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quinta-feira, 7 de abril de 2011

Spiegazione della Santa Messa di Dom Prosper Guéranger O.S.B Abate di Solesmes (1805-1875)

 




Spiegazione delle preghiere e delle cerimonie della S. Messa
L'ordinario della Messa è l'insieme delle rubriche e delle preghiere necessarie alla celebrazione della Messa e la cui disposizione non cambia, nonostante la varietà delle feste celebrate dalla Chiesa.
Non si può avere un'idea completa delle cerimonie della Messa che riferendosi alla Messa solenne, Missa solemnis, tipo di tutte le altre. Ci si potrebbe domandare, per esempio, perché il sacerdote si sposta a recitare l'epistola ad un lato dell'altare, il Vangelo dall'altra, invece che restare al centro. Questo non riguarda il sacrificio, e non fa che ricordare quello che si fa nella Messa solenne: il diacono legge il vangelo a sinistra, il suddiacono legge l'epistola a destra, come spiegheremo più avanti. Il sacerdote, adempiendo da solo le funzioni eserciate dal diacono e dal suddiacono va, successivamente, al posto che essi occupano alla Messa solenne: Bisogna dunque cercare nella Messa solenne le ragioni del modo di agire del sacerdote quando celebra una messa bassa.
Il sacrificio della messa è il sacrifico della croce; noi dobbiamo vedere Nostro Signore inchiodato alla croce e che offre il suo sangue, per i nostri peccati, a Dio, Padre suo. Tuttavia non si può assolutamente ritrovare, nelle diverse parti della Messa, le diverse circostanze della Passione di Nostro Signore, come hanno voluto fare certi autori, componendo dei metodi per assistere alla Messa.
Il sacerdote esce dalla sacrestia e si porta all'altare per offrire il santo sacrificio. Egli è, dicono le rubriche, paratus, cioè rivestito dei paramenti sacri, o vesti proprie per la celebrazione della santa Messa. Giunto davanti all'altare, egli compie la riverenza dovuta, cioè, se è presente il Santissimo Sacramento, egli fa la genuflessione; se non c'è, si limita ad un inchino profondo: ecco perché le rubriche portano queste parole: debita reverentia.

I. IL SALMO JUDICA ME DEUS
Dopo essersi fatto il segno della croce, il sacerdote pronuncia l'antifona Introibo ad altare Dei, prima del salmo XLII. Questa antifona è sempre detta all'inizio e alla fine della stessa preghiera. Di seguito comincia il salmo Judica me Deus, che viene recitato per intero, alternandosi con i ministri. Questo salmo è stato scelto causa del versetto Introibo ad altare Dei, «mi approssimerò all'altare di Dio»; è molto adatto per iniziare la celebrazione del santo Sacrificio. Del resto, la santa Chiesa sceglie sempre i salmi a motivo di un versetto che è attinente a ciò che sta compiendo o a ciò che vuole esprimere. Questo salmo non si trova da sempre nel Messale: il suo uso è stato stabilito da San Pio V, nel 1568. Udendo il sacerdote che lo proclama, si capisce - fin dalle parole dei primi versi ab homine iniquo e doloso erue me, «liberami dall'uomo iniquo e fraudolento» - che egli rappresenta Nostro Signore stesso e che parla in suo nome.
Il versetto che serve da antifona mostra che Davide era ancora giovane quando compose questo canto a gloria del Signore; perché, mentre dice che si sarebbe accostato all'altare del suo Dio, aggiunge: ad Deum qui laetificat iuventutem meam, «a Dio che allieta la mia giovinezza». Si stupisce del turbamento che sopraggiunge nella sua anima, ma ben tosto si rassicura, sperando nel suo Dio; ed è per questo che il suo canto è pieno di allegrezza. La santa Chiesa non vuole dunque che questo salmo venga recitato nelle messe dei defunti, perché, in questa occorrenza, noi andiamo a supplicare per il sollievo di un'anima, la cui dipartita ci lascia nell'inquietudine e nel dolore. Così durante il tempo di Passione, durante il quale la santa Chiesa è tutta presa dalle sofferenze del suo Sposo, e non pensa affatto a rallegrarsi.

Questo salmo è adatto per iniziare la Messa anche per quanto concerne il tema della venuta di Nostro Signore. Chi dunque deve essere inviato alle nazioni, se non colui che è luce e verità? David lo sapeva: e così si espresse: Emitte lucem tuam et veritatem tuam. Con lui noi lo ripetiamo, e anche noi diciamo a Dio: «Mandaci colui che è luce e verità».
Una volta terminato il salmo con il Gloria Patri e la ripetizione dell'antifona, il sacerdote invoca il soccorso del Signore dicendo: Adiutorium nostrum in nomine Domini; gli si risponde: Qui fecit cúlume et terram. Nel salmo precedente il celebrante ha espresso il grande desiderio di unirsi a Nostro Signore, luce e verità; ma, quando riflette circa l'incontro che si sta per realizzare tra l'uomo peccatore e Dio, sente il bisogno di essere sostenuto. Dio ha voluto questo incontro, è vero, ed ha stabilito che questo avvenga d'ordinario; malgrado ciò, l'uomo sente e comprende il suo nulla e la sua indegnità. Egli si umilia e si riconosce peccatore; e, per trovare sicurezza, comincia con il segno della croce, domandando il soccorso del Signore e apprestandosi a confessare le sue colpe.




È possibile richiedere il libro
La Santa Messa, Spiegazione delle preghiere e delle cerimonie della Santa Messa secondo alcune note raccolte dalle conferenze  di Dom Prosper Guéranger, Abate di Solesmes
al seguente indirizzo:
Suore Francescane dellíImmacolata  , Monastero della Murate  , Via dei Lanari, 2  , 06012 CITTÀ DI CASTELLO (PG) 
tel/fax: 075-8555779 - posta elettronica: francescanecittacastelloATinterfree.it

domingo, 13 de março de 2011

Dom Guéranger : Dom Guéranger

 

LA PASSION
LE TEMPS PASCAL LE TEMPS APRÈS LA PENTECÔTE

L'ANNÉE LITURGIQUE

Dom Guéranger

On ne doit pas s'étonner qu'un temps aussi sacré que l'est celui du Carême soit un temps rempli de mystères. L'Eglise, qui en a fait la préparation à la plus sublime de ses fêtes, a voulu que cette période de recueillement et de pénitence fût marquée par les circonstances les plus propres à réveiller la foi des fidèles, et à soutenir leur constance dans l'œuvre de l'expiation annuelle.
Au Temps de la Septuagésime, nous avons rencontre le nombre septuagénaire, qui nous rappelait les soixante-dix ans de la captivité à Babylone, après lesquels le peuple de Dieu, purifié de son idolâtrie, devait revoir Jérusalem et y célébrer la Pâque. Maintenant c'est le nombre sévère de quarante que la sainte Eglise propose à notre attention religieuse, ce nombre qui, comme nous dit saint Jérôme, est toujours celui de la peine et de l'affliction (1).
Rappelons nous cette pluie de quarante jours et de quarante nuits, sortie des trésors de la colère de Dieu, quand il se repentit d'avoir créé l'homme (2) et qu'il submergea la race humaine sous les flots, à l'exception d'une famille. Considérons le peuple hébreu errant quarante années
1. In Ezechiel. Caput XXIX. — 2. Gen. VII, 12.
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dans le désert, en punition de son ingratitude, avant d'avoir accès dans la terre promise (1). Ecoutons le Seigneur, qui ordonne à son prophète Ezéchiel de demeurer couché quarante jours sur son côté droit, pour figurer la durée d'un siège qui devait être suivi de la ruine de Jérusalem.
Deux hommes, dans l'Ancien Testament, ont la mission de figurer en leur personne les deux manifestations de Dieu: Moïse, qui représente la Loi, et Elie, en qui est symbolisée la Prophétie. L'un et l'autre approchent de Dieu : le premier sur le Sinaï (2), le second sur Horeb (3); mais l'un et l'autre n'obtiennent accès auprès de la divinité, qu'après s'être purifiés par l'expiation dans un jeûne de quarante jours.
En nous reportant à ces grands faits, nous arrivons à comprendre pourquoi le Fils de Dieu incarné pour le salut des hommes, ayant résolu de soumettre sa chair divine aux rigueurs du jeûne, dut choisir le nombre de quarante jours pour cet acte solennel. L'institution du Carême nous apparaît alors dans toute sa majestueuse sévérité, et comme un moyen efficace d'apaiser la colère de Dieu et de purifier nos âmes. Elevons donc nos pensées au-dessus de l'étroit horizon qui nous entoure; voyons tout l'ensemble des nations chrétiennes, dans ces jours où nous sommes, offrant au Seigneur irrité ce vaste quadragénaire de l'expiation; et espérons que, comme au temps de Jonas, il daignera, cette année encore, faire, miséricorde à son peuple.
Après ces considérations relatives à la mesure du temps que nous avons à parcourir, il nous faut maintenant apprendre de la sainte Eglise sous quel
1. Num. XIV, 33.— 2. Exod. XXIV, 18.— 3. III Reg. XIX, 8.
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symbole elle considère ses enfants durant la sainte Quarantaine. Elle voit en eux une immense armée qui combat jour et nuit contre l'ennemi de Dieu. C'est pour cela que le Mercredi des Cendres elle a appelé le Carême la carrière de la milice chrétienne (1). En effet, pour obtenir cette régénération qui nous rendra dignes de retrouver les saintes allégresses de l’Alleluia, il nous faut avoir triomphé de nos trois ennemis : le démon, la chair et le monde. Unis au Rédempteur, qui lutte sur la montagne contre la triple tentation et contre Satan lui-même, il nous faut être armés et veiller sans cesse. Afin de nous soutenir par l'espérance delà victoire et pour animer notre confiance dans le secours divin, l'Eglise nous propose le Psaume quatre-vingt-dixième (2), qu'elle admet parmi les prières de la Messe au premier Dimanche de Carême, et auquel elle emprunte chaque jour plusieurs versets pour les différentes Heures de l'Office.
Elle veut donc que nous comptions sur la protection que Dieu étend sur nous comme un bouclier (3); que nous espérions à l'ombre de ses ailes (4), que nous ayons confiance en lui, parce qu'il nous retirera des filets du chasseur infernal (5) qui nous avait ravi la sainte liberté des enfants de Dieu; que nous soyons assurés du secours des saints Anges, nos frères, auxquels le Seigneur a donné ordre de nous garder dans toutes nos voies (6), et qui, témoins respectueux du combat que le
1. Temps de la Septuagésime, pag. 247. — 2. Ps. Qui habitat in adjutorio, dans l'Office de Complies. —3 Scuto circumdabit te veritas ejus. A None. — 4. Et sub pennis ejus sperabis. A Sexte. — 5. Ipse liberavit me de laqueo venantiam. A Tierce. — 6. Angelis suis mandavit de te, ut custodiant te in omnibus viis tuis. A Laudes et à Vêpres.
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Sauveur soutint contre Satan, s'approchèrent de lui, après la victoire, pour Je servir et lui rendre Lins hommages. Entrons dans les sentiments que veut nous inspirer la sainte Eglise, et durant ces jours de combat, recourons souvent à ce beau cantique qu'elle nous signale comme l'expression la plus complète des sentiments dont doivent être animés, dans le cours de cette sainte campagne, les soldats de la milice chrétienne.
Mais l'Eglise ne se borne pas à nous donner ainsi un mot d'ordre contre les surprises de l'ennemi; pour occuper nos pensées, elle offre à nos regards trois grands spectacles qui vont se dérouler jour par jour jusqu'à la tète de Pâques, et nous apporter chacun ses pieuses émotions avec l'instruction la plus solide.
D'abord, nous avons à assister au dénouement de la conspiration des Juifs contre le Rédempteur: conspiration qui commence à s'ourdir et qui éclatera le grand Vendredi, lorsque nous verrons le Fils de Dieu attaché à l'arbre de la Croix. Les passions qui s'agitent au sein de la Synagogue vont se manifester de semaine en semaine ; et nous pourrons les suivie dans leur affreux développement. La dignité, la sagesse, la mansuétude de l'auguste victime nous paraîtront toujours plus sublimes et plus dignes d'un Dieu. Le drame divin que nous avons vu s'ouvrir dans la grotte de Bethléhem va se continuer jusqu'au Calvaire; et pour le suivre, nous n'aurons qu'à méditer les lectures de l'Evangile que l'Eglise nous proposera jour par jour.
En second lieu, nous rappelant que la fête de Laques est pour les Catéchumènes le jour de la nouvelle naissance, nous reporterons notre pensée a ces premiers âges du christianisme où le Carême
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était pour les aspirants au Baptême la dernière préparation. La sainte Liturgie a conserve la trace de cette antique discipline ; et en entendant ces magnifiques lectures des deux Testaments, à l'aide desquelles on achevait la dernière initiation, nous remercierons Dieu, qui a daigne nous faire naître dans ces siècles où l'enfant n'a plus à attendre l'âge d'homme pour faire l'épreuve des divines miséricordes. Nous songerons aussi à ces nouveaux Catéchumènes qui, de nos jours encore, dans les contrées évangélisées par nos modernes apôtres, attendent, comme aux temps anciens, la grande solennité du Sauveur vainqueur de la mort, pour descendre dans la piscine sacrée et v puiser un nouvel être.
Enfin, nous devons, pendant le Carême, nous remettre en mémoire ces Pénitents publics, qui. expulsés solennellement de l'assemblée des fidèles le Mercredi des Cendres, étaient, dans tout le cours de la sainte Quarantaine, un objet de préoccupation maternelle pour l'Eglise, qui devait, s'ils le méritaient, les admettre à la réconciliation le Jeudi saint. Un admirable corps de lectures, destiné à leur instruction et à intéresser les fidèles en leur faveur, passera sous nos yeux ; car la Liturgie n'a rien perdu non plus de ces fortes traditions. Nous nous rappellerons alors avec quelle facilité nous ont été pardonnées des iniquités qui, dans les siècles passés, ne nous eussent peut-être été remises qu'après de dures et solennelles expiations; et, songeant à la justice du Seigneur, qui demeure immuable, quels que soient les changements que la condescendance de l'Eglise introduit dans la discipline, nous sentirons d'autant plus le besoin d'offrir à Dieu le sacrifice d'un cœur véritablement contrit, et d'animer d'un sincère esprit
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de pénitence les légères satisfactions que nous présentons à sa divine Majesté.
Afin de conserver au saint temps du Carême le caractère de tristesse et de sévérité qui lui convient, l'Eglise, durant un grand nombre de siècles, s'est montrée très réservée dans l'admission des fêtes à cette époque de l'année, parce qu'elles portent toujours en elles un élément de joie. Au IV° siècle, le concile de Laodicée marquait déjà cette disposition dans son cinquante-unième Canon (1), ne permettant de faire la fête ou la Commémoration des Saints que les samedis ou les dimanches. L'Eglise grecque s'est maintenue dans cette rigueur; et ce n'est que plusieurs siècles après le concile de Laodicée qu'elle s'en est enfin relâchée en admettant, au 25 mars, la fête de l'Annonciation.
L'Eglise Romaine a longtemps retenu cette discipline, du moins en principe ; mais elle a admis de bonne heure la fête de l'Annonciation, et ensuite celle de l'apôtre saint Mathias, au 24 février. On l'a vue, dans les derniers siècles, ouvrir son calendrier à d'autres fêtes encore dans la partie qui correspond au Carême, mais cependant avec une grande mesure, par égard pour l'esprit de l'antiquité.
La raison qui a rendu l'Eglise Romaine plus facile dans l'admission des fêtes des Saints en Carême, est que les Occidentaux ne regardent pas la célébration des fêtes comme incompatible avec le jeune, tandis que les Grecs sont persuadés du contraire. C'est pourquoi le samedi, qui est toujours pour les Orientaux un jour solennel, n'est jamais chez eux un jour de jeûne, si ce n'est
1. LABB. Concil., tom. I.
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pourtant le Samedi saint. De même, ils ne jeûnent pas le jour de l'Annonciation, à cause de la solennité de cette fête.
Ce préjugé des Orientaux a donné origine, vers le VII° siècle, à une institution qui leur est particulière et qu'ils appellent la Messe des Présanctifiés, c'est-à-dire des choses consacrées dans un Sacrifice précédent. Chaque dimanche de Carême, le prêtre consacre six hosties, dont une est consommée par lui dans le Sacrifice; les cinq autres sont réservées pour une simple communion qui a lieu chacun des cinq jours suivants, sans Sacrifice. L'Eglise latine n'exerce ce rite qu'une fois l'année, le Vendredi saint, et pour une raison profonde que nous expliquerons en son lieu.
Le principe de cet usage des Grecs est venu évidemment du quarante-neuvième Canon du concile de Laodicée, qui prescrit de ne pas offrir le pain du Sacrifice en Carême, si ce n'est le samedi et le dimanche (1). Dans les siècles suivants, les Grecs ont conclu de ce canon que la célébration du Sacrifice était incompatible avec le jeûne; et nous voyons par leur controverse, au XI° siècle, avec le légat Humbert (2), que la Messe des Présanctifiés, qui n'a en sa faveur qu'un canon du trop fameux concile appelé in Trullo (3), tenu en 692, était justifiée par les Grecs moyennant cette allégation absurde, que la communion du corps et du sang du Seigneur rompait le jeûne quadragésimal.
C'est le soir, après l'Office des Vêpres, que les Grecs célèbrent cette cérémonie, dans laquelle le prêtre communie seul, comme chez nous le
1. LABB. Concil.,tom.I. — 2. Contra Nicetam, tom. IV. — 3. Can. 52. LABB. Concil., tom. VI.
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Vendredi saint. Il y a cependant exception, depuis plusieurs siècles, pour le jour de l'Annonciation; le jeûne étant suspendu dans cette solennité, on y célèbre le Sacrifice, et les fidèles peuvent communier.
Le règlement du concile de Laodicée ne paraît pas avoir été jamais reçu dans l'Eglise d'Occident; et nous ne voyons, à Rome, aucune trace de la suspension du Sacrifice en Carême, si ce n'est le jeudi, jusqu'au VIII° siècle, où nous apprenons du Liber Pontificalis que le Pape saint Grégoire II. voulant compléter le Sacramentaire Romain, ajouta des Messes propres pour ce jour dans les cinq premières semaines de Carême (1). Il serait difficile de rendre raison aujourd'hui des motifs de cette suspension de la Messe au jeudi dans l'Eglise Romaine, non plus que de l'usage de l'Eglise de Milan qui n'offre pas le Sacrifice le vendredi en Carême. Les raisons qui en ont été données nous paraissent peu satisfaisantes ; et quant à l'Eglise de Milan, nous serions porté à croire que l'usage romain de ne pas célébrer la Messe le Vendredi saint, usage qui s'observe pareillement dans l'Eglise Ambrosienne, aurait été par imitation étendu aux autres vendredis du Carême.
Le manque d'espace nous oblige à ne toucher que légèrement tous les détails de ce chapitre ; cependant il nous reste à dire encore quelque chose îles usages mystérieux de notre Carême occidental. Nous en avons déjà fait connaître et expliqué plusieurs dans le Temps de la Septuagésime. La suspension de l’Alleluia, l'emploi de la couleur violette dans les ornements sacres, la suppression de la dalmatique du diacre et de la
1. Lib. Pontif, in Gregorio II.
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tunique du sous-diacre ; les deux cantiques de joie, Gloria in excelsis et Te Deum laudamus, interdits l'un et l'autre; le Trait substitué dans la Messe au verset alléluiatique ; l’Ite missa est remplacé par une autre formule ; l'oraison de pénitence qui se récite sur le peuple, à la fin de la Messe, aux jours de la semaine où l'on ne célèbre pas la fête d'un Saint ; les Vêpres anticipées avant midi, tous les jours, à l'exception des Dimanches (1) : ces divers rites sont déjà connus de nos lecteurs. En fait de cérémonies actuellement pratiquées, nous n'avons plus à signaler que les prières qui se font à genoux, à la fin de chacune des Heures de l'Office, dans les jours de férié, et l'usage en vertu duquel tout le Chœur se tient aussi agenouillé durant le Canon de la Messe, à ces mêmes jours.
Mais nos Eglises d'Occident pratiquaient encore en Carême d'autres rites qui, depuis plusieurs siècles, sont tombés en désuétude, bien que quelques-uns se soient conservés, en certaines localités, jusqu'à nos temps. Le plus imposant de tous consistait à tendre un immense voile, ordinairement de couleur violette et appelé la courtine, entre le chœur et l'autel, en sorte que ni le clergé ni le peuple n'avaient plus la vue des saints Mystères qui se célébraient derrière cette impénétrable barrière. Ce voile était un symbole du deuil de la pénitence auquel le pécheur doit se soumettre, pour mériter de contempler de nouveau la majesté de Dieu, dont il a offensé les regards par son iniquité. Il signifiait aussi les humiliations du Christ, qui furent un scandale pour l'orgueil de la Synagogue,
1. Revoir, sur tous ces rites, le Temps de la Septuagésime.
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et qui disparaîtront toup à coup, comme un voile que Ton lève en un instant, pour taire place aux splendeurs de la Résurrection (1). Cet usage est demeuré, entre autres lieux, dans l'église métropolitaine de Paris.
La coutume était aussi, en beaucoup d'églises, dévoiler la croix et les images des saints dès le commencement du Carême, afin d'inspirer une plus vive componction aux fidèles, qui se voyaient privés de la consolation de reposer leurs regards sur ces objets chers à leur piété. Cette pratique, qui s'est aussi conservée en quelques lieux, est moins fondée cependant que celle de l'Eglise Romaine, qui ne voile les croix et les images qu'au temps de la Passion, comme nous l'expliquerons en son lieu.
Nous apprenons des anciens cérémoniaux du moyen âge que l'on était dans l'usage de faire pendant le Carême un grand nombre de processions d'une église à l'autre, particulièrement les mercredis et les vendredis ; dans les monastères, ces processions se faisaient sous le cloître et nu-pieds (2). C'était une imitation des Stations de Rome, qui sont journalières en Carême, et qui, durant un grand nombre de siècles, commençaient par une procession solennelle à l'église stationnale.
Enfin, de tout temps l'Eglise a multiplié ses prières dans le Carême. La discipline actuelle à ce sujet porte que, dans les cathédrales et collégiales qui n'en sont pas exemptées par une coutume contraire, on doit ajouter aux Heures Canoniales, le lundi, l'Office des Morts; le mercredi, les Psaumes Graduels, et le vendredi, les Psaumes
1. HONORIUS D'AUTUN, Gemma animae, lib. III, cap. LXVI. — 2. MARTENE, De antiquis Ecclesiae ritibus, tom. III, cap. XVIII.
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de la Pénitence. Dans nos Eglises de France, au moyen âge, c'était un Psautier tout entier que l'on ajoutait chaque semaine à l'Office ordinaire (1).
1. MARTÈNE, De antiquis Ecclesiae ritibus, t. III, cap. XVIII.
fonte:http://www.abbaye-saint-benoit.ch

sábado, 19 de fevereiro de 2011

L'anno liturgico di dom Prosper Guéranger: TEMPO DI SETTUAGESIMA

TEMPO  DI  SETTUAGESIMA
PROPRIO  DEL  TEMPO

TEMPO DI SETTUAGESIMA

Capitolo II
MISTICA DEL TEMPO DI SETTUAGESIMA

Il tempo in cui entriamo contiene profondi misteri, che non sono solamente propri delle tre settimane che ci preparano alla santa Quarantena, ma si estendono a tutto il periodo che ci separa dalla grande festa di Pasqua.

Due tempi.
Il numero settenario è il fondamento di questi misteri.
"Vi sono due tempi, dice sant'Agostino nel suo commento al Salmo 148: uno si attraversa ora, nelle tentazioni e tribolazioni della vita; l'altro si passerà in una sicurezza e letizia eterne. Noi li celebriamo, il primo avanti la Pasqua, il secondo dopo la Pasqua. Il tempo avanti la Pasqua esprime le angosce della vita presente, quello che comincia con la Pasqua significa la beatitudine che godremo un giorno. Ecco perché passiamo il primo dei due tempi nel digiuno e nella preghiera, mentre il secondo lo dobbiamo dedicare ai canti della gioia; e per tutta la sua durata è sospeso il digiuno".

Due luoghi.
La Chiesa, interprete delle sacre Scritture, ci addita due diverse città, in diretto rapporto coi due tempi descritti da sant'Agostino: Babilonia e Gerusalemme. La prima è il simbolo di questo mondo di peccato, dove il cristiano passerà il tempo della prova; la seconda è la patria celeste, dove si riposerà di tutti i suoi combattimenti.
Il popolo d'Israele, la cui storia è tutta una grandiosa figura dell'umanità, fu esiliato da Gerusalemme e tenuto, per settant'anni, prigioniero in Babilonia. Per esprimere questo mistero la Chiesa, secondo Alcuino, Amalario, Ivo di Chartres e generalmente i liturgisti del Medioevo, ha voluto fissare per i giorni dell'espiazione il numero settuagenario, e, seguendo lo stile delle sacre Scritture, ha preso il numero simbolico per quello reale.

Le sette età del mondo.
Secondo le antiche tradizioni cristiane anche la durata del mondo si divide in sette periodi. Prima che albeggi il giorno della vita eterna il genere umano deve attraversare sette età. La prima è trascorsa dalla creazione di Adamo a Noè; la seconda dal diluvio fino alla vocazione di Abramo; la terza comincia con questo primo nucleo del popolo di Dio e arriva a Mosè, per le cui mani il Signore elargì la Legge; la quarta si estende da Mosè a David, nella cui persona si inizia la sovranità reale della casa di Giuda; la quinta abbraccia la serie di secoli dopo il regno di David fino alla cattività dei Giudei in Babilonia; la sesta si svolge al loro ritorno dalla cattività fino alla nascita di Gesù Cristo. Finalmente si apre la settima età, che sorge con l'apparizione del Sole di giustizia, e durerà fino all'avvento del Giudice dei vivi e dei morti. Tali sono le sette grandi frazioni dei tempi, dopo i quali non v'è che l'eternità.

Il settenario della gioia.
Per confortarci in mezzo ai combattimenti di cui è cosparso il nostro cammino, la Chiesa ci fa conoscere un altro settenario, che in realtà seguirà a quello che andiamo attraversando. Dopo la Settuagesima della tristezza verrà la Pasqua, con sette settimane di gioia, a farci pregustare le consolazioni e le delizie del cielo. Difatti, dopo aver digiunato con Cristo e compartecipato alle sue sofferenze, risusciteremo con lui, e i nostri cuori lo seguiranno nel più alto dei cieli. A poco a poco sentiremo discendere in noi il divino Spirito coi suoi sette doni; per cui la celebrazione di sì grandi meraviglie non ci chiederà meno di sette settimane, cioè da Pasqua a Pentecoste.

Il periodo della tristezza.
Dopo aver gettato uno sguardo di speranza verso il consolante avvenire dobbiamo ora rifarci alle realtà presenti. Che cosa siamo quaggiù? Degli esiliati, degli essere in catene, in preda a tutti i pericoli che Babilonia ci nasconde. Orbene, se amiamo la patria, se desideriamo rivederla, dobbiamo romperla con le false lusinghe di questo perfido straniero e respingere lungi da noi quella tazza, alla quale s'inebria una gran parte dei nostri fratelli di cattività. Essa c'invita ai trastulli ed ai piaceri; ma le nostre arpe devono rimaner sospese ai salici presso le rive del suo fiume, fino a quando ci sarà dato il segnale di rientrare in Gerusalemme. Vorrebbe impedirci di riascoltare i canti di Sion entro le sue mura, come se il nostro cuore potesse star contento lontano dalla patria, mentre un esilio eterno sarebbe la pena della nostra infedeltà. "Come canteremo i cantici del Signore in terra straniera?" (Sal 136,4).

I riti della penitenza.
Sono questi i sentimenti che la Chiesa cerca d'infonderci in tali giorni, richiamando l'attenzione sui pericoli che ci circondano, dentro e fuori di noi, da parte delle creature. Per il resto dell'anno ci spronerà a ripetere il canto celestiale del gioioso Alleluia! Ma ora ci mette la mano sulla bocca, perché non abbia mai a risuonare quel grido d'allegrezza in Babilonia. "Siamo in viaggio e lontani dal Signore! (2Cor 5,6): serbiamo i nostri inni per il momento che lo raggiungeremo. Siamo peccatori, e molto spesso complici degli infedeli: purifichiamoci col pentimento, perché sta scritto che "la lode del Signore perde la sua bellezza nella bocca del peccatore" (Eccli 15,9).
La caratteristica di questo tempo è, dunque, la sospensione dell'Alleluia che non dovrà più sentirsi sulla terra, fino a quando non avremo partecipato alla morte di Cristo e non saremo risuscitati con lui per una vita nuova (Col 2,12).
Ugualmente ci viene tolto l'inno angelico Gloria a Dio nel più alto dei cieli, che riecheggiò ogni domenica dopo la nascita del Redentore; ci sarà solo concesso ripeterlo in quei giorni della settimana in cui si commemora la festa d'un Santo. Alla domenica il Mattutino perde fino a Pasqua l'Inno Ambrosiano Te Deum laudamus. Al termine del Sacrificio il diacono non scioglierà più l'assemblea dei fedeli con le parole Ite, missa est; ma solo li inviterà a continuare la loro preghiera in silenzio, benedicendo il Dio della misericordia che, malgrado le nostre iniquità, non ci ha rigettati da lui.
Dopo il Graduale della Messa, in luogo dell'Alleluia, che si ripeterà tre volte per disporre i nostri cuori ad aprirsi per ascoltare la voce stessa del Signore nella lettura del suo Vangelo, sentiremo l'emozionante melodia del Tratto, il quale esprime il linguaggio del pentimento, della supplica incessante e dell'umile confidenza, che ci devono essere abituali in questi giorni.

Altri riti liturgici.
Pare che la Chiesa si preoccupi d'avvertire anche i nostri occhi, che il tempo in cui entriamo è un tempo di dolore. Difatti, il violaceo sarà il colore abituale, quando non vi sarà un Santo da festeggiare. Fino al Mercoledì delle Ceneri il diacono e il suddiacono continueranno a indossare la dalmatica e la tunica; ma a partire da questo giorno deporranno questi abiti di gioia, e aspetteranno che l'austera Quarantena ispiri alla Chiesa come esprimere ancora più la sua tristezza, eliminando tutto ciò che potrebbe minimamente risentire di quello splendore, di cui in altro tempo ama circondare i suoi altari.

da: dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - I. Avvento - Natale - Quaresima - Passione, trad. it. P. Graziani, Alba, 1959, pp. 417-420

THE LITURGICAL YEAR BY THE VERY REV. DOM PROSPER GUÉRANGER, ABBOT OF SOLESMES SEPTUAGESIMA

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SEPTUAGESIMA - CONTENTS


Preface
CHAP. I - The History of Septuagesima
CHAP. II - The Mystery of Septuagesima
CHAP. III. - Practice during Septuagesima
CHAP. IV. - Morning and Night Prayers for Septuagesima
CHAP. V. - On hearing Mass, during the Season of Septuagesima
CHAP. VI. - On Holy Communion, during Septuagesima


CHAPTER THE FIRST
THE HISTORY OF SEPTUAGESIMA

 

The Season of Septuagesima comprises the three weeks immediately preceding Lent. It forms one of the principal divisions of the Liturgical Year, and is itself divided into three parts, each part corresponding to a week: the first is called Septuagesima; the second, Sexagesima; the third, Quinquagesima.
All three are named from their numerical reference to Lent, which, in the language of the Church, is called Quadragesima, - that is, Forty, - because the great Feast of Easter is prepared for by tile holy exercises of Forty Days. The words Quinquagesima, Sexagesima, and Septuagesima, tell us of the same great Solemnity as looming in the distance, and as being the great object towards which the Church would have us now begin to turn all our thoughts, and desires, and devotion.
Now, the Feast of Easter must be prepared for by a forty-days’ recollectedness and penance. Those forty-days are one of the principal Seasons of the Liturgical Year, and one of the most powerful means employed by the Church for exciting in the hearts of her children the spirit of their Christian vocation. It is of the utmost importance, that such a Season of penance should produce its work in our souls, - the renovation of the whole spiritual life. The Church, therefore, has instituted a preparation for the holy time of Lent. She gives us the three weeks of Septuagesima, during which she withdraws us, as much as may be, from the noisy distractions of the world, in order that our hearts may be the more readily impressed by the solemn warning she is to give us, at the commencement of Lent, by marking our foreheads with ashes.

This prelude to the holy season of Lent was not known in the early ages of Christianity: its institution would seem to have originated in the Greek Church. The practice of this Church being never to fast on Saturdays, the number of fasting-days in Lent, besides the six Sundays of Lent, (on which, by universal custom, the Faithful never fasted,) there were also the six Saturdays, which the Greeks would never allow to be observed as days of fasting: so that their Lent was short, by twelve days, of the Forty spent by our Saviour in the Desert. To make up the deficiency, they were obliged to begin their Lent so many days earlier, as we will show in our next Volume.
The Church of Rome had no such motive for anticipating the season of those privations, which belong to Lent; for, from the earliest antiquity, she kept the Saturdays of Lent, (and as often, during the rest of the year, as circumstances might require,) as fasting days. At the close of the 6th century, St. Gregory tile Great, alludes, in one of his Homilies, to the fast of Lent being less than Forty Days, owing to the Sundays which come during that holy season. “There are,” he says, “from this Day (the first Sunday of Lent) to the joyous Feast of Easter, six Weeks, that is, forty-two days. As we do not fast on the six Sundays, there are but thirty-six fasting days; * * * which we offer to Gel as the “tithe of our year.” [The sixteenth homily on the Gospels.]
It was, therefore, after the pontificate of St. Gregory, that the last four days of Quinquagesima Week, were added to Lent, in order that the number of Fasting Days might be exactly Forty. As early, however, as the 9th century, the custom of beginning Lent on Ash Wednesday was of obligation in the whole Latin Church. All the manuscript copies of the Gregorian Sacramentary, which bear that date, call this Wednesday the In capite jejunii, that is to say, the beginning of the fast; and Amalarius gives us every detail of the Liturgy of the 9th century, tells us, that it was, even then, the rule to begin the Fast four days before the first Sunday of Lent. We find the practice confirmed by two Councils, held in that century [Meaux, and Soissons]. But, out of respect for the form of Divine Service drawn up by St. Gregory, the Church does not make any important change in the Office of these four days. Up to the Vespers of Saturday, when alone she begins the Lenten rite, she observes the rubrics prescribed for Quinquagesima Week.
Peter of Blois, who lived in the 12th century, tells us what was the practice in his days. He says: “All Religious begin the Fast of Lent at Septuagesima; the Greeks, at Sexagesima; the Clergy, at Quinquagesima; and the rest of Christians, who form the Church militant on earth, begin their Lent on the Wednesday following Quinquagesima.” [Sermon xiii.] The secular Clergy, as we learn from these words, were bound to begin the Lenten Fast somewhat before the laity: though it was only by two days, that is, on Monday, as we gather from the Life of St. Ulric, Bishop of Augsburg, written in the 10th century. The Council of Clermont, in 1095, at which Pope Urban the Second presided, has a decree sanctioning the
obligation of the Clergy beginning abstinence from meat at Quinquagesima. This Sunday was called, indeed, Dominica carnis privii, and Carnis privium Sacerdotum, (that is, Priests' Carnival Sunday,) - but the term is to be understood in the sense of the announcement being made, on that Sunday, of the abstinence having to begin on the following day. We shall find, further on, that a like usage was observed in the Greek Church, on the three Sundays preceding Lent. This law, which obliged the Clergy to these two additional days of abstinence, was in force in the 13th century, as we learn from a Council held at Angers, which threatens with suspension all Priests who neglect to begin Lent on the Monday of Quinquagesima Week.
This usage, however, soon became obsolete; and in the 15th century, the secular Clergy, and even the Monks themselves, began the Lenten Fast, like the rest of the Faithful, on Ash Wednesday.
There can be no doubt, but that the original motive for this anticipation - which, after several modifications, was limited to the four days immediately preceding Lent, - was to remove from the Greeks the pretext of taking scandal at the Latins, who did not fast a full Forty days. Ratramnus, in his Controversy with the Greeks, clearly implies it. But the Latin Church did not think it necessary to carry her condescension further, by imitating the Greek ante-lenten usages, which originated, as we have already said, in the eastern custom of not fasting on Saturdays
[The Gallican Liturgy had retained several usages of the Oriental Churches, to which it owed, in part, its origin: hence, it was not without some difficulty, that the custom of abstaining and fasting on Saturdays was introduced into Gaul. Until such time as the Churches of that country had adopted the Roman custom, in that point of discipline, they were necessitated to anticipate the Fast of Lent. The first Council of Orleans, held in the early part of the 6th century, enjoins the Faithful to observe, before Easter, Quadragesima, (as the Latins call Lent,) and not Quinquagesima, in order, says the Council, that unity of custom may be maintained. Towards the close of the same century, the fourth Council held in the same City, repeals the same prohibition, and explains the intentions of the making such an enactment, by ordering that the Saturdays during Lent should be observed as days of fasting. Previously to this, that is, in the years 511 and 541, the first and second Councils of Orange had combated the same abuse, by also forbidding the imposing on the Faithful the obligation of commencing the Fast at Quinquagesima. The introduction of the Roman Liturgy into France; which was brought about by the zeal of Pepin and Charlemagne, finally established, in that country, the custom of keeping the Saturday as a day of penance; and, as we have just seen, the beginning Lent on Quinquagesima was not observed excepting by the Clergy. In the 13th century, the only Church in the Patriarchate of the West, which began Lent earlier than the Church of Rome, was that of Poland its Lent opened on the Monday of  Septuagesima, which was owing to the rites of the Greek Church being much used in Poland. The custom was abolished, even in that country, by Pope Innocent the fourth, in the year 1248.]
Thus it was, that the Roman Church, by this anticipation of Lent by Four days, gave the exact number of Forty Days to the holy Season, which she had instituted in imitation of the Forty Days spent by our Saviour in the Desert. Whilst faithful to her ancient practice of looking on the Saturday as a day appropriate for penitential exercises, she gladly borrowed from the Greek Church the custom of preparing for Lent, by giving to the Liturgy of the three preceding weeks a tone of holy mournfulness. Even as early as the beginning of the 9th century, as we learn from Amalarius, the Alleluia and Gloria in excelsis were suspended in the Septuagesima Offices. The Monks conformed to the custom, although the Rule of St. Benedict prescribed otherwise. Finally, in the second half of the 11th century, Pope Alexander the Second enacted, that the total suspension of the Alleluia should be everywhere observed, beginning with the Vespers of the Saturday preceding Septuagesima Sunday. This Pope was but renewing a rule already sanctioned, in that same century, by Pope Leo the Ninth, and which was inserted in the body of Canon Law [Cap. Hi duo. De consec. Dist. 1].
Thus was the present important period of the Liturgical Year, after various changes, established the Cycle of the Church. It has been there upward of a thousand years. Its name, Septuagesima (Seventy), expresses, as we have already remarked, a numerical relation to Quadragesima (the Forty Days); although, in reality, there are not seventy but only sixty-three days from Septuagesima Sunday to Easter. We will speak of the mystery of the name in the following Chapter. The first Sunday of Lent being called Quadragesima (Forty), each of the three previous Sundays has a name expressive of an additional ten: the nearest to Lent being called Quinquagesima (Fifty); the middle one, Sexagesima (Sixty); the third, Septuagesima (Seventy).
As the season of Septuagesima depends upon time of the Easter celebration, it comes sooner or later, according to the changes of that great Feast. The 18th of January and the 22nd of February called the Septuagesima Keys, because the Sunday, which is called Septuagesima, cannot be earlier in the year, than the first, nor later than the second, of these two days.

LE TEMPS DE LA SEPTUAGESIME PAR Dom Guéranger L'ANNÉE LITURGIQUE

CHAPITRE PREMIER. HISTORIQUE DU TEMPS DE LA SEPTUAGESIME.

Le Temps de la Septuagésime comprend la durée des trois semaines qui précèdent immédiatement le Carême. Il forme une des divisions principales de l'Année liturgique, et il est partagé en trois sections hebdomadaires, dont la première porte seulement le nom de Septuagésime, la seconde celui de Sexagésime, et enfin la troisième celui de Quinquagésime.
On voit, dès le premier abord, que ces noms expriment une relation numérique avec le mot Quadragésime, dont notre mot Carême est dérivé. Or, le mot Quadragésime signifie la série des quarante jours qu'il faut traverser pour arriver à la grande fête de Pâques. Les mots Quinquagésime, Sexagésime et Septuagésime nous montrent cette solennité dans un lointain plus prolongé ; mais elle n'en est pas moins le grand objet qui
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commence à préoccuper la sainte Eglise, et qu'elle propose à ses enfants comme le but vers lequel désormais doivent tendre tous leurs désirs et tous leurs efforts.
Or, la fête de Pâques exige pour préparation quarante jours de recueillement et de pénitence ; cette sainte carrière est l'un des principaux incidents de l'Année liturgique, et le plus puissant moyen qu'emploie l'Eglise pour raviver dans le cœur et dans l'esprit des fidèles le sentiment de leur vocation. Il est du plus haut intérêt pour eux de ne pas laisser s'écouler cette période de grâces, sans en avoir profité pour le renouvellement de leur vie tout entière. Il était donc convenable de les préparer à ce temps de salut, qui est lui-même une préparation, afin que les bruits du monde s'éteignant peu à peu dans leurs cœurs, ils fussent plus attentifs à l'avertissement solennel que l'Eglise leur doit faire, en imposant la cendre sur leurs fronts, à l'ouverture de la sainte Quarantaine.
Ce prélude aux saintes tristesses du Carême n'était pas en usage aux premiers siècles du christianisme; l'institution paraît en avoir commencé dans les Eglises d'Orient. La coutume de celle de Constantinople étant de ne pas jeûner le samedi, elle commence le jeûne rigoureux dès notre lundi de Quinquagésime, et s'y prépare progressivement dans les semaines précédentes en la manière que nous ferons connaître en son lieu.
D'autres Eglises orientales, signalées par Ratramne dans sa Controverse avec les Grecs (1) se trouvaient amenées par la coutume de ne pas jeûner non plus le jeudi à ouvrir l'observance quadragésimale neuf semaines avant Pâques. En
1 Ratramn. Contra Graecorum opposita, Lib. IV, cap. IV.
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cette manière même, elles n'avaient que trente-six jours de jeûne ainsi que les Grecs. Mais primitivement l'Occident lui-même ne dépassait pas ce nombre, qui formait pour Dieu, dit encore saint Grégoire le Grand, la dîme de l'année (1). Un passage de saint Maxime de Turin nous montre qu'au V° siècle, l'addition des quatre jours qui précèdent aujourd'hui le premier Dimanche de Carême, était seulement le fait de la dévotion de quelques-uns, et non une coutume générale (2).
C'est donc postérieurement que les derniers jours de la semaine de Quinquagésime, à partir du Mercredi appelé des Cendres, ont été ajoutés au Carême, afin de compléter le nombre de quarante jours de jeûne. Il est certain toutefois que déjà, au IX° siècle, cet usage avait force de loi généralement dans l'Eglise latine. Amalaire, qui décrit en détail la Liturgie de ce siècle, nous assure que le jeûne commençait bien dès lors quatre jours avant le premier Dimanche de Carême. Cette disposition se trouve confirmée dans le même siècle par les conciles de Meaux et de Soissons. Déjà tous les manuscrits du Sacramentaire grégorien sont unanimes à désigner ce Mercredi par les mots In capite jejunii, c'est-à-dire commencement du jeûne. Toutefois, dans son respect pour la forme du service divin établie primitivement, l'Eglise n'a admis aucun changement considérable dans ses Offices, durant ces quatre jours. Elle garde le rite de la semaine de Quinquagésime jusqu'aux Vêpres du samedi, auxquelles commence le rite quadragésimal.
Au XII° siècle, Pierre de Blois exprimait ainsi la pratique de son temps : « Tous les religieux
1. Greg. Homil. XVI in Evangel — 2. Maxim. Taurin. Hom. XXXVI,
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commencent le Carême à la Septuagésime, les « Grecs à la Sexagésime , les Ecclésiastiques à la Quinquagésime ; enfin, toute l'armée des chrétiens qui milite sur la terre, le Mercredi suivant (1). » On voit par ce passage que le clergé séculier était astreint au jeûne quadragésimal quelques jours avant les simples fidèles. Cette abstinence ne commençait toutefois que le lundi, ainsi qu'il paraît par la Vie de saint Udalric, évêque d'Augsbourg, qui a été écrite au X° siècle. Le concile de Clermont, présidé par Urbain II en 1095, contient un décret qui sanctionne l'obligation pour les Clercs de s'abstenir de viande à partir de la Quinquagésime. Ce dimanche était appelé Dominica carnis privii, et encore Carnis priviam sacerdotum ; mais il faut entendre cette appellation en ce sens qu'on y proclamait l'abstinence comme devant commencer le lendemain. Nous observerons un usage analogue dans l'Eglise grecque pour les trois dimanches qui précèdent le Carême. Au XIII° siècle, les Clercs étaient encore obligés à ces deux jours de subrogation, comme on le voit par un concile d'Angers, qui frappe de suspense les prêtres qui ne commenceraient pas le Carême le lundi de Quinquagésime. Cet usage cessa néanmoins peu après; le clergé séculier et les moines eux-mêmes, dès le XV° siècle, commençaient le jeûne quadragésimal le Mercredi des Cendres avec tous les fidèles.
On sait que la Liturgie gallicane avait conservé plusieurs usages des Eglises d'Orient, auxquelles elle devait en partie son origine, et ce ne fut pas sans difficulté qu'on parvint à introduire dans les
1. Serm. XIII.
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Gaules l'abstinence et le jeûne du samedi. Avant que nos Eglises eussent adopté sur ce point la coutume romaine, elles se trouvaient, comme celles de l'Orient, dans la nécessité d'anticiper le jeûne du Carême. Le premier concile d'Orléans, tenu au commencement du vie siècle, ordonne aux fidèles d'observer avant Pâques Quadragésime et non Quinquagésime, afin, dit le Canon, de maintenir l'unité des usages. Vers la fin de ce siècle, le quatrième concile tenu dans la même ville répète la même défense, et en explique les intentions par l'injonction qu'il fait de jeûner les samedis de Carême. Déjà le premier et le second conciles d'Orange, en 511 et 541, avaient attaqué le même abus, en défendant pareillement d'obliger les fidèles à commencer le jeûne dès la Quinquagésime. L'introduction de la Liturgie Romaine en France, par les soins de Pépin et de Charlemagne, acheva d'établir chez nous l'usage déconsidérer le samedi comme un jour de pénitence; et, comme on vient de le voir, l'anticipation du Carême au lundi de Quinquagésime ne fut plus pratiquée que par le clergé. Au XIII° siècle, de toutes les Eglises du patriarcat d'Occident, il n'y avait plus que celles de Pologne qui fussent dans l'usage de commencer le Carême avant l'Eglise Romaine; elles l'ouvraient au lundi de Septuagésime, par suite de leurs relations avec les rites des Eglises orientales. Cette coutume fut abolie en 1248 par Innocent IV.
Mais si l'Eglise Romaine, au moyen d'une anticipation de quatre jours seulement, parvint à compléter d'une manière précise la sainte Quarantaine que le Sauveur lui-même avait inaugurée par son exemple, en même temps qu'elle maintenait son antique usage de considérer le samedi
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comme un jour propre aux exercices de la pénitence, elle emprunta volontiers à l'Eglise grecque l'usage de prévenir, par les saintes tristesses de la Liturgie, durant trois semaines entières, l'ouverture du Carême. On voit par Amalaire que, dès le commencement du IX° siècle, on suspendait déjà l’Alleluia et le Gloria in excelsis, à la Septuagésime. Les moines se conformèrent à cet usage, quoique la Règle de saint Benoît exprimât une disposition contraire. Enfin le règlement du Pape Alexandre II, dans la seconde moitié du XI° siècle, établit partout l'uniformité, en prescrivant la suspension absolue de l’Alléluia aux Vêpres du samedi qui précède le dimanche de Septuagésime. Ce Pontife ne faisait que renouveler une disposition déjà sanctionnée par saint Léon IX, et consignée au Corps du Droit (1).
C'est ainsi que cette importante période de l'Année liturgique, après divers essais, finit par s'établir sur le Cycle, où elle figure depuis plus de mille ans. Le nom qu'on lui a donné exprime, ainsi que nous l'avons dit, une relation numérique avec le Carême; mais il n'y a en réalité que soixante-trois jours du dimanche de Septuagésime à Pâques. Une intention mystérieuse a présidé à cette dénomination ; nous en parlerons au chapitre suivant. Le premier dimanche de Carême portant le nom de Quadragésime, on est remonté en rétrogradant jusqu'aux trois dimanches qui précèdent, en gardant l'ordre par dizaine, de quarante à soixante-dix.
Le temps de la Septuagésime étant fondé sur l'époque de la Pâque, il est, par là même, sujet au retard ou à l'anticipation, selon le mouvement
1. Cap. Hi duo, De consec. Dist. I.
de cette fête. On appelle le 18 janvier et le 22 février Clefs de la Septuagésime, parce que le Dimanche qui porte ce nom ne peut pas remonter plus haut que la première de ces deux époques, ni descendre plus bas que la seconde.

sábado, 15 de janeiro de 2011

Dom Prosper Guéranger, OSB : LE DEUXIEME DIMANCHE APRES L'EPIPHANIE.

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Le troisième Mystère de l'Epiphanie nous montre la consommation des plans de la divine miséricorde sur le monde, en même temps qu'il nous manifeste une troisième fois la gloire de l'Emmanuel. L'Etoile a conduit l'âme à la foi, l'Eau sanctifiée du Jourdain lui a conféré la pureté, le Festin Nuptial l'unit à son Dieu. Nous avons chanté l'Epoux sortant radieux au-devant de l'Epouse ; nous l'avons entendu l'appeler des sommets du Liban ; maintenant qu'il l'a éclairée et purifiée, il veut l'enivrer du vin de son amour.
Un festin est préparé, un festin nuptial ; la Mère de Jésus y assiste ; car, après avoir coopéré au mystère de l'Incarnation du Verbe, il convient qu'elle soit associée à toutes les œuvres de son Fils, à toutes les faveurs qu'il prodigue à ses élus. Mais, au milieu de ce festin, le vin vient à manquer. Jusqu'alors la Gentilité n'avait point connu le doux vin de la Charité ; la Synagogue n'avait produit que des raisins sauvages. Le Christ est la vraie Vigne, comme il le dit lui-même. Lui seul pouvait donner ce vin qui réjouit le cœur de l'homme (Psalm. CIII), et nous présenter à boire de ce calice enivrant qu'avait chanté David. (Psalm. XXII.)

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Marie dit au Sauveur : « Ils n'ont point de vin. » C'est à la Mère de Dieu de lui représenter les besoins des hommes, dont elle est aussi la mère. Cependant, Jésus lui répond avec une apparente sécheresse : « Femme, qu'importe à moi et à vous ? Mon heure n'est pas encore venue. » C'est que, dans ce grand Mystère, il allait agir, non plus comme Fils de Marie, mais comme Fils de Dieu. Plus tard, à une heure qui doit venir, il apparaîtra aux yeux de cette même Mère, expirant sur la croix, selon cette humanité qu'il avait reçue d'elle. Marie a compris tout d'abord l'intention divine de son Fils, et elle profère ces paroles qu'elle répète sans cesse à tous ses enfants : Faites ce qu'il vous dira.
Or, il y avait là six grands vases de pierre, et ils étaient vides. Le monde, en effet, était parvenu à son sixième âge, comme l'enseignent saint Augustin et les autres docteurs après lui. Durant ces six âges, la terre attendait son Sauveur, qui devait l'instruire et la sauver. Jésus commande de remplir d'eau ces vases ; mais l'eau ne convient pas pour le festin de l'Epoux. Les figures, les prophéties de l'ancien monde étaient cette eau ; et nul homme, jusqu'à l'ouverture du septième âge, où le Christ, qui est la Vigne, devait se communiquer, n'avait contracté l'alliance avec le Verbe
divin.
Mais lorsque l'Emmanuel est venu, il n'a qu'une parole à dire : « Puisez maintenant. » Le vin de la nouvelle Alliance, ce vin qui avait été réservé pour la fin, remplit seul maintenant les vases. En prenant notre nature humaine, nature faible comme l'eau, il en a ménagé la transformation ; il l'a élevée jusqu'à lui, nous rendant participants de la nature divine (II Petr. IV, 1) ; il nous a rendus

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capables de contracter l'union avec lui, de former ce seul corps dont il est le Chef, cette Eglise dont il est l'Epoux, et qu'il aimait de toute éternité d'un si ardent amour, qu'il est descendu du ciel pour célébrer ces noces avec elle.
O sort admirable que le nôtre ! Dieu a daigné, comme dit l'Apôtre, montrer les richesses de sa gloire sur des vases de miséricorde » (Rom. IX,23). Les urnes de Cana, figures de nos âmes, étaient insensibles, et nullement destinées à tant d'honneur. Jésus ordonne à ses ministres d'y verser l'eau ; et déjà, par cette eau, il les purifie ; mais il pense n'avoir rien fait encore tant qu'il ne les a pas remplies jusqu'au haut de ce vin céleste et nouveau, qui ne devait se boire qu'au royaume de son Père. Ainsi la divine charité, qui réside dans le Sacrement d'amour, nous est-elle communiquée ; et pour ne pas déroger à sa gloire, l'Emmanuel, qui veut épouser nos âmes, les élève jusqu'à lui. Préparons-les donc pour cette union ; et, selon le conseil de l'Apôtre, rendons-les semblables à cette Vierge pure qui est destinée à un Epoux sans tache. (II Cor. XI.)
Saint Matthieu, Evangéliste de l'humanité du Sauveur, a reçu de l'Esprit-Saint la charge de nous annoncer le mystère de la foi par l'Etoile ; saint Luc, Evangéliste du Sacerdoce, a été choisi pour nous instruire du mystère delà Purification par les Eaux ; il appartenait au Disciple bien-aimé de nous révéler le mystère des Noces divines. C'est pourquoi, suggérant à la sainte Eglise l'intention de ce troisième mystère, il se sert de cette expression : Ce fut le premier des miracles de Jésus, et il y MANIFESTA sa gloire. A Bethléhem, l'Or et l'Encens des Mages prophétisèrent la divinité et la royauté cachées de l'Enfant ; sur le Jourdain,

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la descente de l'Esprit-Saint, la voix du Père, proclamèrent Fils de Dieu l'artisan de Nazareth ; à Cana, Jésus agit lui-même et il agit en Dieu : « car, dit saint Augustin, Celui qui transforma l'eau en vin dans les vases ne pouvait être que Celui-là même qui, chaque année, opère un prodige semblable dans la vigne. » Aussi, de ce moment, comme le remarque saint Jean, « ses Disciples crurent en lui », et le collège apostolique commença à se former.
Nous ne devons donc pas nous étonner que, dans ces derniers temps, l'Eglise, enivrée des douceurs du festin de l'Emmanuel, et voulant accroître la joie et la solennité de ce jour, l'ait choisi de préférence à tout autre pour recevoir la glorieuse mémoire du très saint Nom de Jésus. C'est au jour nuptial que le nom de l'Epoux devient propre à l'Epouse : ce nom désormais témoignera qu'elle est à lui. Elle a donc voulu l'honorer d'un culte spécial, et unir ce cher souvenir à celui des Noces divines.
L'ancienne alliance avait environné le Nom de Dieu d'une terreur profonde : ce nom était pour elle aussi formidable que saint, et l'honneur de le proférer n'appartenait pas à tous les enfants d'Israël. Dieu n'avait pas encore été vu sur la terre, conversant avec les hommes ; il ne s'était pas encore fait homme lui-même pour s'unir à notre faible nature : nous ne pouvions donc lui donner ce Nom d'amour et de tendresse que l'Epouse donne à l'Epoux.
Mais quand la plénitude des temps est arrivée, quand le mystère d'amour est sur le point d'apparaître, le Nom de Jésus descend d'abord du ciel, comme un avant-goût de la présence du Seigneur qui doit le porter. L'Archange dit à Marie:

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« Vous lui donnerez le Nom de Jésus » ; or, Jésus veut dire Sauveur. Que ce Nom sera doux à prononcer à l'homme qui était perdu ! Combien ce seul Nom rapproche déjà le ciel de la terre ! En est-il un plus aimable, un plus puissant ? Si, à ce Nom divin, tout genou doit fléchir au ciel, sur la terre et dans les enfers, est-il un cœur qui ne s'émeuve d'amour à l'entendre prononcer ? Mais laissons raconter à saint Bernard la puissance et la douceur de ce Nom béni. Voici comme il s'exprime, à ce sujet, dans son XV° Sermon sur les Cantiques (1) :
« Le Nom de l'Epoux est une lumière, une nourriture, un remède. Il éclaire, quand on le publie ; il nourrit, quand on y pense à part soi ; et quand on l'invoque dedans la tribulation, il procure l'adoucissement et l'onction. Parcourons, s'il vous plaît, chacune de ces qualités. D'où pensez-vous qu'ait pu se répandre, par tout l'univers, cette si grande et si soudaine lumière de la Foi, si ce n'est de la prédication du Nom de Jésus ? N'est-ce pas par la lumière de ce Nom béni, que Dieu nous a appelés en son admirable lumière ? De laquelle étant illuminés, et voyant en cette lumière une autre lumière, nous oyons saint Paul nous dire à bon droit : Vous avez été jadis ténèbres ; mais maintenant vous êtes lumière dans le Seigneur.
« Or, le Nom de Jésus n'est pas seulement lumière ; ains encore, il est nourriture. N'êtes-vous donc pas confortés, toutes fois et quantes

1. Nous empruntons la traduction de ce beau fragment, dont l'Eglise a inséré une partie dans l'Office du saint Nom de Jésus, aux Méditations sur la Vie de Notre-Seigneur,par saint Bonaventure, traduites par le R. P. Dom François Le Bannier.

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que vous rappelez à votre cœur ce doux Nom ? Qu'est-il au monde qui nourrisse autant l'esprit de celui qui pense à lui ? Qu'est-ce qui, de la même sorte, répare les sens affaiblis, donne de l'énergie aux vertus, fait florir les bonnes mœurs, et entretient les honnêtes et chastes affections ? Toute nourriture de l'âme est sèche, si elle n'est détrempée de cette huile ; elle est insipide, si elle n'est assaisonnée de ce sel.
« Quand vous m'écrivez, votre récit n'a pour moi nulle saveur, si je n'y lis le Nom de Jésus. Lorsque vous disputez ou conférez avec moi, le conteste n'a pour moi aucun intérêt, si je n'y entends résonner le Nom de Jésus. Jésus est un miel à ma bouche, une mélodie à mon oreille, une jubilation à mon cœur ; oui même, outre ce, une médecine bienfaisante. L'un de vous est-il triste? Que Jésus vienne en son cœur; que de là il passe en sa bouche, et incontinent, à la venue de ce divin Nom qui est une vraie lumière, tout nuage s'enfuit, la sérénité revient. Quelqu'un tombe-t-il dans le crime ; voire même, court-il, en se désespérant, au lacs de la mort ? S'il invoque le Nom de Jésus, ne recommencera-t-il pas de suite à respirer et à vivre ? Qui jamais oncques demeura dedans l'endurcissement du cœur, comme font tant d'autres, ou bien dedans la torpeur de la fétardie, la rancune, ou la langueur de l'ennui ? Quel est celui qui, par aventure, ayant à sec la source des larmes, ne l'ait sentie soudainement couler plus abondante et plus suave, sitôt que Jésus a été invoqué? Quel est l'homme qui, palpitant et s'alarmant, au fort des périls, puis venant à invoquer ce Nom de vaillance, n'a pas senti tout aussitôt naître en soi la confiance et fuir la

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crainte ? Quel est celui, je vous le demande, qui, ballotté et flottant à la merci des doutes, n'a pas, sur-le-champ, je le dis sans balancer, vu reluire la certitude, à l'invocation d'un Nom si éclatant ? Qui est-ce qui, durant l'adversité, écoutant la méfiance, n'a pas repris courage, au seul son de ce Nom de bon secours ? Par effet, ce sont là les maladies et langueurs de l'âme, et il en est le remède.
« Certes, et je puis vous le prouver par ces paroles : Invoque-moi, dit le Seigneur, au jour de la tribulation, et je t'en tirerai, et tu m’honoreras. Rien au monde n'arrête si bien l'impétuosité de la colère, et n'accoise pareillement l'enflure de la superbe. Rien aussi parfaitement ne guarit les plaies de la tristesse, comprime les débordements de la paillardise, éteint la flamme de la convoitise, étanche la soif de l'avarice, et bannit toutes les démangeaisons des passions déshonnêtes. De vrai, quand je nomme Jésus, je me propose un homme débonnaire et humble de cœur, bénin, sobre, chaste, miséricordieux, et, en un mot, brillant de toute pureté et sainteté. C'est Dieu lui-même tout-puissant qui me guérit par son exemple, et me renforce par son assistance. Toutes ces choses retentissent à mon cœur, lorsque j'entends sonner le Nom de Jésus. Ainsi, en tant qu'il est homme, j'en tire des exemples, pour les imiter ; et en tant qu'il est le Tout-Puissant, j'en tire un secours assuré. Je me sers desdits exemples comme d'herbes médicinales, et du secours comme d'un instrument pour les broyer, et j'en fais une mixtion telle que nul médecin n'en saurait faire de semblable.
« O mon âme ! tu as un antidote excellent,

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caché comme en un vase, dans ce Nom de Jésus ! Jésus, pour le certain, est un Nom salutaire et un remède qui jamais oneques ne se trouvera inefficace pour aucune maladie. Qu'il soit toujours en votre sein, toujours à votre main: si bien que tous vos sentiments et vos actes soient dirigés vers Jésus. »
Telle est donc la force et la suavité du très saint Nom de Jésus, qui fut imposé à l'Emmanuel le jour de sa Circoncision ; mais, comme le jour de l'Octave de Noël est déjà consacré à célébrer la divine Maternité, et que le mystère du Nom de l'Agneau demandait à lui seul une solennité propre, la fête d'aujourd'hui a été instituée. Son premier promoteur fut, au XV° siècle, saint Bernardin de Sienne, qui établit et propagea l'usage de représenter, entouré de rayons, le saint Nom de Jésus, réduit à ses trois premières lettres IHS, réunies en monogramme. Cette dévotion se répandit rapidement en Italie, et fut encouragée par l'illustre saint Jean de Capistran, de l'Ordre des Frères Mineurs, comme saint Bernardin de Sienne. Le Siège Apostolique approuva solennellement cet hommage au Nom du Sauveur des hommes ; et, dans les premières années du XVI° siècle, Clément VII, après de longues instances, accorda à tout l'Ordre de saint François le privilège de célébrer une fête spéciale en l'honneur du très saint Nom de Jésus.
Rome étendit successivement cette faveur à diverses Eglises; mais le moment devait venir où le Cycle universel en serait enrichi lui-même. Ce fut en 1721, sur la demande de Charles VI, Empereur d'Allemagne, que le Pape Innocent XIII décréta que la Fête du très saint Nom de Jésus serait célébrée dans l'Eglise entière, et il la fixa

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au deuxième Dimanche après l'Epiphanie, dont elle complète si merveilleusement les mystères.
Nous donnons maintenant les diverses parties de l'Office de cette fête auxquelles les fidèles prennent part plus généralement.

quarta-feira, 5 de janeiro de 2011

Dom Gréranger: La festa dell'Epifania è la continuazione del mistero di Natale; ma si presenta, sul Ciclo cristiano, con una sua propria grandezza. Il nome che significa Manifestazione, indica abbastanza chiaramente che essa è destinata ad onorare l'apparizione di Dio in mezzo agli uomini.

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EPIFANIA DI NOSTRO SIGNORE
 
Il nome della festa.
La festa dell'Epifania è la continuazione del mistero di Natale; ma si presenta, sul Ciclo cristiano, con una sua propria grandezza. Il nome che significa Manifestazione, indica abbastanza chiaramente che essa è destinata ad onorare l'apparizione di Dio in mezzo agli uomini.
Questo giorno, infatti, fu consacrato per parecchi secoli a festeggiare la, Nascita del Salvatore; e quando i decreti della Santa Sede obbligarono tutte le Chiese a celebrare, insieme con Roma, il mistero della Natività il 25 dicembre, il 6 gennaio non fu completamente privato della sua antica gloria. Gli rimase il Nome di Epifania con la gloriosa memoria del Battesimo di Gesù Cristo, di cui la tradizione ha fissato a questo giorno l'anniversario.
La Chiesa Greca dà a questa Festa il venerabile e misterioso nome di Teofania, celebre nell'antichità per significare un'Apparizione divina. Ne parlano Eusebio, san Gregorio Nazianzeno, sant'Isidoro di Pelusio, e, nella Chiesa Greca, è il titolo proprio di questa ricorrenza liturgica.
Gli Orientali chiamano ancora questa solennità i santi Lumi, a motivo del Battesimo che si conferiva un tempo in questo giorno in memoria del Battesimo di Gesù Cristo nel Giordano. È noto come il Battesimo sia chiamato dai Padri illuminazione, e quelli che l'hanno ricevuto illuminati.
Infine, noi chiamiamo comunemente, in Francia, tale festa la Festa dei Re, in ricordo dei Magi la cui venuta a Betlemme è celebrata oggi in modo particolare.
L'Epifania condivide con le Feste di Natale, di Pasqua, della Ascensione e di Pentecoste, l'onore di essere qualificata con il titolo di giorno santissimo, nel Canone della Messa; e viene elencata fra le feste cardinali, cioè fra le solennità sulle quali si basa l'economia dell'Anno liturgico. Una serie di sei domeniche prende nome da essa, come altre serie di domeniche si presentano sotto il titolo di Domeniche dopo Pasqua, Domeniche dopo la Pentecoste.
Il giorno dell'Epifania del Signore è dunque veramente un gran giorno; e la letizia nella quale ci ha immersi la Natività del divino Bambino deve effondersi nuovamente in questa solennità. Infatti, questo secondo irradiamento della Festa di Natale ci mostra la gloria del Verbo incarnato in un nuovo splendore; e senza farci perdere di vista le bellezze ineffabili del divino Bambino, manifesta in tutta la luce della sua divinità il Salvatore che ci è apparso nel suo amore. Non sono più soltanto pastori che son chiamati dagli Angeli a riconoscere il VERBO FATTO CARNE, ma è il genere umano, è tutta la natura che la voce di Dio stesso chiama ad adorarlo e ad ascoltarlo.

I misteri della festa.
Nei misteri della divina Epifania, tre raggi del sole di giustizia scendono fino a noi. Questo sesto giorno di gennaio, nel ciclo della Roma pagana, fu assegnato alla celebrazione del triplice trionfo d'Augusto, autore e pacificatore dell'Impero; ma quando il pacifico Re, il cui impero è eterno e senza confini, ebbe con il sangue dei suoi martiri, la vittoria della propria Chiesa, questa Chiesa giudicò, nella sapienza del cielo che l'assiste, che un triplice trionfo dell'Imperatore immortale dovesse sostituire, nel rinnovato Ciclo, i tre trionfi del figlio adottivo di Cesare.
Il 6 gennaio restituì dunque al venticinque dicembre la memoria della Nascita del Figlio di Dio; ma in cambio tre manifestazioni della gloria di Cristo vennero ad adunarsi in una stessa Epifania: il mistero dei Magi venuti dall'Oriente sotto la guida della Stella per onorare la divina Regalità del Bambino di Betlemme; il mistero del Battesimo di Cristo proclamato Figlio di Dio nelle acque del Giordano dalla voce stessa del Padre celeste; e infine il mistero della potenza divina di quello stesso Cristo che trasforma l'acqua in vino al simbolico banchetto delle Nozze di Cana.
Il giorno consacrato alla memoria di questi tre prodigi è insieme l'anniversario del loro compimento? È una questione discussa. Ma basta ai figli della Chiesa che la loro Madre abbia fissato la memoria di queste tre manifestazioni nella Festa di oggi, perché i loro cuori applaudano i trionfi del divin Figlio di Maria.
Se consideriamo ora nei particolari il multiforme oggetto della solennità, notiamo innanzi tutto che l'adorazione dei Magi è il mistero che la santa Romana Chiesa onora oggi con maggior compiacenza. A celebrarlo è impiegata la maggior parte dei canti dell'Ufficio e della Messa, e i due grandi Dottori della Sede Apostolica san Leone e san Gregorio, sembra che abbiano voluto insistervi quasi unicamente, nelle loro Omelie sulla festa, benché confessino con sant'Agostino, san Paolino di Noia, san Massimo di Torino, san Pier Crisologo, sant'Ilario di Arles e sant'Isidoro di Siviglia, la triplicità del mistero dell'Epifania. La ragione della preferenza della Chiesa Romana per il mistero della Vocazione dei Gentili deriva dal fatto che questo grande mistero è sommamente glorioso a Roma che, da capitale della gentilità quale era stata fino allora, è diventata la capitale della Chiesa cristiana e dell'umanità, per la vocazione celeste che chiama oggi tutti i popoli alla mirabile luce della fede, nella persona dei Magi
La Chiesa Greca non fa oggi menzione speciale dell'adorazione dei Magi. Essa ha unito questo mistero a quello della Nascita del Salvatore negli Uffici per il giorno di Natale. Tutte le sue lodi, nella solennità odierna, hanno per unico oggetto il Battesimo di Gesù Cristo.
Questo secondo mistero dell'Epifania è celebrato insieme con gli altri due dalla Chiesa Latina, il 6 gennaio. Se ne fa più volte menzione nell'Ufficio di oggi; ma siccome la venuta dei Magi alla culla del neonato Re attira soprattutto l'attenzione della Roma cristiana in questo giorno, è stato necessario, perché il mistero della santificazione delle acque fosse degnamente onorato, legare la sua memoria a un altro giorno. Dalla Chiesa d'Occidente è stata scelta l'Ottava dell'Epifania per onorare in modo particolare il Battesimo del Salvatore.
Essendo inoltre il terzo mistero dell'Epifania un po' offuscato dallo splendore del primo, benché sia più volte ricordato nei canti della Festa, la sua speciale celebrazione è stata ugualmente rimessa a un altro giorno, e cioè alla seconda Domenica dopo l'Epifania.
Alcune Chiese hanno associato al mistero del cambiamento dell'acqua in vino quello della moltiplicazione dei pani, che ha infatti parecchie analogie con il primo, e nel quale il Salvatore manifestò ugualmente la sua potenza divina; ma la Chiesa Romana tollerando tale usanza nel rito Ambrosiano e in quello Mozarabico, non l'ha mai accolta, per non venir meno al numero di tre che deve segnare nel Ciclo i trionfi di Cristo il 6 gennaio, e anche perché san Giovanni ci dice nel suo Vangelo che il miracolo della moltiplicazione dei pani ebbe luogo nella prossimità della Festa di Pasqua, il che non potrebbe attribuirsi in alcun modo al periodo dell'anno nel quale si celebra l'Epifania.
Diamoci dunque completamente alla letizia di questo bel giorno e nella Festa della Teofania, dei santi Lumi, dei Re Magi, consideriamo con amore la luce abbagliante del nostro divino Sole che sale a passi da gigante, come dice il Salmista (Sal 18) e che riversa su di noi i fasci d'una luce tanto dolce quanto splendente. Ormai i pastori accorsi alla voce dell'Angelo hanno visto accrescere la loro schiera fedele; il Protomartire, il Discepolo prediletto, la bianca coorte degli Innocenti, il glorioso san Tommaso, Silvestro, il Patriarca della Pace, non sono più soli a vegliare sulla culla dell'Emmanuele; le loro file si aprono per lasciar passare i Re dell'Oriente, portatori dei voti e delle adorazioni di tutta l'umanità. L'umile stalla è diventata troppo stretta per un simile afflusso di persone; Betlemme appare vasta come il mondo. Maria, il Trono della divina sapienza, accoglie tutti i membri di quella corte con il suo grazioso sorriso di Madre e di Regina; presenta il Figlio alle adorazioni della terra e alle compiacenze del cielo. Dio si manifesta agli uomini, perché è grande, ma si manifesta attraverso Maria, perché è misericordioso.
Ricordi storici.
Nei primi secoli della Chiesa troviamo due avvenimenti notevoli che hanno illustrato il grande giorno che ci raduna ai piedi del Re pacifico. Il 6 gennaio del 361, l'imperatore Giuliano già apostata nel cuore, alla vigilia di salire sul trono imperiale, che presto la morte di Costanzo avrebbe lasciato vacante, si trovava a Vienna nelle Gallie. Aveva ancora bisogno dell'appoggio di quella Chiesa cristiana nella quale si diceva perfino che avesse ricevuto il grado di Lettore, e che tuttavia si preparava ad attaccare con tutta l'astuzia e tutta la ferocia della tigre. Nuovo Erode, artificioso come il primo, volle inoltre, in questo giorno dell'Epifania, andare ad adorare il Neonato Re. Nella relazione del suo panegirista Ammiano Marcellino, si vede il filosofo incoronato uscire dall'empio santuario dove consultava segretamente gli aruspici, avanzare quindi sotto i portici della Chiesa e in mezzo all'assemblea dei fedeli offrire al Dio dei cristiani un omaggio tanto solenne quanto sacrilego.
Undici anni dopo, nel 372, anche un altro Imperatore penetrava nella chiesa, sempre nel giorno dell'Epifania. Era Valente, cristiano per il Battesimo come Giuliano, ma persecutore, in nome dell'Arianesimo, di quella stessa Chiesa che Giuliano perseguitava in nome dei suoi dei impotenti e della sua sterile filosofia. La liberta evangelica d'un santo Vescovo abbatte Valente ai piedi di Cristo Re nello stesso giorno in cui la politica aveva costretto Giuliano ad inchinarsi davanti alla divinità del Galileo.
San Basilio usciva allora allora dal suo celebre colloquio con il prefetto Modesto, nel quale aveva vinto tutta la forza del secolo con la libertà della sua anima episcopale. Valente giunse a Cesarea con l'empietà ariana nel cuore, e si reca alla basilica dove il Pontefice celebrava con il popolo la gloriosa Teofania. "Ma - come dice eloquentemente san Gregorio Nazianzeno - l'Imperatore ha appena varcato la soglia del sacro tempio, che il canto dei salmi risuona al suo orecchio come un tuono. Egli contempla sbalordito la moltitudine del popolo fedele simile ad un mare.
L'ordine, e la bellezza del santuario risplendono ai suoi occhi con una maestà più angelica che umana. Ma ciò che lo colpisce più di tutto, è l'Arcivescovo ritto davanti al suo popolo, con il corpo, gli occhi e la mente raccolti come se nulla di nuovo fosse accaduto, tutto intento a Dio e all'altare. Valente osserva anche i ministri sacri, immobili nel raccoglimento, pieni del sacro terrore dei Misteri. Mai l'Imperatore aveva assistito a uno spettacolo così sublime. La sua vista si oscura, il capo gli gira, e la sua anima è presa dallo sbigottimento e dall'orrore".
Il Re dei secoli, Figlio di Dio e Figlio di Maria, aveva vinto. Valente sentì svanire i suoi progetti di violenza contro il santo Vescovo, e se in quel momento non adorò il Verbo consustanziale al Padre, confuse almeno i suoi omaggi esteriori a quelli del gregge di Basilio. Al momento dell'offertorio, avanzò verso la balaustra, e presentò i suoi doni a Cristo nella persona del suo Pontefice. Il timore che Basilio non lo volesse ricevere agitava con tanta violenza il principe che la mano dei ministri del santuario dovette sostenerlo perché non cadesse, nel suo turbamento, ai piedi stessi dell'altare.
Così, in questa grande solennità, la Regalità del neonato Salvatore è stata onorata dai potenti di questo mondo che si son visti, secondo la profezia del Salmo, abbattuti e prostrati bocconi a terra ai suoi piedi (Sal 71).
Ma dovevano sorgere nuove generazioni d'imperatori e di re che avrebbero piegato i ginocchi e presentato a Cristo Signore l'omaggio d'un cuore devoto e ortodosso. Teodosio, Carlo Magno, Alfredo il Grande, Stefano d'Ungheria, Edoardo il Confessore, Enrico II Imperatore, Ferdinando di Castiglia, Luigi IX di Francia tennero questo giorno in grande devozione, e furono orgogliosi di presentarsi insieme con i Re Magi ai piedi del divino Bambino e di offrirgli i loro cuori come quelli gli avevano offerto i loro tesori. Alla corte di Francia s'era anche conservata, fino al 1378 e oltre (come testimonia il continuatore di Guillaume de Nangis) l'usanza che il Re cristianissimo, giunto all'offertorio, presentasse dell'oro, dell'incenso e della mirra come un tributo all'Emmanuele.

Usanze.
Ma questa rappresentazione dei tre mistici doni dei Magi non era in uso solo nella corte dei re. Nel medioevo, anche la pietà dei fedeli presentava al Sacerdote, perché lo benedicesse, nella festa dell'Epifania, dell'oro, dell'incenso e della mirra; e si conservavano in onore dei tre Re quei commoventi segni della loro devozione verso il Figlio di Maria, come un pegno di benedizione per le case e per le famiglie. Tale usanza è rimasta ancora in alcune diocesi della Germania.
Più a lungo è durata un'altra usanza, ispirata anch'essa dall'età di fede. Per onorare la regalità dei Magi venuti dall’Oriente verso il Bambino di Betlemme, si eleggeva a sorte, in ogni famiglia, un Re per la festa dell'Epifania. In un banchetto animato da una santa letizia, e che ricordava quello delle nozze di Galilea, si rompeva una focaccia di cui una parte serviva a designare l’invitato al quale era attribuita quella momentanea regalità. Due porzioni della focaccia erano prese per essere offerte al Bambino Gesù e a Maria, nella persona dei poveri che godevano anch'essi in quel giorno del trionfo del Re umile e povero. Le gioie della famiglia si confondevano con quelle della religione; i legami della natura, dell'amicizia, della vicinanza si rinforzavano attorno alla tavola dei Re; e se la debolezza poteva apparire qualche volta nell'abbandono di un banchetto, l'idea cristiana non era lontana e splendeva in fondo ai cuori.
Beate ancor oggi le famiglie nel cui seno si celebra con cristiana pietà la festa dei Re! Per troppo tempo un falso zelo ha trovato da ridire contro queste semplici usanze nelle quali la gravità dei pensieri della fede si univa alle effusioni della vita domestica. Si faceva guerra a queste tradizioni della famiglia con il pretesto del pericolo dell'intemperanza, come se un banchetto privo di ogni linea religiosa fosse meno soggetto agli eccessi. Con uno spirito di ricerca alquanto difficile a giustificarsi, si è giunti fino a pretendere che la focaccia dell'Epifania e la innocente regalità che l'accompagnava non fossero altro che un'imitazione dei Saturnali pagani, come se fosse la prima volta che le antiche feste pagane avessero dovuto subire una trasformazione cristiana. Il risultato di sì imprudenti conclusioni doveva essere ed è stato, infatti, su questo punto come su tanti altri, di isolare dalla Chiesa i costumi della famiglia, di espellere dalle nostre tradizioni una manifestazione religiosa, di favorire quella che è chiamata la secolarizzazione della società.
Ma torniamo a contemplare il trionfo del regale Bambino la cui gloria risplende in questo giorno con tanta luce. La santa Chiesa ci inizierà essa stessa ai misteri che dobbiamo celebrare. Rivestiamoci della fede e dell'obbedienza dei Magi; adoriamo, con il Precursore, il divino Agnello al di sopra del quale si aprono i cieli; prendiamo posto al mistico banchetto di Cana, presieduto dal nostro Re tre volte manifestato, e tre volte glorioso. Ma, nei due ultimi prodigi, non perdiamo di vista il Bambino di Betlemme, e nel Bambino di Betlemme non cessiamo inoltre di vedere il gran Dio del Giordano, e il padrone degli elementi.