveste il matrimonio fino in fondo, non ci vorrebbe nulla di più per essere santi". Mi sembra che il volto laicale dell’identica santità cristiana sia la divinizzazione di ciò che è propriamente umano, di ciò che appartiene all’economia della creazione. Secondo il pensiero di don Divo, tutta l’estensione del nostro essere umani deve essere trasfigurato dalla grazia e tanto si deve estendere il nostro essere cristiani quanto si estende la nostra essenza di uomini, la nostra possibilità di uomini, il nostro potere, le nostre capacità, l’esercizio di ogni nostra attività umana. Non siamo uomini che sono cristiani, ma cristiani che sono uomini. È dentro a questa deificazione in Cristo della realtà che – se non sbaglio – don Divo disegna il volto laicale dell’unica santità cristiana.
"Che tutta la nostra vita divenga trasparenza alla presenza che Cristo" [Ritiro di Biella (12-05-79)].
Debbo ormai concludere questo secondo punto. E lo faccio con tre osservazioni finali.
La prima. Ho notato e quasi percepito, soprattutto in questa ultima tematica, una singolare sintonia fra don Barsotti e don Giussani. Sarà l’oggetto della prossima relazione. Parlando di S. Giuseppe Moscati, don Giussani definisce la santità cristiana soprattutto nel suo profilo laicale, colle seguenti parole: "Come tutti gli altri (santi), ha vissuto una vita come la nostra … Ma l’ordinaria quotidianità dell’esistenza si ingigantiva di momento in momento perché viveva del rapporto con l’Infinito, cioè della presenza di Cristo che diveniva habitus cosciente e nesso desiderato" [prefazione a P. Bergamini, Laico cioè cristianoS. Giuseppe Moscati medico, Marietti 1820].
La seconda. Ho avuto la percezione che il tema conciliare della santificazione del mondo come missione del laico abbia nella riflessione di don Barsotti ricevuto una profondità teologica ed una registrazione mistica che non ho trovato altrove.
La terza. Studiando i testi barsottiani ho avuto l’impressione che don Divo posasse il suo sguardo piuttosto sull’una sanctitas piuttosto che sulla diversitas vitae. Sguardo tipicamente proprio del contemplativo e di chi in Cristo vede raccolto in un volume ciò che per l’universo si squaderna, direbbe Dante.
Conclusione La riflessione che stiamo compiendo è di importanza fondamentale. L’unica, vera permanente riforma del mondo è la santità: "… nella misura che essi sono santi divengono solidali con un mondo di peccatori e viene chiesto loro, in quanto santi, l’anima di tutti gli altri".
Il potere del santo è la presenza nel mondo della regalità del Crocefisso.