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terça-feira, 8 de dezembro de 2020

SERVO DI DIO DON LUIGI PEDROLLO

   

  

Il Servo di Dio don Luigi Pedrollo ebbe dal Signore il dono di due vocazioni: la vocazione sacerdotale e la vocazione religiosa, alle quali chiamate corrispose ricercando durante tutta la sua lunga esistenza la santità, così come appare dal suo Diario Spirituale La vita sacerdotale: «La vocazione ad essere un giorno sacerdote potrei dire di averla avuta da sempre. Per me, mai un pensiero di formare una famiglia: mi è sempre parsa una missione non fatta per me». 

Fu ordinato sacerdote a Vicenza nel luglio del 1912 e le forme della sua molteplice attività pastorale, esercitata sempre con molta generosità, ebbero un denominatore comune che egli nel suo Diario tratteggiò in questo modo: «La nostra santificazione ha una finalità apostolica: vogliamo salvare, santificare anime? Il mezzo unico è questo: lo sforzo continuo per la nostra personale santificazione»

Un concetto che egli chiarisce ancor più in una sua lettera ad un sacerdote della Congregazione dei Poveri Servi: «Si pensa all’apostolato... e per apostolato si intende: predicazione, catechesi, confessioni, celebrazioni della Messa... Santissime cose! 

Ma il vero apostolato comincia da noi stessi … Sacerdoti apostolici, cioè che vivano come gli apostoli. E gli apostoli attendevano a queste due cose: preghiera e ministero della parola. Ossia nella preghiera e nell’unione con Dio dobbiamo porre la parte principale del nostro lavoro apostolico e missionario»

E a proposito della figura sacerdotale di don Pedrollo, sono convinto che una delle più belle ed indovinate presentazioni l’abbia fatta il vescovo di Verona mons. Giuseppe Amari durante la celebrazione del funerale del Servo di Dio nella Chiesa di S. Anastasia il 20 febbraio 1986. Citando il Salmo 71, v. 7, il vescovo disse: «È parso a molti quasi un prodigio … Il prodigio che si coglieva in lui era l’immediato trasparire, dalla finezza dei lineamenti, dalla dignità del portamento e soprattutto dalla limpidezza degli occhi, di un’anima profondamente sacerdotale, immersa nel continuo colloquio con Dio e al tempo stesso attenta agli uomini con squisitezza di intuito e di disponibilità» 

Dicevo all’inizio di questa breve presentazione del Servo di Dio che don Pedrollo, oltreché sacerdote fu anche Religioso. Dal 24 agosto 1914 membro della Casa Buoni Fanciulli e dal 1932 Religioso Povero Servo della Divina Provvidenza. 

Sotto questo aspetto la testimonianza più autorevole è sicuramente quella di S. Giovanni Calabria, che fu suo Superiore Religioso e Padre Spirituale fin da quando don Pedrollo era chierico. Don Calabria il 9 dicembre 1948 annotò nel suo Diario: «Questa mattina è venuto qui, da me chiamato, il mio rev. e caro padre spirituale, p. Cherubino e nel Signore   ho esposto le mie prove, le mie sofferenze, per avere una precisa e urgente decisione per il viaggio del mio carissimo don Pedrollo, che possiede al 100 per 100 lo spirito puro e genuino dell'Opera, se deve, o no, questa sera partire per Roma e là trattare nella luce di Dio, cose inerenti alla Congregazione». 

Ma allora possiamo chiederci: «in cosa consiste questo “spirito puro e genuino dell’Opera”?». L’11 febbraio 1957 don Pedrollo inviò una lettera al Papa Pio XII per ringraziarlo per l’approvazione definitiva della Congregazione . In questo documento è lui stesso che spiega in che cosa consista il cosiddetto “spirito puro e genuino dell’Opera”: 

«Così confidiamo che il venerato nostro Padre Fondatore, D. Giovanni Calabria, sorriderà dal Cielo, se ci vedrà impegnati nel vivere quello che egli amava definire: lo spirito puro e genuino dell’Opera. Ossia: “Fede viva ed incrollabile in Dio e nella Paternità di Dio; filiale abbandono nella sua sempre amabile e paterna Provvidenza; distacco dai beni del mondo; massimo disinteresse: andare là dove nulla c’è umanamente da ripromettersi, alle anime più bisognose, alle creature più abbandonate, vecchi, poveri, malati, peccatori che sono le vere gemme dell’Opera; stare lontani dalle protezioni umane per meritare la protezione divina; fra di noi amarci come fratelli; Sacerdoti e Fratelli vivere in fusione di carità senza alcuna differenza, costituendo un’unica classe di Religiosi, cuore e braccia dello stesso organismo; ispirarci sempre alle infallibili parole di Gesù: “Non v’angustiate … Quaerite primum regnum Dei…”». 

E a me sembra completi questa sua descrizione dello spirito dei Poveri Servi una nota apposta nella sua “Cronistoria dell’Opera” nel 1963: «E dice D. Gino[Gatto]: L’Opera ha il suo messaggio da annunziare! Ed è così! Quando D. Giov(anni) (dico io), chiama l’Opera “grandissima”, intendeva che sarebbe stata tale mediante l’adesione a questo programma del quaerite, ma pratico, mediante l’esercizio delle virtù passive: umiltà, povertà, nascondimento, obbedienza, senza testa … ». Cronistoria Congregaz. 10/3/1963) 

Questo spirito puro e genuino a don Pedrollo stava molto a cuore, specie dopo che divenne Casante dell’Opera. In una Lettera Circolare ai Religiosi nel 1955 scriveva: «… E in una luce interiore ho come sentito una voce intima, inarticolata incoraggiarmi “fortiter et suaviter”, con soave fermezza, a parlare, a prendere posizione ogni qual volta se ne presenti la necessità e sia in gioco lo spirito puro e genuino.

 Ed ebbi chiara questa impressione, quasi direi la formulazione di un programma da svolgere nel futuro: “Con la pazienza, con perseveranza devi mirare ad ottenere che l'Opera sia ‘senza macchia e senza ruga’, perché solo così sarà come Gesù la vuole; perché solo così potrà compiere nuovi grandi disegni divini, propri dell'ora attuale”. (Circolare ai Religiosi 13 del 19 maggio 1955) .

  All’inizio degli anni settanta il cosiddetto spirito del Concilio e il movimento del 1968 ebbero qualche riverbero non positivo sull’Opera, e don Pedrollo confidò al suo Diario Spirituale: «Lo Spirito del nostro venerato Padre se è oggi mortificato non muore! E’ troppo bello! E non sono gli sbandieramenti che valgono! E non è l’attirare lo sguardo del mondo che ci deve preoccupare nella ricerca dello spirito puro e genuino (sembra che qualcuno dica: guardate quel movimento piuttosto che quell’altro – e qui don Pedrollo cita alcuni Movimenti allora in auge - fino quasi a lasciar credere che sia questo “nome” che là affascina, questa piccola gloria che ci abbaglia!...) Oh no! No! No! Non per attirare lo sguardo del mondo, ma per onorare il Padre celeste che vede nel segreto. Oh il buseta e taneta di Don Giovanni, come è conforme al Vangelo! Santità! Santità! Santità! Ecco il “quaerite”. E posseduti dalla santità sapremo automaticamente quello che dovremo fare. 

Gesù, Maria, o caro Padre, che l’Opera non muoia, che l’Opera riviva e fiorisca e fruttifichi frutti di vita eterna!» (Diario Personale maggio 1971) Anche se negli anni Settanta non era più Superiore Generale, egli sentiva ancora la paternità sull’Opera, «quasi connaturata con me » come egli scrisse, e soffrì molto per alcuni cambiamenti. Di questa sofferenza troviamo echi nel suo Diario Spirituale: «Mi sembra si voglia attuare una quasi sconfessione del venerato e caro nostro Padre!». «Questa sera ho sentito certe notizie circa alienazioni delle Case che mi hanno turbato. Signore, vide et visita habitationem nostram!». «Vogliamo sia tracciato il binario giusto dello spirito dell’Opera, dello spirito del Padre. Vivere come è vissuto D. Giovanni. Sentire come sentiva Lui. Tenere in onore quello che tanto premeva a Lui (adorazione Eucaristica, Rosario ecc. ecc.)». 

«C’è bisogno di cambiare? Gettatevi in preghiera! Piangete, digiunate, pregate, aspettate, abbiate pazienza! Lo Spirito deve maturare i suoi frutti, voi non li dovete cogliere acerbi. Verrà tutto da sé». Tuttavia la sofferenza non lo portò mai ad alcuna insubordinazione o contrarietà nei confronti dei Superiori dell’Opera. Egli soffriva interiormente, pregava intensamente, e qualche volta piangeva davanti al Signore, ma il suo amore restava inalterato per tutti e la sua serenità nell’accostare le persone non venne mai meno. 

In vista del 60° anniversario della sua entrata nella Casa B.F., don Pedrollo inviò a Paolo VI° una lunga lettera confidenziale datata 6 agosto 1974 - lo stesso giorno per altro in cui sarebbe morto quattro anni dopo il Papa. In essa cita brani delle lettere che don Calabria gli scriveva quando lui ancora era chierico o giovane sacerdote, del tenore: «… i tempi sono tristissimi, ma sacerdoti apostolici, sacerdoti abbandonati interamente a Gesù, alla divina Provvidenza possono ancora fare miracoli. Preghiamo assieme, che Gesù mandi tanti di questi sacerdoti» per poi concludere: « Beatissimo Padre! L’anima mia in questo momento è come invasa da questa atmosfera al tutto soprannaturale dello spirito del venerato   Calabria; stavo per dire: l’anima mia è come “sedotta” da queste mire apostoliche del Padre; mi sembra che una Opera così non deva morire, mi sembra che questo spirito non deva spegnersi, con la divina grazia. Mi da piena fiducia che sarà così una impressionante affermazione del nostro Padre nel suo diario: “Fortunati i sacerdoti, i fratelli di quest’Opera, se seguiranno le mie piccole tracce che in Domino ho dato … “No, no, non morrà. Ma vivrà, ingigantirà e porterà a salute tante anime, dando così gloria a Dio” (Diario di don Calabria 14-3-1924)». 

Fu una persona veramente umile che il Signore sembra voglia ora esaltare. E quest’aspetto mi dà il verso per terminare queste brevi parole servendomi di un suo scritto del 1932: ««Nella Confessione dissi a D. Giovanni che mi sentivo mosso a cominciare un libro Nuovo con la intestazione su [in] capite libri scriptum est de me ut faciam voluntatem tuam! 1 Inteso nel senso che d'ora avanti sarebbe stato mio pensiero il pensiero di D. Giovanni, mia volontà la volontà di D. Giovanni, con l'intenzione di una vera promessa dinanzi al Signore. «La mia via!?... Ebbi questa ispirazione: cantare l'amore non conosciuto! E non a parole, ma con opere. La mia vita è estremamente povera!

 Eppure è cocente il desiderio di operare il bene. Parlare alle Anime. Consolarle e portarmi fino agli estremi confini. Desideri grandi, immensi, infiniti! Con una assoluta incapacità!... Ebbene, sarà questo un cantico segreto all'amore nascosto, meglio all'amore non conosciuto! Così tutte le umiliazioni, le brutte figure, gli atti di virtù nascosti, ecco i versi di questo poema!». Credo che il Signore gli abbia dato una lunga vita, perché potesse essere un testimone credibile dello spirito dell’Opera per le nuove generazioni.