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segunda-feira, 14 de janeiro de 2019

DON DIVO BARSOTTI, essere, per noi, vuol dire dipendere da Dio. Noi siamo in quanto viviamo questo rapporto.

 AVVENTO E NATALE

L’uomo non può mai dire di avere realizzato pienamente la sua trasformazione nel Cristo, di avere posto fine a un cammino di partecipazione che ci chiama a una santità ogni giorno più grande. D’altra parte, anche Dio quando si è comunicato al mondo ed è disceso fra noi, ha dovuto vivere l’atto supremo e semplicissimo di un amore onde tutto si donava agli uomini attraverso avvenimenti scaglionati nel tempo, che rivelano ora un aspetto, ora un altro, di questa semplicità assoluta e di questa infinita pienezza di amore.

Tanto più questo si impone a noi.

Non è vero che oggi è Natale a differenza di ieri, non è vero che oggi è Natale a differenza di domani: sempre è il Natale.

Ma per me uomo, vivendo quaggiù sulla terra, nel tempo, si impone che io viva di questo Mistero ora un aspetto, ora un altro; che acceda allo stesso Mistero attraverso una continua serie di giorni, un continuo ripetersi di anni che sempre più dovrebbe farmi entrare nel cuore della realtà semplice e immensa che è la pura Presenza del Cristo.

La presenza del Natale non distrugge per noi l’Avvento; la presenza dell’Avvento non elimina per noi quella del Natale. Il Natale vero non lo celebriamo stanotte; lo celebreremo soltanto quando l’Avvento sarà venuto meno per noi col nostro ingresso nel Cristo; il vero Natale è quello.

Non perché nascerà il Cristo, ma perché noi nasceremo definitivamente alla vita divina, la partecipazione al Mistero dell’Incarnazione divina sarà compiuta e non potrà avere un ulteriore progresso, non potrà conoscere un inserimento più profondo. Rimarremo definitivamente in quella luce in cui la morte ci farà entrare. Allora l’Avvento cesserà. Ma anche con la celebrazione del Natale di stanotte non termina il nostro Avvento. Tanto non termina che vogliamo vivere anche domani....

E lo desideriamo precisamente perché sentiamo quanto sia ancora povera questa nostra partecipazione al Mistero del Cristo che si dona a ciascuno di noi.

(Ritiri ed esercizi, Libroni verdi, 24 dicembre 1966)

RESPONSABILITA’

Io accetto male l’espressione «Ecclesia semper reformanda»; non posso accettare che la Chiesa debba essere una Chiesa di peccatori. In realtà è così, ma non doveva essere così, perché la grazia divina in realtà è grazia trasformante. Non si può dire a nostra giustificazione che l’uomo è iustus simul et peccator. Se noi siamo santificati, siamo santificati, il peccato è distrutto, anche se non sono distrutte le conseguenze del peccato. La grazia divina veramente ci trasforma nell’intimo, ci unisce alla vita di Cristo. E allora ne viene che la comunità dei credenti deve essere veramente la manifestazione della santità di Dio.

Non ci si rende conto che cosa voglia dire il peccato per gli uomini che sono figli di Dio, per noi che siamo chiamati alla perfezione. Quanto più alta è la responsabilità

che noi riceviamo dalla Chiesa, quanto più grande la missione che noi riceviamo dalla Chiesa, tanto più s’impone la nostra identità con Cristo, e al punto tale che un minimo nostro peccato è di una gravità eccezionale. Io credo che un peccato, sia pur minimo, per esempio di un Vescovo o di un Papa sia più grande di un’ecatombe di una città. Perché? Perché il Vescovo o il Papa è veramente il sacramento della presenza di Dio nel cuore dell’uomo, e se tu non lo fai veramente presente, rischi di nascondere, di negare Dio agli uomini, tu ritardi la funzione rivelatrice del Cristo che continua attraverso il Magistero della Chiesa.

E pensate che cosa voglia dire, oltre la funzione rivelatrice, la funzione pastorale, quella di guidare gli uomini! Se tu devi guidare un gregge per portarlo verso nord-est, se devii anche di un grado solo, facendo un chilometro, la deviazione può essere solo di qualche metro, ma facendo cinquecento chilometri, ti allontani di molto dalla meta, e facendone più ancora, dove andrai a finire? Ed è questo il terribile: una mia deviazione compromette la vita di santità di tutta la Chiesa. 
Dio può, indipendentemente dal nostro peccato, salvare la Chiesa, e la salva, ma questo non vuole dire che la Chiesa sia veramente il sacramento di Dio, che manifesti veramente Dio nel mondo, se noi non siamo santi. Di qui vedete l’importanza della santità di noi sacerdoti che rappresentiamo Dio.

Nel dono dello Spirito, il Verbo divino in qualche modo assume la mia umanità in un certo prolungamento della sua Incarnazione divina. Egli assume tutte le mie potenze e le mie potenze diventano sue. Assume il mio cuore e il mio cuore diventa l’organo onde Egli medesimo ama e salva. In me Egli continua a vivere il mistero della sua morte e Risurrezione.

Dono grande dello Spirito che richiede il mio continuo sì con abbandono e fedeltà!

(Esercizi spirituali, Greccio 1971)

DIALOGO

Il dialogo è essenziale all’uomo perché l’uomo è creatura. Ecco perché la filosofia greca, per quanto grande, non può essere totalmente accettata dai cristiani. Vi è un limite nel pensiero greco che noi dobbiamo superare, ed è precisamente il fatto che tale filosofia non riconosce la creazione, e non riconoscendola, non riconosce nemmeno essenziale un rapporto con Dio. L’uomo è già costituito in sè stesso, trova già una consistenza, uno statuto suo proprio indipendentemente da Dio, mentre l’essere creato è in quanto dipendente.

Pertanto, essere, per noi, vuol dire dipendere da Dio. Noi siamo in quanto viviamo questo rapporto. Ecco perché il vivere, per noi uomini, vuol dire vivere una vita religiosa. La vita religiosa non è qualche cosa che si aggiunge al nostro essere umano, dal di fuori, che arricchisce la nostra vita o il nostro essere umano, perché al di fuori del rapporto con Dio non esiste nemmeno l’essere creato.

La filosofia greca suppone una materia prima, la quale suppone a sua volta la creazione. Dio è soltanto un ordinatore, un nome che dà una forma alle cose, ma non le crea nel loro intimo essere, non le stabilisce nel loro essere primo. Invece, siccome Dio è Creatore e tu sei creatura, l’essere per te vuol dire vivere il dialogo, cioè il rapporto con Dio.

Come Dio in se stesso, così la creatura in sè stessa è rapporto. Nelle divine Persone il Padre non è senza il Figlio, il Figlio non è senza Padre, ma anche la creatura non è senza Dio, perché la creatura non può essere pensata che in un rapporto di dipendenza da Lui, di finalità o di dipendenza. Ma mentre il rapporto è vissuto fisicamente, meccanicamente, da una creatura irrazionale, dall’uomo è vissuto coscientemente e liberamente.

Dio, che ci ha creato liberi e responsabili, vuole che il rapporto che abbiamo con Lui non sia soltanto meccanico; come una pietra o un albero con la divinità: deve essere un rapporto vissuto, cosciente, un rapporto libero, di amore.

E tu sei nella misura che ami, tu sei nella misura che accetti la tua dipendenza da Dio.

Noi non siamo, indipendentemente da Dio: ecco perché il dannato non vive che la sua morte eterna. Credeva egli, chiudendosi a Dio, di difendere maggiormente la propria autonomia, invece sottraendosi a Dio non vive che la sua sterilità eterna, il suo vuoto eterno, la sua morte definitiva.

Vivere, per l’uomo, vuol dire vivere un dialogo con Dio. Dialogo, perché implica la coscienza di questa dipendenza da Dio, ma anche la libertà di accettare questa sua dipendenza. Tu devi voler vivere questa tua dipendenza, tu devi amare questa tua dipendenza, devi stabilire questa tua dipendenza e vivere sempre più profondamente, sempre più liberamente e amorosamente questa tua dipendenza da Dio. Questo è il rapporto.

(tratto da: ritiri ed esercizi, Libroni verdi, anno 1966)

E’ il delitto del XIX secolo quello di non odiare il male, e di fargli delle proposte. Ogni accomodamento concluso con lui non somiglia neppure al suo trionfo parziale, ma al suo trionfo completo, perché il male non sempre domanda di scacciare il bene: domanda piuttosto il permesso di coabitare con lui. Un istinto segreto lo avverte che domandando qualche cosa, domanda tutto. Appena non è più odiato, si sente adorato. (tratto da: Ernest Hello, “L’uomo”)

sexta-feira, 11 de janeiro de 2019

DHIKR AND THE JESUS PRAYER


Unceasing recollection of God leading to peace

Introduction
There is this mysterious experience that the closer I am to God, the closer I come to the other. Indeed, prayer brings me closer to my brothers and sisters. Several years ago, Fr. Pierre de Bethune, secretary of the Intermonas­tic Council, said: “Beyond all violence, prayer is the strongest bond, because it goes through God. It is the shortest way between humans, because God is the one who is nearest to us.”[1] It is strik­ing that a spokesperson of the Sufi community in Tibhirine, Algeria, told the Trappists of Our Lady of Atlas that the Sufis wanted to meet for shared prayer. “We do not want,” he said, “to engage in a theological dialogue with you, for it has often raised barriers which are man-made. Now we feel called by God to unity. So we have to let God invent something new between us. This can be done only through prayer.”[2]
As a Christian, I am convinced that, being at­tuned to God’s presence in my own life, I will gladly open myself for God’s presence in my Muslim brothers and sisters. When I truly try to live my Christian faith on a deep mystical level, I easily open my heart for other believers. Hence, I very strongly believe that disciples of Jesus have to familiarize themselves with their very own rich mystical traditions and walk the mystical path. Karl Rahner said that the Chris­tian of the future will be a mystic, or he or she will not exist at all. Maybe I can add that human beings of the future will be mystics or they won’t exist at all. Unfortunately, as Sebastian Painadath writes: “Most Christians cannot sit quietly in meditation even for a short period of time. In the formation of priests and religious a disciplined initiation to contempla­tive pursuits is weak. The laity often looks for gurus in spir­ituality outside the Church. […] In contempla­tive silence all reli­gions meet at the depth level.”[3] And is maybe only at this level that hu­manity will be able to create a lasting peace.
This article seeks to explore some aspects of Christian and Islamic mysticism, and their im­portance for the future of humanity. First, I will discuss the Jesus Prayer. Then I will describe the Islamic practice of dhikr, or the unceasing repetition of God’s name. Finally, I will point out that a continuous recollection of God can contribute to peace in the world.
The Jesus Prayer

Prayer of Jesus or Prayer of the Heart

Prayer of Jesusor Prayer of the Heart

by Archimandrite Fr. Jonah Mourtos

To speak about the prayer of Jesus, for me, is very difficult. I will try to do it because of your kindness to invite me here. But I must say that I am not the right person for it, because of my sins. And because I don't have this prayer in my heart. I have forgotten it. Even this - to practice the prayer of the heart - was the deepest reason for me to become a monk. But now… all is forgotten, my life is not pure anymore…
But thank you again because you give me the opportunity to remember people that had this kind of prayer in their heart. They used to say, to recite the prayer of the heart in their hearts, in their minds without stop. One of them was my spiritual father. But I met also another two persons, fr. Efrem and fr. Paisios in Mount Athos. So some of what I am going to say is my memories from them, and I thank you again for giving me this opportunity, because I know, they are in heavens now, and they see us and they are very happy that we are together today, and they pray for us.

What it is the "prayer of the heart"

The prayer of the heart is the deepest prayer of the Orthodox Church. From now on when I say Orthodox Church, I mean the one Catholic and Apostolic Church, the first Church. It starts as a repetition of the name of Jesus. The prayer doesn't have one formal, standard type. It may be 'Lord Jesus Christ have mercy on me' or 'Lord Jesus Christ, son of God, have mercy on me, a sinner' or 'Lord Jesus Christ' or simply 'Jesus'. It is up to everybody's character to choose what he or she likes more. The result is the same, the prayer is the same.
Most of people prefer the 'Lord Jesus Christ have mercy on me'. The form is not so important, the meaning is very important.

The Art of Contemplative & Mystical Prayer ROMANO GUARDINI


Contemplative prayer has the tendency to become ever simpler and more silent. As we gain experience in this form of prayer we need fewer and fewer thoughts, until finally one single thought may be sufficient to find the way to truth and God. Fewer thoughts demand fewer words. St. Francis used the phrase “My God and my all” as his theme of contemplation for a whole night.

A Reading from The Prayer of the Heart

"Jesus": The Shortest, Simplest, and Most Powerful Prayer in the World

 
"Jesus": The Shortest, Simplest, and Most Powerful Prayer in the World
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Its simplicity and flexibility
What it is not: Magic
What it is not: Psychology
What it is: Power
What it is: Real presence
What it is: Grace
What it is: Sacramental
What it is: Sacred
Its practice
I am now going to tell you about the shortest, simplest, and most powerful prayer in the world.

It is called the "Jesus Prayer", and it consists simply in uttering the single word "Jesus" (or "Lord Jesus", or "Lord Jesus Christ, have mercy on me, a sinner") in any situation, at any time and place, either aloud or silently.

There is only one prerequisite, one presupposition: that you are a Christian. If you have faith in Christ, hope in Christ, and love of Christ, you can pray the most powerful prayer in the world, because you have real contact with the greatest power in the universe: Christ himself, who assured us, in his last words to his apostles, that "All authority in heaven and on earth has been given to me" (Mt 28:18).

It is also the simplest of all prayers. It is not one of the many "methods", because it bypasses methods and cuts right to the heart of practicing God's presence, which is the essence of prayer, the secret of which has been given to us by God the Father. The secret is simply God the Son, God incarnate, the Lord Jesus.

1. Its simplicity and flexibility
As the Catechism says, "The invocation of the holy name of Jesus is the simplest way of praying always.... This prayer is possible 'at all times' because it is not one occupation among others but the only occupation: that of loving God, which animates and transfigures every action in Christ Jesus" (CCC 2668).

Because it is so short and simple, this prayer can be prayed literally at any time at all and at all times, even times when longer and more complex forms of prayer are not practical or even possible. This includes times of anguish, pain, or stress, and times of deep happiness and joy.

It can be used by everyone (and has been): by the rankest beginner and the most advanced saint. It is not only for beginners; the saints use it too. It is not "cheating" just because it is so short. For it will make you pray more, not less. This only sounds paradoxical, for one of the things Jesus reminds us to do, when we invoke him by name, is to pray more!

It is so simple that it is like the center point of a circle. It is the whole circle. It contains in itself the whole gospel. The Catechism says: "The name 'Jesus' contains all: God and man and the whole economy of creation and salvation" (CCC 2666). Into this name the Christian can pour all of his faith, with nothing whatsoever left over, for to be a Christian is to rest all of your faith on Christ, with nothing left over.

It is not only the shortest prayer but also the shortest and earliest creed. Twice the New Testament mentions this most basic of all the Christian creeds: the simple three-word sentence "Jesus is Lord" (I Cor 12:3) and the same creed in four words: "Jesus Christ is Lord" (Phil 2:11). It is also the most distinctively Christian creed, for "Lord" (Kyrios) means "God", and Christ's divinity and lordship over one's life is the distinctive, essential faith of Christians: no non-Christian believes that (if he did, he would be a Christian), and all Christians believe it (if they do not, they are not Christians) .