http://4.bp.blogspot.com/_14vrv7ni7HM/TLYyK0PS85I/AAAAAAAABU8/h4xBT0R8kQU/s1600/20101013225550_D0064009.jpg

sexta-feira, 25 de junho de 2010

Il Cardinale Siri e Padre Pio

 

Riceviamo dal chestertoniano Giuseppe Biffi (verrebbe da dire nomen omen, visto l'altro Biffi, quello cardinale che più chestertoniano non si può) questo interessante articolo diffuso dal sito www.cardinalsiri.it, per tornare sull'argomento già trattato.

IL CARD. SIRI E PADRE PIO
di Benny Lai

Fu nei mesi successivi alla morte di Giovanni XXIII che il cardinale Siri mi parlò per la prima volta di padre Pio. Avvenne nel corso di uno di quei colloqui che si svolgevano in un salottino dell'appartamento privato del cardinale, come ogni qual volta tornavo a Genova la domenica mattina per tornare a Roma la sera stessa. Due notti in treno e una giornata a Genova, che essendo festiva mi consentiva di passare pressoché inosservato nel palazzo arcivescovile, dove tutti gli uffici erano chiusi. Una precauzione dettata dalla riservatezza utile ad ambedue: al cardinale che non doveva soppesare i pensieri e contare le parole per timore di venire citato, e a me per non essere professionalmente assimilato ad un determinato ambiente prelatizio.
A fornire lo spunto per le confidenze del cardinale sul frate del Gargano non fu la scomparsa di Roncalli e l'avvenuta successione di Paolo VI, ma quanto era accaduto nell'Azione Cattolica, dove l'assistente ecclesiastico monsignor Carlo Maccari era divenuto – "promoveatur ut admoveatur" - vescovo di Mondovì . E giacché monsignor Maccari doveva la sua alta carica nell'Azione Cattolica anche all'ispezione da lui compiuta un paio d' anni prima, nell'estate-autunno del 1960, a San Giovanni Rotondo, inevitabile che si parlasse di questa attività da lui svolta, di una "visita apostolica " che aveva suscitato vasta eco e contrastanti interpretazioni.
"Vede - disse Siri - quando seppi che il Sant'Offizio aveva mandato un visitatore apostolico nel convento di San Giovanni Rotondo rimasi di sale. Intanto per la persona prescelta che mi sembrava poco attrezzata dal punto di vista culturale per condurre una indagine relativa ad un personaggio come padre Pio, già fatto segno di altre inchieste e circondato della devozione popolare. Allora conoscevo poco l'inviato del Sant'Offizio sul Gargano, il quale fino ad allora s'era occupato quasi esclusivamente del Vicariato di Roma, ignoravo soprattutto se avesse o meno il garbo e l'avvedutezza necessaria ad un compito da condurre con la massima discrezione. E quel che poi è accaduto, come hanno parlato della vicenda i giornali di destra, di centro, di sinistra, gli schieramenti creatisi pro e contro padre Pio, mi hanno dato ragione. Lo dissi pure a Papa Giovanni".
Il cardinale non conobbe mai di persona padre Pio, né mai si recò nel convento di Santa Maria delle Grazie finché visse il frate. "Una volta trovandomi a Bari - raccontò in un'altra occasione – pensai di arrivare a quel costone carsico del Gargano in cui si trovava il padre. Mi sarebbe piaciuto trattenermi con lui, ma capii che non potevo farlo senza farmi notare e ciò avrebbe potuto arrecare danno. La mia presenza, la presenza di un cardinale avrebbe suscitato scalpore o, per lo meno, avrebbe dato luogo a chissà quali supposizioni. Ed è escluso che vi potessi andare in incognito. Lo sa cosa è accaduto ad un altro cardinale, il quale, senza preavvisarlo e senza avere indosso alcuna insegna della sua dignità, bussò al convento di San Giovanni Rotondo? Ancora prima l'arrivo dell'ospite, padre Pio aveva chiamato il padre guardiano per informarlo stava per giungere un cardinale, sarebbe stato vestito come un semplice prete, e bisognava accoglierlo con i dovuti riguardi. E il cardinale, il quale credeva d'essere trattato al pari di un comune ecclesiastico, fu accolto con grandi onori. A padre Pio non si poteva nascondere nulla".
Seppure da lontano Siri aveva sempre seguito le vicende del cappuccino. Era ancora seminarista quando s'era sparsa la notizia delle stimmate del frate e, in seguito, del rifiuto da lui opposto a padre Agostino Gemelli di fargli esaminare le piaghe senza l'autorizzazione dei superiori. Un rifiuto dettato in parte dall'aver gia accettato per ubbidienza di sottoporsi alle visite mediche e, in parte, dalla ritrosia del suo temperamento, che gli aveva suscitato l'ostilità di Gemelli, il quale poi non aveva fatto mistero di non attribuire alle ferite alcunché di soprannaturale. Diagnosi che, data la fama goduta da Gemelli, concorrerà dopo l'elezione di Pio XI ad una messa in guardia del Sant'Offizio sia nei confronti delle stimmate considerate tutt'altro che evento trascendente, che dei pretesi miracoli di padre Pio.
Siri, che aveva conosciuto padre Gemelli quando per seguire i corsi universitari della Gregoriana, s'era trasferito da Genova al Seminario Lombardo di Roma, non ne condivise l'opinione. Dirà di padre Gemelli: "Ho avuto grande stima del fondatore dell' Università Cattolica, che era uno studioso di grande prestigio e mio amico ma, purtroppo, in quell'occasione sbagliò. Emise un verdetto superficiale, tanto è vero che alle sue affermazioni secondo le quali tutte le stimmate, ad eccezione di quelle di San Francesco d'Assisi e di Caterina da Siena, dovevano considerarsi frutto di isterismo e di autolesionismo, la stessa "Civiltà Cattolica" dichiarò di non essere d'accordo". Tuttavia la dichiarazione del Sant'Offizio, cui seguirono altri decreti, portarono ad una sorta di segregazione di padre Pio. Un isolamento durato fino al 1933, allorché Pio XI reintegrò il cappuccino nei suoi diritti, permettendo ai fedeli di visitarlo e di scrivergli senza temere i rigori del dicastero vaticano.
Proprio quel che s'era verificato in passato indusse Siri ad intervenire con Giovanni XXIII dopo l'inquisizione di monsignor Maccari. "Capitava spesso - dirà il cardinale - che mi trovavo in udienza con il Papa dati i miei impegni di presidente della CEI e delle Settimane Sociali ed ogni qualvolta si finiva col parlare di padre Pio. Giovanni XXIII, un uomo buono, vero santo, era preoccupato. Arrivavano in Vaticano gravi accuse su padre Pio. Talvolta erano i medesimi difensori ad oltranza del cappuccino che con il loro zelo e la loro fretta contribuivano a creare difficoltà. Molti agivano in buona fede, pensando di fare del bene, solo che a pagarne le conseguenze era sempre padre Pio. Alla fine il Papa si convinse che il povero frate era estraneo alle accuse che gli venivano mosse".
Ancora prima che la Chiesa si pronunciasse il cardinale Siri era più che convinto dei doni mistici ricevuti da padre Pio. "I fatti sono fatti - faceva notare - e non vi è dubbio che egli vedesse il futuro, leggesse nel pensiero, si spostasse in bilocazione. E poi le guarigioni, la possibilità di convertire un ateo con uno sguardo, una parola, una benedizione. Non sono questi prodigi?". A riprova di tali affermazioni Siri raccontava la "singolare intesa" creatasi tra lui e padre Pio sia tramite i genovesi, che recatisi a San Giovanni Rotondo, riportavano al loro arcivescovo i saluti inviatigli dal frate, sia un più che curioso episodio. "Dovevo prendere una grave decisione circa una importante questione relativa alla diocesi di Genova. Ed ero perplesso ed angustiato poiché le soluzioni possibili erano due, ma non sapevo quale fosse la migliore. Messo alle strette decisi per una delle due. Il giorno successivo ricevetti un telegramma di padre Pio in cui mi confermava che la decisione presa era quella giusta e mi esortava a continuare lungo quella strada. Avevo vissuto le mie perplessità senza farne parola ad alcuno. Come aveva fatto padre Pio ad averne notizia?" Un interrogativo pubblicamente rivelato dal cardinale nella commemorazione del 1972, a quattro anni dalla morte del frate e, successivamente, nella lettera a Paolo VI con la quale postulava l'avvio della procedura per la beatificazione e la canonizzazione di padre Pio. La lettera a Paolo VI è del 1975, l'anno in cui si recava a San Giovanni Rotondo per celebrare una messa sulla tomba del frate e scrivere sul registro dei visitatori: "Con gratitudine".

www.cardinalsiri.it
visto em:http://uomovivo.blogspot.com/

In ricordo del Cardinale Siri: un sacerdote libero, un vero cristiano, un grande maestro, un illuminato profeta, un indimenticabile Principe della Chiesa.

di Giuseppe Massari,
da Petrus (16/09/08)

Non è per nostalgia che vogliamo ricordare il Cardinale Giuseppe Siri, così come ha fatto di recente la Diocesi di Genova, che lo ebbe buon Pastore per oltre quarant'anni. Il nostro vuole essere l'omaggio deferente ad un vero Principe della Chiesa che restò sempre sacerdote. Un sacerdote libero, come lo ha più volte definito Monsignor Mauro Piacenza, suo storico assistente e attuale Segretario della Congregazione per il Clero. «Il sacerdote è infatti un uomo libero, non condizionato e non condizionabile dalle mode
»: con questa sintesi lapidaria, Piacenza ha tracciato alla perfezione il profilo e l'impegno apostolico di Siri, il cui ottantesimo anniversario dell’ordinazione è ormai alle porte. Il 22 settembre 1928, infatti, il seminarista Giuseppe Siri diventava presbitero, incamminandosi sulla scia di Gesù, non assecondando nessun altro all’infuori di quel Cristo manifestatosi per volere e amore del Padre.

Lo stesso Cardinale Angelo Bagnasco, attuale Arcivescovo di Genova, nel dare inizio ai lavori convegnistici su Siri, ha rimarcato il concetto della “sacerdotalità” e “pastoralità” dell'Eminentissimo porporato:
«Fu sempre e solo un Pastore e volle sempre essere solo un sacerdote». Di sé, il porporato soleva dire: «Sono un uomo che marcia da solo e non fa parte di gruppi. Sono stato sempre presentato a rovescio». Con questa assoluta certezza di fede, Siri non solo spiegava il suo essere spesso frainteso nei comportamenti e nel linguaggio corrente, ma voleva lanciare il messaggio di fede insito e riposto in lui, uomo di azione e di preghiera, uomo colto, saggio, prudente, predicatore raffinato, docente di teologia come non pochi alla sua epoca. Questo illustre Principe della Sede Apostolica, elevato alla dignità cardinalizia dall’indimenticabile Pio XII, non fu profeta di se stesso, se non della Chiesa, che adorava sopra ogni cosa. Piuttosto, fu precursore della storia, tant'è che lo stesso Monsignor Piacenza ha sottolineato «la straordinaria attualità e assonanza» degli scritti del Cardinale Siri con il Magistero di Benedetto XVI. «Temi come il relativismo, l'edonismo, il materialismo sono ben presenti con un profetico anticipo di mezzo secolo».

Il suo ex segretario ha ricordato, inoltre, un altro elemento di novità e attualità nel pensiero del porporato genovese scomparso nel 1989. L'invito che Siri rivolgeva spesso ai suoi sacerdoti era quello di
«superare ogni complesso di inferiorità verso il mondo, in particolare verso ciò che è definito moderno». Un messaggio forte, impregnato di sofferenza e di speranza gioiosa, da autentico messaggero e apostolo delle genti. Un messaggio attuale ancora adesso che tutti, conservatori e progressisti, stanno imparando a rispolverare i grandi insegnamenti di uno dei Cardinali più illuminati che abbiano mai fatto parte del sacro Collegio. Qualcuno direbbe, una riabilitazione a posteriori. Ma Siri non ha bisogno di essere riabilitato, perché è stato un pilastro, una colonna incrollabile nella vita della Chiesa, anche con le asprezze e le amarezze di alcuni momenti, anche con i dissapori del tempo. Di lui, oggi, è importane ricordare la sua fede e la sua fedeltà al primato di Cristo racchiuso nel successore di Pietro, il Principe degli Apostoli, che è il Papa. Di lui è significativo ricordare l'ardente passione per il bello, per il sacro, per il nobile, per il divino. La concordia del cuore con la mente, nel rendere onore e gloria a Dio, fanno del sacerdote consacrato, del vescovo, del Cardinale, del Pontefice e di ogni anima eletta al Divino Mistero dell'Amore, la persona che si sintonizza armonicamente e coralmente con le antenne dell'infinito assoluto, per captare i segni dei tempi e trasmetterli sulle onde dell'eternità.

Questo è stato Siri per la Chiesa, al contrario dell’immagine da Cardinale retrivo che certa storiografia ha tentato di far giungere sino a noi. Basti pensare, poi, alle generazioni di illustri sacerdoti, prelati e porporati che ha allevato alla sua scuola, che in definitiva era la scuola di Cristo, sino a farli giungere ad ampie vette con umiltà e grande spirito di servizio. Ne citiamo solo alcuni: i Cardinali Bertone e Bagnasco, entrambi suoi successori a Genova, il primo attuale braccio destro del Papa, il secondo Presidente della CEI (proprio come lui); Monsignor Guido Marini, Maestro delle cerimonie liturgiche del Santo Padre, il già citato Monsignor Piacenza, Vescovo ed importante esponente vaticano. Non si tratta di una discendenza dinastica, ma di una scuola di pensiero molto apprezzata da Benedetto XVI, che ha fatto degli allievi prediletti di Siri i suoi più stretti collaboratori. La felice ricorrenza del genetliaco sacerdotale del Cardinale riporta alla mente un giudizio espresso da un altro sacerdote genovese, Don Gianni Baget Bozzo:
«In Siri vi fu assoluta ortodossia cattolica, fedeltà alla Chiesa tradizionale, fedeltà alle istituzioni ecclesiastiche, omogeneità e obbedienza alla Santa Sede». Ecco, questo e altro ancora è stato il maestro che adesso vede, sia pure da lontano, assurgere a posti di rilievo e di prestigio nella gerarchia vaticana coloro che lui stesso ha forgiato con la sua parola, con la sua intelligenza, con la sua lungimiranza da profeta.

Ma tra i tanti ricordi, come non fare riferimento alle ore scismatiche e traumatiche all'interno della Chiesa che videro protagonisti i tradizionalisti di Monsignor Marcel Lefebvre? Siri, insieme ad altre poche Diocesi italiane, accolse nel seminario di Genova molti seminaristi “tradizionalisti”, che, altrimenti, sarebbero usciti dalla Chiesa cattolica, fino al punto da ordinarli sacerdoti, nonostante lo scontento di una parte del clero del capoluogo ligure. Qualcuno, sussurra, che per questo fu emarginato. Ma l'uomo che attingeva alla fonte del Vangelo, fuori dagli schemi propagandistici del carrierismo, avvertiva con quella sua scelta, la coerenza al messaggio di Cristo:
«Non ho perduto nessuno di quelli che mi sono stati affidati”. «Non Nobis Domine»: questo fu il suo motto episcopale, il suo programma racchiuso in poche parole, a dimostrazione di come fu uomo autentico di Dio e della Provvidenza, così come dovrebbero essere i molti che lo hanno offeso e oltraggiato nella persona, nel tempo e nella memoria.
fonte:http://cristianesimocattolico.splinder.com/

The "Benedictine" Altar Arrangement and Cardinal Siri .Solo Comunione in ginocchio nella Genova del Cardinal Siri. Notificação concernente às mulheres que vestem roupas de homem.



You will often find supporters of the New Liturgical Movement have a special veneration for the late Archbishop of Genoa, Giuseppe Cardinal Siri, and belonging to the "school of Siri", like the papal MC Msgr Guido Marini, is widely seen as a guarantee of liturgical sense. An example of why this is so is the decree on the "Cult of the Eucharist and the Altars" which Cardinal Siri issued in 1974, in a time when in many places the "hermeneutic of rupture" held sway. The Italian blog Cordialiter offers us some excerpts of this decree, which deal with the altar arrangement and effectively recommend what we have come to call the "Benedictine" altar arrangement. They also prescribe Communion kneeling (keep in mind that Communion in the hand was not allowed then, and was therefore not addressed in this decree), another traditional practice promoted by the Restoration of the Sacred initiated by Pope Benedict. Here is an NLM translation of these excerpts of the decree:
Versus populum altars shall always have, also at times when no liturgical functions take place, candlesticks (not less than two or four, better yet six) [...] It is in fact the candlesticks which distinguish the Catholic altar from the non-Catholic altar and that is of utmost importance. [...]

It is recommended, even if the law permits greater freedom, to maintain the use of the Crucifix upon the altar in the middle, in such a manner that the celebrant and the people have always a visual reminder that upon that altar the renewal of the Sacrifice of the Cross itself is celebrated. [...]

Between the two forms allowed by general law to approach Holy Communion, the one which is more accordant with the mentality of our population is that of kneeling down. It is prescribed therefore to distribute Holy Communion to the faithful kneeling. Communion standing is not admitted in the Archdiocese. In case faithful present themselves who are accustomed to another ceremonial, they are to be inivited politely but firmly to conform to the diocesan regulations.
 fonte:new liturgical movement

fonte:Cordialiter
Gli altari versus populum abbiano sempre, anche nel tempo in cui non si svolgono le azioni liturgiche i candelieri (non meno di due, o quattro, meglio sei) [...] Sono infatti i candelieri che distinguono l’altare cattolico dall’altare acattolico e ciò è della massima importanza. [...] Si consiglia, anche se la legge permette una maggiore libertà, di mantenere l’uso del Crocifisso sull’altare nella parte mediana in modo che il Celebrante e il popolo abbiano sempre visivamente ricordato che su quell’altare si celebra la rinnovazione dello stesso Sacrificio della Croce. [...] Tra i due modi consentiti dalla legge generale per accostarsi alla santa Comunione, quello più consentaneo alla mentalità delle nostre popolazioni, è quello di porsi in ginocchio. Si prescrive pertanto di distribuire la santa Comunione al fedele inginocchiato. Non è ammessa nella Archidiocesi la Comunione in piedi. Qualora si presentassero fedeli, abituati ad altro cerimoniale si invitano garbatamente, ma fermamente a uniformarsi alle disposizioni diocesane.
siri7.jpg picture by kjk76_96
siri8.jpg picture by kjk76_96
siri6.jpg picture by kjk76_96
siri3.jpg picture by kjk76_96
siri5.jpg picture by kjk76_96
siri4.jpg picture by kjk76_96

Notificação concernente às mulheres que vestem roupas de homem  


Notificação concernente às mulheres que vestem roupas de homem[1]

Giuseppe Cardial Siri

Genova, 12 Junho de 1960

Ao Reverendo Clero,

A todas as Religiosas professoras

Aos queridos filhos da Ação Católica,

Aos educadores que desejam seguir verdadeiramente a Doutrina Cristã[2]

I. O primeiro sinal da nossa primavera tardia indica certo aumento, este ano, do uso das vestes masculinas por mulheres, jovens e até mesmo por mães de família. Até 1959, em Genova, este tipo de veste significava que a pessoa era uma turista, mas agora parece que há um número significativo de garotas e mulheres da mesma Genova que escolhem, ao menos em viagens de lazer, vestir calças de homem.

A evolução deste comportamento nos obriga a refletir seriamente, e nós pedimos a quem esta notificação vai dirigida dar toda a atenção que este problema merece, como é próprio das pessoas que estão conscientes de ser responsáveis frente a Deus.
 Nós pretendemos acima de tudo fazer um juízo moral equilibrado sobre o uso de roupas masculinas pelas mulheres. De fato nossa reflexão só pode estar fundamentada sobre a questão moral[3].

Em primeiro lugar, quando a questão é cobrir o corpo feminino, não se pode dizer que o uso de roupas masculinas pelas mulheres seja uma grave ofensa contra a modéstia, pois as calças certamente cobrem mais do corpo da mulher que as saias das mulheres modernas.

No entanto, as vestes para serem modestas não necessitam apenas cobrir o corpo, e tampouco devem estar coladas ao corpo[4]. É verdade que muitas roupas femininas colam mais do que muitas calças, mas as calças podem ser feitas para apertarem mais, e de fato geralmente apertam. Por isso, este tipo de roupa, colada ao corpo, nos dão a mesma preocupação quanto às roupas que expõem o corpo. Então a imodéstia das calças masculinas no corpo feminino é um aspecto do problema que não pode ser deixado sem uma observação geral sobre elas, ainda que não deva ser superficialmente exagerado também.

II. No entanto, outro aspecto das mulheres vestindo calças nos parece ser o mais grave[5]. O uso de vestes masculinas por parte das mulheres afeta primeiramente à própria mulher, causado pela mudança da psicologia feminina própria da mulher; em segundo lugar afeta a mulher como esposa do seu marido, por tender a viciar a relação entres os sexos; e em terceiro lugar como mãe de suas crianças, ferindo sua dignidade ante seus olhos. Cada um destes pontos deverá ser cuidadosamente considerado:


A. A Roupa Masculina Muda a Psicologia da Mulher


Na verdade, o motivo que leva a mulher a usar roupa de homem é o de imitar, e não somente isso, mas o de competir com o homem, que é considerado o mais forte, mais livre, mais independente. Esta motivação mostra claramente que a roupa masculina é a ajuda visível para trazer uma atitude mental de ser “igual ao homem”[6]. Em segundo lugar, desde que o ser humano existe, a roupa que uma pessoa usa modifica seus gestos, atitudes e o comportamento, a tal ponto que só pelo fato de se usar uma determinada roupa, o vestir chega a impor um estado de ânimo especial em seu interior.

Permita-nos acrescentar que, uma mulher que sempre veste roupas de homem, indica que ela está reagindo à sua feminilidade como se fosse algo inferior, quando na verdade é só diversidade. A perversão de sua psicologia é claramente evidente.[7]

Estas razões, somadas com muitas outras, são suficientes para nos alertar o quão equivocado elas são conduzidas a pensar ao se vestir com roupas de homens.


B. A Roupa Masculina Tende a Corromper as Relações entre as Mulheres e os Homens

Na verdade, com o passar dos anos e conforme as relações entre os sexos se desenvolvem, um instinto mútuo de atração predomina. A base essencial desta atração é a diversidade entre os sexos, que é possível somente pela sua complementaridade ou completando um ao outro. Se esta “diversidade” se torna menos óbvia porque um de seus maiores sinais externos é eliminado, e porque a estrutura psicológica normal é enfraquecida, o que resulta é a alteração de um fator fundamental na relação.

O problema é ainda mais profundo. A atração mútua entre os sexos é precedida tanto naturalmente, quanto em relação ao tempo, por um sentido de pudor que freia os instintos que surgem, lhes impõe respeito, e tende a elevar o nível de mútua estima e temor saudável, impedindo que todos aqueles instintos possam levar a atos descontrolados. Mudar a roupa, que por sua diversidade revela e assegura os limites da natureza e da defesa, é anular a distinção e ajudar a destruir o trabalho de defesa vital do sentido de vergonha.

É, no mínimo, impedir este sentido. E quando o sentido de vergonha é impedido de colocar os freios, as relações entre homem e mulher se afundam em degradação e puro sensualismo, separadas de todo respeito mútuo ou estima.

A experiência esta aí para nos dizer que quando a mulher é desfeminilizada, as defesas são destruídas e as fraquezas aumentadas.[8]

C. A Roupa Masculina Fere a Dignidade da Mãe ante os olhos de Suas Crianças

Toda criança têm um instinto pelo sentido de dignidade e decoro de sua mãe. Uma análise da primeira crise interior das crianças, quando elas despertam para a vida ao seu redor, mesmo antes delas entrarem na adolescência, mostra o quanto vale para elas o sentido de suas mães. As crianças são sumamente sensíveis a esta idade. Os adultos geralmente deixaram isso de lado e não pensam mais sobre isso. Mas fazemos bem em recordar as demandas severas que as crianças instintivamente fazem a sua própria mãe, e a profundas e até terríveis reações que nelas se afloram pela observação dos seus maus comportamentos. Grande parte do futuro é traçada aqui – e não para melhor – nestes precoces dramas durante a infância.

A criança pode não saber a definição de exposição, de frivolidade ou infidelidade, mas possui um sentido instintivo que reconhece quando essas coisas acontecem, sofre com elas, e é amargamente ferida por elas em suas almas.

III. Vamos pensar seriamente em tudo o que foi dito até agora, mesmo que a aparência da mulher com roupas masculinas não faça surgir imediatamente tudo aquilo causado por uma grave imodéstia.

A mudança da psicologia feminina gera um dano crucial e, ao longo dos anos, torna-se irreparável à família, à fidelidade conjugal, às afeições e à sociedade humana[9]. É verdade que os resultados de se vestir roupas impróprias não podem ser vistos todos a curto prazo. Mas devemos pensar no que está sendo devagar e articuladamente destruído, despedaçado, pervertido.

Se a psicologia feminina é mudada, existe alguma reciprocidade imaginável mudada entre marido e mulher? Ou, existe alguma autêntica educação de crianças imaginável, que é tão delicada no seu proceder, entrelaçada de fatores imponderáveis, na qual a intuição e instinto da mãe cumpram um papel decisivo nessa idade tão delicada? O que estas mulheres serão capazes de dar a suas crianças, tendo usado calças durante tanto tempo e com sua alta-estima determinada mais por sua competição com os homens do que por seu papel como mulher?

Perguntamo-nos porque, desde que o homem existe – ou melhor, desde que ele se tornou civilizado: por quê tem sido o homem, em todos os tempos e lugares, irresistivelmente levado a fazer a diferenciada divisão entre as funções dos dois sexos? Não temos aqui um testemunho exato para o reconhecimento, por toda a humanidade, de uma verdade e de uma lei acima do homem?

Para resumir, quando uma mulher veste roupas de homem, deve ser considerado um fator, a longo prazo, da desintegração da ordem humana.

IV. A consequência lógica de tudo o que foi apresentado aqui é que qualquer pessoa, em uma posição de responsabilidade, deveria estar possuída por um sentido de alarme no significado verdadeiro e próprio da palavra, um severo e decisivo alarme[10].

Nós dirigimos uma grave advertência aos sacerdotes das paróquias, a todos os sacerdotes em geral e a confessores em particular, aos membros de qualquer tipo de associação, a todos os religiosos, a todas as irmãs, especialmente as irmãs educadoras.

Nós os convidamos a que tomem plena consciência deste problema de forma que atuem em seguida. Essa conscientização é o que importa. Ela irá sugerir a ação adequada no tempo certo. Mas não permitamos que nos aconselhe a ceder ante uma inevitável mudança, como se estivéssemos confrontados por uma evolução natural da humanidade, e daí por diante!

Pessoas vêm e vão, porque Deus deixou espaço suficiente para o início e fim do livre arbítrio do homem. No entanto, as linhas essenciais da natureza e as não menos substanciais linhas da Eterna Lei, nunca mudaram, não estão mudando agora e nunca irão mudar. Existem limites além dos quais uma pessoa pode ir tão longe o quanto queira, mas fazê-lo resulta em morte[11]; há limites os quais fantasias filosóficas vazias menosprezam ou não levam a sério, mas que constituem uma aliança de fatos sólidos e da natureza que punem qualquer um que os ultrapassa. E a história já ensinou suficientemente – com assustadoras provas advindas da vida e da morte de nações, que a conseqüência para todos os violadores deste esquema da “humanidade” é sempre, mais cedo ou mais tarde, uma catástrofe.

A partir da dialética de Hegel em diante, nós temos escutado repetitivamente coisas que não passam de fábulas, e pela força de escutá-las tão freqüentemente, muitas pessoas acabam por se acostumar a elas, mesmo escutando passivamente. Mas a verdade da questão é que Natureza e Verdade, e a Lei baseada em ambas, vão por seu caminho imperturbável, e destroem aos pedaços a idéia dos tolos que, sem justificativa alguma, crêem em mudanças radicais e de longo alcance nessa mesma estrutura do homem.[12]

As consequências de tais violações não são um novo desenho do homem, mas desordens, instabilidades prejudiciais de todos os tipos, a assustadora secura das almas humanas, o grande aumento no número de seres humanos abandonados, levados há muito tempo para longe da vista e da mente humana para viver seu declínio no ócio, na tristeza e na rejeição. Neste naufrágio de eternas regras se encontram famílias destruídas, vidas terminadas antes da hora, corações e casas que se esfriaram, idosos jogados para um lado, jovens intencionalmente depravados e, em última instância, almas em desespero tirando suas próprias vidas. Todas estas ruínas humanas dão testemunho do fato de que a “linha de Deus” não dá espaço, nem admite qualquer adaptação com os sonhos delirantes dos assim chamados filósofos! [13]

V. Já temos dito que aqueles que se dirigem esta Notificação são convidados a tomar o problema que tem adiante como um sério alarme. Eles sabem que devem dizer, começando com os bebês no colo de suas mães.

Eles sabem que sem exagerar ou tornar-se fanáticas, elas precisarão limitar estritamente o quanto elas podem tolerar que as mulheres se vistam como homens com uma regra geral.

Eles sabem que não podem ser tão fracas a ponto de deixar qualquer um fechar os olhos para um costume que está tomando conta e destruindo a base moral de todas as instituições.

Os sacerdotes sabem da direção que devem ter no confessionário, mesmo não tomando toda veste masculina usada por mulher como uma falta grave, devem ser precisos e decisivos.[14]

Todos caridosamente refletirão sobre a necessidade de ter uma frente de ação unida, reforçado por todos os lados, por todos os homens de boa vontade e todas as mentes iluminadas, de forma a criar uma barreira verdadeira para conter a inundação.

Cada um de vocês responsável pelas almas em qualquer situação entende o quão útil é ter como aliados nesta campanha defensiva homens intelectuais e da mídia aliados nesta campanha. A posição tomada pelas indústrias desenhistas de roupa, seus brilhantes estilistas tem uma importância crucial em toda essa questão. O sentido artístico, a elegância e o bom gosto juntos podem encontrar uma solução apropriada e digna para a roupa que a mulher deve usar quando for andar de moto, ou estiver nessa ou naquela atividade física, ou no trabalho. O que importa é preservar a modéstia, junto com o eterno sentido de feminilidade, aquela feminilidade que, mais do que qualquer outra coisa, todas as crianças continuarão a associar com a face de sua mãe.[15]

Nós não negamos que a vida moderna traga problemas e faça requerimentos desconhecidos por nossos avós. Mas afirmamos que existem valores que precisam ser mais protegidos do que experiências passageiras, e que, para todas as pessoas inteligentes, há sempre bom senso e bom gosto o bastante para encontrar soluções dignas e aceitáveis para os problemas que surjam.

Comovidos pela caridade, nós estamos lutando contra uma degradação do homem, contra o ataque sobre aquelas diferenças nas quais descansa a complementaridade entre o homem e a mulher.

Quando vemos uma mulher de calça, nós deveríamos pensar não tanto nela, mas em toda a humanidade, de como será quando todas as mulheres se masculinizem. Ninguém ganhará ao tratar de levar a cabo uma futura época imprecisão, ambigüidade, imperfeição e, em uma palavra, monstruosidades[16].

Esta nossa carta não é dirigida ao público, mas àqueles responsáveis pelas almas, pela educação, por Associações Católicas. Que façam seu dever, e que não sejam como sentinelas que foram apanhadas dormindo no seu posto enquanto o mal penetrava sorrateiramente.

Giuseppe Cardinal Siri
Arcebispo de Genova

———————


--------------------------------------------------------------------------------
[1] A tradução da Nota do Cardeal foi feita por Daniel Pinheiro e Julie Maria da Nota em inglês, que aparece como anexo do livro “Dressing with Dignity”, de Colleen Hammond, Editora TAN. Todas as notas abaixo foram escritas pela Colleen H.

[2] No final da Nota do Cardeal, ele explica que ela não é dirigida ao público em geral, mas apenas indiretamente, através dos líderes católicos citados acima. No entanto, isso foi em 1960, quando a Igreja ainda tinha um quadro de líderes. Em 1977, aqueles capazes de responder, por sua Fé, à instrução do Cardeal estão dispersos entre o grande público, aos quais sua instrução é adequadamente difundida.

[3] O Cardeal elimina muitas objeções quando ele nos recorda desde qual ponto de vista ele nos falará: como um mestre de Fé e moral. Quem pode negar com razoabilidade que a roupa (especialmente a feminina, mas não só ela) envolve a moral e por isso a salvação das almas?

[4] Calça jeans são praticamente universais. Quantos jeans para a mulher não são apertados?

[5] Calças são piores que mini-saias, disse o Bispo de Castro Mayer, porque enquanto as mini-saias atacam os sentidos, as calças atacam a mais alta faculdade do homem, a mente. O Cardeal Siri explica em profundidade o por quê disso.

[6] Quando a mulher deseja ser igual ao homem (as feministas têm mais desdenho da feminilidade que qualquer um, disse alguém), resta ao homem fazer a mulher ser orgulhar de ser mulher.

[7] O enorme aumento, desde 1960, na prática e na exibição pública de vícios contra a natureza deve ser certamente atribuído em parte pela perversão desta psicologia.

[8] Quando uma mulher é feminina, ela tem a força que Deus lhe deu. Quando ela é desfeminilizada, ela só tem a força que ela dá a si mesma.

[9] Para um exemplo deste dano, veja a relação entre os sexos tal como é mostrada no Rock, por exemplo, como através da letra inclusa, The Wall, músicas 6, 9, 10, 11.

[10] Em 1997 (e em 2009, acrescentamos hoje*) podemos dizer que o Cardeal estava exagerando?

[11] Toda grande obra e literatura é testemunha desta estrutura moral do universo, que se viola à custa de grandes danos, e que faz parte da ordem natural como sua mesma estrutura física. Os poemas de Shakespeare são exemplos famosos. O Cardeal aqui está no cerne da questão.

[12] Tem-se dito, Deus perdoa sempre, o homem algumas vezes, a natureza nunca.

[13] O Cardeal não está apenas se permitindo uma retórica. Para um exemplo de “ruínas humanas” veja a versão resumida da miséria de Pink Floyd na letra inclusa. (Não está inclusa aqui – Webmaster).

[14] Quanta sabedoria e quanto equilíbrio em todas estas conclusões aparentemente severas!

[15] Em outras palavras, a feminilidade da mãe, não de Eva.

[16] Em 1997 todos vemos ao nosso redor a era de monstruosidade, a qual em 1960 o Cardeal estava fazendo seu melhor para prevenir. No próprio país do Cardeal, a Itália, a taxa de natalidade tem sido a menor da Europa! O Cardeal não foi ouvido por eles. Será ele ouvido agora? Pink Floyd tem o problema. O Cardeal Siri tem a resposta.

http://juliemaria.wordpress.com/2009/03/26/notificacao-concernente-as-mulheres-que-vestem-roupas-de-homem/#comment-937

El Cardenal Siri aprendió el principio de que “el culto a Dios es el primer deber del hombre y de la Iglesia”. Quisiera aquí presentar en manera sintética tres elementos característicos de su visión litúrgica, que encontraron expresión en su largo ministerio como arzobispo de Génova: la liturgia como realidad sobrenatural, la solemnidad de la liturgia y la dimensión eclesial del culto divino.








El esplendor del rito ayuda a ver la verdad

 L’Osservatore Romano ha publicado grandes extractos de la intervención del Padre Uwe Michael Lang sobre la relación del inolvidable Arzobispo de Génova con la Sagrada Liturgia. Ofrecemos aquí nuestra traducción de este valioso texto.
***
Cardenal_Siri
Cardenal Giuseppe Siri
*
Por Uwe Michael Lang


Para comprender el pensamiento y la acción del Cardenal Giuseppe Siri en el ámbito de la Sagrada Litrugia es necesario volver a sus años de formación como seminarista y como joven sacerdote en Génova. En la primera mitad del siglo XX, la metrópolis de la Liguria emerge como importante centro de movimiento litúrgico. En 1903, el arzobispo Eduardo Pulciano inició en el seminario genovés la enseñanza de liturgia como disciplina distinta de la de las rúbricas. En 1914, es fundada la “Revista litúrgica”, un proyecto conjunto de la abadía de Finalpia, en Savona, y de Praglia. En la presentación de la nueva revista se indicaba como objetivo estudiar y explicar al clero y a los fieles la Sagrada Liturgia, como “culto público que la Iglesia rinde a Dios”.
*
La figura clave que surgía en estos años fue la de Monseñor Giacomo Moglia (1881-1941), el fundador del Apostolado Litúrgico, al cual el joven Siri estuvo muy ligado. (...) En una importante intervención de 1981 lo definió como “uno de los máximos promotores del renacimiento litúrgico en Italia”. El Apostolado litúrgico es fundado en 1930, y su primera iniciativa (...) fue la publicación semanal de “folletos dominicales”, con las distintas partes de la Misa en latín y la traducción italiana, como advierte Siri, “para que todo el pueblo entendiera, siguiera, participara”. En la escuela de Monseñor Moglia, Siri aprendió el principio de que “el culto a Dios es el primer deber del hombre y de la Iglesia”. Quisiera aquí presentar en manera sintética tres elementos característicos de su visión litúrgica, que encontraron expresión en su largo ministerio como arzobispo de Génova: la liturgia como realidad sobrenatural, la solemnidad de la liturgia y la dimensión eclesial del culto divino.
En sus numerosas contribuciones sobre el tema, el Cardenal Siri confirmaba el carácter sobrenatural de la sagrada liturgia, debido al hecho de que la celebración de los sacramentos está íntimamente unida a la Revelación divina. En sintonía con la encíclica Mediator Dei de Pío XII y la Constitución conciliar Sacrosanctum Concilium, Siri subrayaba que la Liturgia es la acción de Cristo Sumo Sacerdote (...) Por eso, “la Divina Liturgia es estímulo, fuente, causa de espíritu y vida sobrenatural” en el alma de los fieles. El culto a Dios es “el primer acto al cual los hombres están obligados (...) y el primer instrumento ordinario para la salvación de las almas (...) Con la Divina Liturgia, especialmente si es entendida y seguida, se santifica, se eleva todo”.
Siri concebía la Liturgia como expresión visible de la fe (...) Para el cardenal, la importancia del culto no puede ser subestimada porque “representa para la mayoría de los hombres en gran parte de la vida la principal fuente, a menudo la única, de la fe conservada, de la gracia de Dios, de la esperanza eterna”, como observa en una carta pastoral al clero de la arquidiócesis en 1977. Por eso, la “custodia de la ortodoxia de la fe implica la esmerada custodia de la ortodoxia en la Liturgia”.
*
En este contexto, Siri frecuentemente reafirmaba la necesidad de la preparación catequética (...) Una concepción de la Liturgia que prescindiera de su contenido revelado correría el riesgo de convertirse en sólo un “espectáculo”, como Siri subraya a menudo en sus discursos sobre el tema.
En su largo ministerio litúrgico siempre animó y promovió la participación de los fieles, no en el sentido de un activismo externo – para Siri la distinción esencial entre el sacerdocio ministerial y el estado laical era fundamental en la vida de la Iglesia – sino en el sentido de oración, meditación y comprensión de los sagrados misterios que son celebrados en la Liturgia. Una fructuosa participación en el culto se manifiesta luego en un empeño que incluye todo aspecto de la vida cristiana.
*
Está, luego, el aspecto de la solemnidad. La participación de los fieles en la Liturgia va más allá de una participación sólo intelectual porque las acciones litúrgicas con su simbolismo son “instrumento de una traducción en elementos figurados, más accesibles a la capacidad humana de entender”. En el debate sobre el uso de la lengua latina en el culto católico, Siri expresaba su convicción de que “en la Liturgia, antes y más allá de la lengua, está el contenido y el significado dogmático, está la dirección, la representación, el simbolismo, el gesto, el canto, el perfil, las personas, las vestiduras”. En la Liturgia, a través de los signos y los gestos, se siente la presencia y la majestad de Dios (...) “La solemnidad – afirmaba en 1981 – quiere realizar lo grande incluso en lo pequeño, el decoro incluso en la pobreza, lo armonioso incluso en la tempestad, la dignidad incluso en lo humilde”.
La solemnidad es también el fundamento del arte sagrado y de la música sagrada. En muchas ocasiones durante su largo gobierno episcopal, Siri dictó normas y directivas para el diseño y construcción de nuevas iglesias en la diócesis, tarea urgente particularmente en los años de la post-guerra en Génova. El cardenal se interesaba personalmente por la arquitectura sagrada y favorecía una línea en continuidad esencial con el lenguaje tradicional, pero sin excluir el estilo moderno siempre y cuando correspondiera a los criterios de monumentalidad, normalidad, idea teológica, finalidad ascética y coherencia litúrgica.
*
En el ámbito de la música sagrada, Siri nunca cesó de promover el canto gregoriano como gran patrimonio del Rito Romano. El arzobispo deseaba que los fieles aprendieran un repertorio esencial de los cantos más simples del Graduale romanum. Al mismo tiempo, promovió otros cánticos de calidad y dignidad, en particular tradicionales, y el uso de los coros para la ejecución de obras polifónicas y para sostener el canto popular.
Por último, la dimensión eclesial de la Liturgia. Para el Cardenal Siri, éste era el fundamento de su visión litúrgica. Las palabras que utilizó en uno de sus discursos conmemorativos de Monseñor Moglia pueden ser aplicadas también a él: “De la Iglesia, la Liturgia era el respiro, para la Iglesia la liturgia realizaba la gran unidad espiritual, en ella se sentían reunidos y en relación los hijos adoptivos de Dios”. En su acción de adoración y alabanza a Dios, la Iglesia está unida con la Comunión de los Santos, que celebran la Liturgia celeste en la presencia de Dios. La participación en el coro de la Jerusalén Celestial se manifiesta, de modo particular, en el oficio divino, que fue siempre muy querido por Siri. El cardenal arzobispo de Génova consideraba la celebración de las vísperas un elemento integral de la santificación del día del Señor y de las fiestas del año litúrgico, animando a los fieles a participar.
*
La dimensión eclesial de la Liturgia se muestra también en el respeto por la ley de la Iglesia. Para Siri, la obediencia a las normas y prescripciones era una exigencia de la espiritualidad del sacerdote. El cardenal insistía en que la actualización litúrgica se debía desarrollar sólo bajo la guía de la autoridad competente, principalmente de la Santa Sede. La “romanidad” de Siri se expresaba en esta actitud de absoluta fidelidad al Sucesor de Pedro, incluso en momentos de gran prueba personal.
*
Aún teniendo en cuenta que durante el Concilio Vaticano II Siri mostró algunas reservas (...) sobre el documento dedicado a la Sagrada Liturgia, su juicio sobre la Sacrosanctum Concilium fue completamente favorable (...) Estaba, sin embargo, muy preocupado por la aplicación de la reforma litúrgica conciliar según “una hermenéutica de la continuidad” (Benedicto XVI). Por otra parte, ya desde los primeros años de su gobierno episcopal, Siri utilizó la prudencia en el ámbito litúrgico, y con esta prudencia recibió también la reforma post-conciliar, sea en la Liturgia misma, en particular en la Misa y en el culto a la Santísima Eucaristía, sea en el ámbito de la arquitectura, del arte, y de la música sagrada.

***
Texto original: L’Osservatore Romano
***

Crise na Igreja a seguir ao Concìlio Vaticano II :A bibliografia sobre este tema é vasta. Veja-se especialmente: Vittorio MESSORI em coloquio com o Cardeal Joseph Ratzinger, "Rapporto sulla fede", Edizioni Paoline, Milão, 1985; Romano AMERIO, "Iota unum. Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel secolo XX", Riccardo Ricciardi Editore, Milão-Nápoles, 1985; Mons. R. GRABER, "Athanasius und die Kirche unserer Zeit", Verlag Joseph Kral, Abensber, 1973; Cfr. também Dietrich von HILDEBRAND, "Das Trojanische Pferd in der Stadt Gottes", J. Habbel, Regensburg, 1969; id, "Der verwüstete Weinberg", J. HABBEL, Regensburg, 1973...

A bibliografia sobre este tema é vasta. Veja-se especialmente: Vittorio MESSORI em coloquio com o Cardeal Joseph Ratzinger, "Rapporto sulla fede", Edizioni Paoline, Milão, 1985; Romano AMERIO, "Iota unum. Studio delle variazioni della Chiesa cattolica nel secolo XX", Riccardo Ricciardi Editore, Milão-Nápoles, 1985; Mons. R. GRABER, "Athanasius und die Kirche unserer Zeit", Verlag Joseph Kral, Abensber, 1973; Cfr. também Dietrich von HILDEBRAND, "Das Trojanische Pferd in der Stadt Gottes", J. Habbel, Regensburg, 1969; id, "Der verwüstete Weinberg", J. HABBEL, Regensburg, 1973; abbé Georges de NANTES, "Liber Accusationis", entregue à Santa Sé em 10 de Abril de 1973; Padre Cornelio FABRO C.P.S., "L'avventura della teologia progressista", Rusconi Editore, Milão, 1974; Bernardo MONSEGÚ C.P., "Posconcilio", Studium, Madrid, 1975-1977, 3 vol.; Wiegand SIEBEL, "Katholisch oder konziliar - Die Krise der Kirche heute", A. Langen-G. Müller, Munique-Viena, 1978; Card. Giuseppe SIRI, "Getsemani - Riflessioni sul Movimento Teologico contemporaneo", Fraternità della Santissima Vergine, Roma, 1980; George MAY, "Der Glauben in der nachkonziliaren Kìrche", Mediatrix Verlag, Viena, 1983.

O historiador Hubert Jedin, que havia colaborado com o Concílio, na condição de "perito" do Cardeal Frings, depois de ter tentado opor-se à ideia de uma "crise da Igreja", no fim dos anos 60, foi constrangido a reconhecer a sua existência numa famosa conferência intitulada "História e crise da Igreja", publicada em italiano pelo próprio Osservatore Romano (102). Em 17 de Setembro de 1968, Mons. Jedin apresentou à Conferência Episcopal Alemã um memorial em que descrevia cinco fenómenos relativos à crise da Igreja em curso: "1. A insegurança na fé cada vez mais generalizada, suscitada pela livre difusão de erros teológicos nas cátedras, em livros e ensaios; 2. A tentativa de transferir para a Igreja as formas da democracia parlamentar mediante introdução do direito de participação nos três planos da vida eclesiástica, na Igreja universal, na diocese e na paróquia; 3. Dessacralização do sacerdócio; 4. `Estruturação' livre da celebração litúrgica em lugar da observância do `Opus Dei'; 5. Ecumenismo como protestantização” (103).
(102) H. JEDIN, "Kirchengeschichte und Kirchenkrise", in Aachener Kirchenzeitung, 29 de Dezembro de 1968 e 5 de Janeiro de 1969.
(103) H. JEDIN, "Storia della mia vita", cit., pp. 326-327.

No mesmo ano de 1968, em discurso que marcou época, Paulo VI afirmou: "A Igreja atravessa, hoje, um momento de inquietude. Alguns exercem a autocrítica, dir-se-ia levando-a até à autodemolição. É uma espécie de agitação interior aguda e complexa, que ninguém teria esperado depois do Concílio. (...) A Igreja está a ser agredida pelos que dela fazem parte" (104). Retornou ainda ao tema afirmando ter a sensação de que "por alguma fresta entrou o fumo de Satanás no templo de Deus" e exactamente "por janelas que, pelo contrário, deveriam estar abertas à luz" (105). "Julgava-se que, depois do Concílio, viria um dia de sol para a história da Igreja. Pelo contrário, veio um dia de nuvens, de tempestade, de escuridão, de inquietação, de incerteza" (106).
(104) Paulo VI, Discurso ao Seminário Lombardo em Roma, 7 de Dezembro de 1968, in "Insegnamenti di Paolo VI", Tipografia Poliglotta Vaticana, Roma, 1968, vol. VI, pp. 1188-1189. A maioria dos católicos, escrevia o Prof. Plínio, gostaria de saber "o que é este fumo, quais são os rótulos ideológicos e os instrumentos humanos que servem a Satanás como `sprays' de tal fumo; no que consiste a demolição e como explicar que esta demolição seja, estranhamente, uma auto-demolição?" (Plínio CORRÊA DE OLIVEIRA, "Clareza", in Folha de S. Paulo, 16 de Agosto de 1978).
(105) Paulo VI, Alocução no 9° aniversário da sua coroação, 29 de Junho de 1972, in Insegnamenti, vol. X, pp. 707-708.
(106)  Ibid.

Entre os teólogos e os filósofos, mesmo de extracção progressista, que admitiram e denunciaram a expansão desta crise, recordamos apenas algumas declarações significativas:
O Cardeal Henri de Lubac, ex-corifeu da "nouvelle théologie ":
"É uma nova Igreja, diversa da de Cristo, a que se quer instaurar; deseja-se realizar uma sociedade antropocêntrica, ameaçada por uma apostasia imanente; estamos à mercê de um movimento geral de espanto e capitulação, de irenismo e adaptação" (107).
(107) Card. Henri de LUBAC S.J., Discurso ao Congresso Internacional de Teologia em Toronto, Agosto de 1967, cit. in B. MONSEGÚ, "Posconcilio", cit., vol. III, p. 371.

Mons. Rudolf Graber, Bispo de Regensburg:
"O que aconteceu então, há mais de 1600 anos (a crise ariana) repete-se hoje, mas com duas ou três diferenças. Hoje Alexandria é toda a Igreja, sacudida a partir dos alicerces". "Por que se faz tão pouco para consolidar as colunas da Igreja, de modo a evitar o seu desabamento? Se alguém ainda acha que os acontecimentos que se desenvolveram na Igreja são secundários, é um irrecuperável. Mas a responsabilidade dos chefes da Igreja será ainda maior, se não se ocuparem destes problemas ou se julgarem remediar o mal com remediozinhos. Não: aqui trata-se do todo; aqui trata-se da Igreja; aqui trata-se de uma espécie de revolução coperniciana que explodiu no próprio seio da Igreja, de uma Revolução gigantesca na Igreja" (108).
(108) Mons. R. GRABER, "Athanasius und die Kirche unserer Zeit", cit., Tr. it. "Sant'Atanasio e la Chiesa del nostro tempo", Civiltà, Brescia, 1974, pp. 28, 79.

O Padre estigmatino Cornélio Fabro, consultor da Congregação para a Doutrina da Fé:
"Assim a Igreja, naquilo que diz respeito à decisão dos Pastores, deslizou para uma situação de falta de guia a qual, quer no campo da doutrina, quer no da disciplina, caminha para uma crescente desintegração. (...) As terríveis palavras do Evangelho –Erráveis como ovelhas sem pastor– devem aplicar-se em larga escala à situação da Igreja presente" (109).
(109) C. FABRO C.P.S., "L'avventura della teologia progressista", cit., pp. 288-289.

Diz o Padre passionista Enrico Zoffoli, membro da Pontifícia Academia São Tomás de Aquino:
"Hoje a Igreja está empenhada em superar talvez a mais grave de todas as crises: a tempestade desencadeada pelo modernismo há cerca de um século continua devastadora (...) A desorientação dos fiéis é universal, angustiante, e a lamentação destes chega ao auge quando ouvem discursos ou recebem conselhos daqueles homens da Igreja, assistem a alguma das suas cerimónias, notando um comportamento de tal forma estranho e indecoroso que as poderia levar a pensar que o Cristianismo fosse uma enorme impostura. Por estas e outras coisas, não são tentados até de ateísmo?". "As consequências são desastrosas. (...) Não há verdade que, sob algum aspecto, não tenha sido falsificada. Algumas são negadas, outras caladas, outras ridicularizadas, outras adaptadas de forma irreconhecível" (110).
(110) Enrico ZOFFOLI C.P., "Chiesa ed uomini di Chiesa", Il Segno, Udine, 1994, pp. 46-48, 35.

Nas vésperas da sua morte, em 1975, Mons. Josemaría Escrivá de Balaguer, beatificado por João Paulo II, afirmava por sua vez:
"Quando me tornei Sacerdote, a Igreja de Deus parecia forte como uma rocha, sem nenhuma fenda. Apresentava-se com um aspecto externo que imediatamente exprimia a unidade: era um bloco maravilhosamente sólido. Agora, a ser vista com olhos humanos, parece um edifício em ruína, um monte de areia que se desfaz, que é calcado aos pés, disperso, destruído... O Papa disse uma vez que a Igreja está a auto-destruir-se. Palavras duras, tremendas! Mas isto não pode suceder, porque Jesus prometeu que o Espírito Santo a assistirá sempre, até ao fim dos séculos. E nós que faremos? Rezar, rezar..." (111).
(111) Cit. in Pilar URBANO, "Josemaría Escrivá, romano", Leonardo, Milão, 1996, pp. 442-443.

João Paulo II, que sucedeu em 1978 a Paulo VI depois do brevíssimo pontificado de João Paulo I (112), desde o início admitiu a existência da crise em termos inequívocos:
"É preciso admitir com realismo, e com profunda e sofrida sensibilidade, que os cristãos hoje, em grande parte, se sentem perdidos, confusos, perplexos e até desiludidos. Disseminaram-se às mãos cheias ideias contrárias à Verdade revelada e desde sempre ensinadas; espalharam-se verdadeiras heresias no campo dogmático e moral, criando dúvidas, confusões, rebeliões; arruinou-se a liturgia. Imersos no relativismo intelectual e moral, e portanto no permissivismo, os cristãos são tentados pelo ateísmo, pelo agnosticismo, pelo iluminismo vagamente moralista, por um cristianismo sociológico, sem dogmas definidos e sem moral objectiva" (113).
(112) Durante o conclave de Agosto de 1978, descrevendo o mito de "Wyszynski, o Cunctator" que, "contemporizando" com o comunismo teria salvo a causa da Igreja, Plínio Corrêa de Oliveira prognosticou a eventualidade da eleição do Primaz da Polónia para o trono de Pedro (Plínio CORRÊA DE OLIVEIRA, "O Cunctator, um maximalista?", in Folha de S. Paulo, 24 de Agosto de 1978). O Cônclave elegeu o Cardeal Albino Luciani, Patriarca de Veneza, mas um mês depois reuniu-se novamente e elegeu para o trono Pontifício o Arcebispo de Cracóvia, Karol Wojtyla, com o nome de João Paulo II.
(113) João Paulo II, Discurso de 6 de Fevereiro de 1981, in L'Osservatore Romano de 7 de Fevereiro de 1981.

No entanto, o documento que por certo suscitou mais alvoroço foi o já célebre "Rapporto sulla Fede" do Cardeal Joseph Ratzinger, Prefeito da Congregação para a Doutrina da Fé:
"É incontestável que os últimos vinte anos foram decisivamente desfavoráveis para a Igreja Católica. Os resultados que se seguiram ao Concilio parecem cruelmente opostos às expectativas de todos, a começar por João XXIII e Paulo VI. Os cristãos estão novamente em minoria, mais do que em qualquer época desde o fim da Antiguidade. Os Papas e os Padres Conciliares esperavam que iria estabelecer-se uma nova unidade católica, e pelo contrário caminhou-se rumo a uma dissensão que –para usar as palavras de Paulo VI– pareceu passar da autocrítica à auto-destruição. Esperava-se um novo entusiasmo, e pelo contrário terminou-se com muita frequência no cansaço e no desânimo. Esperava-se um salto em frente, e pelo contrário deparou-se com um processo progressivo de decadência que se desenvolveu em larga medida sob o signo da evocação de um presumido `espírito do Concilio', de tal modo foi desacreditado (...) A Igreja do pós-Concílio é um estaleiro de obras; mas é um estaleiro cujo projecto se perdeu e cada qual continua a fabricar segundo o seu gosto" (114). "O meu diagnóstico é que se trata de uma autêntica crise que deve ser tratada e curada" (115).
(114) Cardeal J. RATZINGER, "Rapporto sulla fede", cit., pp. 27-28. "Parece-me que alguma coisa se tornou inteiramente clara neste último decénio: uma interpretação do Concílio que entenda os seus textos dogmáticos somente como prelúdio a um espírito conciliar que ainda não atingiu a maturidade, que considere o conjunto como uma mera introdução à Gaudium et Spes, e este texto, por sua vez, como ponto de partida para um prolongamento rectilíneo em direcção a uma fusão cada vez maior com aquilo que se chama progresso. Tal interpretação não só está em contradição com a intenção e a vontade dos próprios Padres Conciliares, mas o curso dos acontecimentos levou-a ao absurdo. Onde o espírito do Concílio acaba deturpado contra o seu texto e se reduz a um vago destilado de uma evolução que emanaria da Constituição pastoral, torna-se um espectro e leva ao vazio. As devastações ocasionadas por tal mentalidade são tão evidentes que não podem ser negadas seriamente" (Card. J. RATZINGER, "Les principes de la Théologie catholique", Téqui, Paris, 1982, p. 436).
(115) Card. J. RATZINGER, "Rapporto sulla fede", cit., p. 33.

A descrição da crise traçada pelo Cardeal Ratzinger tornou-se logo um dado adquirido. Vinte anos depois da conclusão do Concilio, La Civiltà Cattolica que, sobretudo por obra do P. Caprile acompanhara, passo a passo, o evento com entusiasmo, escreveu:
"É inegável que no vinténio pós-conciliar houve, antes de tudo, uma crise da fé: toda a revelação cristã nos seus dogmas fundamentais - existência e cognoscibilidade de Deus, Trindade, Encarnação, Redenção, Ressurreição de Jesus, vida eterna, Igreja, Eucaristia - foi colocada em questão ou tentou-se reinterpretá-la segundo categorias filosóficas e científicas que a esvaziam do seu autêntico conteúdo sobrenatural. (...) Diversamente das crises do passado, a actual é uma crise radical e global: radical porque ataca as raízes mesmas da fé e da vida cristã; global, porque ataca o cristianismo em todos os seus aspectos" (116).
(116) "Il Concilio causa della crisi nella Chiesa?", in La Civiltà Cattolica, 3247 (5 de Outubro de 1985). Para a Civiltà Cattolica, como para muitos autores, a crise da Igreja não é senão o reflexo da crise mais vasta que feriu a sociedade ocidental nos anos 60-70. "Tal crise deve-se ao vagalhão do secularismo, do permissivismo e do hedonismo que naqueles anos investiu o mundo ocidental com tal violência que chegou a arrastar todas as defesas morais e sociais que a sociedade havia construído ao longo de tantos séculos de "cristandade" (embora mais de nome que de facto)" (ibid).

Plínio Corrêa de Oliveira, desde a sua primeira obra até à última, "Nobreza e elites tradicionais análogas" (117), não ignorou tal crise, enquadrando-a na ampla visão histórica de "Revolução e Contra-Revolução". O seu ponto de observação não é o do teólogo, mas o do leigo, filósofo, historiador e homem de acção. Não é sobre o mérito dos documentos conciliares, mas sobre a realidade dos factos e sobre as suas consequências históricas, que fundamenta a sua denúncia do "silêncio enigmático, desconcertante e espantoso, apocalipticamente trágico do Concilio Vaticano II a respeito do comunismo" (118).
(117) Nesta obra, o pensador brasileiro tratou de uma "crise de um vulto absolutamente sem precedentes, pela qual vai passando a Igreja Católica, coluna e fundamento da moralidade e da boa ordenação das sociedades" (Plínio CORRÊA DE OLIVEIRA, "Nobreza e Elites tradicionais análogas...", cit., p. 152).
(118) Este juízo está expresso no Apêndice de 1977 em Plínio CORRÊA DE OLIVEIRA, "Revolução e Contra-Revolução", cit., p. 67.

"Este Concílio –escreveu– quis-se pastoral e não dogmático. Alcance dogmático realmente não o teve. Além disto, a sua omissão sobre o comunismo pode fazê-lo passar para a História como o Concilio a-pastoral. (...) A obra desse Concilio não pode estar inscrita, enquanto efectivamente pastoral, nem na História, nem no Livro da Vida.
"É penoso dizê-lo. Mas a evidência dos factos aponta, neste sentido, o Concílio Vaticano II como uma das maiores calamidades, se não a maior, da História da Igreja (119). A partir dele penetrou na Igreja, em proporções impensáveis o `fumo de Satanás' (120), que se vai dilatando dia a dia mais, com a terrível força de expansão dos gases. Para escândalo de incontáveis almas, o Corpo Místico de Cristo entrou no sinistro processo da sua como que autodemolição.
(119) Sobre as calamidades da fase pós-conciliar da Igreja permanece de fundamental importância a histórica declaração de Paulo VI de 29 de Junho de 1972, cit., pp. 707-708.
(120)  Ibid., p. 707.

"A História narra os inúmeros dramas que a Igreja sofreu nos vinte séculos da sua existência. Oposições que germinaram fora dela, e de fora mesmo tentaram destruí-la. Tumores formados dentro dela, por ela cortados, e que já então de fora para dentro tentaram destruí-la com ferocidade.
"Quando, porém, viu a História, antes dos nossos dias, uma tentativa de demolição da Igreja, já não feita por um adversário, mas qualificada como `autodemolição' (121) em altíssimo pronunciamento de repercussão mundial?" (122).
(121)  Paulo VI, Discurso de 7 de Dezembro 1968, cit., p. 1188.
(122) Plínio CORRÊA DE OLIVEIRA, "Revolução e Contra-Revolução", cit., p. 68.

Para descrever a crise da Igreja Plínio Corrêa de Oliveira utiliza o termo "autodemolição" empregue por Paulo VI, ao qual, no mesmo livro em que exprime as suas reservas em relação ao Concilio, o pensador brasileiro dirige "uma homenagem, de filial devoção e de obediência ilimitada", na convicção de que "ubi Ecclesia ibi Christus, ubi Petrus ibi Ecclesia" (123). Todas as teses, até mesmo aquela, tão severa, sobre o Concílio, logo que expressas, já são submetidas "irrestritamente ao juízo do Vigário de Jesus Cristo, dispostos a renunciar de imediato a qualquer delas, desde que se distancie, ainda que de leve, do ensinamento da Santa Igreja, nossa Mãe, Arca da Salvação e Porta do Céu" (124).
(123) Ibid., p. 77.
(124) Ibid.

O juízo histórico do pensador brasileiro sobre o Concilio Vaticano II coincide, como vimos, com o de muitos protagonistas religiosos do nosso tempo. No entanto, através das categorias intelectuais de "Revolução e Contra-Revolução", ele propõe uma chave de interpretação da crise da Igreja como parte integrante do processo revolucionário por ele estudado e descrito. Tal juízo nasce de um profundo amor ao Papado e à Igreja e pela sua coerência mostra-se bem diverso das posições por vezes contraditórias ou excêntricas de muitos daqueles expoentes ou de certos grupos "tradicionalistas". O Magistério Pontifício, o Direito Canónico da Igreja e as normas perenes da Religião católica constituíram os imutáveis pontos de referência de Plínio Corrêa de Oliveira e de todos aqueles que nele se apoiaram (125).
(125) Perante a situação de confusão e desorientação em que está mergulhada actualmente a Igreja, a TFP americana resumiu assim a sua posição: "1. Declaram sua perplexidade em face de algumas reformas e factos passados na Igreja a partir do pontificado de João XXIII; 2. Esta perplexidade caracteriza-se por incompreensões e desorientação; 3. Ela não importa em afirmar que tais acontecimentos e reformas sejam erróneos; como também não afirma que não se tenham cometido erros. Compõem a TFP católicos instruídos e bem formados, mas não especialistas. Eles não têm portanto a possibilidade de resolver os problemas teológicos, morais, canónicos e litúrgicos extremamente complexos subjacentes a esta perplexidade" ("Let the other side also be heard: the TFPs' defense against Fidelity's onslaught", American Society for the Defense of Tradition, Family and Property, Pleasantville (N.Y.), 1989, p. 78).
fonte:http://www.pliniocorreadeoliveira.info/Cruzado0612.htm