Don Divo Barsotti

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segunda-feira, 5 de agosto de 2019

Divo Barsotti: una vita come contributo per tornare ai fondamenti della fede

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1) Don Divo Barsotti (Palaia 1914 – Firenze 2006) viene da molti presentato come una persona.lità dal grande carisma e dalla grande fede. È stato, infatti, definito uno dei più grandi uomini spirituali del nostro tempo. 2 Esegeta intuitivo anche se non inquadrabile in nessun modello. Scrittore mistico, ha fondato la comunità contemplativa dei Figli di Dio, che tende alla santità possibile per tutti gli uomini impegnati in un chiostro, al lavoro o in famiglia. La peculiarità di Barsotti è quella di dare alla riflessione teologica contemporanea un esempio di quanto l’uomo possa coniugare la ricerca scientifica con la mistica. Per mons. Cataldo Naro: “La sua opera ha avuto un’influenza lungo tutta la seconda metà del Novecento che apparirà sempre più chiaramente negli anni prossimi, man mano che diventeremo più capaci di distacco critico”.3 Prima del Concilio Vaticano II Divo Barsotti rivela al mondo cattolico la propria “pigrizia” mentale e spirituale, la propria “stanchezza” storica come se i cattolici non si accorgessero delle inquietudini della società e che sarebbero poi emerse totalmente nel 1968. oggi appare profetico il suo invito a ritornare ai fondamentali della fede, ai Sacramenti e alla Messa, alla Scrittura e alla preghiera liturgica, a mettere Dio al centro e al di sopra di tutto.4 Dopo il Vaticano II la sua opera s’imbatterà in contrarietà e disattenzioni. Barsotti iniziò, così, a ricordare che la missione della Chiesa non consiste nel risolvere le crisi mondiali o locali e riportare la pace, ma nell’annunciare la salvezza di Gesù Cristo e nel conquistarla tramite il rapporto con Luileggere...

Don Divo Barsotti , L'inedito: La morte, giorno del raccolto


DI DIVO BARSOTTI
La risurrezione suppone la morte, il trionfo del Cristo il giudizio. Sono verità di fede elementari, e pur tuttavia, proprio perché sono elementari, non sono solo importanti ma fondamentali anch'esse per la nostra vita spirituale. È sempre il Mistero del Cristo: morte e risurrezione; e non vi è un elemento senza l'altro. La morte da sola non sarebbe mai, né potrebbe essere mai un argomento di meditazione per il cristiano, perché la morte è soltanto condizione alla risurrezione gloriosa; d'altra parte la risurrezione è impensabile senza la morte. I due elementi si richiamano l'un l'altro cosicché non possiamo meditare l'uno senza l'altro. E' vero però che possiamo separarli, non per mantenerli divisi, ma perché la nostra meditazione abbia una maggiore ampiezza, infatti potrebbe essere soltanto un poco di curiosità teologica il meditare sul giudizio finale o sulla fine del mondo, mentre su tutti noi incombe la morte.
Tra poco noi moriremo. Che vuol dire morire? Che cos'è la morte? La prima considerazione da farsi sembra questa: l'uomo è un essere estremamente paradossale. Per il fatto che siamo in un corpo, indipendentemente dal peccato, sembra non potersi evitare la morte. Quel che è fisico, quello che è biologico non può durare eternamente, consuma. D'altra parte sarebbe non solo impensabile ma del tutto miracoloso (è un miracolo che non ha nessuna giustificazione e che a lungo andare andrebbe precisamente contro gli stessi voleri di Dio) che questo corpo vivente non conoscesse la dissoluzione. Sarebbero innumerevoli miracoli quelli che Dio dovrebbe fare perché questo essere che abbiamo, il corpo, dovesse mantenersi vivo senza fine. Non vi è esempio di questo nella natura: nemmeno le montagne rimangono ferme, nemmeno il sole e gli astri sono eterni. Una forza unica travaglia tutto l'universo fisico in mutamenti continui, in rivolgimenti inevitabili. E' proprio il cambiamento stesso che assicura la permanenza. Non vi è nulla di permanente quaggiù se non il movimento.
Da una parte, dunque, il paradosso di un uomo che è corpo ed è spirito. Per quanto riguarda il corpo secondo la filosofia marxista, non solo, ma anche direi secondo la reazione spontanea e naturale degli uomini che hanno perso la fede, è naturale la morte; non c'è lo scandalo della morte per loro. Accettano di morire non pensandoci, cercando di esorcizzarsi nei confronti dello sgomento, della paura che l'uomo ne prova, col non pensarci. Non c'è nulla da fare, la morte è inevitabile ed è naturale per questo. Dall'altra parte però, rimane vero che l'uomo non è soltanto un corpo organico, è anche spirito, e proprio in forza del fatto che è anche spirito, l'uomo non riesce ad accettare la morte, né può accettarla. Si prova nei confronti della morte una opposizione naturale, spontanea. Non per nulla, si diceva prima, si cerca di dimenticare, si accetta per principio, ma poi non si vuol ricordare, perché poi l'insorgere naturale dello spirito è anche esso inevitabile.
E allora Dio ci ha creati male? Ci ha dato nello stesso tempo un corpo che di per se stesso è soggetto alla morte e uno spirito che non può morire. Come mai ha unito queste due cose cosi stranamente diverse?
Secondo la Genesi, Dio riveste l'uomo di pelli morte cacciandolo dal paradiso terrestre. E secondo l'interpretazione che dà il rabbinismo, il passo della Genesi vuol significare che dopo il peccato Dio sottopone alla morte l'uomo - e questo è vero anche per noi -dandogli un corpo che ora soltanto è mortale. Il nostro corpo che possediamo oggi non è il corpo che Dio ci ha dato all'inizio. Creati per l'immortalità, noi non potevamo avere un corpo passibile. Il corpo passibile che anche riceve Gesù, lo riceve in vista della morte; se il corpo è passibile è destinato a morire. Se dunque Adamo ed Eva prima del peccato non dovevano morire, vuol dire che avevano un altro corpo da quello che abbiamo noi ora. Questo l'insegnamento di Israele, e Israele ci dice appunto che questo corpo fu dato l'uomo dopo il peccato. E Dio ha dato all'uomo questo corpo mortale non per castigo ma per suprema misericordia.
Dio ci aveva fatto per l'immortalità, e facendoci per l'immortalità non poteva donarci un corpo mortale: il corpo mortale diviene tale dopo il peccato. E allora ecco, noi vediamo precisamente nella nostra condizione umana una situazione veramente paradossale: sul piano fisico, sul piano biologico noi andiamo verso la morte, ma l'andare verso la morte non vuol dire morire, sembra anzi acuire, per colui che ha una vita spirituale, la potenza di vita che Dio ha inserito nella nostra natura. Sembra di fatto, che proprio andando verso la morte l'uomo viva. Non si vive a vent'anni, tranne alcune eccezioni, e nemmeno a venticinque; non si vive, siamo portati via dagli istinti, siamo portati via da tutte le piccole ambizioni, le vanità, gli egoismi, la sensualità, l'uomo non prende ancora coscienza di sé, del proprio destino, dei proprio valore, della propria grandezza. L'uomo incomincia a vivere invecchiando; è una cosa strana, ma si vive invecchiando, nella misura cioè che questo corpo, che doveva essere strumento dello spirito, esprime minori esigenze per noi, non pesa più, e non ci lega più, e non diviene più qualche cosa che impedisce allo spirito di vivere la sua vita.
Si muore. Ma che cosa vuol dire per noi morire? Vuol dire deporre un corpo che non è evidentemente per l'immortalità. E dunque la morte non è un male, perché ci libera da uno strumento che è inetto a una vita pienamente umana e veramente spirituale. Non è l'anima che non sia fatta per il corpo: l'anima umana è «forma corporis», è principio vitale di un corpo ma,si direbbe, non di questo corpo, perché sembra anzi che l'anima tanto più viva quanto meno il corpo pretende, esige, s'impone nella sua forza, nella violenza dei suoi istinti. Però nessuno ci assicura l'altro corpo tranne la Rivelazione divina. Di qui lo sgomento che ci prende perché sul piano umano,naturale, nessuno ci assicura un nostro permanere, perché è vero che vi sono due vite: una vita dello spirito e una vita del corpo, però rimaner vero anche che la vita stessa dello spirito ha bisogno del corpo, cioè è lo spirito umano, l'anima umana è "Forma corporis" e perciò io non posso capire nemmeno il mio permanere nella vita senza il corpo. Quale corpo il Signore mi darà? È tutto qui, direi, il problema della morte. Quale corpo il Signore mi darà.
Nel cristianesimo non c'è la rivelazione dell'immortalità quanto c'è la rivelazione della risurrezione. Perché? Che cos'è questo mistero?
Evidentemente ci voleva proprio l'evento della risurrezione del Cristo per ridonare agli uomini non solo la speranza, ma la certezza che si sarebbero risolti, per l'uomo, tutti i tragici interrogativi, problemi, angosce, turbamenti che la sua vita stessa origina per lui. Dice il libro della Sapienza che la morte è entrata nel mondo per il peccato; se noi fossimo dovuti rimanere sempre nel corpo senza morire avremmo vissuto, sì, una vita immortale in un corpo adatto alla immortalità, però in questa immortalità noi avremmo vissuto in tal modo da non sentire precisamente la tragedia che è propria della vita di oggi, la tragedia cioè di una vita immortale che dobbiamo attendere soltanto da Dio dopo la remissione del nostro peccato, anzi, come compimento di una redenzione dal nostro peccato. Oggi l'immortalità viene a noi come dono che è perdono e grazia divina, mentre l'immortalità di prima, dopo il peccato, sarebbe stata per l'uomo non più salvezza, non più redenzione, ma un fissarsi nella sua condizione di peccato e di lontananza da Dio.
Ma meditando la morte dobbiamo riconoscere ed accettare lo sgomento, l'angoscia, il rifiuto della nostra natura. E' vero che il nostro corpo ci fa necessariamente schiavi della morte, ci fa naturalmente retaggio della morte, ma questo non toglie che nella misura che viviamo, tutto l'essere nostro debba ribellarsi a questo destino. E questo è tanto vero che perfino la Umanità sacrosanta del Verbo, il Cristo, prova ripugnanza a morire, si vuol sottrarre alla morte e per questo prega il Padre celeste. Non siamo fatti per la morte, tutto in noi dice che siamo fatti per la vita e per la vita divina, per la vita immortale, per una vita senza fine, e proprio il fatto di essere fatti per questa vita senza fine crea in noi una tensione e suscita in noi una reazione viva nei confronti della morte che viene. Dobbiamo vederla come castigo o come medicina? Molto spesso noi si parla della morte come castigo. Ma se stando alla interpretazione rabbinica e anche dei Padri greci, la morte viene a noi dopo il dono che il Padre ci fa delle pelli morte, evidentemente non è soltanto un castigo, e dobbiamo dire di più: che Dio non castiga mai altro che il rifiuto ultimo, se c'è un rifiuto da parte dell'uomo che si chiude in se stesso, positivamente Dio non interviene mai per dare la morte. Per dare le medicine sì. C'è l'inferno, intendiamoci, ma l'inferno dipende dal fatto che l'uomo nella sua volontà si chiude alla misericordia, rifiuta i doni di Dio. È antropomorfico quello che dice il Vangelo «Andate maledetti al fuoco eterno». Dio non interviene positivamènte nella condanna; nella condanna è l'uomo che si chiude, che si trincera difendendosi da Dio, Dio rimane l'amore. Se l'uomo avesse la capacità di aprirsi anche un istante solo alla misericordia, l'inferno si vuoterebbe immediatamente. È che lo spirito umano, e più lo spirito angelico, una volta che si è fissato nel peccato, rifiuta Dio e in questo rifiuto rimane.
L'inferno è voluto soltanto dall'uomo che si è piegato ai beni terreni, l'uomo che si è chiuso in se stesso in un sentimento di autosufficienza, che ha voluto essere dio per sé contro Dio, non può liberarsi dal suo peccato senza pena. Il dolore, la pena, la sofferenza, questi Dio li può volere, ma li può volere proprio per liberare l'uomo da questi legami, da questo chiudersi in sé, da questo peccato che lo difende nei confronti della grazia divina. La morte dunque non è un male. È vero che la morte è venuta per volontà di Dio e per il peccato dell'uomo, ma Dio dona la morte proprio dopo il peccato; e la morte data da Dio all'uomo come pena di peccato diviene anche la medicina per il peccato.
Che cos'è il dolore e la pena nei confronti dell'uomo peccatore? Sono veramente il cammino per il quale l'uomo si scioglie, si libera dai legami dal proprio egoismo, dalla propria sensualità, dalla propria autosufficienza, dal proprio orgoglio, e si riapre a Dio. Col peccato si è chiuso, si è barriccato contro la grazia; col peccato l'uomo ha voluto crearsi una sua autonomia, una sua autosufficienza nei confronti della misericordia infinita; col peccato l'uomo ha scelto sé contro Dio, si è opposto a Dio; l'uomo non può aprirsi senza che l'apertura di questa chiusura ermetica in cui egli si è difeso provochi una ferita. Non c'è la possibilità per l'uomo di riaprirsi a Dio senza strapparsi a questo orgoglio, a questo egoismo, e proprio per questo, allora l'estrema apertura a Dio è rappresentata dalla morte. Ecco perché, in fondo, non si può godere Dio, vedere Dio, senza morire. È impossibile per noi pretendere che il dono supremo a Dio possa venirci senza questa suprema apertura all'essere che la morte opera. Perché in fondo il nostro corpo mortale è una difesa contro l'amore divino e anche contro l'amore per gli altri.
La morte, così, diviene la suprema medicina. Dobbiamo considerare allora il tema della morte entro il tema più ampio della sofferenza umana, di ogni pena umana.
Nessuno vive l'atto supremo della sua vita nella morte se non vive nella morte un atto di amore.
Fa parte precisamente di questo atto supremo del nostro vivere anche il fatto che la morte sia anche la suprema pena, perché veramente vuol dire sradicarsi totalmente da se. Tutta la vita di ogni uomo non ha altro termine che questa visione nella resurrezione ultima. È evidente che noi dobbiamo vivere anche la nostra vita precisamente come consentendo a che essa sia questo nostro cammino ,un cammino verso la morte. Non per rassegnarci: la rassegnazione non è virtù cristiana. Uno che si rassegna già per questo fatto non è cristiano. Che vuol dire rassegnarsi? Se si tratta della volontà di Dio, si deve amare questa volontà, si deve abbracciare con gioia e per superare la pena istintiva che certi avvenimenti ci danno, superarla d'impeto, in un amore che tende all'unione al di là della pena.
E allora è evidente che vi è un aspetto che noi dovremo tener presente attraverso proprio questa mortificazione per la quale ci sciogliamo sempre più dai legami a una condizione terrestre, vi è una libertà che noi andiamo possedendo, una vita sempre più piena alla quale noi ci avviamo,ed è proprio questa vita che nella morte poi si farà piena ed eterna, una vita che risponde precisamente alle esigenze dell'anima umana. Certo che l'anima umana vivrà in un altro corpo, perché l'anima è sempre «forma corporis», ma sarà il corpo della risurrezione, non questo corpo mortale.

domingo, 4 de agosto de 2019

Per ricordare Don Divo Barsotti

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Per ricordare Don Divo Barsotti
che si spense serenamente il 15 febbraio 2006
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Fondatore della Comunità dei Figli di Dio
Divo Barsotti è nato a Palaia (PI) nel 1914.
Pochi anni dopo l’ordinazione sacerdotale per interessamento di Giorgio La Pira si è trasferito a Firenze, dove ha iniziato la sua attività di predicatore e di scrittore. Oggi è unanimemente riconosciuto come mistico e come uno degli scrittori di spiritualità più importanti del secolo. La sua produzione letteraria è notevolissima: più di 150 libri, molti dei quali tradotti in lingue straniere, tra cui il russo e il giapponese, più centinaia di articoli presso quotidiani e riviste di spiritualità. Ha scritto commenti alla Sacra Scrittura, studi su vite di santi, opere di spiritualità, Diari e poesie.
Tra i sui testi di più importanti: Il Mistero cristiano nell’anno liturgicoIl Signore è uno; Meditazioni sull’Esodo; La teologia spirituale di San Giovanni della Croce; La legge è l’amore; Cristianesimo russo; La religione di Giacomo Leopardi; La fuga immobile.
Ha fondato la “Comunità dei figli di Dio”, famiglia religiosa di monaci formata da laici consacrati che vivono nel mondo e religiosi che vivono in case di vita comune; in tutto circa duemila persone. La Comunità è presente in Italia e nel mondo (Africa, Australia, Sri Lanka, Colombia) e si impegna a vivere la radicalità battesimale con i mezzi che sono propri della grande tradizione monastica.
Vicino per anni alla sensibilità del cristianesimo orientale, Divo Barsotti ha fatto conoscere in Italia le figure dei santi russi Sergio, Serafino, Silvano. Nel 1972 è stato chiamato a predicare gli Esercizi spirituali in Vaticano al Papa.
Ha insegnato teologia presso la Facoltà teologica di Firenze e ha vinto diversi premi letterari come scrittore religioso. Ha predicato in tutti i continenti e ultimamente è stato inserito tra le dieci personalità religiose più eminenti del ‘900, in Storia della spiritualità italiana, curato da P. Zovatto (Edizioni Città Nuova).
Don Divo si è spento seranamente il 15 febbraio 2006 nella sua stanza a Casa San Sergio, il piccolo eremo che dal 1955, a Settignano (sulle colline di Firenze), accoglie la Comunità dei figli di Dio.
Don Divo Barsotti (1914-2006) iniziava sempre la sua giornata con due preghiere; la prima era: «Ascolta Israele, il Signore è il nostro Dio, il Signore è uno solo», tratta dal Deuteronomio, e la seconda era: «”Padre nostro, che sei nei cieli…”.
Questo significa: prima l’ascolto, poi la risposta.
Nell’ascolto io imparo che Dio è Uno solo, e nella riposta dico subito: Padre mio…».
Don Divo Barsotti
«Esser santi non vuol dire esser delle anime pie, che facilmente son contente di sé e credono che la santità consista nella moltiplicazione degli atti di pietà, delle opere buone, e nulla di più. Esser santi vuol dire morire e risorgere, vuol dire disfarci ed essere come nuovamente creati per un atto di Dio, vuol dire essere collaboratori di Dio a un’opera che è più grande della creazione medesima, perché suppone una riforma totale dall’intimo di un essere che il peccato ha devastato».
La preghiera. Lavoro del cristiano, p. 117.
Per ricordare Don Divo Barsotti Fondatore della Co
Ciascuno di noi nell’amore fraterno dovrebbe vivere l’amore stesso di Dio, dono totale di sé all’altra persona, e questo vuol dire donare agli altri tutto quello che abbiamo, beni tempo, capacità, lavoro, comprensione, affetto, stima…, tutto, senza limiti. In tanto si vive (perché la vita del cristiano è amore) in quanto effettivamente ci si dona, in quanto ciascuno di noi vive il suo rapporto di amore con l’altro fratello in un dono totale di sé. È un impegno grande che spaventa”.[…] Divo Barsotti

sito web: L’Oasi di Engaddi

don Divo Barsotti. IL SENSO DEL PECCATO

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Il mondo moderno ha perso il senso del peccato. L'uomo sembra che non abbia più altra libertà che quella di seguire spontaneamente la sua natura. Non so se ha acquistato l'innocenza dell'animale: è certo che nessuno, praticamente, nel mondo di oggi sente vivo il bisogno di una liberazione da se stesso. L'uomo si è accettato qual è, e per la sua bruttura non rimprovera più alcuno, nemmeno Dio, perché come ha perso il senso del peccato, così ha perso il senso di Dio. L'uomo è solo in un mondo vuoto e non vi è legge che egli debba realizzare. Forse mai l'umanità si è trovata a un tale abisso di perversione morale, forse mai l'umanità è caduta così in basso: non perché oggi si commettano maggiori peccati di ieri, ma perché oggi non si sa, non si avverte, non si ha più coscienza nemmeno del male nel quale siamo impastati. L'uomo si accetta così come è e non aspetta nessuna redenzione, e non crede più in alcuna salvezza. È pauroso il senso della vita che è proprio dell'uomo di oggi. Si identifica la materia allo spirito e Dio al mondo; e non vi è più luce di libertà, non vi è più luce di bellezza spirituale per l'uomo. Il paralitico del quale si parla nel Vangelo di Matteo (Mt 9, 1- 8) viene portato dinanzi a Gesù e non chiede la salvezza dal suo peccato: sembra che non ne senta il bisogno. Solo il dolore, la menomazione fisica gli fa sentire il bisogno di una liberazione.

Testi di don Divo Barsotti


Divo Barsotti Esegeta di Leopardi e di Dostoevskij

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 dal sito:

http://www.santamelania.it/

Divo Barsotti Esegeta di Leopardi e di Dostoevskij
  

di Ferdinando Castelli S.I 
Riportiamo una accurata analisi del Padre Ferdinando Castelli S.I, sul pensiero di don Divo Barsotti , fondatore della Comunità dei Figli di Dio,recentemente scomparso, circa la spiritualità di Leopardi e Dostoevskij.” In Leopardi il dolore non nasce solo dalla fine delle illusioni. Il dolore ha una radice religiosa: l’uomo cerca disperatamente un suo partner che non può che essere fuori dal mondo mutevole.” «S’avessi io l’ale»
“La visione dell’uomo come epifania di Dio, in senso sia positivo sia negativo, viene descritta da Dostoevskij nei suoi personaggi: una galleria che offre una rappresentazione metafisica e religiosa del dramma umano che è la nostra vita. Tutti sono alla ricerca di verità, di vita, di felicità, di libertà; tutti danno l’idea di idee incarnate; tutti sono portatori di un messaggio. Dostoevskij li insegue, li scova nei segreti del loro animo, non di rado si immedesima in essi, rivivendo esperienze personali. Pochi scrittori «hanno saputo discendere negli abissi del cuore umano come Dostoevskij, e proprio per questo ben pochi hanno saputo dirci più di lui come l’uomo sia al centro di tutto, come sia senza fondo e senza confine la sua vita»
I due testi che seguono sono tratti dalla Civiltà Cattolica, 3 febbraio 2007, quaderno 3759, pp. 231-243. Restiamo a disposizione per l’immediata rimozione se la presenza di questi testi sul nostro sito non fosse gradita a qualcuno degli aventi diritto.
Divo Barsotti è nato a Palaia (PI) nel 1914.
Pochi anni dopo l’ordinazione sacerdotale per interessamento di Giorgio La Pira si è trasferito a Firenze, dove ha iniziato la sua attività di predicatore e di scrittore. Oggi è unanimemente riconosciuto come mistico e come uno degli scrittori di spiritualità più importanti del secolo. La sua produzione letteraria è notevolissima: più di 150 libri, molti dei quali tradotti in lingue straniere, tra cui il russo e il giapponese, più centinaia di articoli presso quotidiani e riviste di spiritualità. Ha scritto commenti alla Sacra Scrittura, studi su vite di santi, opere di spiritualità, Diari e poesie. Tra i sui testi di più importanti: Il Mistero cristiano nell’anno liturgico; Il Signore è uno; Meditazioni sull’Esodo; La teologia spirituale di San Giovanni della Croce; La legge è l’amore; Cristianesimo russo; La religione di Giacomo Leopardi; La fuga immobile.
Ha fondato la « Comunità dei figli di Dio », famiglia religiosa di monaci formata da laici consacrati che vivono nel mondo e religiosi che vivono in case di vita comune; in tutto circa duemila persone. La Comunità è presente in Italia e nel mondo (Africa, Australia, Sri Lanka, Colombia) e si impegna a vivere la radicalità battesimale con i mezzi che sono propri della grande tradizione monastica.
Vicino per anni alla sensibilità del cristianesimo orientale, Divo Barsotti ha fatto conoscere in Italia le figure dei santi russi Sergio, Serafino, Silvano. Nel 1972 è stato chiamato a predicare gli Esercizi spirituali in Vaticano al Papa.
Ha insegnato teologia presso la Facoltà teologica di Firenze e ha vinto diversi premi letterari come scrittore religioso. Ha predicato in tutti i continenti e ultimamente è stato inserito tra le dieci personalità religiose più eminenti del ’900, in Storia della spiritualità italiana, curato da P. Zovatto (Edizioni Città Nuova).
Don Divo è ritornato alla casa del Padre il 15 febbraio 2006
 
   26/08/2007 





Dostoevskji mi ha svegliato dal sonno 

   Due testi di Barsotti ci introducono alla comprensione del suo Dostoevshij. Il primo è nella premessa al volume: «Io debbo mol­to a Dostoevskij e per onestà, oltre che per gratitudine, io dovevo scrivere. Non importa il giudizio che si vorrà dare oggettivamen­te del lavoro. Il lavoro comunque, se non rivelerà cose nuove, po­trà sempre rivelare qualcosa di me e prima di tutto a me stesso [...]. L’opera di Dostoevskij è stata per me un messaggio e mi ha svegliato dal sonno». Sonno? Un altro testo chiarisce: «Io devo la mia « conversione » a Dostoevskij [...]. Ci fu un momento della mia vita in cui io sognavo di diventare un grande poeta, ed ero perciò sul punto di lasciare il seminario. Poi cominciai a leggere Dostoevskij, che mi aprì gli occhi». Per Barsotti, Dostoevskij è certamente un grande scrittore, ma è anche un profeta nel senso che svela l’uomo a se stesso, ne scan­daglia le pieghe nascoste, ne rivela la grandezza e la miseria, ne proclama la missione, ne narra la drammaticità delle scelte. Pro­feta soprattutto perché, appassionato com’è del Cristo, lo addita come amore che redime e verità che salva. «Forse è ia sua passio­ne per Cristo che mi svegliò dal sonno come non mi aveva sve­gliato né la visione della Provvidenza in Manzoni, né la teologia di Dante». Attraverso Cristo don Divo avverte la presenza di Dio che gli parla e fuga i fantasmi che abitavano la sua crisi.    «Per lui mi ha parlato Dio. L’ho riconosciuto nel tormento di Raskòlnikov dopo il delitto, nella pietà e nella forza di Sonja [...]; l’ho amato nell’umiltà e nella dolcezza di Sonia de L’adolescente, nella luminosa bellezza di Macario, l’ho sentito presente nell’u­miltà di Tichon ma anche nell’orrore della morte di Kirillov e nel­la condanna di Stavrògin, finalmente l’ho veduto nello staretz Zo­sima e in Aljòsa. Sempre Dio era presente. La sua presenza dava un senso agli avvenimenti, dava un nome a ogni uomo. Il silenzio non era vuoto, era il silenzio di Dio che riempiva di sé ogni luo­go, ogni avvenimento, era la vita nella comunione con lui, era la morte nella volontà di rifiutarlo, di volerlo negare» (p. 6 s). I1 vo­lume si sviluppa sostanzialmente su questi convincimenti, esami­nati nelle loro varie sfaccettature lungo l’arco delle quattro parti: L’uomo e lo scrittore, I personaggi dei cinque maggiori romanzi, Il messaggio di Dostoevskij, La teologia di Dostoevskij.    

L’uomo come epifania di Dio 

   Il concetto di Dostoevskij sulla religione si fonda sulla sua vi­sione dell’uomo: «L’uomo supera la natura e annuncia un’altra realtà» (p. 20). Quale altra realtà? La realtà di Dio come realizza­zione delle aspirazioni umane che superano il puro ambito natu­rale e riempiono il vuoto di Dio, che comporta malessere ontolo­gico e morte. Dio non è un accessorio della natura umana, ne è il respiro vitale, è la presenza senza la quale essa si smarrisce e si frantuma. « È Dio che non cessa di torturare chi ha compiuto il delitto, finché nel pentimento non trova la pace del perdono, è Dio che vive nella pietà di Sonia per Raskòlnikov, nel suo amore senza limiti per i fratelli, è Dio che vive nella pietà e semplicità del principe Myskin, nella pace di Macario, il pellegrino che ormai ha finito di camminare e attende sereno la morte» (p. 21).  Contro Dio c’è il maligno, che è «la realtà del male in una vita di menzogna, in una volontà di distruzione e di morte». Così la vi­ta umana è una lotta tra Dio e il maligno, che si contendono il suo dominio. Per descriverla Dostoevskij scende negli abissi del cuo­re dove abitano il peccato e la Grazia, e vede il peccato che cor­rode l’uomo, e Dio impegnato a conservare nella sua creatura la propria immagine nella quale risplende soprattutto l’amore.    Da queste considerazioni lo scrittore deduce che l’inferno e il paradiso non sono realtà estranee all’uomo. Sono nel suo cuore: le accoglie nella sua vita come parte di sé, e con esse si avvia all’eter­nità. Deduce anche che «l’uomo non è senza Dio» (p. 22). E’ in rap­porto con Dio «non soltanto nella misura in cui lo ama; egli è in un suo rapporto con Dio, sia che questo sia odio o sia amore. Anche nella trasgressione alla legge egli vive un suo rapporto con Dio. Non può chiudersi in sé, rifiutare un suo rapporto con lui; nel pec­cato stesso l’uomo, che vorrebbe sganciarsi da Dio per affermarsi e acquistare una sua « libertà », non vive nell’opposizione al suo Crea­tore che la sua distruzione e la sua morte. Al contrario, vive già un suo rapporto d’amore con Dio nel suo rapporto con la creazione, e più ancora nel suo rapporto di amore con l’uomo, perché la crea­zione è il primo segno di Dio, e l’uomo, immagine di Dio, è il se­gno più alto della sua presenza. Così nell’amore del prossimo l’uo­mo vive la sua più alta esperienza di Dio» (p. 152).    

Personaggi come  testimoni 

   La visione dell’uomo come epifania di Dio, in senso sia positi­vo sia negativo, viene descritta da Dostoevskij nei suoi personag­gi: una galleria che offre una rappresentazione metafisica e reli­giosa del dramma umano che è la nostra vita. Tutti sono alla ri­cerca di verità, di vita, di felicità, di libertà; tutti danno l’idea di idee incarnate; tutti sono portatori di un messaggio. Dostoevskij li insegue, li scova nei segreti del loro animo, non di rado si im­medesima in essi, rivivendo esperienze personali. Pochi scrittori «hanno saputo discendere negli abissi del cuore umano come Do­stoevskij, e proprio per questo ben pochi hanno saputo dirci più di lui come l’uomo sia al centro di tutto, come sia senza fondo e senza confine la sua vita» (p. 23).  Nella galleria dei personaggi che testimoniano in negativo la presenza di Dio, Barsotti fa incontrare gli eroi del romanzo I de­moni: Nikolaj Stavrògin, Pètr Verkovenskij, Aleksej Kirillov. Qui lo scrittore narra il tentativo di un gruppo di «indemoniati» di sganciare il popolo dalle miserie del vivere quotidiano e di libe­rarlo da ogni alienazione, sostituendo la fede in Dio con la reli­gione del popolo, non importa se ciò debba realizzarsi con la for­za e il massacro. Kirillov vuole la divinizzazione dell’uomo, nega Dio, ne desidera la morte, e per realizzare tutto ciò si suicida; Sta­vrògin dissipa ogni sua possibilità nel vizio e nella volontà di sfi­dare la legge e la pubblica opinione: incapace di amare, «non vive che il vuoto». Pètr « è l’incarnazione del maligno, tutto in lui è menzogna, il suo impegno è quello di contraffare la verità, la sua opera è la distruzione e la morte» (p. 72). Dalla lettura de I demoni si esce come da un incubo perché, re­spinto Dio, che è vita, fa irruzione la morte. «La ribellione verso Dio, l’ateismo, il peccato non sembrano dare alcun frutto. La morte è la conseguenza irreparabile del peccato. Verso questa morte, che è il suicidio di Stavrògin, converge tutto il romanzo, ne è il compimento e il cuore» (p. 61). Ne I fratelli Karamazov la morte si configura con la follia. Ivàn nega Dio per orgoglio e lo sostituisce con la propria ragione; conseguentemente diviene pre­da di pensieri e desideri malsani, incontra Satana e precipita nel­la follia. Morte, follia, disperazione, solitudine, vuoto ínteriore: sono l’eredità di quanti rifiutano Dio. Tra i personaggi che testimoniano in positivo la presenza di Dio, Barsotti ne predilige due: Sonia in Delitto e castigo e lo staretz Zosima ne I fratelli Karamazov. Sonia è «la figura cristianamente più pura di tutta l’opera di Dostoevskij: è una prostituta, ma vive incontaminata in un mondo di peccato» (p. 129). Per salvare la fa­miglia dalla miseria, vende il suo corpo, ma il peccato non tocca la sua anima. «La sua bellezza è tutta spirituale. La sua apparizione, la sua presenza non turba, non eccita i sensi. Può discendere e può vivere nell’ambiente di peccato e di depravazione e non contami­narsi; anzi è lei che purifica [...]. Il suo sembra l’atteggiamento stesso di Dio nei confronti dei peccatori» (p. 40 s). Sa che la sua condizione non le consente di vivere una vita sacramentale e non osa partecipare alla vita della Chiesa, ma legge il Vangelo, che la fortifica e le dà la forza di accettare la sua abiezione.  Nello staretz Zosima, Dostoevskij ha inteso offrire un’icona del cristianesimo: un’icona che fosse la negazione di quanto, sullo stesso argomento, aveva sostenuto Ivàn Karamazov. Nel cristiane­simo, personificato nello staretz, c’è un’invasione di pace, di gioia, di forza, di amore. Nella luce della fede tutta la realtà si trasfigura.   

La teologia di Dostoevskij 

   La figura dello staretz ci introduce nell’ambito di quanto Bar­sotti chiama, un po’ enfaticalnente, La teologia di Dostoevskij. In realtà, lo scrittore non è un teologo né ha inteso fare teologia. E, un analista dell’animo umano; indagandone la natura, le esigenze e le leggi, intuisce che l’uomo è immagine di Dio e che, se di­strugge questa immagine, distrugge se stesso e diventa immagine del maligno. Al centro del mondo dostoevskiano dunque c’è «l’uomo, e nell’uomo si fa presente il mistero stesso di Dio. La vi­ta dell’uomo è lo scontro del male e del bene; il problema del ma­le e la concezione del bene dominano tutti i romanzi, e il bene e il male suppongono la libertà, postulano Dio» (p. 143). In Dio c’è la vita e la pace, senza Dio c’è la disgregazione e la rovina. Il problema dell’esistenza e della natura di Dio ha tormentato lo scrittore. È approdato alla fede non per via di ragionamento, ma attraverso la conoscenza di Gesù, incarnazione dell’amore che salva. Una fede, la sua, conquistata metro per metro, giorno do­po giorno, durante un’esistenza trascorsa all’insegna dell’insicu­rezza, della sofferenza e della macerazione interiore. Una volta in­contrato, Cristo non ha mai cessato di presentarglisi come salvez­za dell’uomo, sorgente e salvaguardia della libertà, ideale di ogni grandezza, fondamento della civiltà e della convivenza.  Barsotti difende l’ortodossia della fede cristiana dello scrittore contro quanti sostengono che la sua, più che religione cristiana, è religione del popolo e della terra. «E certo che la tentazione di una religione del popolo e della terra non è stata mai assente dal­la sua vita», ma «quando scriveva I demoni [in cui si ipotizza que­sta concezione] aveva ben chiaro che Dio non si identificava con l’anima di un popolo, e che la fede in Dio trascendeva una fede nel destino della nazione» (p. 142). 

   E la tentazione del «Dio russo»? questa tentazione «rimase [in lui] fino alla fine, ma non provocò il suo allontanamento da Cri­sto. Il Cristo ha rotto l’incantesimo di una natura chiusa, nella quale l’uomo è prigioniero. Quel Dio che si è incarnato nel Cri­sto non è, come nel paganesimo, una personificazione o un ele­mento della natura, ma è un Dio che trascende la natura. Nel rap­porto con lui, l’uomo è salvo precisamente perché rompe l’incan­tesimo di una natura che lo tiene prigioniero. Nel suo rapporto con Cristo ogni uomo è salvo, perché Dio lo ama, e non è in­ghiottito e digerito dal processo del tempo e della storia: l’uomo supera la natura e supera il tempo» (p. 144). Il Dio della religione di Dostoevskij pertanto «non si confon­de col divino della natura e non è il Dio della metafisica, ma non è neppure il Dio della storia: è il Dio che si è rivelato all’uomo nel­la vita e nella morte del Cristo, è, in ultima istanza, il Dio che vive nel cuore dell’uomo» (p. 1.45). E vero che questo Dio «non è mai esplicitamente il Dio Trinità della rivelazione cristiana», ma «non si può chiedere a un romanziere un trattato di teologia». E anche vero che lo scrittore «esplicitamente non parla dell’incar­nazione», tuttavia la centralità del suo Cristo e l’amore che gli porta «suppongono una sua trascendenza». A questo proposito vorremmo ricordare la splendida affermazione cristologica – Gesù Cristo è il Verbo fatto carne – che si trova nei Taccuini per «I demoni». Dopo aver respinto la concezione, in quel tempo ri­corrente, di un Cristo soltanto uomo, filosofo benefico e maestro di vita, afferma: «Ma io e voi, Satov, sappiamo che sono tutte sciocchezze, che Cristo-uomo non è il Salvatore e fonte di vita e che la sola scienza non completerà mai ogni ideale umano e che la pace per gli uomini, la fonte della vita e la salvezza dalla dispe­razione per tutti gli uomini, la condizione sine qua non e la ga­ranzia per l’intero universo si racchiudono nelle parole: Il Verbo si è fatto carne e la fede in queste parole» 8   

Conclusione 

   Come definire i due volumi di Barsotti? Non sono opera criti­ca: nessuna nota, nessun riscontro con altri studiosi, nessun con­fronto interpretativo. Don Divo va avanti per conto suo, solitario e tranquillo, in ascolto soltanto di se stesso. Li definiremmo per­tanto una conversazione con due eccellenti compagni di strada, Leopardi e Dostoevskij, fatta con intelligenza d’amore e suggeri­ta da comuni esperienze di vita e da approfondimenti spirituali. Volumi ricchi d’interesse, vivi, solcati da squarci di luce, per vari aspetti simpatetici. Non privi di limiti: ripetizioni, talune forzatu­re interpretative, qualche carenza d’informazione.            - Se volessimo sintetizzarli in poche battute, trascriveremmo un pensiero del loro autore: «Tutto è ombra; ogni creatura, ogni avve­nimento è segno. L’unica realtà sei Tu- e solo l’amore ti scopre»9.    
  





8 8 F. DOSTOEVSKJI, I demoni. I taccuini per «I demoni», Firenze, Sansoni, 1958,1.012.  
  9 9 D. BARSO’I'TI, Nel cuore di Dio, Bologna, Edb, 1991, 68.  

DIVO BARSOTTI , La presenza del Cristo

Dio si è comunicato relamente all'uomo nel Signore Gesù. Durante la sua vita mortale, Gesù era ancora estraneo agli uomini, ma nel dono del suo Spirito Egli si è fatto presente realmente. La sua presenza non è più condizionata dal tempo e dallo spazio; sono il tempo, lo spazio, le persone, le cose tutte che entrano in rapporto con lui. Egli è la nuova creazione che condiziona ogni cosa e non è sottomessa ad alcuna, il mondo nuovo di Dio. È Dio che si dona, che si comunica agli uomini nel dono del suo Spirito.
Nel dono dello Spirito, egli entra in noi e noi in Lui, e noi diveniamo uno con Lui. Se la presneza implicasse una qualche estraneità non sarebbe più presenza. Essa t'investe, ti riempie, non di identifica a te perché ti trascende, ti abbraccia. Non è compresa dallo spazio e dal tempo; ogni tempo, ogni luogo sono in rapporto con lei. Non è al di fuori di te, anzi colma proprio l'animo tuo, in qualche modo tu stesso diventi la presenza, ed essa diviene te. Finché tu ancora non sei trasformato in lei, come potrebbe essere per te unapresenza reale? Il Cristo è presente realmente se tu sei in Lui, se tu stesso sei il Cristo. Per questo la presenza reale definitiva è il «Christus totus», l'umanità redenta.
La presenza stessa dell'Eucaristia non è ancora definitiva, perfetta, ma è ordinata a quella che sartà la Chiesa futura. La presenza si realizza in noi perché nell'Eucaristia il Cristo è per noi. Secondo gli antichi teologi la presenza di Cristo nellEucaristia è presenza nel mistero, la presenza reale sono i cristiani. La presenza nel mistero è ordinata alla presenza reale che siamo noi. Finché Egli è presente nel mistero non è ancora per noi pienamente presente. Il Cristo rimane ancora distinto e separato da noi, rimane estraneo in qualche modo agli uomini: così per chi non ha fede, la presenza reale del Crsito è inaccessibile come quella di Dio. Chi non crede non può stabilire un rapporto con la presenza. Dio veramente, nella sua immensità riempie ogni cosa, è intimo a tutto, ma la sua non è una presenza reale perché le creature si trovano come al di fuori di Lui. Egli le riempie, ma esse non entrano in rapporto con la presenza. Dio è in loro, ma esse non sono in Lui. E tuttavia si può dire che il mistero eucaristico è quello della presenza reale, perché suppone e realizza il rapporto di Cristo con gli uomini, con la Chiesa sua sposa. Non si celebra il mistero senza che si faccia presente, con questo, la Chiesa.
La presenza così suppone distinzione e perfetta unità, esprime infatti un rapporto di assoluta intimità. La presenza di Cristo è l'unità del Christus totus nella distinzione delle singole persone. Egli è la presenza reale in cui sussistono il Figlio e la madre, lo sposo e la sposa. La distinzione personale esiste, nell'unità di un'unica vita, un solo corpo, un essere solo, come dice ripetutamente san Paolo nelel sue lettere e di cui quella agli Efesini è espressione stupenda (Ef 4,-6). Prima del dono dello Spirito anche il Figlio dell'uomo rimaneva diviso ed estraneo all'umanità di Pietro e di Giovanni. Erano come mondi contigui fra loro, ma l'uno non era nell'altro. Ora invece sono uno solo, sono la presenza reale.
DIVO BARSOTTI
La presenza del Cristo
Edizioni Fondazione 
Divo Barsotti
pp. 147-149
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