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sexta-feira, 16 de dezembro de 2011

Excomunhão de Gherardini?

Uma postagem do colunista convidado Côme de Prévigny
Mons. Brunero Gherardini no Congresso dos Franciscanos da Imaculada. Na mesma foto (à direita), Dom Luigi Negri, bispo de San Marino.
Mons. Brunero Gherardini no Congresso dos Franciscanos da Imaculada. Na mesma foto (à direita), Dom Luigi Negri, bispo de San Marino.
Dom Bernard Fellay, o Superior Geral da Fraternidade de São Pio X (FSSPX / SSPX), disse em seu sermão de 8 de dezembro que: as propostas romanas estão cada vez mais interessantes, mas em suas formulações permanece um ponto com gosto amargo, que exige antes de mais nada a admissão de que o Vaticano II é compatível com a Tradição da Igreja.
Após as declarações de Sua Excelência suíça, a pressão aumenta, as mentes estão inflamadas. Agora que as sirenes familiares soam novamente o sinal de alerta de cisma definitivo, que o vaticanista Tornielli se deixa tomar pelo sentimento – ao imaginar o que o Arcebispo Lefebvre faria em circunstâncias semelhantes (ao falar que ele acha que ele “diria sim”), as exigências romanas parecem receber, no mesmíssimo coração da Cidade Eterna, um sério golpe. Por 25 anos, a Santa Sé não arredou o pé dos famosos textos conciliares, e, no exato momento em que o Superior Geral da Fraternidade de São Pio X entrega a sua nota ao Vaticano, um dos melhores alunos, dentre os mais fiéis e mais eruditos, se levanta para dizer que as exigências do mestre não resistem a exame.
Monsenhor Gherardini é decano dos teólogos da Universidade de Latrão, uma das instituições romanas mais veneráveis. Por meio século, ele tem formado centenas de bispos e padres, tentando apresentar-lhes o Concílio Vaticano II em continuidade com o magistério da Igreja. Ao final de uma longa e séria carreira, ele faz essa terrível confissão: a tentativa incansável não funciona. Falando do Concílio, ele descreve a sua continuidade com a Tradição como “problemática”: “não porque ele não tivesse declarado tal continuidade, mas sim porque, especialmente, naqueles pontos chave onde era necessário que essa continuidade fosse evidenciada, a declaração continuou sem comprovação.”
Em outras palavras, o teólogo diz que todas as demonstrações que tentam apresentar o Vaticano II em continuação com o magistério da Igreja são aos seus olhos nada mais que argumentos pouco convincentes.
No momento em que um dos teólogos vivos mais notáveis declara ter sérias dúvidas sobre os méritos dos textos conciliares, no momento em que ele pede um “exame crítico” desses textos, como a Santa Sé pode exigir o seu reconhecimento prévio como uma condição indispensável para a regularização da Fraternidade? Como se pode brincar com a esperança de milhares de fiéis ao redor do mundo, fazendo-os crer que a bola está do lado de Écône? A competente congregação [para a Doutrina da Fé] tem toda a capacidade de reconhecer, ao final de minuciosas discussões doutrinais, a catolicidade perfeita da Fraternidade e conceder-lhe a regularização que merece cada trabalho feito fielmente com o seu zelo pelas almas. Enquanto a Sagrada Liturgia e mesmo as verdades mais elementares (a Ressurreição de Cristo, a Presença Real, a universalidade salvífica de Jesus Cristo) são desprezadas por um bom número de bispos que não precisam assinar qualquer condição para serem nomeados e mantidos em exercício, será que esse reconhecimento realmente se revelaria uma aposta de alto risco?
Se afirmar que os textos do Concílio estão desconectados da Tradição torna a Fraternidade digna de ser considerada fora da Igreja, deve-se pensar que Monsenhor Gherardini merece excomunhão por ter ousado afirmar publicamente aquilo que outros nunca terão a coragem de dizer?

http://fratresinunum.com/2011/12/16/excomunhao-de-gherardini/

terça-feira, 12 de abril de 2011

Monsignor Brunero Gherardini lamenta la paura dello studio e dell'approfondimento del Concilio Vaticano II da parte dei nemici della Tradizione

http://fratresinunum.files.wordpress.com/2009/06/gherardinibrunero.jpg?w=269&h=192

Nel marzo del 2009 venne alla luce il bellissimo ed istruttivo volume Concilio Ecumenico Vaticano II. Un discorso da fare del teologo Monsignor Brunero Gherardini, pubblicato dalla Casa Mariana Editrice. Il libro ebbe successo: immediata ristampa e, nel giro di pochi mesi, una seconda edizione; poi una traduzione in francese, seguita da quella inglese e tedesca, a breve, anche in spagnolo e portoghese. Di fronte a questi brillanti risultati si levarono alcune voci critiche che, invece di stimolare un sano dibattito, hanno ingiustamente e presuntuosamente biasimato l’egregio lavoro del teologo.

Quel libro è stato realmente una vera e propria pietra lanciata nello stagno (perché di stagno si tratta) delle discussioni sull’Assise pastorale che tanti problemi ha creato durante e dopo la sua realizzazione, dentro e fuori la Chiesa. L’intenzione del saggio era quella di smuovere le paludose e ferme acque nelle quali si è incagliata la crisi, evidente, della Chiesa. «Era in effetti un appello a chi decide gli orientamenti della Chiesa cattolica, oltre che ai non pochi opinion’s makers i quali, per motivi diversi, talvolta anche discutibili, determinano gli orientamenti del variegato mondo culturale» (1): si trattava, quindi, di innescare una saggia discussione critica su una questione irrisolta da quasi cinquant’anni. Il desiderio di Monsignor Gherardini era quello di porre fine ad una sterile e persistente celebrazione conciliare, in un quasi ossessivo collegamento di tutti i temi, sia sacri che profani, al Concilio, seppur pastorale, e finalmente venissero sottoposti i suoi 16 documenti (4 Costituzioni, 9 Decreti, 3 Dichiarazioni) ad un’analisi libera e costruttiva, scevra da pregiudizi. Ebbene, a due anni esatti di distanza (marzo 2011), esce un nuovo e illuminante testo del grande teologo di Santa romana Chiesa, Il Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, edito da LINDAU, dove l’autore esterna tristezza e delusione di fronte a quell’appello non sufficientemente colto.

http://www.ipco.org.br/home/wp-content/uploads/2011/03/Concilio-Vaticano2.jpg
Le due centrali di orientamento


Si sono formate due centrali di orientamento ermeneutico, l’«una, ufficiale costante univoca nella ripetizione martellante del proprio orientamento di fondo, ha enfatizzato dell’evento stesso la grandiosità inaudita, l’importanza eccezionale, la provvidenziale e tempestiva risposta alle attese del mondo contemporaneo, l’allinearsi della Chiesa a servizio dell’uomo e perfino nel culto di esso – sia pure, ovviamente, dell’uomo redento –, il suo aprirsi al dialogo con la cultura imperante come se in esso consistesse la quintessenza della missione ecclesiale, il suo inserirsi da protagonista nel dialogo ecumenico come se esso fosse il toccasana della cristianità divisa e come se il Signore avesse chiesto di dialogare e non di predicar e convertire» (2).

L’altra centrale, priva di ufficialità ecclesiale ma seguita da molti uomini di Chiesa e portabandiera dell’ala progressista della cultura cattolica è la Scuola di Bologna, fondata dal professor Giuseppe Alberigo, che sicuramente è stata la centrale più efficiente di studio, analisi e approfondimento del Concilio, dando una chiave di interpretazione di netta rottura con la Tradizione: dall’Assise sarebbe sorta una nuova Chiesa, libera dai “lacci” del passato. La Tradizione venne polverizzata e da questa scuola di Bologna si dipartirono, sia in Europa che nelle Americhe, i maestri dell’innovazione. Si prese a ridicolizzare non solo riti e devozioni preconciliari, ma anche i contenuti e gli insegnamenti, a partire da san Tommaso e dal suo metodo; il «Magistero – e la vicenda dell’enciclica Humanae vitae ne è la più conturbante conferma – veniva apertamente criticato e, specie quando assumeva il tono e lo stile del passato, s’aveva la sfrontatezza di rinnegarlo. Nella semplicistica e banale contrapposizione di progressista a conservatore-tradizionalista si consumò l’azzeramento di venti secoli di storia e di testimonianza evangelica per dar inizio alla novità della Chiesa conciliare» (3).


Quando avvenne la rottura con la Tradizione?


Fu molto semplice, in tale rivoluzionario contesto, la penetrazione invasiva delle tendenze razionaliste, illusioniste, positiviste, esistenzialiste ed eversive del messaggio evangelico e della Tradizione ecclesiastica; devastante fu poi la creatività liturgica alla quale le Conferenze episcopali, «quando del disordine non fossero esse stesse responsabili» (4), non seppero reagire. Insomma, parve quasi che il 1965, anno di chiusura del Concilio, fosse l’anno zero della Chiesa e poco importò il disorientamento delle coscienze dei semplici fedeli: l’euforia dominò e irresistibile fu il fascino dettato dal nuovo, dal moderno, dall’idea di una Chiesa al passo con i tempi, più attenta all’uomo che a Dio, più attenta ai poveri che ai sacramenti e alla preghiera, più attenta alla pace nel mondo che all’evangelizzazione dei popoli e delle nazioni, più attenta al progresso che agli insegnamenti secolari che sempre aveva pronunciato con forza, determinazione e convinzione.

In questo scenario paradossale, in cui uomini di Chiesa e teologi lottavano contro di essa per una voglia di emancipazione e di riscossa con l’obiettivo terreno e non soprannaturale di avvicinarsi al mondo per essere compresi da esso e sentirsi legittimati ed alla pari nell’essere accettati, grazie all’aggiornamento, in ogni ambiente culturale, politico, associativo. Era, in definitiva, una ribellione euforica alle regole di sempre e la Curia romana fu il bersaglio preferito. Monsignor Gherardini sostiene che la rottura con la Tradizione avvenne già durante il Concilio Vaticano II e fin dalla prima ora. Basti pensare al rifiuto degli schemi preparatori: non ne fu salvato neppure uno, tutti cestinati. «Ricordo», rivela l’autore, «l’indiscussa fedeltà alla Tradizione che caratterizzava gli schemi stessi, senza nulla toglier al loro equilibrio fra contenuti rivelati e dalla Chiesa già definiti, esposizione secondo la metodologia classica, ed attenzione ai nuovi problemi del momento. Alcuni di essi, oltre che per fedeltà e chiarezza dottrinale, s’imponevan pure per la trasparenza formale dell’esposizione. C’era, in essi, la Chiesa di sempre. E con essi la Chiesa di sempre si presentava al confronto con i fermenti culturali del nuovo illuminismo.

Aperto il Concilio, s’aprì pure il confronto. Il nuovo illuminismo ne uscì burbanzosamente vittorioso; e lo si capì subito. La sorte dei detti schemi fu segnata non appena pervennero nelle mani dei Padri conciliari» (5). Il dibattito conciliare fu anche rissoso ed irrispettoso. Un esempio valga su tutti: quando «al venerando cardinal Ottaviani, nel corso della sua appassionata difesa della Messa tradizionale, allo scoccare del regolamentare quindicesimo minuto fu spento il microfono e tolta la parola. A quel punto, il Concilio già procedeva per la sua strada: in dichiarata rottura con il secolare magistero, riassunto ed attualizzato negli schemi contestati […]. Si stava già operando un capovolgimento che, con l’andare del tempo, si sarebbe fatto sempre più netto: la teologia diventava antropologia; l’uomo era elevato, in ossequio – come si diceva – ad un progetto di Dio, a valore primo ed ultimo di tutta la realtà creaturale; la salvezza perdeva progressivamente il contatto con la rivelazione del peccato originale, con l’incarnazione e la redenzione di Cristo, con la speranza cristiana della vita eterna» (6).

Con il trucco degli espliciti riferimenti ai precedenti Concili, il Vaticano II ha disseminato nei suoi documenti, soprattutto là dove maggiori sono le innovazioni introdotte, diverse citazioni «per assicurar una conoscenza fra ieri e oggi, che di fatto non c’è. Son frasi intese a tacitar apprensioni e turbamenti» (7). Con queste lucide spiegazioni l’autore giunge alla convincente conclusione che lo spirito del Concilio non venne fuori dopo il Concilio, ma già durante il suo stesso divenire. Lo spirito del Concilio venne denunciato dall’allora Prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Joseph Rantzinger, oggi Benedetto XVI, sostenitore dell’ermeneutica della continuità con il passato «in una sorta di mai interrotta autoriforma» (8), e in esso scorse gli estremi di un «gegen-Geist», ovvero «contro-spirito».


Contro i «profeti di sventura»


Lo spirito del Concilio, d’altra parte, si coglie già dalle parole pronunciate da Giovanni XXIII nell’allocuzione di apertura dell’Assise, dove si evince la volontà di esprimere in forme nuove la dottrina cattolica di sempre. Afferma, infatti, Gherardini: «Sì, con quel suo fare tra l’ingenuo e l’ottimista ad ogni costo, papa Roncalli non si rese conto, anche perché agì senz’alcun previo contatto con l’episcopato mondiale, di come e quanto un Concilio in quella particolare contingenza fosse intempestivo» (9).

L’«enigmatico» papa Roncalli, come lo definisce Gherardini, fu durissimo nei confronti dei «profeti di sventura», i quali offendevano il Papa con i loro presagi negativi: «Ad aumentare la santa letizia che in quest’ora solenne pervade i nostri animi. Ci sia cioè permesso osservare davanti a questa grandiosa assemblea che l’apertura di questo Concilio Ecumenico cade proprio in circostanze favorevoli di tempo. Spesso infatti avviene, come abbiamo sperimentato nell’adempiere il quotidiano ministero apostolico, che, non senza offesa per le Nostre orecchie, ci vengano riferite le voci di alcuni che, sebbene accesi di zelo per la religione, valutano però i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio. Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita, e come se ai tempi dei precedenti Concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa. A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo…».

L’autore del libro constata, con approfondito esame, che il «gegen» ha lasciato la sua inconfondibile traccia nei documenti conciliari e in certuni è abbondantemente riscontrabile, come nella Dei Verbum, nella Nostra aetate, nella Lumen gentium, nella Unitatis redintegratio, nella Dignitatis humanae. Sani e salutari dibattiti, studi, libri, articoli, approfondimenti critici Gherardini auspicò con il libro del 2009. Quando, per esempio, ebbe fra le mani il testo di Ralph McInerny, dal titolo promettente e ad effetto Vaticano II. Che cosa è andato storto?, sperò di trovarvi uno studio serio, invece, fu una «delusione assoluta. Sul Vaticano II McInerny ripeteva la volgata» (10) comune, concentrando le critiche sul postconcilio, «speravo di trovar un compagno di viaggio, di fatto ingarbugliava ulteriormente la matassa e non portava nessun contributo di chiarezza» (11).


Il provvidenziale «passa parola»


La speranza di Monsignor Gherardini di discutere sul Vaticano II, non per alimentare sterili polemiche, ma per giungere ad una costruttiva discussione e chiarificazione, è stata soddisfatta dalla Fraternità San Pio X, che «ha capito ed ha risposto […] e dico: grazie!» (12). A questo riguardo desidero ricordare una frase molto impegnativa che un coraggioso, quanto vessato sacerdote diocesano mi ha riferito in questi giorni: «Chi vuol fare la tradizione senza Monsignor Lefebvre perde tempo».

Ebbene, nel mondo della Tradizione gli unici ad aver accolto il richiamo di Monsignor Gherardini sono stati proprio i figli di Monsignor Lefebvre, i quali non solo hanno prestato attenzione al discorso da fare, ma hanno aperto un dibattito con una lunga serie di interventi e con un congresso, organizzato dal Courrier de Rome, che si è tenuto a Parigi dall’8 al 10 gennaio del 2010 con i relativi Atti, già pubblicati (13).

Segnali positivi, comunque, stanno arrivando un po’ dappertutto, manca ancora l’ardire, ma un “passa parola” si sta diffondendo sempre più, a macchia d’olio: molti sacerdoti, seppure ancora nel nascondimento, leggono, s’informano, approfondiscono... Per esempio ci sono preti che, senza identificarsi esplicitamente, telefonano a Radio Maria compiacendosi e sostenendo il movimento culturale e religioso che si è ormai innescato, grazie anche a libri dello spessore di quelli scritti da Monsignor Brunero Gherardini.


La bonifica dello stagno


Interessantissima, poi, la disamina che l’autore compie di alcuni movimenti come i «neopentecostali», detti successivamente «rinnovamento nello Spirito» ed i «neocatecumenali», che Gherardini definisce vere e proprie «chiese parallele». Un Vescovo, al quale il teologo aveva esposto le sue riserve su tali realtà in odore di eresia, gli aveva risposto: «Però pregano molto e quindi lasciamoli in pace […] Si vede che per i vescovi del postconcilio una preghiera […] val bene un’eresia!» (14). Interessantissimo, poi, ma assai doloroso, è quanto rilevato sulle aberrazioni e non soltanto risultanti dalla orrenda ed esecrabile pedofilia. Monsignor Gherardini riporta la pubblicazione ufficiale dei preti sposati: più di 100.000, ossia un quarto dei 408.000 incardinati nelle varie diocesi; ma il loro numero è largamente inferiore rispetto ai preti conviventi more uxorio con una donna. E in mezzo al numero sempre più ridotto, sia di sacerdoti che di religiose, «si respira un’atmosfera inquinata e quasi nessuno se ne rende conto» (15), oppure si fa finta di non accorgersene. Benedetto XVI disse l’11 giugno 2010, alla chiusura dell’Anno sacerdotale: «… la Chiesa deve usare il bastone del pastore, il bastone col quale protegge la fede contro i falsificatori, contro gli orientamenti che sono, in realtà, disorientamenti. Proprio l’uso del bastone può essere un servizio di amore. Oggi vediamo che non si tratta di amore, quando si tollerano comportamenti indegni della vita sacerdotale. Come pure non si tratta di amore se si lascia proliferare l’eresia, il travisamento e il disfacimento della fede, come se noi autonomamente inventassimo la fede. Come se non fosse più dono di Dio, la perla preziosa che non ci lasciamo strappare via. Al tempo stesso, però, il bastone deve sempre di nuovo diventare il vincastro del pastore, vincastro che aiuti gli uomini a poter camminare su sentieri difficili e a seguire il Signore» (16).

I comportamenti indegni della vita sacerdotale Gherardini li classifica come «immondezzaio» (17), nato e cresciuto nel postconcilio perché quel «contro spirito» è andato contro la spiritualità che ha guidato la Chiesa dalle origini fino al 1962; contro i suoi dogmi, reinterpretati non teologicamente, ma storicamente, contro la sua Tradizione, cancellata come fonte di Rivelazione e reinterpretata alla luce dell’esperienza ordinaria. Monsignor Gherardini giunge a queste conclusioni: i sedici documenti del Concilio Vaticano II, autentico Concilio ecumenico della Chiesa cattolica, esprimono tutti un magistero conciliare, non necessariamente coperto dal carisma dell’infallibilità; si tratta di un magistero, proprio perché conciliare, solenne e supremo.

Tuttavia, occorre distinguere la qualità dei suoi documenti, «perché il carattere solenne del loro insegnamento né li mette tutti su un piano di pari importanza, né comporta sempre di per sé la loro validità dogmatica e quindi infallibile» (18). Inoltre lo studioso serio, secondo l’alto esponente della gloriosa Scuola romana, deve tenere presente che il Concilio deve venire distinto in quattro livelli: a) quello, generico, del Concilio ecumenico in quanto Concilio ecumenico; b) quello, specifico, del taglio pastorale; c) quello dell’appello ad altri Concili; d) e quello delle innovazioni (19). Quest’ultimo livello ha separato la Chiesa della Tradizione da quella della cosiddetta «nuova Pentecoste».

I drammi sono arrivati proprio dai novatori e dai venti liberaleggianti intrisi di modernismo. Sono quei venti che hanno condotto anche alla caduta libera verso una morale squallida e putrefatta. Il discorso da fare che Monsignor Gherardini ha sapientemente promosso sulle aperture lassiste e relativiste del Concilio e del postconcilio prosegue nel suo inesorabile cammino, in quanto solo «la verità vi farà liberi» (Gv 8,32) e non certo il nascondimento, la paura, o, peggio, la menzogna, con il pericolo di peggiorare sempre più la già precaria situazione. Luce dovrà, prima o poi, essere fatta, in modo che quello stagno, nel quale è caduta la pietra del teologo di Santa Romana Chiesa, sia bonificato e si trasformi nelle cristalline e bucoliche acque delle incantevoli fonti del Clitumno, dove il Cielo si possa rispecchiare.


Brunero Gherardini, Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, LINDAU, collana: I Pellicani, pp. 112, € 12,00.

Cristina Siccardi
Note
(1) B. Gherardini, Concilio Vaticano II. Il discorso mancato, Lindau, Torino 2011, p. 9.
(2) Ibid., p. 10.
(3) Ibid., p. 13.
(4) Ibid., p. 14.
(5) Ibid., pp. 30-31.
(6) Ibid., pp. 31-32.
(7) Ibid., p. 33.
(8) Ibid., p. 25.
(9) Ibid., p. 27.
(10) Ibid., p. 58.
(11) Ibid., p. 59.
(12) Ibid., p. 62.
(13) Courrier de Rome, Vatican II: Un débat à ouvrir, Actes du IX Congrès théologique du Courrier de Rome, BP 10156, Versailles Cedex, 2010.
(14) Ibid., p. 72.
(15) Ibid., p. 75.
(16) Ibid., p. 198.
(17) Ibid., p. 74.
(18) Ibid., p. 82.
(19) Ibid., p. 90.

http://blog.messainlatino.it/

sábado, 17 de julho de 2010

EL JUICIO DE MONS. BRUNERO GHERARDINI SOBRE EL DEBATE TEOLÓGICO ENTRE LA TRADICIÓN Y EL CONCILIO VATICANO II :Una eclesiología que identifica la Iglesia con el cuerpo Místico de Cristo y reconoce en Su presencia sacramental el secreto vital de la existencia y acción eclesiástica, frente a una eclesiología que considera la Iglesia Católica como un componente entre otros de la Iglesia de Cristo, y que, en esta fantasmal Iglesia de Cristo, adormece el espíritu misionero, dialoga pero no evangeliza, y sobre todo renuncia al proselitismo como si se tratara de un pecado mortal.

 

En la edición de Mayo de 2010 de Courrier de Rome (n°333), el profesor Paolo Pasqualucci propone un esclarecedor comentario sobre el estudio de Mons. Brunero Gherardini, que aparecio en la revista teológica Divinitas, bajo el título Quod et tradidi vobis – La tradizione vita e giovinezza della Chiesa (Quod et tradidi vobis. La Tradición, vida y juventud de la Iglesia), estudio reimpreso por Casa Mariana Editrice.

Mons. Gherardini quien es autor de El Vaticano II: Un debate por abrir, el cual apareció en francés anteriormente este año, presenta en Quod et tradidi vobis un muy pertinente análisis del debate teológico entre la Tradición y el Concilio Vaticano II. Aquí el largo extracto que puede encontrarse en Courrier de Rome, que propone una lista de 9 puntos de tropiezo; a la cual hemos añadido los tres parágrafos siguientes, en donde Mons, Gherardini no duda en hacer un juicio personal muy explícito.

“En mi esfuerzo por establecer una síntesis de las posiciones defendidas por el Obispo Lefebvre a favor de la Tradición, y sin pretender tratar exhaustivamente el asunto, me parece que el conflicto se establece como sigue:

1. Una formación sacerdotal que encuentra sus principios en la Tradición eclesiástica y en los valores sobrenaturales de la divina Revelación, confrontando una formación sacerdotal abierta al horizonte fluctuante de una cultura en perpetuo devenir.

2. Una liturgia que ciertamente tiene un fuerte punto en la Misa llamada tradicional, enfrentando una liturgia [la de la Misa Novus Ordo] antropocéntrica y sociológica, en la cual lo colectivo prevalece sobre el valor de lo individual, la oración ignora el aspecto latréutico, la asamblea se convierte en actor principal y Dios cede su lugar al hombre.

3. Una libertad que hace depender su “liberación” en el Decálogo, de los mandamientos de la Iglesia, de las obligaciones del deber de estado, y del deber saber, amar y servir a Dios, frente a una libertad que pone en nivel de igualdad los cultos, pasa en silencio acerca de la ley de Dios, deja libre al individuo y la sociedad en el campo ético y religioso, y deja a la sola conciencia la solución de todos los problemas.

4. Una teología que saca sus contenidos de fuentes específicas (la Revelación, el Magisterio, la Patrística, la Liturgia), frente a una teología que abre sus puertas, día tras día, a las emergencias culturales del momento, incluso a aquellas que claramente contradicen las fuentes recién mencionadas.

5. Una soteriología (nota del editor: el estudio de la obra de la salvación) íntimamente ligada a la persona y a la obra redentora del Verbo Encarnado, a la acción del Espíritu Santo, unida a la aplicación de los méritos del Redentor, a la intervención sacramental de la Iglesia y a la cooperación de los bautizados, frente a una soteriología que considera la unidad del género humano como consecuencia de la encarnación del Verbo, en quien (cf GS 22) cada hombre encuentra su propia identificación.

6. Una eclesiología que identifica la Iglesia con el cuerpo Místico de Cristo y reconoce en Su presencia sacramental el secreto vital de la existencia y acción eclesiástica, frente a una eclesiología que considera la Iglesia Católica como un componente entre otros de la Iglesia de Cristo, y que, en esta fantasmal Iglesia de Cristo, adormece el espíritu misionero, dialoga pero no evangeliza, y sobre todo renuncia al proselitismo como si se tratara de un pecado mortal.

7. Un Misa-Sacrificio expiatorio, que celebra los misterios de la pasión, muerte y resurrección de Cristo, representando sacramentalmente la redención satisfactoria, frente a una Misa en la cual el sacerdote es sólo un presidente y cada uno toma una parte “activa” en el sacramento, gracias al hecho de que la Fe no se funda ya en Dios que se revela, sino que es una respuesta existencial hecha a Dios que nos interpela.

8. Un Magisterio conciente de tener el cargo de guardar el sagrado depósito de la Revelación divina con el deber de interpretar y transmitirlo a las futuras generaciones, frente a un Magisterio papal que, lejos de sentirse ser la voz de la Iglesia enseñante, sujeta a la Iglesia misma al colegio de obispos, dotado con los mismos derechos y deberes del Romano Pontífice.

9. Una religiosidad que realiza la vocación común al servicio de Dios y, por amor a El, de los hermanos en la humanidad, frente a una religiosidad que revierte este órden natural, hace del hombre el centro y, por lo menos en la práctica si no en la teoría, sustituye a Dios .

“De cuanto precede, uno puede fácilmente deducir cómo la Fraternidad de San Pío X entiende la Tradición. En efecto, la Tradición es todo lo contrario de aquello que la Fraternidad niega y a lo que se opone. Directamente o entre líneas, la Fraternidad rehusa las innovaciones de los documentos del Concilio y sus aplicaciones postconciliares, y se opone al salvaje uso que ha sido tan casualmente hecho de ellos.

“Es cierto que en los escritos de la Fraternidad de San Pío X el concepto de Tradición no es a menudo explicado, y no lo encontramos sistemáticamente desarrollado. Pero lo que se entiende, tal como se conjetura, nunca permanece en la sombra. En la base de todo está “la fe de siempre” para cuya salvaguardia nació la Fraternidad. ‘Salvaguardia’ indica una oposición a una cosa presente o posible, a favor de su contrario o de su reemplazo. La “fe de siempre” es el valor que Mons. Lefebvre quizo salvaguardar, un valor que está siendo reemplazado por todos los atenuantes, reinterpretaciones, reducciones y negaciones de los tiempos conciliares y postconciliares. Esta “fe de siempre” es el eco fuerte y claro de la enseñanza agustiniana resumida en las palabras de San Vicente de Lerins: : “Quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditum est” (San Vicente de Lerins, Commonitorium, c. 23). La institución misma de la Fraternidad, junto con su finalidad primera que es la formación sacerdotal, obedece a este ideal y al compromiso por salvaguardarlo. Salvaguardar la fe y combatir el error.

“No entro en los detalles de las relaciones y de las dificultades entre la Santa Sede y la Fraternidad de san Pío X. Me quedo en el tema común de la Tradición y observo que “salvaguardar la fe y combatir el error” debería ser el ideal y el compromiso tanto de la Iglesia como de sus hijos. A la luz de ello, es difícil para mi entender cómo el reproche de una “incompleta y contradictoria Tradición” formulada por Juan Pablo II en 1982 (Motu Proprio Ecclesia Dei, 2 de Julio de 1988), podría tener un fundamento real. Lo que yo entiendo es que él no tiene nada que ver con el «espíritu de Asís»” (Mons. Gherardini, Quod et tradidi vobis – La tradizione vita e giovinezza della Chiesa, Ed. Casa Mariana Editrice, pp. 241-244).

Fuente: DICI n°218, 10, Julio, 2010 
visto emhttp://wwwapostoladoeucaristico.blogspot.com/

O juízo de Monsenhor Brunero Gherardini sobre o debate teológico entre Tradição e o Concílio Vaticano II: Um Sacrifício expiatório da Missa, que celebra os mistérios da paixão, morte e ressurreição de Cristo, representando sacramentalmente a redenção satisfatória, frente a uma Missa na qual o padre é apenas um presidente e todos tomam uma parte “ativa” no sacramento, graças ao fato de que a fé não é encontrada em Deus que Se revela, mas numa resposta existencial feita a Deus que nos interpela.

 


DICI – Na edição de maio de 2010 de Courrier de Rome (n°333), Professor Paolo Pasqualucci oferece um comentário esclarecedor sobre o estudo de Monsenhor Brunero Gherardini publicado na revista teológica Divinitas sob o título Quod et tradidi vobis – La tradizione vita e giovinezza della Chiesa (Quod et tradidi vobis. A tradição, vida e juventude da Igreja), um estudo que também foi republicado em um volume por Casa Mariana Editrice.

Monsenhor Gherardini, autor de Vaticano II: Un discorso da fare, publicado em francês no início desse ano, apresenta em Quod et tradidi vobis uma análise muito pertinente do debate teológico entre a Tradição e o Concílio Vaticano II. Aqui está o amplo extrato que pode ser encontrado em Courrier de Rome, oferecendo uma lista de 9 dificuldades; a esta lista nós acrescentamos os três parágrafos que seguem, onde Monsenhor Gherardini não hesita em transmitir um julgamento pessoalmente muito explícito.

“Em meu esforço em estabelecer uma síntese de posições defendidas por Dom Lefebvre em favor da Tradição, e sem pretender tratar exaustivamente do assunto, parece-me que o conflito se estabelece da seguinte maneira:


Monsenhor Brunero Gherardini, cônego da Basílica de São Pedro e postulante da causa de canonização do Beato Pio IX, também questinou a aceitação da validade do cânon de Adai e Mari, que omite as palavras da consagração, pela Congregação para a Doutrina da Fé.
Uma formação sacerdotal que encontrou seus princípios na Tradição eclesiástica e nos valores sobrenaturais da Revelação divina, frente a uma formação sacerdotal aberta ao horizonte flutuante de uma cultura em perpétuo estado de devir.

Uma liturgia que certamente tem um ponto forte na Missa dita tradicional, frente a uma liturgia antropocêntrica e sociológica [a do Novus Ordo da missa], na qual o coletivo prevalece sobre o valor do individual, a oração ignora o aspecto latrêutico, a assembléia torna-se o ator principal e Deus dá lugar ao homem.
Uma liberdade que faz sua “libertação” depender do Decálogo, dos mandamentos da Igreja, das obrigações do dever de estado e do dever de conhecer, amar e servir a Deus, frente a uma liberdade que coloca todas as formas de culto em pé de igualdade, silencia a respeito da lei de Deus, desobriga os indivíduos e a sociedade sobre domínios éticos e religiosos e deixa a solução de todos os problemas exclusivamente à consciência.
Uma teologia que reúne seu conteúodo de fontes específicas (Revelação, Magistério, Patrística, Liturgia), frente a uma teologia que abre bem os seus braços, dia após dia, às emergências culturais do momento, mesmo àquelas que claramente contradizem as fontes recém mencionadas.
Uma soteriologia (nota do editor: estudo da obra da salvação) estreitamente unida à pessoa e à obra redentora do Verbo Encarnado, à ação do Espírito Santo, intimamente ligada à aplicação dos méritos do Redentor, à intervenção sacramental da Igreja e à cooperação dos fiéis batizados, frente a uma soteriologia que considera a unidade do gênero humano como consequência da encarnação do Verbo, em quem (cf GS 22) cada homem encontra sua própria identificação.
Uma eclesiologia que identifica a Igreja com o Corpo Místico de Cristo e reconhece em Sua presença sacramental o segredo vital do ser e do agir eclesial, frente a uma eclesiologia que considera a Igreja Católica como um componente, entre outros, da Igreja de Cristo, e que, nessa fantasmagórica Igreja de Cristo, adormece o espírito missionário, dialoga mas não evangeliza, e acima de tudo, renuncia o proselitismo como se fosse um pecado mortal.
Um Sacrifício expiatório da Missa, que celebra os mistérios da paixão, morte e ressurreição de Cristo, representando sacramentalmente a redenção satisfatória, frente a uma Missa na qual o padre é apenas um presidente e todos tomam uma parte “ativa” no sacramento, graças ao fato de que a fé não é encontrada em Deus que Se revela, mas numa resposta existencial feita a Deus que nos interpela.
Um Magistério consciente de ter o múnus de guardar o sagrado depósito da Revelação divina com o dever de interpretá-lo e transmiti-lo às gerações futuras, frente a um Magistério Papal que, longe de se sentir a voz da Igreja docente, sujeita a própria Igreja ao colégio dos bispos, dotado dos mesmos direitos e deveres do Romano Pontífice.
Uma religiosidade que compreende a vocação comum ao serviço de Deus e, por amor a Ele, o serviço aos irmãos na humanidade, frente a uma religiosidade que inverte essa ordem natural, faz do homem seu centro e, se não em teoria, ao menos na prática, coloca-o em lugar de Deus.
“Do que acaba de ser dito, pode-se facilmente deduzir como a Fraternidade São Pio X compreende a Tradição. Realmente, a Tradição é exatamente o que a Fraternidade não nega ou se opõe. Diretamente ou nas entrelinhas, a Fraternidade rejeita as inogações dos documentos do Concílio e suas aplicações pós-conciliares, e permanece em oposição ao uso selvagem que tão casualmente foi feito deles.

“É verdade que nos escritos da Fraternidade São Pio X o conceito de Tradição não é freqüentemente explicado, e nós não o encontramos desenvolvido sistematicamente. Mas o que se compreende, assim como o que se conjetura, nunca permanece em sombras. Como fundamento de tudo está “a fé de sempre” para cuja salvaguarda nasceu a Fraternidade”. “Salvaguarda” indica uma oposição a algo presente ou possível, em favor de seu contrário ou de sua substituição. A “fé de sempre” é o valor que Monsenhor Lefebvre quis salvaguardar, um valor que está sendo substituído por todas as atenuações, reinterpretações, reduções e negações do período conciliar e pós-conciliar. A “fé de sempre” é o eco alto e claro do ensinamento agostiniano resumido pelas palavras de São Vicente de Lérins: “Quod semper, quod ubique, quod ab omnibus creditum est”[1]. A própria ereção da Fraternidade, com seu objetivo primeiro que é a formação sacerdotal, obedece a este grande ideal e ao comprometimento de salvaguardá-lo. Salvaguardar a fé e combater o erro.

“Não entrarei em detalhes sobre as relações e dificuldades entre a Santa Sé a Fraternidade São Pio X. Atenho-me ao tema comum da Tradição e observo que “salvaguardar a fé e combater o erro” deveria ser o ideal e o comprometimento tanto da Igreja como de seus filhos. À essa luz, é difícil, para mim, compreender como a acusação de uma “incompleta e contraditória Tradição” formulada por João Paulo II em 1988 [2] poderia ter alguma base verdadeira. O que compreendo é que ela não tem nada a ver com o “espírito de Assis”. [3] (Traduzido do Italiano — DICI n°218, July 10, 2010)

Courrier de Rome – B.P. 10156 – 78001 Versailles Cedex or courrierderome@wanadoo.fr – Assinatura: 20 euros (Exterior: 24 euros)

Msgr. Brunero Gherardini, Ecumenical Council Vatican II: And Open Discussion – disponível em Courrier de Rome: 15 euros + 3 euros frete

http://fratresinunum.com/2010/07/15/o-juizo-de-monsenhor-brunero-gherardini-sobre-o-debate-teologico-entre-tradicao-e-o-concilio-vaticano-ii/
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[1] St. Vincent de Lérins, Commonitorium, c. 23.

[2] Motu Proprio Ecclesia Dei, July 2, 1988.

[3] Msgr. Gherardini, Quod et tradidi vobis – La tradizione vita e giovinezza della Chiesa, Ed. Casa Mariana Editrice, pp. 241-244.