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quinta-feira, 1 de novembro de 2018

Don Divo Barsotti di fronte al Concilio del XX secolo


(di Cristina Siccardi su Messa in Latino del 05-04-2012) Nel fervido e provvidenziale dibattito in corso sul Concilio Vaticano II giunge a proposito la bella e chiara biografia scritta da padre Serafino Tognetti, Divo Barsotti. Il sacerdote, il mistico, il padre (San Paolo, pp. 405, € 29.00), utile strumento per comprendere da vicino la figura di un monaco che ha vissuto intensamente le aspettative e le cocenti delusioni di un evento che ha rivoluzionato l’operatività della Chiesa in maniera così profonda da alterare la trasmissione della Fede.
Quando venne annunciata l’apertura del Concilio Vaticano II (25 gennaio 1959), furono in molti a riporre grandi speranze nell’evento e fra questi il monaco don Divo Barsotti (1914-2006). Prima del Concilio stesso don Divo ebbe più volte modo di manifestare una certa insofferenza nei confronti di alcuni metodi della Chiesa, che considerava chiusi e rigidi.
Scrive padre Tognetti: «Il momento dell’apertura del Concilio ci rivela un duplice atteggiamento da parte di don Barsotti. Da una parte egli presentava l’evento conciliare ormai imminente come “un’occasione, forse la più grande che Dio abbia concesso all’umanità di oggi, per essere salvata”; dall’altra parte il Concilio potrebbe però rivelarsi “un’occasione per cui questa umanità, invece di essere salvata, potrebbe precipitare nel buio, nella tenebra, non dico in un’apostasia dichiarata, ma in uno scetticismo, in una tensione, in una disperazione che non potrebbe essere più lenita da una speranza che le venga da Cristo, che le venga dalla Chiesa, che è del Cristo la continuatrice, anzi la stessa presenza”. Questo timore di don Divo era motivato dalla percezione di un pericolo che egli scorse nascosto sotto i facili entusiasmi di molti: “Il pericolo di un Concilio che lascia le cose come le trova, anzi le peggiora. Perché ogni grazia di Dio è per sé ambigua: se l’anima non la riceve e non la fa fruttificare, quella grazia si trasforma per te in un motivo maggiore di condanna, di rovina e di morte”» (1).
Barsotti seguì con attenzione, apprensione e soprattutto con la preghiera lo svolgimento dei lavori conciliari. Condusse la Comunità dei Figli di Dio, da lui fondata nel 1947, a meditare i diversi documenti prodotti durante l’Assise. Una delle tematiche che maggiormente lo interessò e lo preoccupò fu quella relativa alla riforma liturgica:
«Il primo errore che dobbiamo evitare è pensare che la riforma liturgica abbia un carattere essenzialmente e primariamente pastorale. Oltre tutto, questo non potrebbe mai essere nella Liturgia. Ha anche un carattere pastorale, indubbiamente, ma prima ancora è preghiera. La prima cosa che si impone per me, se io voglio essere ministro della preghiera liturgica, è che io preghi e faccia pregare gli altri. […]. La preghiera liturgica dunque ci forma alla preghiera e forma il popolo alla preghiera soltanto in quanto fa pregare; se non facesse pregare, non formerebbe né alla Liturgia né alla preghiera. Ed ecco una cosa importante allora che dobbiamo evitare, che cioè queste riforme siano fatte come una “prima di teatro”, come uno spettacolo» (2). leggere...

Il concetto di santità di Don Divo Barsotti


Come non amare Dio in questo uomo, pur non avendolo conosciuto in vita?
"Esser Santi non vuol dire esser delle anime pie, che facilmente son contente di sé e credono che la santità consista nella moltiplicazione degli atti di pietà, delle opere buone, e nulla di più. Esser Santi vuol dire morire e risorgere, vuol dire disfarci ed essere come nuovamente creati per un atto di Dio, vuol dire essere collaboratori di Dio a un’opera che è più grande della creazione medesima, perché suppone una riforma totale dall’intimo di un essere che il peccato ha devastato."
Don Divo Barsotti. - La preghiera. Lavoro del cristiano, p. 117.

Frei Hermano da Câmara, a samaritana

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Don Divo Barsotti, Testi Scelti (6/7) - Guardami nell'Eucarestia

don Divo Barsotti, DIVENIRE LUCE

 

divenire luce

DIVENIRE LUCE

E veniamo al secondo punto. Non c’è solo Dio come luce che ci illumina, ma ci sono i cristiani che, come dice il Vangelo, sono la luce del mondo (cfr. Mt 5,14). Che cos’è questa luce che noi dobbiamo essere? Certo, nella misura in cui tutto è sacramento di Dio, tutto ha in sè la capacità di espandere, di irradiare una certa luce, ma se noi dobbiamo in qualche modo risvegliare la fede in chi l’ha perduta, ciò non basta.
Che cosa dobbiamo essere? Una luce che si impone, non che semplicemente si impone, ma una luce che acceca, una luce che in qualche modo risveglia la fede. 
Che cosa fai quando ti svegli la mattina? Io credo che tu accenda la luce, perchè al buio non vedi niente, e così la luce ti sveglia. Fintanto che stai al buio ti addormenti, ma se ti vuoi svegliare devi accendere la luce, se no dici come san Giovanni Fisher quando fu chiamato il giorno della sua esecuzione dal carceriere, la mattina alle 5:00: “Vostra signoria, sveglia, oggi è il giorno dell’esecuzione”. “E’ da tempo che vi aspettavo – dice Giovanni – e ditemi, che ore sono?”; il carceriere risponde: “Sono le 5:00”.- “E quando sarà l’esecuzione?” – “Alle 10:00 vossignoria” – “Beh, allora lasciatemi dormire ancora un po’ perchè questa notte non ho dormito molto bene” e si mise giù a dormire. 
Possiamo dormire perchè non c’è luce. E perchè il mondo ha perduto la luce? Perchè la luce dei cristiani non sveglia il mondo dal suo torpore. I santi sono scomodi, come è scomoda la luce quando si ha sonno.
Don Divo Barsotti

Don Divo, la Comunità intende vivere in modo più diretto e profondo la filiazione divina

Figli di Dio sono certamente tutti i cristiani, ma con questo nome la Comunità intende vivere in modo più diretto e profondo la filiazione divina, con una consacrazione che impegna a riscoprire il Battesimo in modo consapevole e responsabile. Il significato di questo nome sta dunque nell’impegno a vivere il mistero dell’adozione filiale nella carità, che è l’essenza del cristianesimo; a obbedire non più alla natura umana, ma soltanto all’azione di Dio che vive in ognuno. E poiché il processo della santificazione implica sempre più un’identificazione, un’unione sempre più intima con Cristo, vivere da «figli di Dio» impone l’ascolto della Parola per accogliere il Verbo, così che il Verbo faccia di ognuno il suo corpo: si è figli di Dio quando si è profeti che incarnano il Vangelo, testimoni di Cristo, che si incarna e vive nell’uomo e attraverso l’uomo si rivela al mondo. Leggere...

Don Barsotti: POESIE «Poeti, cercate il miracolo»


«Per cantare il "mistero" di Dio,
bisogna essere Santi, o avere il senso della propria "piccolezza"».
DON DIVO BARSOTTI (1914-2006).
Don Barsotti, cos’ha rappresentato, per lei, la poesia?«La poesia dice la gratuità della vita, dice che tutto è "miracolo", tutto veramente è qualcosa che tu non puoi "dominare". Tu sei "dominato": "dominato" dalle cose, dalla bellezza, dai fatti. Se vivi questa tua "dipendenza" nell’angoscia, anche questa può essere trasferita nella poesia, ma è soprattutto nella meraviglia, nello stupore che senti che il mondo è più grande di te».
Quanto è importante la poesia?
«Molto. È importante per l’umanità di oggi riscoprire il "sacro" attraverso la poesia, magari la poesia di chi è anche "anti-cristiano", ma sente la bellezza dell’amore, di chi magari rifiuta il Cristo, non perché ci sia da parte sua un rifiuto cosciente, ma perché non lo conosce, perché gli è stato presentato male e sente invece "pulsare" la vita di questo universo». Leggere...

don Divo , la nostra preghiera è efficace

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Don Divo Barsotti, l’indicatore di Dio


Era a portata di mano ma al tempo stesso irraggiungibile, vicino e lontano, scolaro e maestro, umile e gigante: ecco come appariva don Divo Barsotti, di cui quest’anno si ricorda il centenario della nascita.
23 Settembre 2014 | DI 
Nel 2014 avrebbe compiuto 100 anni don Divo Barsotti, figura di rilievo della Chiesa italiana spentasi a Firenze nel 2006. Definito e riconosciuto come «l’ultimo mistico del ’900», scrittore fecondissimo, originale teologo e autore di spiritualità (con oltre centosessanta titoli, tradotti anche in varie lingue), padre spirituale di innumerevoli persone e fondatore di una comunità religiosa di carattere monastico, don Divo era noto nel mondo dei sacerdoti e dei religiosi, ma forse meno conosciuto dalla gente comune, per via della sua indole che non ricercava pubblicità o consensi popolari.

Eppure non era un solitario, un «ritirato dal mondo», anzi! La sua spiritualità lo spingeva a portare tra la gente la ricchezza della vita monastica, testimoniando la semplice presenza di Dio, alla portata di ogni uomo e ogni donna. «La vita monastica – diceva – non ha che un fine: rea­lizzare Dio. Le congregazioni religiose moderne hanno lo scopo che le giustifica anche quando i religiosi non fossero dei santi: le opere che intraprendono, il servizio immediato alla Chiesa. Ma una congregazione monastica non può avere altra giustificazione che quella della santità di coloro che ne fanno parte. Il nostro servizio alla Chiesa è la rivelazione di Dio. Realizzare Dio». Per questo motivo gli piacevano molto Francesco d’Assisi e il russo Serafino di Sarov, santi che affascinavano non tanto per le loro opere, ma per il mistero e il senso di presenza di Dio che emanavano. Erano uomini pieni di luce.

È facile essere santi a questa maniera? È facile e difficile. Occorre però crederci. Insisteva don Divo: «Il monaco non deve cercare nulla di particolare. Deve solo semplicemente vivere, perché chi innalza se stesso innalza il mondo». Ed egli era così: affabile e luminoso, sempre, anche quando andava a fare la spesa al mercato, compito che avocava sempre a sé anche dopo aver compiuto gli 80 anni di età. Disdegnava il supermercato, «troppo impersonale» a sua detta, preferendo piuttosto aggirarsi tra le bancarelle del mercato di San Lorenzo a Firenze, dove si intratteneva con fruttivendoli e pollivendoli interessandosi delle loro famiglie, curando quell’aspetto umano che, in ogni caso, viene prima di tutto. Questione di vita. Ancor di più: di vita cristiana. «La vita cristiana – affermava don Barsotti – è l’esperienza di un’esperienza e rapporto con un Dio vivente. Se il Cristo non fosse vivo e presente, la Chiesa stessa si risolverebbe in una società umana e si sfascerebbe. Al contrario, la Chiesa è in quanto può testimoniare la sua Presenza viva e il cristiano è essenzialmente colui che Lo ha veduto, che lo vede e gli parla».

Dio lo si può «vedere», incontrare? Certo: i santi non erano diversi da noi. Loro per primi hanno fatto esperienza di Dio e ora ci sono vicini per aiutarci nel cammino, vivi e presenti. «Hai mai fatto colazione con san Giovanni della Croce?» chiedeva ogni tanto don Divo a qualche confratello. «Oggi sei andato a fare due passi insieme a santa Teresa di Gesù, o a san Filippo Neri?». La gente non sapeva che cosa rispondere, ma avvicinare don Barsotti era così: un immergersi nel suo mondo, popolato dai santi. E per diventare santi occorre «libertà assoluta, perché coi patteggiamenti si tradisce Dio e l’anima si perde. La santità è fulgore; il santo, dal momento che possiede Dio nel suo cuore, deve sentirsi debitore nei confronti di tutti». Ancora, come scrive don Divo nei suoi diari: «Dio si fa presente nel santo precisamente in quanto lo assume; non è la sua attività apostolica, non è l’esercizio delle sue virtù. Tu ti lasci possedere da Lui, non vuoi più che la sua presenza, non sopporti nemmeno il ricordo di te, ma vuoi che anche l’universo sia invaso dalla sua Gloria, che tutto, tutti facciano posto a Dio. Tutto e tutti Egli possegga, così che attraverso di tutto, di tutti, Egli possa dire Io sono. La fede non è ricerca e possesso di verità, ma un essere stati cercati e posseduti da essa».

Il monachesimo vissuto nel mondo
Questo è solo un assaggio del ricchissimo pensiero spirituale di don Divo. Che non fosse una persona qualsiasi lo si intuì già negli anni del seminario diocesano di San Miniato (Pisa), dove cominciò a manifestare la sua «inquietudine di Dio»: sentiva di essere chiamato ad andare in missione per testimoniare la bellezza della vita contemplativa.

Una volta sacerdote, fu trasferito a Firenze per interessamento di Giorgio La Pira, da cui era stato contattato per via di alcuni articoli scritti su «L’Osservatore Romano». Nel capoluogo toscano ebbe modo di entrare in relazione con alcune figure di spicco del cattolicesimo fiorentino (e non solo) del dopoguerra, come Nicola Lisi, padre David Maria Turoldo, Giampaolo Meucci, don Enrico Bartoletti, Giovanni Papini. Grazie al successo del suo libro Monachesimo russo, col quale introdusse in Italia le figure dei monaci dell’Oriente cristiano, intraprese poi un rapporto epistolare con i grandi nomi della riflessione teologica del Novecento, come Henri-Marie de Lubac, Hans Urs von Balthasar, Pavel Evdokimov, Jean Danielou, Thomas Merton. leggere...