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quinta-feira, 31 de outubro de 2019

Le meditazioni di don Divo Barsotti


Don Divo Barsotti. Solo la santità salverà la Chiesa

Ci sono uomini di fede capaci di parlar chiaro, inafferrabili, autenticamente controcorrente, non per vezzo, né per orgoglio, ma profondamente liberi. Così si può dire di Don Divo Barsotti considerato un grande mistico del ‘900, fondatore della Comunità dei Figli di Dio, instancabile cercatore della Verità e capace di risvegliare …

Le meditazioni di don Divo Barsotti

Ascesi e trasparenza Che cosa si impone per noi per vivere questa trasfigurazione? Lo vediamo nella vita di molti santi. Coloro che iniziano un cammino di santità, all’inizio vivono una certa tensione, direi anche un certo dramma interiore; c’è il desiderio dell’anima a tendere a Dio e quindi uno sforzo, …

Le meditazioni di don Divo Barsotti

TRASFIGURATI Dio si rivela a noi attraverso una visione sensibile e intellettuale, e pure noi dobbiamo essere luce in questo duplice senso. Ma come questa luce, che deve essere anche un’esperienza intellettuale, di fatto potrà rivelare Dio?  La domanda che faccio richiama un insegnamento fondamentale della spiritualità ortodossa, ossia quello …

Le meditazioni di don Divo Barsotti

RIVELARE E RISVEGLIARE LA BELLEZZA Vi sono oggi i santi che donano a tutti gli uomini la luce per riscoprire i valori e poi per riscoprire il Volto di Dio? La luce che noi dobbiamo dare trasformerà gli uomini se sarà veramente luce tale da saper dare valore a tutte …

Meditazioni di don Divo Barsotti

RISVEGLIARE IL MONDO Se noi fossimo davvero santi e potessimo essere una sveglia per questo mondo! Secondo un agraphon, il Signore, quando si incarnò, avrebbe detto: “Io venni in questo mondo e vi trovai tutti addormentati: la mia Parola vi risvegliò”.  Così ha risvegliato il mondo sonnolento del Medioevo san Francesco …

La meditazioni di don Divo Barsotti

DIVENIRE LUCE E veniamo al secondo punto. Non c’è solo Dio come luce che ci illumina, ma ci sono i cristiani che, come dice il Vangelo, sono la luce del mondo (cfr. Mt 5,14). Che cos’è questa luce che noi dobbiamo essere? Certo, nella misura in cui tutto è sacramento di …

La meditazioni di don Divo Barsotti

CONTINUITA’ FRA LA TERRA E IL CIELO Noi dovremmo arrivare a questo, e che cosa implica tutto ciò? Una cosa semplicissima: se Dio è questa luce ed io vivo in questa luce, io vivo già un’anticipazione della vita celeste. La vita quaggiù infatti non si oppone mica alla vita del …

Le meditazioni di don Divo Barsotti

IL CAMMINO DELL’ANIMA Qual è il cammina dell’anima verso il Signore? Dice Stolz (Anselm Stolz, teologo benedettino, 1900-1942): “E’ il cammino di ritorno del paradiso terrestre, perchè noi non siamo stati scacciati dal paradiso, sono i nostri occhi che hanno cambiato il paradiso in una valle di lacrime, ma man …

Le meditazioni di don Divo Barsotti – IV

  VEDERE DIO, OVUNQUE E SEMPRE Dovremmo cambiare gli occhi, ossia avere una fede talmente viva da far acquistare alle cose la loro trasparenza e, attraverso tutto, noi vivremmo al cospetto di Dio. Dio vivrebbe con noi quando siamo in cucina a fare le patate lesse, ma anche quando siamo …

Le meditazioni di don Divo Barsotti

LA LUCE PERMETTE DI VEDERE Che cos’è questa luce, dunque, che è diversa dalla luce, ma non contraria, non in opposizione alla luce per la quale vediamo le cose e il  mondo? E’ quella luce per la quale noi entriamo nel mondo divino e il mondo divino diviene intimo alla …

Le meditazioni di don Divo Barsotti II

LA LUCE INIZIALE Che cosa è questa luce nella quale noi entriamo in comunione con Lui? E’ la luce di una fede che ci fa entrare nel mistero divino, in tal modo che il mistero divino non rimane più estraneo alla vita interiore di noi cristiani. Viviamo e respiriamo nel …

Le meditazioni di don Divo Barsotti

Prima meditazione:  DESIDERIO DI VEDERE DIO  Questo Dio che cosa sarà mai? E’ un essere impersonale? Così hanno pensato spesso le religioni orientali quando , non potendo avere una rivelazione più alta, hanno però sentito la dipendenza dal fatto di essere stati creati, dal fatto di trovarsi di fronte a …

Le meditazioni di don Divo Barsotti

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La Bellezza

RIVELARE E RISVEGLIARE LA BELLEZZA

Vi sono oggi i santi che donano a tutti gli uomini la luce per riscoprire i valori e poi per riscoprire il Volto di Dio? La luce che noi dobbiamo dare trasformerà gli uomini se sarà veramente luce tale da saper dare valore a tutte le cose. 
Sapete, al tempo di san Francesco le spose lasciavano i mariti e andavano dietro a lui, i mariti lasciavano le mogli e andavano dietro a lui: un disastro, non vi sembra? Eppure era così, tanto che san Francesco dovette fare il Terz’Ordine, altrimenti era un pericolo pubblico per il mondo. Anche sant’Ambrogio: si sa che quando lui predicava, le madri di famiglia chiudevano le ragazze in casa a chiave perchè non potessero uscire, perchè se andavano a sentire sant’Ambrogio non tornavano più a casa, andavano subito a farsi monache.
Che bellezza se ci fosse un sant’Ambrogio anche qui a Modena! Se ci fosse questa santità che rivela il Volto di Dio, la Bellezza divina e la grandezza di un’unione con Lui, come allora tutto sarebbe non sacrificio, ma vera gioia, vera attrazione di immensa forza che ti libera da tutto. Se infatti Dio è per l’anima il nulla, si sceglie il denaro, si sceglie di essere potenti. Ma se Dio E’, che cosa può essere per me la ricchezza del mondo, che cosa può essere tutto quello che il mondo può darmi nei confronti di Dio? Di tutto questo puoi fare consapevoli gli altri se tu sei la luce che rivela questa bellezza di Dio. Come tutto si trasforma, come tutto diviene luminoso, diviene puro!
La santità che cos’è, allora? Mostrare la Bellezza di Dio! Nella tua santità rendi testimonianza della gioia di essere di Dio, della sua medesima luce: il mondo allora si incanta. “Che cos’è?”, si chiederà; non soltanto si sveglia, ma rimane stupito; nasce l’ammirazione e con l’ammirazione il trasporto, l’invidia, la gelosia di possedere i medesimi beni. E tu fai quello che hanno fatto i santi prima di te: lasciata ogni cosa lo seguirono (cfr. Mt 4,22), di punto in bianco, non ci hanno mica pensato tanto sopra. 
Quando si vede Dio, si abbandona subito tutto e, notatelo bene, voi dovete diffidare di quelle figliole che dicono per dieci anni di voler diventare suore e non si decidono mai! La bellezza divina deve attrarre in tal modo, così che l’anima non può indugiare. Quando si è innamorati non si aspetta decenni per sposarsi e chi ha conosciuto Dio, come può fermarsi nel suo cammino e non abbandonarsi e gettarsi fra le sue braccia? 
Quando Dio chiama, l’anima si apre ad una gioia sempre più grande, sempre più pura; bisogna però che noi restiamo fissi in Lui, fissi nella visione di Dio, allora la luce di Dio riflette su di noi e noi si diventa come la luna, riflettiamo la luce che si riflette nel mondo.

Solo la santità rende possibile la vita. La spiritualità di Don divo Barsotti

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LA SANTITA' E' LA VITA

    Solo la santità rende possibile la vita. La spiritualità di Don divo Barsotti: ne avessimo ancora di sacerdoti e teologi come lui, quando si apre un suo libro la realtà si trasfigura, lo spirito respira e l’anima vola in alto di Francesco Lamendola  


Solo la santità rende possibile la vita (D. Barsotti)

di

Francesco Lamendola

  

Don divo Barsotti! Ne avessimo ancora di sacerdoti e di teologi come lui; ne avessimo qualcuno del suo stampo, e avessimo meno Vito Mancuso ed Enzo Bianchi, quanto giovamento ne trarrebbero le anime. Perché quando si leggono o si ascoltano gli ultimi che abbiamo nominato, l’anima vola bassa, tocca terra, sfiora il fango, s’imbratta e non si rialza più; ma quando si ascoltano le parole di un Divo Barsotti, quando si apre a caso un suo libro e si butto l’occhio sulla prima pagina che capita, ecco che la realtà si trasfigura, lo spirito respira e l’anima vola in alto, o, quanto meno, si sente spronata a volare in alto, si sente presa e afferrata da una forza immensa, una forza che non è di origine umana, perché Barsotti lo diceva sempre: se l’anima cerca Dio, è perché Dio la sta chiamando; se aspira alla santità, solo con l’aiuto di Dio può trovarla. Così parla un vero sacerdote, così parla un vero teologo: ci apre uno squarcio d’infinito davanti agli occhi della mente, ci fa respirare a fondo il profumo del divino, c’innalza da questo basso mondo materiale, senza perciò disprezzarlo, ma anzi, cogliendone la bellezza, e tuttavia usando proprio essa per farci desiderare una bellezza ancor più grande, più pura, più assoluta… che l’anima può trovare solamente in Dio. Questa è stata la sua lezione. In fondo, la stessa che generazioni di sacerdoti hanno predicato dai loro pulpiti ai fedeli, e generazioni di teologi hanno rivolto, attraverso i loro libri, alle persone colte, ma anch’esse animate dalla stessa fede, nello stesso Dio, delle persone semplici. Perché il cattolicesimo non è una gnosi, e la fede è la stessa per tutti, colti e incolti.
Oggi i neopreti e i neoteologi, credendo di aver scoperto l’acqua calda, ci parlano sempre e solo del mondo di quaggiù; ci parlano dell’amore al prossimo, e questo va bene: ma dimenticano che non si può amare il prossimo se non si ama Dio, che non lo si può amare nella maniera giusta, nella maniera veramente umana, quella che fa bene sia a lui che a noi stessi… Amare, amare, che parola abusata! L’adoperano tutti, i cantanti di musica rap, i bigliettini dei Baci Perugina; ora l’adoperano anche i seguaci della neochiesa, gonfi di falsa umiltà e di reale superbia. Guardateli bene, quando parlano in televisione, quando si pavoneggiano davanti alle telecamere: come posano a uomini ispirati, a uomini superiori: parlano di Dio, ma è del loro io che sono gonfi; si sbrodolano a ripetere, come un mantra, la parola “prossimo”, ma la realtà è che non sanno uscire da se stessi, la loro vera religione è il proprio io, non desiderano altro che di essere lodati, di piacere, di occupare uno spazio – pubblico, s’intende -, di sentirsi importanti agli occhi del mondo…. Leggendo una pagina qualsiasi di don Divo Barsotti, invece, ci si sente trasportati in un mondo in penombra, schivo, silenzioso, bruciante solo del desiderio d’incontrare Dio; una dimensione dove gli onori del mondo contano meno di nulla, dove la celebrità è roba da cestino dei rifiuti, e dove l’anima vibra all’unisono con la creazione che, come dice san Paolo, soffre e geme nelle doglie del parto, in attesa del suo Redentore, del ritorno del suo Signore, come la sposa in attesa dello sposo, come il padre in attesa del ritorno di suo figlio, come la madre che va in cerca del suo bambino, e tende le braccia verso di lui, con un sorriso d’ineffabile felicità.
Uno dei concetti-chiave della spiritualità di Divo Barsotti – spiritualità: ecco una parola che sembra improvvisamente passata di moda nella neochiesa, tutta presa soltanto da questioni materiali e da rivendicazioni di giustizia sociale – è che la santità, per l’uomo, non è un lusso, una cosa riservata a poche anime elette, ma una necessità, un autentico bisogno dell’anima, di tutte le anime, affinché la vita diventi sopportabile, affinché sia possibile viverla. Senza la santità, vivere diventa impossibile. E la santità, l’uomo non può raggiungerla da solo, non può darsela da se stesso: la deve chiedere a Dio. La relazione dell’uomo con Dio è questa: l’uomo ha bisogno di Dio, per essere santo; e ha bisogno di essere santo, per poter vivere da uomo e non da bestia, o da disperato. Ci piace riportare questo pensiero nel testo originale (da: D. Barsotti, La fuga immobile. Diario spirituale, Cinisello Balsamo, Edizioni San Paolo, 2004, p. 117):

13 luglio 1945.
Soltanto la santità rende possibile la vita – ma la santità è un miracolo che può compiere Dio solo.
La vita umana spiega la ribellione dell’uomo; le rivoluzioni paurose, nelle quali la società è sempre in procinto di cadere, sono giustificate dalla pena insopportabile e dal peso del nostro destino: SOLTANTO UNA FEDE EROICA PUÒ SUPERARE, NEL SUO VOLO, L’ABISSO DELLA DISPERAZIONE UMANA. La ribellione è impotente, ma è pur sempre un segno di vita – l’uomo non può accettare la morte.
Nella ribellione l’uomo afferma la sua vita dandosi da se stesso la morte – e nella rivoluzione tutta l’umanità è presa dalla follia di un’autodistruzione. Nei movimenti politici di oggi è più forte forse questa volontà di autodistruzione che qualunque desiderio di vita: il comunismo è per questo assai più fedele a se stesso e logico del socialismo e per questo il socialismo tende necessariamente al comunismo. – Il comunismo è essenzialmente prima di tutto volontà di rivolta, di violento e generale sconquasso. E non illudiamoci che il comunismo debba passar domani dalla rivoluzione mondiale all’ordine nuovo – non c’è un ordine nuovo se non per opera di altri principi, per il comunismo il nuovo ordine non potrebbe essere che la morte. Ma il comunismo non potrà mai annientare del tutto la vita personale dell’uomo, perché l’uomo, nonostante tutto, rimane immortale. Così il comunismo non potrà mai passare dallo stato di rivoluzione allo stato di pace, non potrà mai dire di aver vinto, ma rimarrà necessariamente sul piede di guerra, di lotta: rivoluzione continua per la morte, come il cristianesimo è rivoluzione permanente per la vita.
Intanto questa rimane la verità: non è possibile vivere se non è possibile la santità: l’unica vita che sia possibile all’uomo è la santità, e la santità non è possibile senza un dono di Dio.

Quale intensità e quale profondità in queste scarne, lucide, spietatamente sincere riflessioni, dove l’uomo si guarda senza veli, dove giudica la propria vita senza finizioni e senza orpelli, spogliata dalle mascherate ideologiche. Il comunismo? Una rivoluzione permanente per la morte, una ricerca continua di auto-annientamento. Come si vede, su Barsotti il vento del Nord del ’45 e il cosiddetto fascino dell’ideale comunista non esercitano la minima presa o seduzione; ben diversamente da tutti i preti, i pretini, i vescovi e i cardinali che da allora, e per quasi mezzo secolo, finché il comunismo stesso è caduto, hanno continuato a civettare con esso, fino al punto di svendere la propria identità e di corteggiare i nemici dichiarati della Chiesa; fino al punto di chiudersi gli orecchi se qualcuno faceva il nome di monsignor Stepinac o di monsignor Mindszenty, perché non bisognava ostacolare il ”dialogo” della Santa Sede con il comunismo. Il quale, in fondo, delle bune ragioni le aveva: era l’espressione di una nobile aspirazione verso la giustizia sociale; e, in questo senso, i cattolici potevano prendere i comunisti quali rispettabili compagni di strada, almeno per un certo tratto. I Illusione che non è tramontata neppure adesso che il comunismo è finito, anzi, si è ancor più rafforzata nella neochiesa: fino al punto che il papa Francesco non è arrossito e non ha rifiutato con sdegno, come avrebbe dovuto, quando il presidente boliviano Morales gli ha fatto dono, per la gioia dei fotografi e dei giornalisti, di un ”crocifisso” confezionato con la falce e il martello, come a dichiarare che non v’è differenza fra comunismo e cristianesimo; anzi lo ha accettato con un bellissimo sorriso, lo ha preso e se lo è tenuto, come avesse ricevuto un dono prezioso e degno della massima cura. Mentre don Barsotti annota lucidamente: se il cristianesimo è una rivoluzione permanente per la vita, il comunismo è una rivoluzione per la morte; come possono esser apparentati, o anche solo come possono essere compagni di viaggio, il comunismo e il cristianesimo? Non è affatto vero che essi vogliono, almeno fino a un certo punto, le stesse cose: perché la dignità dell’uomo e la libertà di cui parlavano i comunisti, e la giustizia sociale, che era il loro cavallo di battaglia, non avevano e non hanno nulla a che vedere con la dignità, con la libertà e con la giustizia, così come le intende il cristianesimo. E se don Barsotti aveva perfettamente capito queste cose nel 1945, con l‘Europa ancora cosparsa di macerie fumanti e con Stalin al culmine della sua gloria, come va che il papa Francesco e tutti i preti e vescovi di sinistra non l’hanno compreso nemmeno oggi, a più di settant’anni di distanza?
Ma non c’è solo questo, nella pagina di Barsotti; c’è di più, molto di più. C’è il soffio della vera spiritualità, uno scorcio sulle profondità infinite del soprannaturale. L’uomo, per poter vivere, ha bisogno di Dio, del suo aiuto, della sua santità: perché? Perché la vita, senza Dio, diventa insopportabile. L’uomo, infatti, è fatto per la vita; nondimeno, deve morire. E questo pensiero lo angustia, lo angoscia, lo fa impazzire. Le rivoluzioni, sempre accompagnate dal mito della giovinezza, sono un inconscio tentativo di esorcizzare la paura della morte e, nello stesso tempo, un modo per rompere le sbarre della solitudine, per gettare un ponte ideale fra gli uomini. Ma un ponte per fare che cosa, se non per alimentare funeste illusioni e per inseguire ingannevoli ideali di giustizia, dietro il cui paravento ci celano la rabbia e il desiderio di sfogare la voglia di distruzione e di autodistruzione? La rivoluzione comunista è un sogno di morte; e se mai la pace, ipoteticamente, arrivasse, sarebbe la pace della morte, cioè un incubo. No: per sentirsi vivi, i comunisti hanno bisogno di fare le rivoluzioni. Una società pacifica e armoniosa li getterebbe in un’ansia ancor maggiore, perché li metterebbe di fronte all’inevitabilità della morte. E tuttavia, il destino dell’uomo non è la morte, ma la vita. E dove trovare la vita, dove trovare l’amore per la vita e la fora di viverla, nonostante tutto, nonostante le delusioni, le amarezze, le sconfitte, e la stessa prospettiva della morte fisica, la propria e quella delle persone care? Dove, se non al di fuori e al di sopra dell’uomo, cioè in Dio? Solo da Dio può venire all’uomo il senso profondo della sua vita e della sua morte; e solo da Dio egli può ricevere l’aiuto necessario a viverla santamente. Qualunque altra maniera di vivere la vita, infatti, risulta, alla fine dei conti, impossibile.
Ma perché la santità è necessaria? Se la vita fosse bella in se stessa, così com’è, chiusa nei propri confini; se potesse realmente appagare l’uomo sino in fondo, non vi sarebbe bisogno della santità, perché non vi sarebbe bisogno di qualcosa che aiuti a viverla e a sopportarla. Ma la vita, in se stessa, non è bella. Bisogna essere onesti su questo punto; e, anche se si appartiene alla esigua schiera dei fortunati e dei privilegiati, bisogna riconoscere che, per la maggioranza degli esseri umani, la vita non è bella. Poco importa che non lo sia per cause esterne o per una incapacità interna: se non sono le malattie, le guerre, le ingiustizie, lo sfruttamento, le violenze indiscriminate, sono le gelosie individuali e familiari, l’invidia, l’amaro rancore e la depressione, lo scoraggiamento e l’infelicità, la solitudine e il terrore di ciò che non possiamo controllare, che è più forte di noi: la morte, appunto. Bisogna essere ben induriti nel proprio egoismo per non vedere che non solo gli umani, ma tutte le creature esistenti soffrono: soffre l’usignolo cui hanno rubato i pulcini (ricordate Virgilio?) e soffrono i piccoli della rondine che è stata uccisa da una mano crudele (Pascoli); soffre il fiore prostrato dalla siccità, soffre la foresta bruciata dal fuoco, e soffrono tutti gli abitanti dell’isola, grandi e piccoli, squassata dal terremoto, o dall’eruzione vulcanica. L’animale più grosso divora quello più piccolo; l’animale ormai vecchio si arrende ai competitori più giovani – e nessuno è mai stabile nel proprio bisogno di pace, di sicurezza. Ma non è questo il nostro destino. Noi sentiamo, in qualche parte di noi, che non per questo siamo stato creati; e che deve esserci stato un tempo remoto nel quale le miserie presenti non esistevano, e i nostri primi progenitori vivevano in pace, amici di Dio. Quando l’amicizia con Dio si è infranta, il dolore e la morte sono entrati nel mondo; e gli uomini, da allora, non fanno altro che tormentarsi a vicenda, e tormentare se stessi, perché non riescono ad accettare l’idea della malattia, della vecchiaia, della povertà e della morte. Soprattutto della morte. Sentono che la morte è, contro tutte le apparenze, una anomalia, il frutto di un evento scellerato, che ha turbato l’ordine cosmico; e anelano  con tutta l’anima a ritrovare quella pace ancestrale, a rientrare nell’amicizia di Dio. Ma prima, però, devono imparare a vivere; a vivere la vita così come essa è attualmente, per essere degni vivere l’altra, dove le contraddizioni e le aporie che ci fanno soffrire non saranno più nemmeno un ricordo. Ed è per questo che essi hanno bisogno dell’aiuto di Dio; perché, da soli, non vanno lontano.
Noi vorremmo la pace, ma la vita è lotta, perché la vita è disordine. Dunque, per lottare abbiamo bisogno di essere santi; altrimenti, nella lotta soccomberemmo al male, diventeremmo peggiori, e già adesso non possiamo andare fieri di noi stessi: scivoleremmo al rango delle bestie. Solo la santità ci può salvare; e solo Dio ci può aiutare a divenire santi. Dio è la nostra sola salvezza, e la preghiera è il solo modo che abbiamo di domandargli quel che ci serve per vivere. Ma Lui lo sa già...

Del 21 Dicembre 2017

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The Heart of Philokalic Spirituality: The Jesus Prayer

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As we continue our reading of “On Watchfulness and Holiness”, Hesychios emphasizes the importance of prayer to Jesus in the spiritual battle; in particular, the Jesus Prayer.
You will not find a greater help than Jesus in all your life, for He alone, as God, knows the deceitful ways of the demons, their subtlety and their guile.”
The Jesus prayer is at the heart of philokalic spirituality for the simple reason that Jesus must be there.  It is through Him alone that we are redeemed and it through his presence alone that we can overcome the temptations of the demons and be healed of our passions.  And so, Hesychios exhorts us:
“Let your soul . . . trust in Christ, let it call on Him and never fear; for it fights, not alone, but with the aid of a mighty King, Jesus Christ, Creator of all that is, both bodiless and embodied, visible and invisible.”
It is with utmost humility and trust that we call upon Christ as both the publican and blind man did in the gospel: “Lord Jesus Christ, have mercy on me.”  And when we do this, we likewise seek to fulfill the biblical command to “pray without ceasing.”  There is much to be said about this important prayer and we will come back to it repeatedly in future posts.  However, Hesychios begins by telling us that the more we pray it, the more we call upon the name of Jesus, the greater our joy becomes and the more pliable our hearts become in order that they might once again be shaped and formed in accord with His will:
“The more the rain falls on the earth, the softer it makes it; similarly, Christ’s holy name gladdens the earth of our heart the more we call upon it.”
We find this echoed in the experiences of the Russian peasant in the spiritual classic “The Way of the Pilgrim” as he immersed himself more and more fully in the practice of the Jesus Prayer.  He came to know the transforming joy and power of the name of Jesus and came to understand what it means to have the Kingdom of God within you:
“When I prayed in my heart, everything around me seemed delightful and marvelous.  The trees, the grass, the birds, the air, the light seemed to be telling me that they existed for man’s sake, that they witnessed to the love of God for man, that all things prayed to God and sang his praise. . .The invocation of the Name of Jesus gladdened my way.  Everybody was kind to me.  If anyone harms me I have only to think, ‘How sweet is the Prayer of Jesus!’ and the injury and the anger alike pass away and I forget it all. . . Sometimes there was such a bubbling up in my heart and a lightness, a freedom, a joy so great that I was transformed and felt in ecstasy.  Sometimes I felt a burning love for Jesus Christ and for the whole divine creation.  Sometimes my tears flowed all on their own in thanksgiving to the Lord who had mercy on me, such a hardened sinner.  Sometimes the sweet warmth of my heart spilled over into all my being, and I felt the presence of the Lord with great emotion.  Sometimes, I felt a powerful and deep joy invoking the name of Jesus Christ, and I understood the meaning of his saying, ‘The Kingdom of God is within you’”(from the Way of the Pilgrim).
There is both power and presence in the name of Jesus, “the name that is above every name.”  According to Anthony Coniaris, “the name of Jesus alone can fulfill the whole need of the one who prays when it is prayed with faith and with a life that is lived in obedience to Christ” (“Philokalia: the Bible of Orthodox Spirituality, 45).
It is for these reasons that Hesychios states so firmly:
“Those who lack experience should know that it is only through the unceasing watchfulness of our intellect (nous) and the constant invocation of Jesus Christ, . . that we, coarse and cloddish in mind and body as we are, can overcome our bodiless and invisible enemies . . .” (Philokalia, Vol 1, 169)
Through the constant invocation of Jesus Christ, Christ is present in the heart and so we are both strengthened and changed.  Perhaps nowhere is this captured more beautifully than in the words of St. John Chrysostom where we are told that through the Jesus Prayer we find both victory in our spiritual battle and unity with our God:

I implore you, brethren, never to break or despise the rule of this prayer: A Christian when he eats, drinks, walks, sits, travels or does any other thing must continually cry: ‘Lord Jesus Christ, Son of God, have mercy on me.‘  So that the name of the Lord Jesus descending into the depths of the heart, should subdue the serpent ruling over the inner pastures and bring life and salvation to the soul.  He should always live with the name of the Lord Jesus, so that the heart swallows the Lord and the Lord the heart, and the two become one.  And again: do not estrange your heart from God, but abide in Him, and always guard your heart by remembering our Lord Jesus Christ, until the name of the Lord becomes rooted in the heart and it ceases to think anything else.”
One contemporary writer, Fr Theophanes from Kafsokalyvia, Holy Mount Athos, captures the beauty and power of this constant invocation similarly in his work “The Psychological Basis of Mental Prayer in the Heart.”  Fr. Theophanes tells us that we can think of the Jesus Prayer iconographically:
“We might compare this repetitive play to a verbal icon which renders charismatically present him who is portrayed.  This is the mental representation explained in the language of the theology of icons.  Just as demonic mental representations pollute and disorient the person, so the mental representation of the name of Jesus together with all the mental representations which are introduced by the formula being used make joyous and gladden the heart. This has much to do with the person of Jesus. His name is his icon in the intellect of the person praying the Jesus Prayer. His name warms the soul by making Jesus himself present in the soul of the person praying, in the same way that an icon makes him present in that person’s home.”
Such thoughts make it clear that the Fathers and Hesychios are not simply describing a Christian kind of “mantra” in the Jesus Prayer but a great deal more; for while indeed such a prayer repeatedly places certain representations before the intellect and soul, it does so in the context of the faith and life of a Christian and the one invoked is God from God and Light from Light, true God from true God.  Such an invocation brings about not only the deepest healing but through it we are transformed, as St. Paul says, from glory to glory until the two hearts become one; where the estrangement of sin passes away and only an abiding love rem