http://4.bp.blogspot.com/_14vrv7ni7HM/TLYyK0PS85I/AAAAAAAABU8/h4xBT0R8kQU/s1600/20101013225550_D0064009.jpg

Mostrando postagens com marcador Crise post Conciliar. Mostrar todas as postagens
Mostrando postagens com marcador Crise post Conciliar. Mostrar todas as postagens

quinta-feira, 27 de dezembro de 2012

La falsa accusa di eresia a chi critica le nuove ed ambigue dottrine del pastorale Vaticano II

 
di Paolo Pasqualucci


Criticare le nuove ed ambigue dottrine del pastorale Concilio Ecumenico Vaticano II significa forse comportarsi da protestanti, da eretici? No, di certo. Eppure lo si è affermato e si è tornati a ripeterlo, anche in sedi autorevolissime. È ormai celebre l’articolo apparso di recente sull’Osservatore Romano del 29 novembre 2012, a p. 5, a firma di S. E. l’arcivescovo Gerhard Ludwig Müller, Prefetto della Congregazione per la Fede, a proposito della“ermeneutica della riforma nella continuità” invocata – come sappiamo – da S. S. Benedetto XVI quale unica legittima chiave di lettura del Concilio:“Quest’interpretazione è l’unica possibile secondo i principi della teologia cattolica, vale a dire considerando l’insieme indissolubile tra Sacra Scrittura, la completa e integrale Tradizione e il Magistero, la cui più alta espressione è il Concilio presieduto dal Successore di San Pietro come Capo della Chiesa visibile. Al di fuori di questa unica interpretazione ortodossa esiste purtroppo una interpretazione eretica, vale a dire l’ermeneutica della rottura, sia sul versante progressista, sia su quello tradizionalista. Entrambi sono accomunati dal rifiuto del Concilio; i progressisti nel volerlo lasciare dietro di sé, come fosse solo una stagione da abbandonare per approdare a un’altra Chiesa; i tradizionalisti nel non volervi arrivare, quasi fosse l’inverno della Catholica”.leggere...

terça-feira, 30 de outubro de 2012

"Tutto è diventato così avvizzito". Il filosofo Spaemann a cinquant'anni dal Concilio Vaticano II


 

In una recente intervista rilasciata da Robert Spaemann al giornale Die Welt (26 ottobre 2012), il filosofo tedesco spiega perché a suo giudizio non c'è motivo, a cinquant'anni dal Concilio Vaticano II, per una celebrazione giubilare: "tutto infatti è divenuto così avvizzito... È subentrata nella Chiesa un'epoca del tramonto. Persone che negano la risurrezione di Cristo rimangono professori di teologia e predicano come sacerdoti. Persone che non vogliono pagare la tassa per il culto vengono cacciate fuori dalla Chiesa. Qui c'è qualcosa che non va". Vediamo in dettaglio l'intervista in una nostra traduzione:


Die Welt: Lei era a Roma per la celebrazione del giubileo del Concilio Vaticano II. Per lei personalmente un motivo per festeggiare?

Robert Spaemann: In verità no. Si deve dire apertamente in primo luogo che si è introdotta un'epoca del tramonto. Una celebrazione giubilare non può far assolutamente niente di fronte al fatto che migliaia di sacerdoti già durante il Concilio hanno lasciato il loro ministero.

Die Welt: Quale la responsabilità del Concilio a tal proposito?

Robert Spaemann: Fu parte di un movimento, che ha avvolto l'intero mondo occidentale, parte della cultura della rivoluzione. Papa Giovanni XXIII disse allora che fine del Concilio era l'aggiornamento della Chiesa. Questo fu tradotto da molti con adattamento, adattamento al mondo. Ma questo fu un malinteso. Aggiornamento significa: opposizione della Chiesa al mondo, che sempre ha avuto e sempre deve avere, attualizzandola per il nostro tempo. Questo è il contrario di adattamento.

Die Welt: Giovanni XXIII certamente nel suo stesso discorso di apertura del Concilio ha risvegliato le attese che si trattasse di adattamento.

Robert Spaemann: Questo è vero. Giovanni XXIII era un uomo profondamente devoto. Ma era impresso di un ottimismo che presto già lo si poteva definire scellerato. Questo ottimismo non era giustificato. Nelle cose ultime la prospettiva storica cristiana suona conforme al Nuovo Testamento: alla fine ci sarà un grande apostasia, e la storia si scontrerà con l'Anticristo. Ma di questo il Concilio non fa parola. Si è eliminato tutto ciò che alludeva a lite e conflitto. Si è voluto benedire lo spirito del mondo emancipatore e culturalmente rivoluzionario.

Die Welt: Se in Germania come all'inizio dell'anno un tribunale giudica che la Chiesa cattolica può essere chiamata impunita setta di pedofili nessuno protesta. Questo ha qualcosa a che fare con lo spirito del Concilio Vaticano II?

Robert Spaemann: Sì. Il Concilio ha indebolito i cattolici. La Chiesa si è sempre trovata in un combattimento, un combattimento spirituale, non militare, ma una lotta. L'Apostolo Paolo parla delle armi della luce, l'elmo della fede ecc. Oggi la parola "nemico" è diventata indecente, il comandamento "Amate i vostri nemici" non può essere più impiegato perché non siamo più autorizzati ad avere nemici. Per i cosiddetti cattolici progressisti c'è in realtà ancora solo un nemico: i tradizionalisti. Questo è sì un'eredità del Concilio. Certamente noi cristiani per le offese della fede e della Chiesa non dovremmo usare nessuna violenza. Ma protestare dovrebbe essere possibile.

Die Welt: I testi che il Concilio dopo lunghe discussioni ha approvato sono vaghi compromessi. Chi ha vinto, riformatori o tradizionalisti?

Robert Spaemann: Nessuno dei due. Entrambi gli schieramenti hanno agito al Concilio come politici. Questo vale soprattutto per il partito dei progressisti. Quando per una decisione potevano prevedere di non ottenere la maggioranza, hanno introdotto nella decisione di compromesso alcune clausole generali, da cui sapevano, che dopo il Concilio poteva essere ammollita. Hanno spesso lavorato in modo cospirativo. E hanno fino a oggi la prerogativa dell'interpretazione sul Vaticano. Gradualmente tuttavia si instaura una nuova coscienza. Lentamente si cessa di mentire nelle proprie tasche. Tutto è diventato così avvizzito: uomini che negano la risurrezione di Cristo possono rimanere professori di teologia cattolici e predicare come sacerdoti durante le Messe. Persone che non vogliono pagare la tassa per il culto vengono cacciate fuori dalla Chiesa. Qui certo qualcosa non funziona.

Die Welt: Cosa intende quando dice che i novatori avrebbero una prerogativa di interpretazione sul Vaticano?

Robert Spaemann: Le porto tre esempi. Oggi viene detto spesso che il Concilio avrebbe eliminato il celibato. Si dovrebbe solo condurre fino in fondo gli accenni di allora. A tal proposito mai prima alcun concilio ha difeso il celibato con così tanto rilievo. Secondo esempio. I vescovi tedeschi hanno annunciato nella cosiddetta dichiarazione di Königstein che l'insegnamento della Chiesa in materia di "pillola" non è vincolante. Il Concilio aveva detto proprio il contrario, ovvero che l'insegnamento della Chiesa in questa domanda obbliga in coscienza i cattolici. O, terzo esempio: ognuno sa che il Concilio ha autorizzato la lingua del popolo nella liturgia. Solo alcuni sanno: il Concilio ha soprattuto asserito che la lingua propria della liturgia della Chiesa occidentale è e riamane il latino. E Papa Giovanni XXIII ha appositamente scritto un'enciclica sul significato del latino per la Chiesa occidentale.

Die Welt: Cosa le disturba soprattutto?

Robert Spaemann: Non penso a singole scelte. Maggiormente a ciò che veramente è stato fatto dal Concilio. Forse si deve ricominciare a leggere i testi originali. Già alla fine del Concilio si è sollevato, come scrive Joseph Ratzinger, come un certo spettro, che si chiama "spirito del Concilio" che, molto condizionato, aveva a che fare solo con decisioni fattuali. Spirito del Concilio significa: la volontà del nuovo. Fino ad oggi i cosiddetti riformatori si richiamano attraverso tutte le possibili idee di riforma allo spirito del Concilio e intendono con ciò adattamento. Oggi però abbiamo bisogno del contrario del "mondanizzarsi della Chiesa", che già Lutero deplorava. Abbiamo bisogno di ciò che il Papa chiama "fine della mondanizzazione" (Entweltlichung).

Die Welt: Lei ha scritto: "L'autentico progresso rende talvolta necessarie le correzioni di corso e in talune circostanze anche passi indietro" Come può la Chiesa invertire rotta?

Robert Spaemann: Fondamentalmente deve fare quello che sempre ha fatto: deve sempre tornare indietro. Vive dei Santi, che sono modello del tornare indietro. Non è in ordine se la Chiesa in Germania, a cui appartiene la Casa Editrice "Weltbildverlag", si sostiene per anni mediante la vendita del porno. Per dieci lunghi anni i cattolici hanno informato di questo i vescovi e non è successo niente. Ora che il tutto viene fuori il segretario della Conferenza Episcopale Tedesca ha fatto di questi fedeli con disprezzo dei fondamentalisti. Che ora viene introdotta questa prassi di vendita ha a che fare poco evidentemente con il tornare indietro.



Fonte: Die Welt
Vedi anche la notizia su: www.kath.net

quarta-feira, 17 de outubro de 2012

"Negare la gravissima crisi in cui si trova la Chiesa significa negare l'evidenza..., di conseguenza, chi dice le cose come stanno realmente, viene considerato un nemico della Chiesa".

"Negare la gravissima crisi in cui si trova la Chiesa significa negare l'evidenza" (D. Alberto Secci)

Resoconto della III Giornata della Tradizione a Verbania svoltasi domenica 14 ottobre u.s.

"Negare la gravissima crisi in cui si trova la Chiesa significa negare l'evidenza..., di conseguenza, chi dice le cose come stanno realmente, viene considerato un nemico della Chiesa".
Con queste addolorate parole don Alberto Secci ha aperto la III Giornata della Tradizione che si è svolta, come da programma, all'hotel "Il Chiostro" di Verbania. La sala delle conferenze era gremita di pubblico e così anche la Cappella dove, alle 17,30, è stata celebrata, dal medesimo don Alberto, la S. Messa.
"Pur di negare l'evidenza" - proseguiva il coraggioso sacerdote ossolano - "si giunge spesso ad arrampicarsi sui vetri in modo incredibile. Venendo a Verbania ascoltavo, ad esempio, un'intervista radiofonica ad un presule romano. Egli si è spinto a dichiarare che... questa crisi ha permesso alla Chiesa di fornire, come sempre, la medicina giusta. Questa medicina si chiama Concilio Vaticano II. ... Come si fa ad arrivare a tal punto?!"
Poco dopo è stato presentato quindi l'oratore ufficiale della manifestazione. A sorpresa è salito al tavolo don Pierpaolo Petrucci, superiore del Distretto Italiano della FSSPX:
"Abbiamo invitato la Fraternità San Pio X" - ha detto ancora don Alberto - "perchè nessuno più di loro, in oltre quarant'anni di studio e sacrifici, hanno saputo maggiormente approfondire i motivi ed il significato di questa crisi spaventosa. Le medesime Autorità Romane, accettando di discutere ufficialmente con la FSSPX, hanno implicitamente ammesso che le loro posizioni sono importanti e degne della massima attenzione".
Don Pierpaolo Petrucci ha quindi riassunto, nel suo limpido intervento, le ragioni storiche che hanno portato alla situazione attuale: "La causa prima di tutti i turbamenti della Chiesa, in tutta la sua storia, è ovviamente Satana. Egli, per agire, ha bisogno però di collaboratori umani e sempre purtroppo ne ha trovati nel corso dei secoli".

Egli ha quindi riassunto la storia delle eresie e, specialmente, quelle che hanno infestato la Cristianità dall'umanesimo in avanti.

"Lutero, in pratica, ha detto: Cristo sì, Chiesa no. Poi è arrivata la Rivoluzione Francese e il liberalismo che hanno fatto un passo ulteriore: Dio sì, Cristo no. Infine il marxismo ateo: Dio è morto".
Fino alla metà del XIX secolo tutte queste eresie imperversavano nel mondo ma la Chiesa le avversava con vigore. Poi è iniziata una lenta penetrazione, subdola e strisciante, all'interno della Sposa di Cristo. San Pio X riuscì a sgominare il modernismo, sintesi di tutte le eresie, ma, morto lui, il processo continuò piano piano, fino ad esplodere durante e dopo il Concilio Vaticano II.
"Mons. Lefebvre" - ha ricordato don Pierpaolo -"ci diceva, come del resto affermò anche, in prospettiva opposta il card. Suenens, che il Concilio era stato il 1789 della Chiesa. In esso si imposero i tre motti rivoluzionari: Libertè (libertà religiosa), Fraternità, con l'ecumenismo, Egalitè con il principio della Collegialità".
Al termine del suo intervento il Superiore Italiano della FSSPX ha risposto a molte domande presentate dal numerosissimo e attento pubblico.
Infine don Alberto Secci ha concluso i lavori invitando tutti a "pregare e reagire".
"Dobbiamo ovviamente pregare perchè ogni Grazia ci viene dal Cielo, ma dobbiamo anche reagire con chiarezza: parecchi sacerdoti, generalmente in privato, ammettono molte delle considerazioni che oggi abbiamo fatto ma poi, magari per comprensibili motivi di rispetto verso le Autorità, non hanno poi il coraggio di esporsi in prima persona. Noi invece dobbiamo pregare e reagire, con i dovuti modi ma reagire!"

Marco Bongi



 

sexta-feira, 28 de setembro de 2012

Vatican II: A discussion that can no longer be stopped

Vatican II: A discussion that can no longer be stopped



Whatever might be said about the current situation of the talks between the Vatican and the Society of St. Pius X (SSPX), and whatever one's doctrinal position might be, one thing is clear: the frank discussion of the ambiguities of Vatican II and of post-Conciliar Vatican documents vis-a-vis the pre-Conciliar Magisterium has begun, and can no longer be stopped. While it would be easy to exaggerate the quality, extent and openness of the discussion so far, it cannot be denied that signs of it have been appearing in unlikely places, such as the following article that was published last week by the Homiletic and Pastoral Review. 
 

sexta-feira, 7 de setembro de 2012

Chi è, allora, che disobbedisce al Concilio ?


Chi è, allora, che disobbedisce al Concilio ?

Pubblichiamo il testo di una conferenza tenuta dal compianto Michael Davies (1936-2004), nel 1982, a Londra, e riproposta nel numero di novembre 2010 della rivista della Latin Mass Society (Londra): Mass of Ages.

Michael Davies, insegnante inglese convertitosi al Cattolicesimo, fin da dopo la fine del Concilio Vaticano II si è distinto per la difesa della Tradizione liturgica e dottrinale della Santa Chiesa. È stato Presidente della Federazione Internazionale Una Voce dal 1995 al 2003 ed ha sviluppato una intensa attività apologetica con un gran numero di libri, di articoli e di conferenze.
La conferenza che qui presentiamo riassume una tematica che, a quasi 30 anni di distanza, conserva tutta la sua attualità. La traduzione in italiano è di un vecchio amico di Michael Davies, il Dott. Mario Seno, uno dei fondatori di Una Voce Italia che ha condotto per anni la buona battaglia per la salvaguardia della Liturgia Tradizionale.
La rivista Mass of Ages ha presentato così la pubblicazione della conferenza:
Non c’era da aspettarsi che Papa Benedetto avrebbe menzionato le “guerre di liturgia” durante la sua visita (del settembre 2010 in Gran Bretagna, ndr.).
In una famosa conferenza dei Cattolici Tradizionali al Porchester Hall di Londra nel 1982 si protestò energicamente contro la riluttanza dei membri della gerarchia “ad aprire generosamente i cuori e far posto per ogni cosa che la Fede stessa ammette” (Papa Benedetto XVI).
Questa riluttanza esiste ancora perfino dopo la pubblicazione del “Summorum Pontificum”.
Michael Davies (1936-2004) fece il seguente discorso in quella conferenza, che è ancora oggi d’attualità.


Cattolici leali e tuttavia emarginati


Vorrei rivolgere le mie osservazioni ai membri della Commissione Cattolica per la Giustizia Razziale e al suo Presidente, il vescovo ausiliare di Birmingham. Si può avere la commissione giusta e l’ausiliare sbagliato, o la commissione sbagliata e l’ausiliare giusto o entrambi possono essere sbagliati o, con un po’ di fortuna, entrambi possono essere giusti. Abbiamo così tante commissioni e così tanti vescovi ausiliari che la burocrazia della Chiesa cattolica deve essere l’unica industria in espansione nello stato britannico.

Rivolgo le mie osservazioni alla Commissione a proposito della sua dichiarazione che il Rastafarianismo è un’esperienza religiosa valida e che ai suoi fedeli dovrebbe essere dato accesso alle sedi cattoliche per adorare l’imperatore Hailè Selassiè e il defunto Duca di Gloucester, benché si sottintenda che il culto di quest’ultimo è limitato al grado di dulìa (onore o devozione dovuti propriamente ai santi).

Devo ammettere che la raccomandazione della Commissione mi ha causato l’inarcamento di un sopracciglio, probabilmente perché sono considerato un cattolico pre-conciliare. Io non sono aggiornato, riciclato, all’avanguardia, orientato alla collettività o con la mentalità ecumenica.

È naturalmente un po’ impertinente essere un cattolico pre-conciliare oggi. Benché ci fosse un tempo in cui alcuni cattolici pre-conciliari erano considerati piuttosto rispettabili : S. Pietro, S. Atanasio, S. Tommaso d’Aquino, S. John Fisher, S. Thomas More, S. Richard Gwyn, S. Teresa d’Avila, S. Bernadette, S. Pio X.

Dove sono i loro omologhi nella Chiesa post-conciliare ?

Come cattolico pre-conciliare avevo immaginato che Nostro Signore Gesù Cristo, il Figlio di Dio Incarnato, avesse fondato una Chiesa e solo una Chiesa, e avesse dato alla Sua Chiesa e soltanto alla Sua Chiesa, il mandato di predicare il Vangelo, di amministrare i Sacramenti e di offrire adorazione pubblica nel Suo nome. Avevo anche immaginato che fosse totalmente incompatibile con l’unicità e con il mandato divino della Chiesa, permettere a chiunque sia al di fuori della sua visibile unità di usare le sue sedi per l’adorazione dei propri culti erronei.

Ciò si applicherebbe anche ai cristiani non cattolici, la cui adorazione è almeno centrata sul vero Dio e sul Suo divino Figlio. Non avrei mai creduto che avremmo offerto le nostre sedi agli adepti di un culto grottesco, a una falsa religione se mai ce ne fu. Mi chiedo cosa hanno provato quelle devote famiglie cattoliche delle Indie Occidentali con i cuori infranti, poiché i loro figli sono stati circuiti e sono entrati in questa setta, quando sono venuti a conoscenza di quella dichiarazione.

Io spero che la Commissione Cattolica per la Giustizia Razziale e il suo Presidente episcopale siano gente in buona fede e siano perciò disposti a mettere una buona parola per un’altra minoranza incompresa, la cui esperienza religiosa è per loro - così spero – almeno altrettanto valida del Rastafarianismo, benché i suoi aderenti tendano a favorire la dolce fragranza dell’incenso piuttosto che l’odore della canapa indiana.

Parlo della Fede cattolica tradizionale e della Messa cattolica tradizionale del rito romano, la Messa nota a noi tutti come la Messa Tridentina. Non potrebbero il vescovo e la sua commissione trovare nei loro cuori la forza di ammettere che questa Messa costituisce “una valida esperienza religiosa” ?

Risalendo alle origini

Scrisse Padre Faber : “È la cosa più bella da questa parte del cielo. Proveniva dalla grande mente della Chiesa e ci innalzava oltre la terra e oltre noi stessi, avvolgendoci in una nube di mistica dolcezza, e le sublimità di una liturgia più che angelica ci purificavano e ci incantavano con fascino celestiale così che i nostri sensi medesimi sembravano trovare visione, ascolto, fragranza, gusto e tatto più di quanto si possa percepire.”

Quanti di noi possono testimoniarlo per esperienza propria !

Il termine “Messa tridentina” è, naturalmente, una denominazione impropria. Padre Adrian Fortescue, il più grande storico liturgico d’Inghilterra, scrisse: “La nostra Messa risale senza cambiamenti essenziali all’epoca quando Cesare governava il mondo e pensava di poter sradicare la Fede di Cristo e i nostri padri si riunivano prima dell’alba e cantavano un inno a Cristo come Dio… non c’è nella Cristianità un rito così venerabile come il nostro”.

Ma oggi quel rito venerabile è meno accettabile nelle sedi della Chiesa cattolica dell’adorazione dell’imperatore Hailè Selassiè.

S. Pio V non ha certamente inventato un nuovo rito della Messa. Si accontentò di codificare il messale romano vigente e di estenderne l’uso in tutte le diocesi di rito romano come baluardo contro l’eresia protestante. Le sue preghiere e i suoi rituali resero esplicite le dottrine del Sacrificio e della Presenza Reale secondo il principio lex orandi, lex credendi. La legge della preghiera è la legge della fede.

I laici cattolici hanno il diritto di rendere note le loro esigenze spirituali ai loro pastori, soprattutto al loro Supremo Pastore, il Santo Padre stesso. Certamente noi siamo autorizzati a dirgli che desideriamo esprimere la nostra fede con il rito della Messa che ha sorretto innumerevoli milioni di cattolici attraverso le nazioni e i secoli. Questa era la forma della Messa che i preti martiri d’Inghilterra e del Galles celebravano in segreto, spesso a costo delle loro vite. Era la forma della Messa che S. Francesco Saverio portò nelle Indie, che i missionari martiri del Canada portarono agli indiani a prezzo di sofferenze troppo terribili da descrivere.

È “la perla di grande valore” della Chiesa che avrebbe dovuto essere più inviolabile e più sacrosanta di qualsiasi altra cosa essa stessa possedesse. Se fosse stato proposto di distruggere la cattedrale di Chartres o la Basilica di San Pietro per rimpiazzarle con mostruosità in calcestruzzo più in linea con la “mentalità dell’uomo moderno”, non è difficile immaginare il moto di ribellione e di protesta che avrebbe pervaso tutto il mondo. Ma distruggere la Messa di S. Pio V, in verità “la cosa più bella da questa parte del cielo”, è un atto di vandalismo liturgico di tale dimensione di fronte al quale la distruzione di tutte le cattedrali d’Europa apparirebbe di poca importanza.

Ma, ci dicono, “lo ha ordinato il Concilio Vaticano Secondo”. Davvero ?

Il Concilio decretò che nulla nella Messa dovesse essere cambiato, a meno che non lo richiedesse veramente e con certezza il bene della Chiesa.

Bene, prendete in mano il vostro messale romano, guardate i cambiamenti che sono stati fatti e trovatene uno che il bene della Chiesa abbia richiesto veramente e con certezza. Trovatene uno che ci abbia reso dei cattolici migliori e più spirituali. Trovatene uno che abbia contribuito all’unità della Chiesa.

Avrebbe dovuto andarsene il “Judica me” ? Lo stupendo doppio Confiteor era una causa di atrofia spirituale ? La genuflessione al “Et incarnatus” nel Credo nuoceva alla causa dell’ortodossia dottrinale ? Quelle sublimi preghiere dell’Offertorio causavano la perdita di milioni di praticanti ? L’Ultimo Vangelo alienava la gioventù ?

Chi allora disobbedisce al Concilio ?

Il Concilio stabilì che tutti i riti esistenti fossero preservati e incoraggiati con grande cura.

Padre Joseph Gelineau, uno dei commissari liturgici responsabili dell’invenzione e dell’imposizione del nuovo rito, affermava con orgoglio che il rito romano era stato distrutto. Noi preserviamo e incoraggiamo qualche cosa distruggendola ? Certamente no !

Chi allora disobbedisce al Concilio ?

Il latino doveva rimanere la norma nel rito romano : è stato così ? Naturalmente no.

Il canto gregoriano doveva essere la norma nelle Messe cantate : è così ?

Domani passate per la vostra parrocchia, poi andate a vedere la parrocchia vicina, poi la prossima e poi la seguente ancora e vedrete quando mai il canto gregoriano è la norma.

Chi è, allora, che disobbedisce al Concilio ?

Il Concilio stabilì che i fedeli dovessero essere in grado di recitare o cantare assieme in latino le parti della Messa di loro pertinenza. Noi possiamo farlo, come si verificava quando noi cantavamo il Credo; ma che succede ai bambini nelle nostre scuole di oggi ? Anche loro dovrebbero essere in grado di farlo. È un loro diritto: un diritto acquisito con la nascita, ma essi ne sono stati privati.

Cercate sui documenti conciliari più diligentemente che potete, non troverete una parola sulla Messa rivolta al popolo, la Comunione sulla mano, i ministri laici della Comunione, la rimozione del tabernacolo dall’altare maggiore.

La rivoluzione che ci è stata imposta non ha proprio nulla a che fare con le riforme moderate proposte dal Concilio.

Il cardinale Heenan testimoniò che Papa Giovanni XXIII e i Padri conciliari non avevano alcuna idea di quello che gli esperti, che avevano redatto le bozze dei documenti, stavano progettando. Un vescovo americano affermò che i Padri conciliari vi avrebbero riso in faccia, se aveste detto loro quale sarebbe stata la riforma effettiva il giorno in cui votarono la Costituzione sulla Liturgia. Un prelato italiano disse che se ne avesse avuta la possibilità, sarebbe andato davanti a un notaio per ritirare il suo voto per la Costituzione sulla Liturgia, certificando che gli era stato ottenuto con un tranello.

“Beneficio pastorale”

Si potrebbe argomentare – e di fatto si è argomentato – che anche se questo non è ciò di cui ha dato mandato il Concilio, è stato comunque di grande beneficio pastorale.

Lo è stato davvero ?

In Olanda e in Francia la presenza alla Messa è diminuita di oltre il 60%, in Italia del 50%, negli Stati Uniti del 30% e in Inghilterra e nel Galles del 20%.

“Voi non potete provare che ciò è connesso con la riforma”, ci dicono i nostri esperti liturgici. Ma supponiamo che la presenza alla Messa fosse aumentata di più del 20% dall’epoca del Concilio: avrebbero detto allora che non era connessa con la riforma ? Naturalmente no !

Questo, tra l’altro, è sintomatico del pessimo stato odierno della Chiesa cattolica in Inghilterra e nel Galles. Lo stesso Papa Paolo VI avvertì che la Chiesa attraversa una fase di autodistruzione.

Aveva ragione. La Chiesa cattolica in Inghilterra e nel Galles, che era fiorente prima del Concilio, è ora stagnante e moribonda. Constatatelo voi stessi esaminando le statistiche dell’assistenza alla Messa, dei battesimi, delle ordinazioni, delle conversioni.

I cattolici tradizionali non stanno rigettando un rinnovamento liturgico fruttuoso.

Non c’è rinnovamento di sorta in questo Paese. È una fantasia della burocrazia.

Il recente sondaggio sui vescovi in tutto il mondo condotto dal Vaticano pretende di rivelare che praticamente nessuno desidera la Messa tridentina. Ma quando The Universe (giornale inglese, ndr.) consultò i suoi lettori per scoprire i loro sentimenti, ricevette un responso da primato in cui la maggioranza schiacciante optò per la Messa tradizionale in latino. Sondaggi d’opinione indipendenti condotti in Germania e negli Stati Uniti indicavano che il 64% e il 46% rispettivamente dei cattolici vorrebbero assistere alla Messa tridentina. Il rilevamento del Vaticano ha più o meno la stessa credibilità dell’occultamento del Watergate.

Un amico anglicano mi scrisse recentemente riguardo ad una Messa di Prima Comunione, cui assistette con la sua famiglia su invito di alcuni vicini cattolici. Ciò che ebbe luogo apparve come una discoteca per piccini piuttosto che un atto di adorazione. Il prete della parrocchia invitò ognuno a ricevere la Comunione: cattolici e protestanti allo stesso modo. I miei amici pensarono che, per essere cortesi, anch’essi avrebbero dovuto ricevere la Comunione, ma il loro bambino rifiutò. “Voi chiamate questa una funzione religiosa ?” disse, “io non prendo la Comunione qui”.

Potrei citare centinaia di esempi di simili abusi, che mi sono stati segnalati.

Nella sua lettera “Dominicae Cenae” del 24 febbraio 1980 Papa Giovanni Paolo II ci chiese scusa per tutti gli scandali e gli sconvolgimenti che abbiamo dovuto sopportare nella liturgia. Noi lo ringraziamo per le sue scuse. Ammiriamo la sua umiltà nel farlo: nessun Papa ha mai sentito il bisogno di presentare simili scuse in tutta la storia della Chiesa.

Vorremmo ricordargli le parole del suo predecessore Papa Benedetto XV, il quale scrisse :

“I Romani Pontefici non solo non hanno mai ripudiato quei sacri riti, la cui antichità dovrebbe garantire rispetto, finché essi mantengono l’obbedienza dovuta alla Santa Sede nell’unità della fede; essi hanno anche desiderato di vedere questi riti riverentemente conservati ed eseguiti comunque conformemente alle legittime disposizioni della Sede Apostolica, alla quale – sia chiaro – ogni rito deve obbedienza come al Sovrano Magistero”.

Così sia.

Io non sono secondo a nessuno nella mia devozione alla Santa Sede e sono sicuro che non c’è mai stata una riunione di cattolici più leale di quella presente oggi in questa sala. È certamente un caso fortuito che noi siamo proprio il tipo di cattolici che al Santo Padre non sarà concesso di incontrare durante la sua visita in questo Paese.

Il Cardinale Hume ha affermato che noi possiamo essere devoti figli e devote figlie della Chiesa e tuttavia praticare la contraccezione.

L’Arcivescovo Worlock sostiene che, se abbandoniamo i nostri consorti legittimamente sposati ed entriamo in un matrimonio invalido, saremmo comunque benvenuti alle balaustre dell’altare per la Santa Comunione.

Il vescovo ausiliare di Birmingham dice che ai Rastafariani dovrebbe essere permesso di usare le sedi cattoliche.

Bene, oggi sto per chiedervi di presentare un’istanza per la parità con tali individui. Perché i soli cattolici tradizionali devono essere i paria della Chiesa ?

Io mi appello a tutti quelli di voi che amano il sacro rito, la cui antichità dovrebbe garantire rispetto - un’esperienza religiosa veramente valida, “la cosa più bella da questa parte del cielo” – per sostenere la risoluzione che io vorrei proporre: Santo Padre, per il nostro beneficio spirituale e il bene di Santa Madre Chiesa, noi Vi preghiamo di togliere ogni restrizione per la celebrazione della Messa Tridentina.

Ma dov'è la primavera del Concilio? Dove sono i suoi frutti?


 
Ma dov'è la primavera del Concilio?
Dove sono i suoi frutti?

Editoriale di Radicati nella fede, anno V, n. 9, settembre 2012
Foglio di collegamento della chiesa di Vocogno e della Cappella dell'Ospedale di Domodossola (Provincia di Verbania, Diocesi di Novara)
dove si celebra la Messa tradizionale.

i neretti sono nostri


C'è un dogmatismo nuovo, che non riguarda i dogmi di sempre, le verità eterne rivelate da Dio e custodite dalla Chiesa nel suo Credo; è un dogmatismo di opinione, su una questione che ti vietano di discutere: i frutti della primavera del Concilio. Si può variare quasi tutto nella Chiesa di oggi: le verità di fede ti concedono di reinterpretarle.

Se i comandamenti ti stanno stretti, una schiera di teologi e pastori ti suggeriscono di situazionarli nel contesto attuale, così da addolcirli. Se poi obbedire non ti va, puoi sempre scoprire un nuovo carisma che ti cada su misura. Puoi fare tutto o quasi, tranne mettere in discussione la primavera del Concilio.

La senti questa affermazione sulla bocca di molti addetti ai lavori, dei pastoralisti, la senti come mannaia tranciante se esprimi il desiderio di tornare alla grande Tradizione della Chiesa. Ti concedono una messa antica, purché tu riconosca i frutti del Concilio, senza discutere.

E di fronte a questa propagandata certezza, anche i perplessi stanno zitti, per paura di essere esclusi da tutto. Se poi, come nella favola del re nudo, uno con l'anima di fanciullo osa alzare la voce e gridare: ma dove sono questi frutti? Io non li vedo!... il silenzio si fa assordante e minaccioso.

Cari amici, dite un po', dove sono i frutti? È forse aumentata la pratica della vita cristiana? C'è più gente a Messa alla Domenica? I comandamenti sono maggiormente osservati? Le famiglie danno più esempio di fedeltà e virtù? Sono aumentate le vocazioni sacerdotali? E quelle religiose di frati e suore? Si aprono nuovi conventi? La gioventù ama di più Nostro Signore? La gente prega meglio e di più? Molti nelle terre di missione si convertono abbandonando le false religioni e le sette? Molti missionari partono per portare la grazia di Dio e la fede sino ai confini della terra?

Diteci, quali sono allora i frutti della primavera del Concilio?

In alcuni momenti la Chiesa, nelle nostre terre, appare un grande cantiere in vendita, coperto con la facciata di grandi assemblee, fatte per intrattenere i fedeli illudendo sulla situazione.

Certo che c'è sempre molto bene nella Chiesa, bene per lo più umilmente nascosto, ma questo non giustifica dal non guardare la situazione generale.

Al bambino che grida: il re è nudo!, ci si affretta a dire che il disastro sopra descritto è causato dal mondo, dalla società che è cambiata. I tempi sono cambiati, allora i frutti della primavera del Concilio saranno più interiori e meno visibili. Si affretteranno a dire che è volontà di Dio questo radicale cambiamento, che a noi sembra proprio un grande crollo.

Troppo comodo questo modo di procedere, così ci si sottrae a qualsiasi verifica!
Stiamo ai fatti, siamo realisti!

Quando non si vuol discutere una cosa è perché è già diventata ideologia.

La colpa di questa terribile crisi della fede e della pratica cristiana non può essere imputata principalmente alla modernità... questa c'era già prima di questa strana primavera che ha bruciato nel gelo tanti boccioli di santità.

La modernità atea e agnostica, laicista e anticlericale c'era già da tanto tempo, ma la vita cristiana non fu fermata da essa, anzi, nella lotta si fortificava e accoglieva nel suo seno tante anime che si convertivano.

No, qualcosa di terribilmente ingannevole è successo: si è deciso che questa modernità senza Dio non era più da combattere, ma da abbracciare. Si è detto che da questo abbraccio doveva sbocciare una fiorente stagione per il cristianesimo e per il mondo... ma tutto questo non è avvenuto. E le profezie che non accadono, lo sappiamo dalla Sacra Scrittura, non venivano da Dio.

C'è ancora chi dice che è troppo presto valutare questa primavera conciliare, e che 50 anni sono pochi! Quante vittime nella fede dovremo ancora vedere per poter dare un giudizio?

Nella Chiesa i dogmi sono le verità di fede rivelate da Dio e trasmesse e custodite dalla Magistero.

Contrariamente dagli slogan delle opinioni ecclesiastiche, che non diventeranno mai dogmi, anche se pronunciate da chi ha un posto di riguardo nella Chiesa. I dogmi li rivela Dio e li trasmette la Chiesa. Le opinioni sulle situazioni storiche, queste dobbiamo avere il coraggio di sottoporle a verifica, pena il combinare un grande e tragico pasticcio nella fede.
http://www.unavox.it/ArtDiversi/DIV328_Dov-e_la_primavera_del_VII.html

sexta-feira, 3 de agosto de 2012

LITURGICAL REVOLUTION BY MICHAEL DAVIES

BANNER


Three Definitions

The incidents I have been describing epitomize the revolution which has taken place in the liturgy of the Roman Rite of the Catholic Church. Before continuing I would like to define three terms: "revolution," "liturgy" and " rite."

The Concise Oxford Dictionary defines revolution as a "complete change, turning upside down, great reversal of conditions, fundamental reconstruction."
VEN. POPE PIUS XII
In his Encyclical Letter Mediator Dei, Pope Pius XII defines liturgy a follows:

The Sacred Liturgy is the public worship which our Redeemer, the Head of the Church, offers to the heavenly Father and which the community of Christ's faithful pays to its Founder, and through Him to the Eternal Father; briefly, it is the whole public worship of the Mystical Body of Jesus Christ, Head and members.
Please note carefully that Pope Pius teaches us that the liturgy is primarily something which Our Lord Jesus Christ does, and with which we have the privilege of associating ourselves. "Liturgy" is derived from a Greek word meaning a public service. A leitourgos was a man who performed a public service for the people. The Epistle to the Hebrews describes Our Lord as the "Leitourgos of holy things." The liturgy is His public religious work, undertaken to glorify His Father and bring grace to His people; it is, above all, the making present of that supreme sacrifice of Calvary in which He offered atonement for the sins of all mankind and at the same time won grace sufficient to redeem all men.READ...

quinta-feira, 19 de julho de 2012

La grande crisi: tutto un mondo venne spazzato via dalla mattina alla sera

 
La grande crisi
di Francesco Agnoli

Da anni sono convinto che la Chiesa cattolica stia attraversando una grande crisi, a partire soprattutto dagli anni Sessanta.
Ma è solo da poco, cioè dall’elezione di Benedetto XVI, che mi trovo in spiacevole compagnia. Di coloro, intendo, che sino a ieri magnificavano una presunta “nuova Pentecoste” della Chiesa, maledicendo i “profeti di sventura” e coloro che non si accodavano al carro degli entusiasti. Ricordo di essermi sentito dire mille volte: oggi i preti sono pochi, ma buoni, non come un tempo…
Nella mia esperienza, rispondevo, accanto a quelli indubbiamente validi, conosco sempre più preti impreparati, tiepidi, conformisti, disubbidienti e che non di rado sono i primi ad amare poco la Chiesa stessa.
Ecco, oggi mi trovo a leggere che gli acritici laudatori del nuovo corso hanno cambiato idea, e, cavalcando l’onda dell’odio anticristiano, dichiarano al mondo che è tutto da cambiare. Qual è la loro ricetta? Cosa propongono e cosa sbandierano ai quattro venti, certi, a sentir loro, di fare il bene della Chiesa? Ripetono cose vecchie, trite e ritrite, le stesse che dicono da cinquant’anni, cioè dall’inizio di questa gravissima crisi: la necessità di aprire al matrimonio dei preti, al divorzio, all’aborto, ai matrimoni gay, alla contraccezione…
Poi, aggiungono, è necessaria più democrazia, abolire il primato petrino, trasformare la Chiesa in un parlamento in cui la Rivelazione sia perennemente ai voti…
Ecco, codesti venditori di monete false vogliono intraprendere la strada machiavellica della “realtà effettuale”, perché la fede, quella che “sposta le montagne” e “vince il mondo”, trasformando la realtà, la hanno persa da tempo. Per questo la loro diagnosi è errata, a differenza di quella di alcune “vigili sentinelle” che, con vero amore per la Chiesa, da anni ne hanno denunciato le ferite, le macchie, i tradimenti.
Tra codeste sentinelle vi è il gesuita Malachi Martin, già stretto collaboratore del cardinal Bea e di papa Giovanni XIII. Proprio in questa veste Martin ebbe a leggere il terzo segreto di Fatima, di cui parlai due giovedì fa, concordando con chi ritiene che esso riguardi la crisi della Chiesa iniziata negli anni Sessanta. Ebbene Martin è autore di un interessantissimo testo, I Gesuiti (Sugarco 1988), che andrebbe rispolverato. Questo libro è dedicato, significativamente, a “Nostra Signora di Fatima” e mette in luce soprattutto la disgregazione di un ordine religioso, quello dei Gesuiti, che aveva dato alla Chiesa una prova secolare di obbedienza, di coraggio e di intelligenza. Martin afferma che negli anni Sessanta molti gesuiti, col beneplacito dei loro superiori, si sono esercitati a fare a brandelli “non solo i fianchi ma anche la sostanza del cattolicesimo”.
Tra costoro ricorda George Tyrrell, Teilhard de Chardin, Pedro Arrupe e Karl Rahner, definito “l’uomo di punta dell’autocannibalismo cattolico” (a cui Giovanni Cavalcoli ha da poco dedicato il suo “Karl Rahner. Il concilio tradito”, Fede & Cultura).
A questi e a tanti altri gesuiti Martin imputa di aver lottato in tutti i modi contro il cattolicesimo romano, propagandando l’alleanza col marxismo, e una nuova visione dell’omosessualità, dell’aborto, del divorzio, dell’autoerotismo, del celibato ecclesiastico e dell’autorità petrina. Alcuni di loro, racconta Martin, nella loro lotta all’Humanae vitae arrivarono a sostenere la necessità, per la miglior riuscita del loro ministero, di avere “rapporti intimi con donne senza che questi implicassero il matrimonio formale o legale”.
Così la Compagnia di Ignazio, che aveva servito tanti papi senza indugio, che aveva dato centinaia di martiri, pronti a farsi uccidere per la fede e per l’unità della Chiesa, si schierò compatto contro Roma e la sua Tradizione. Tanto che Giovanni Paolo I, il papa dei 33 giorni, aveva già pronta, prima di morire, una riforma, o, se non gli fosse stata possibile, una “liquidazione definitiva della Compagnia”.
In un capitolo intitolato “Tempesta sulla città”, Martin propone una interpretazione degli anni del Concilio: una “gloriosa confusione”, una “confusione euforica” si impadronì allora del mondo cattolico, e “tutto un mondo venne spazzato via dalla mattina alla sera”. Un giorno la gente “scoprì all’improvviso che il latino universale della messa non c’era più” e che al suo posto c’erano “una babele di lingue” e “un nuovo rito che assomigliava all’antica messa come una capanna assomiglia ad una dimora palladiana”.
“Gli altari del sacrificio furono tolti”, le statue e gli inginocchiatoi buttati, insieme alla concezione tradizionale del sacerdozio, ai voti di povertà, castità ed obbedienza, e alle tonache. Al posto delle quali comparvero “maglioni a dolcevita, pantaloni larghi, bluejeans”, “barbe, basettoni, capelli raccolti in code di cavalli”.
I riformatori avevano promesso che le innovazioni avrebbero portato a tempi splendidi; in realtà l’ ordine gesuita, che era continuamente cresciuto dopo l’inizio del Novecento, si assottigliò bruscamente, così come la frequenza della gente ai sacramenti, che diminuì in poco tempo del 30% negli Usa, del 60% in Francia ed Olanda, mentre dal 1965 al 1977 dai 12 ai 14 mila preti lasciarono il loro ministero: “la Chiesa cattolica non aveva mai subito delle perdite così disastrose in un tempo tanto breve”.
Tutto in nome dell’ “aggiornamento”, di un “parossismo innovativo” che personaggi come il cardinale gesuita Martini, incapace di leggere storia e segni dei tempi, continuano a predicare in buona, clericale compagnia.

da "Il Foglio" del 3 giugno 2010
fonte:una Fides

quarta-feira, 18 de julho de 2012

O Concílio Vaticano II foi uma das maiores calamidades, se não a maior, da História da Igreja.

A CRUZADA DO SÉCULO XXI
André F. Falleiro Garcia
As Cruzadas foram um acontecimento extraordinário na História, cuja glória subsiste e subsistirá para todo o sempre. Não importa que certos católicos — mesmo situados em altos cargos na Igreja — manifestem vergonha por elas. Estes, por não terem espírito cruzado, não são católicos militantes. Nem possuem o verdadeiro espírito católico. Pois está na essência da Igreja essa militância.
A glória das Cruzadas nunca se apagará
Católicos não militantes infiltraram-se na Igreja, trazendo para dentro dela um outro espírito. Não apresentam da Igreja senão certas formas exterioriores, nem têm consonância com a Roma dos Santos e dos Mártires. Tempo virá em que esses elementos infiltrados serão afastados e a Santa Igreja voltará a brilhar com toda a sua autêntica militância.
Quando os cruzados medievais saíam à luta, eram estimulados pela sociedade, voltada para os direitos de Deus e sua maior glória. Nessa época, dava-se grande valor à prática dos Dez Mandamentos e aos bons costumes ditados pela Moral católica. Uma grande sacralidade estava presente na Igreja e se difundia na ordem temporal.
Hoje, a sociedade é muito diferente: aprecia-se num rapaz a constante revolta contra a hierarquia, a irreverência e o descumprimento da lei moral. Numa moça, elogia-se sua sensualidade, ao invés da pureza e do recato. Numa criança, festeja-se o erotismo precoce e os modos tirânicos com que afirma a igualdade de direitos em relação aos seus pais. Ou aplaude-se a prática das virtudes ecológicas, que manifestam sua iniciação na religião da natureza. Os adultos sentem vergonha de serem honestos, a corrupção é tolerada por toda a parte e mesmo aplaudida. E a velhice, coitada, perdeu a sua sabedoria, dignidade e glória e aceitou ser identificada apenas com suas deficiências.
Por toda a parte as instituições são demolidas por seus próprios dirigentes. As elites em geral não exercem sua relevante função social e se voltam para o gozo da vida. Aqueles que deveriam proteger a Igreja, o Estado e a Civilização mostram-se indiferentes. Este é o atual ambiente revolucionário.
A guerra psicológica revolucionária —desafio para os novos cruzados
Houve uma gloriosa Cruzada no século XX. Está havendo outra neste início de milênio. Na verdade, há um nexo de continuidade entre ambas. Sem elogios, sem festas, sem aplausos os novos cruzados avançam e enfrentam o ambiente revolucionário. Seguem os passos daquele que lutou antes deles — Plinio Corrêa de Oliveira, o Cruzado do Século XX. Aqui, percebem o murmúrio que solapa suas iniciativas. Ali, são vítimas da conspiração do silêncio que sufoca seus esforços e os apequenam. Acolá, recebem o bombardeio implacável das críticas e zombarias. Contra essas armas tão destruidoras do ânimo os cruzados medievais não tiveram que lutar.
Quem entra numa guerra sabe que receberá maus tratos e sofrerá muitos padecimentos causados pelo inimigo. Mas na cruzada em que estamos engajados, os mais próximos muitas vezes nos causam mais dor do que o inimigo.
Os adversários agitam os argumentos da impiedade, da blasfêmia, do vício. Mas os que deixaram cair por terra os estandartes que antes desfraldaram, mostram-se engenhosos ao suscitar questões de virtude, acusando os novos cruzados de serem orgulhosos por se terem lançado na luta por conta própria; mostram-se incoerentes e contraditórios, ao levantar questões de autoridade e legitimidade, apontando-os como revoltados, por não seguirem os líderes compromissados. E dizem contra eles tanta coisa mais, que são de causar inveja aos fariseus. Os acomodados, os omissos, os covardes, os traidores, estão dispostos a percorrer mares e terras para fazer um prosélito, para lhe transmitir, em altos brados ou de boca a ouvido, o comportamento politicamente correto estabelecido pelos manipuladores da opinião.
Ouve-se o ruído do campo de batalha. Não é possível ficar indiferente a ele. É o estrondo da maior guerra contra o bem da História. O objetivo da Revolução gnóstica é a conquista universal, para isso busca alcançar os cargos de chefia no Estado e os lugares de destaque na sociedade. Visa a conquista das almas, pela transformação das mentalidades, dos costumes, da maneiras de ser e de pensar. É uma guerra psicológica total, voltada para o domínio de todo o homem e das estruturas da civilização que o envolvem.
Estas são as estratégias mais freqüentes que a Revolução utiliza nessa guerra psicológica:
  • Anestesiar as reações contra o Progressismo na Igreja, desviando as atenções para os pequenos problemas individuais relativos aos interesses materiais, saúde e conforto.
  • Dividir aqueles que ainda mantém uma boa posição, ou descer sobre eles a cortina do silêncio. Se isto não for possível, persegui-los através do ridículo e da difamação.
  • Difundir o caos por todos os aspectos da vida social, de forma que os padrões de ordem, moralidade e sacralidade herdados da Civilização Cristã fiquem completamente evanescidos. E em seu lugar, surja um conjunto de problemas sem solução que atormente a toda hora a vida de cada pessoa.
Vaticano II — o maior êxito da guerra psicológica revolucionária
Nos últimos quarenta anos, viu-se a progressiva demolição do maior bastião de luta contra a Revolução no mundo, onde estavam concentradas as maiores energias morais e espirituais da reação. A Igreja Católica foi alvo de uma ofensiva psicológica tremenda, não só da parte de seus adversários externos, mas também dos agentes revolucionários nela infiltrados com a intenção de destruí-la.
Vaticano II: calamidade para a Igreja
O Concílio Vaticano II foi uma das maiores calamidades, se não a maior, da História da Igreja. Seus documentos oficiais silenciaram sobre os maiores inimigos da sociedade, o comunismo e o socialismo.[1]
Na fase pós-conciliar, o câncer do Progressismo instalado na Igreja gerou inúmeras metástases: a reforma litúrgica da missa, o ecumenismo, a política de aproximação do Vaticano com o mundo comunista etc. Nessa fase uma notável reviravolta se operou: a Igreja , que era o maior bastião da luta contra a Revolução, se transformou, com freqüência, em propulsor da Teologia da Libertação, do Feminismo, da Revolução Cultural e do Tribalismo.
Sendo a Igreja o cerne da Contra-Revolução, a infiltração progressista-modernista tomou de assalto o principal pólo da boa causa. De João XXIII a Bento XVI, os Papas conciliares promoveram os ideais revolucionários do Estado Moderno, como por exemplo, ao concederem apoio incondicional às Nações Unidas, favorecedora da implantação da República Universal no mundo.
Como o principal fomento da revolução social procede da ação ou omissão dos círculos eclesiásticos, tornou-se imperativo para os católicos militantes — mesmo leigos — travarem até dentro dos muros da Igreja a batalha contra o inimigo infiltrado.
Esta foi a Cruzada do Século XX. É também a Cruzada do Século XXI, que continuará até que venha o triunfo do Imaculado e Sapiencial Coração de Maria, tendo como mais importante arena de combate a própria cidadela católica.

terça-feira, 5 de junho de 2012

A Osimo con Padre Lanzetta e il Professor d'Amico


Venerdì 15 giugno
nei locali parrocchiali del Santuario-Parrocchia
Beata Vergine Addolorata di Campocavallo
via Cagiata 101 OSIMO (Ancona)
alle ore 19:10 Santa Messa in rito antico
alle ore 21:00 conferenza di
Padre Serafino Lanzetta
teologo dei Francescani dell'Immacolata
sul tema

Post-concilio e crisi della Chiesa
Per un approccio più fedele al Vaticano II

Introduce il Professor Matteo d'Amico
insegnante, filosofo e saggista

Durante l'incontro sarà presentato l'ultimo libro di Padre Lanzetta:
IUXTA MODUM. Il Vaticano II riletto alla luce della Tradizione della Chiesa
(Cantagalli Editore)

segunda-feira, 21 de maio de 2012

Mons. Marchetto: “Aún prevalece la hermenéutica de la ruptura: hay mucho trabajo por hacer”

*
VaticanoII
*
“La hermenéutica de la discontinuidad corre el riesgo de acabar en una ruptura entre Iglesia preconciliar e Iglesia posconciliar”. Con estas palabras Benedicto XVI, en su discurso del 2005 a la Curia Romana, advertía sobre la confusión que podía nacer de una interpretación particular del Concilio Vaticano II. Hoy, cuando la Iglesia se prepara a celebrar los 50 años de aquella asamblea, inaugurada el 11 de octubre de 1962 por Juan XXIII, ha sido presentado en la Radio Vaticana el libro “Las claves de Benedicto XVI para interpretar el Vaticano II”, escrito por el cardenal Walter Brandmuller, por el arzobispo Agostino Marchetto y por mons. Nicola Bux. Presentamos nuestra traducción de una entrevista al Arzobispo Marchetto.
*
¿Cuáles son las claves para interpretar el Vaticano II en la visión de Benedicto XVI?

La primera clave había sido ya delineada antes que el cardenal Ratzinger se convirtiera en Papa: estamos en la línea de la interpretación, de la hermenéutica de la reforma en la continuidad. El Papa, en su famoso discurso del 22 de diciembre de 2005, añade que la otra interpretación, es decir, la de la ruptura y la discontinuidad, ha creado confusión y dificultades. Entonces, el Santo Padre nos ha dado la clave de la correcta interpretación del Concilio, que había preocupado ya a Pablo VI. Otra clave que ahora se ha añadido – y estaba también implícita – es aquella de la visión a la luz del Año de la Fe. La otra clave de interpretación del Concilio, por lo tanto, es la fe: debemos tener presente que no se puede comprender la Iglesia si no se la mira con los ojos de la fe, si no aceptamos la presencia del Espíritu, de modo particular, por ejemplo, en un Concilio ecuménico. Nosotros, con este libro, tratamos de hacer ver que hay también una base científica que apoya esta interpretación del Santo Padre.
*
Usted ha citado el Año de la Fe. En octubre de 1962, la apertura del Concilio Vaticano II: este año es el 50º aniversario. La celebración tiene lugar en coincidencia con el Año de la Fe y con el Sínodo para la nueva evangelización: ¿De qué coincidencia se trata?

La evangelización tiene varios significados: yo recuerdo, por ejemplo, que la primera evangelización – incluso en territorios en que no hay libertad religiosa – es la caridad. Precisamente hace poco he estudiado el Decreto “Ad gentes” y he quedado impresionado por la belleza, la bondad y la profundidad de este documento, precisamente en la línea de la evangelización entendida con diversos nombres. Está el testimonio, está la buena noticia. Este documento debe insertarse en los otros documentos de la Iglesia que dicen algo para la evangelización: por ejemplo, el diálogo interreligioso, la libertad religiosa. He encontrado un estudio muy hermoso de Joseph Ratzinger, de cuando aún no era cardenal, que afrontaba precisamente este tema, el de poner la evangelización junto a los otros documentos aprobados por el Concilio.
*
Volvamos a la herméneutica de la discontinuidad, de la ruptura, y a la hermenéutica de la reforma: ¿cuál prevalece actualmente en la Iglesia?

Por desgracia, debo decir, prevalece la de la ruptura. Más aún, diría que se ha tomado conciencia de que no sólo la franja extrema – la que era la mayoría en el Concilio – sino también los movimientos tradicionalistas dicen lo mismo. También para ellos ha habido una ruptura. Por lo tanto, hay todavía mucho trabajo por hacer.
*
¿Cuál es, entonces, la contribución de la lectura ofrecida por el Papa?

Por ejemplo, el cardenal Brandmuller presenta el Vaticano II con un background de todos los Concilios ecuménicos. Luego añade también lo específico del Vaticano II, ciertamente en la línea de la tradición. Por mi parte, subrayo la continuidad teniendo presente que la renovación ha ido hacia el consenso y el diálogo, por lo tanto, es una renovación en la continuidad. Es necesario tener juntos las dos claves, porque ésta es la Iglesia Católica y el Concilio es un ícono de la Iglesia católica: es necesario caminar juntos en la visión de nuestra realidad en el mundo actual, pero teniendo presente ambién nuestra fidelidad al patrimonio y al aspecto – que es fundamental – de la continuidad.
***

In un libro le "chiavi" per capire il Concilio secondo il Papa. Mons. Marchetto: rinnovamento nella continuità


 
In un libro le "chiavi" per capire il Concilio secondo il Papa. Mons. Marchetto: rinnovamento nella continuità


“L'ermeneutica della discontinuità rischia di finire in una rottura tra Chiesa preconciliare e Chiesa postconciliare”. Con queste parole Benedetto XVI, nel suo discorso del 2005 alla Curia Romana, avvertiva della confusione che poteva nascere da una particolare interpretazione del Concilio Vaticano II.
Oggi, quando la Chiesa si prepara a celebrare i 50 anni di quell’assise, inaugurata l’11 ottobre 1962 da Giovanni XXIII, è stato presentato nella Sala Marconi della Radio Vaticana il libro “Le ‘chiavi’ di Benedetto XVI per interpretare il Vaticano II”, scritto dal cardinale Walter Brandmüller, dall’arcivescovo Agostino Marchetto e da mons. Nicola Bux, edito da Cantagalli. Il servizio di Giada Aquilino:


“Perché la recezione del Concilio, in grandi parti della Chiesa, finora si è svolta in modo così difficile”? Era il 22 dicembre 2005 e Benedetto XVI, otto mesi dopo la sua elezione, poneva questa domanda pronunciando un articolato discorso alla Curia Romana, in occasione degli auguri natalizi. “Tutto dipende - disse il Papa - dalla giusta interpretazione del Concilio o, come diremmo oggi, dalla sua giusta ermeneutica”, quindi dalla corretta chiave di lettura e di applicazione. Negli anni, due ermeneutiche contrarie, spiegò infatti il Pontefice, “si sono trovate a confronto”: una ermeneutica della discontinuità, della rottura, e una ermeneutica della riforma, del rinnovamento nella continuità. L'una - aggiunse - “ha causato confusione”, l'altra “ha portato frutti”. Tali modalità di interpretazione del Concilio Ecumenico Vaticano II, a 50 anni dal suo avvio, vengono prese in esame nel libro “Le ‘chiavi’ di Benedetto XVI per interpretare il Vaticano II”, del cardinale Walter Brandmüller, dell’arcivescovo Agostino Marchetto e di mons. Nicola Bux. Conversando coi giornalisti, a proposito dell’accettazione del Vaticano II, con la questione aperta della Fraternità Sacerdotale San Pio X, il porporato ha auspicato che riesca “il tentativo del Santo Padre di unificare la Chiesa”: proprio “la storicità di ogni Concilio - ha aggiunto - è il punto di partenza di una conversazione fruttuosa con i lefebvriani”. Gli ha fatto eco il segretario emerito del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti: mons. Marchetto ha sottolineato come ci debba “essere un’accettazione del Concilio da parte di coloro che vogliono riunirsi nella Chiesa”. Quali dunque le chiavi per interpretare il Vaticano II nella visione di Benedetto XVI? Le parole dell’arcivescovo Agostino Marchetto:


R. - La prima "chiave" era stata già delineata prima che il cardinale Ratzinger diventasse Papa: siamo nella linea dell’interpretazione, dell’ermeneutica della riforma nella continuità. Il Papa, nel suo famoso discorso del 22 dicembre 2005, aggiunge che l’altra interpretazione ha creato confusione e difficoltà, quella cioè della rottura e della discontinuità. Allora, il Santo Padre ci ha dato la chiave della corretta interpretazione del Concilio, che aveva preoccupato già Paolo VI. Un’altra chiave che adesso si è aggiunta - ed era anche implicita - è quella della visione alla luce dell’Anno della Fede. L’altra chiave di interpretazione del Concilio, quindi, è la fede: dobbiamo tenere presente che non si può capire la Chiesa se non si vede con gli occhi della fede, se non accettiamo la presenza dello Spirito, in modo particolare, per esempio, durante un Concilio ecumenico. Noi, con questo libro, cerchiamo di far vedere che c’è anche una base scientifica a sostegno di tale interpretazione del Santo Padre.


D. - Lei ha citato l’Anno della Fede. Nell’ottobre del ’62, l’apertura del Concilio Vaticano II: quest’anno è il 50.mo anniversario. La celebrazione avviene in coincidenza con l’Anno della Fede e con il Sinodo per la nuova evangelizzazione: che coincidenza è?


R. – L’evangelizzazione ha vari significati: io ricordo, per esempio, che la prima evangelizzazione - anche in territori in cui non c’è libertà religiosa - è la carità. Proprio recentemente ho studiato il Decreto “Ad gentes” e sono rimasto impressionato dalla bellezza, dalla bontà, dalla profondità di questo documento, proprio nella linea dell’evangelizzazione intesa con vari nomi. C’è la testimonianza, c’è la buona notizia. Questo documento va inserito negli altri documenti della Chiesa che dicono qualcosa per l’evangelizzazione: per esempio il dialogo interreligioso, la libertà religiosa. Ho trovato uno studio molto bello di Joseph Ratzinger, di quando ancora non era cardinale, che affrontava proprio questo tema, quello di mettere insieme l’evangelizzazione con altri documenti approvati dal Concilio.


D. – Torniamo all’ermeneutica della discontinuità, della rottura, e all’ermeneutica della riforma: oggi quale prevale in seno alla Chiesa?


R. – Purtroppo, devo dire, prevale quella della rottura. Anzi, direi che si è presa coscienza che non solo la frangia estrema - di quella che era la maggioranza in Concilio - ma anche i movimenti tradizionalistici dicono la stessa cosa. Anche per loro c’è stata una rottura. Quindi, c’è ancora molto lavoro da fare.


D. – Qual è allora il contributo della lettura offerta dal Papa?


R. – Per esempio, il cardinale Brandmüller presenta il Vaticano II con un background di tutti i Concili ecumenici. Poi aggiunge anche la specificità del Vaticano II, certamente nella linea della tradizione. Da parte mia, sottolineo la continuità tenendo presente che il rinnovamento è passato verso il consenso ed il dialogo, quindi è un rinnovamento nella continuità. Bisogna tenere insieme i due bandoli della matassa, perché questa è la Chiesa cattolica ed il Concilio è un’icona della Chiesa cattolica: bisogna camminare insieme nella visione della nostra realtà del mondo di oggi, ma tenendo anche presente la nostra fedeltà al patrimonio e l’aspetto - che è fondamentale - della continuità.
FONTE