sexta-feira, 31 de dezembro de 2021

domingo, 26 de dezembro de 2021

sábado, 25 de dezembro de 2021

Desejo, a todos os amigos que visitam o Blog, um Santo e Feliz Natal , que o nosso coração rejubile de alegria pois nasceu o Menino Jesus , nosso Salvador

  Je souhaite à tous les amis qui visitent le Blog, un Saint et Joyeux Noël, que nos cœurs se réjouissent parce que l'Enfant Jésus, notre Sauveur, est né.

 I wish all friends who visit the Blog, a Holy and Happy Christmas, that our hearts rejoice because the Child Jesus, our Saviour, is born. 

Deseo a todos los amigos que visitan el Blog, una Santa y Feliz Navidad, que nuestros corazones se alegren porque ha nacido el Niño Jesús, nuestro Salvador. 

Auguro a tutti gli amici che visitano il Blog, un Santo e Felice Natale, che i nostri cuori gioiscano perché è nato il Bambino Gesù, nostro Salvatore. 

Ich wünsche allen Freunden, die den Blog besuchen, ein heiliges und frohes Weihnachtsfest, dass sich unsere Herzen freuen, weil das Jesuskind, unser Retter, geboren ist. 

Życzę wszystkim przyjaciołom, którzy odwiedzają Blog, Świętych i Radosnych Świąt Bożego Narodzenia, aby nasze serca radowały się, bo narodziło się Dzieciątko Jezus, nasz Zbawiciel. 

Я желаю всем друзьям, посещающим блог, Святого и счастливого Рождества, чтобы наши сердца ликовали, потому что родился Младенец Иисус, наш Спаситель. 



'El tamborilero' a 340 voces

Carols at Christmas The Choir of Guildford Cathedral. Christmas Choir Traditional Music and Ambience

Carols From King’s – The Choir of King’s College, Cambridge (Full Album)

 

quinta-feira, 23 de dezembro de 2021

Don Fabio Rosini: “Le nostre ferite sono dei sintomi”

 

Don Fabio Rosini: “Le nostre ferite sono dei sintomi” 

Don Fabio Rosini

Don Fabio Rosini: la donna emorroissa

Nella catechesi riprodotta in basso, don Fabio Rosini parla della donna che soffriva di emorragie, l’emorroissa, descritta nel Vangelo di Marco, e di quanto il suo bisogno di essere guarita da Cristo sia, in effetti, simile al nostro.
Se così non fosse, dovrebbe esserlo, perché quella della emorroissa è una storia di guarigione particolare, di un cambiamento di vita, di una trasfigurazione vera e propria, che avviene in lei grazie alla sua richiesta fiduciosa (e quasi disperata) di aiuto.

La donna patisce emorragie da lungo tempo, cerca la grazia, cerca di toccare anche solo un lembo del mantello di Gesù, sapendo che a lui sarebbe bastata una parola, uno sguardo per guarirla.
“Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello”.
La donna era esclusa da ogni attività sociale, secondo la legge ebraica; considerata impura per la sua malattia, che aveva a che fare con il sangue, con gli organi riproduttivi. Dunque, non aveva né marito, né figli, probabilmente; non aveva una vita “normale

Ha bisogno di Gesù, come tutti noi “abbiamo bisogno di lui” . Abbiamo sempre qualcosa da cui guarire, anche quando non ce ne rendiamo conto.
Del resto, Gesù lo aveva detto chiaramente di non essere venuto per i sani, ma per i malati. Come malati nello spirito, come bisognosi di guarigioni e liberazioni dovremmo porci davanti a Gesù, dimenticando per sempre quella aria di autosufficienza, che ostentiamo, fieri, per non voler ammettere le nostre debolezze.

E’ questo il modo per allontanarci dalla fede in Cristo: rincorrere l’irraggiungibile (perché inesistente) sensazione di “farcela da soli”.

Don Fabio Rosini

Riconoscersi “malati” è il primo passo, invece, per la sanità spirituale, come ricordiamo nel Salmo 69 (70) e all’inizio di tantissime preghiere con la frase: “O Dio, vieni a salvarmi. Signore, vieni presto in mio aiuto”.
L’emorroissa “Diceva infatti: “Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita”. E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male”.

Don Fabio Rosini, con un’interpreazione azzeccatissima, paragona a lei, all’emorroissa, tutte le persone che non vivono degnamente la propria sessualità o che non dichiarano i loro dubbi, coloro che non risolvono le incertezze del compiere una certa azione o si vergognano di chiedere aiuto.
Anche l’emorroissa è timorosa nel dover dichiarare la propria sofferenza, per questo arriva alle spalle di Gesù.

“Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: “Chi mi ha toccato il mantello?”. I discepoli gli dissero: “Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?”. Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo. E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. Gesù rispose: “Figlia, la tua fede ti ha salvata. Và in pace e sii guarita dal tuo male”.”.

Lei, che fino ad allora non poteva vivere pienamente la sua condizione di donna, sopraffatta da quella malattia, da quella anomalia del suo corpo, viene risanata da Gesù, in un attimo. Gesù le ridà, così, la vita che le spettava.
Come lei, anche noi abbiamo le nostre “perdite di sangue”, che tolgono energia e forza, vigore e pienezza alla nostra vita. Ce le procuriamo quando accettiamo di vivere delle situazioni che ci relegano a non essere veri uomini, vere donne e ci rendono sottomessi, agli altri o alle cattive abitudini.

Le nostre ferite sono dei sintomi” -dice don Fabio Rosini– da cui dobbiamo risalire al vero male che ci affligge, per poterlo combattere.
La causa delle nostre ferite è la rottura del rapporto con Dio, che si fonda sulla menzogna.
Nel racconto della donna, si citano anche i medici sbagliati, a cui lei si era affidata, ma che le hanno arrecato più dolore di quanto ne avesse.
Anche noi, spesso, ci affidiamo a “medici” che non ci fanno migliore e, così, “il prezzo delle false soluzioni” diventa salatissimo.

La convinzione di molte persone è che la vita debba andare in un certo modo, verso la ricerca del successo personale.
Rincorrendolo, “perdiamo sangue”, i compromessi consumano le nostre forze, mentre noi rinunciamo alla nostra identità.

Don Fabio Rosini ci domanda: “Quali sintomi; quale male c’è dietro a questi sintomi e quale menzogna genera questo male, ma anche che soluzione abbiamo dato a questo dolore e quanto ci ha fatto soffrire?”.
Siamo stanchi (proprio come l’emorroissa) di provare soluzioni che non servono a niente e di perdere il tempo nel rincorrerle, senza alcun esito.

terça-feira, 21 de dezembro de 2021

Oración mental es hablar con Dios Mental prayer is talking to God

https://franciscojosecrespo.blogspot.com Cómo hacer oración mental, es decir, escuchar a Dios, explicado por un numerario del Opus Dei. La oración previa de recogimiento, desear cumplir la Voluntad de Dios o utilizar bien la mente, fueron condiciones utilizadas por los primeros cristianos pero casi olvidadas hoy en día. En el Opus Dei se intentan practicar asiduamente. En mi blog https://franciscojosecrespo.blogspot.com encontrarás ejemplos prácticos.


https://franciscojosecrespo.blogspot.com How to do mental prayer, that is, listen to God, explained by an Opus Dei numerary. The previous prayer of recollection, wanting to fulfill the Will of God or use the mind well, were conditions used by the first Christians but almost forgotten today. In Opus Dei they try to practice assiduously. In my blog https://franciscojosecrespo.blogspot.com you will find practical




segunda-feira, 20 de dezembro de 2021

Beato Enrico Rebuschini : Beato Enrico Rebuschini

 


Beato Enrico Rebuschini - Gravedona (Como), 28 aprile 1860 - Cremona, 10 maggio 1938 - Tema: Beato Enrico Rebuschini  - Sofferenza - Lotta spirituale


Conferire gli onori della beatificazione ad un religioso ospedaliero, 

Beato Enrico Rebuschini 

, è un atto che, di primo acchito, può stupire. Tuttavia, proclamando Beato Padre Enrico Rebuschini, il 4 maggio 1997, Papa Giovanni Paolo II ha confortato molti uomini e molte donne della nostra epoca, tutti quelli cioè che sono confrontati a prove similari, o personalmente o nel loro ambiente. 
Enrico è nato nell'Italia del Nord, a Gravedona, sulla riva nord-ovest del lago di Como, il 28 aprile 1860. Suo padre, Domenico, intendente di finanza, prima di esser promosso ispettore capo fiscale della provincia di Como, non è favorevole alla religione: accompagna la moglie fino all'entrata della chiesa, ma rimane all'esterno. Sua madre, Sofia, cristiana esemplare, è nativa di Livorno, in Toscana. La coppia ebbe cinque figli. Enrico è il secondo. Alla fine degli studi medi superiori, Enrico, che non può seguire la propria propensione per la vita religiosa, a causa dell'opposizione del padre, si iscrive alla Facoltà di matematica di Pavia. Ragazzo calmo e beneducato, non rimane che un anno all'Università, il cui ambiente anticlericale suscita in lui amarezza e disgusto.
Tornato a Como, compie il servizio militare, nell'ambito dell'anno di volontariato. Nei momenti di libertà, si isola volentieri nella preghiera e nelle buone letture. Alunno presso la Scuola militare di Milano, ne esce sottotenente della riserva, stimato dai superiori che lo incoraggiano a far carriera nell'esercito. Ma, tornato in famiglia, preferisce compiere studi di ragioneria, che si concluderanno con un diploma ottenuto nel 1882, a pieni voti.
Una strada che non gli va

Il marito di sua sorella Dorina, che dirige una seteria a 45 km a nord di Como, lo assume e gli affida un impiego amministrativo. Fra Enrico, la sorella ed il cognato regna un'intesa perfetta. Tuttavia, in capo a tre anni, qualche segno permette di intuire che il giovane è in difficoltà. Gli si legge la tristezza negli occhi. Confida a suo padre che il lavoro nell'industria e nel commercio non gli va. Ha 24 anni, quando scrive al cognato: «L'idea di rimanere per sempre un peso piuttosto che un valido aiuto... il fatto di sapere, in pari tempo, che i miei genitori non saranno mai tranquilli, finchè rimarrò su una strada che non si confà alla mia indole (e che mi rende infelice), tutto ciò mi ha finalmente convinto che dovevo rinunciarvi, per il maggior bene del babbo e della mamma, per il tuo e per il mio. Ti dico questo con il cuore dolorosamente stretto» (9 agosto 1884).
Le difficoltà di Enrico non sono causate dalla scelta di una professione che corrisponda alle sue capacità ed alle sue inclinazioni, ma dall'attrattiva persistente della vita religiosa, attrattiva contrariata da una forte opposizione di suo padre. Ben presto, malgrado tutti gli sforzi che fa per accettare la propria sorte, cade in uno stato di prostrazione morale; è talmente magro, che sembra appena ristabilito da una malattia. Finalmente, nel corso dell'estate del 1884, suo padre finisce con l' «arrendersi», dopo lunghe discussioni con il figlio, e grazie all'intervento del Beato Guanella (sacerdote ispiratore di opere sociali, beatificato nel 1964), che fa pregare in tutti i monasteri di Como per quella vocazione.
Tre mesi dopo aver lasciato l'impiego, Enrico si iscrive all'Università Gregoriana di Roma per compiervi, con successo, studi ecclesiastici. Si conquista la stima dei professori. Riceve gli Ordini minori con la menzione: «Condotta edificante con un ottimo spirito di Chiesa». Verso la fine del 1885, i genitori e la zia Maddalena vanno a fargli visita a Roma e sono lieti di trovarlo soddisfatto e sereno. Maddalena annota nel suo diario: «Enrico è contento e tranquillo. Capisco come possa sentirsi così. È sicuro di essere sulla strada che Dio gli ha preparato».
Sotto il torchio
Improvvisamente, sorge un ostacolo imprevisto: dal marzo 1886 al maggio 1887, Enrico è schiantato da un grave esaurimento nervoso. Anima molto generosa, con un senso del dovere che non ammette alcuna mezza misura, Enrico è portato a compiere penitenze eccessive, senza tener sufficientemente conto della propria fragilità. Avrebbe piuttosto bisogno di mangiare di più. Ma si sforza di imitare, se non addirittura di superare, gli esempi di austerità che nota intorno a sè, e giunge ad uno stato di spossatezza nervosa e mentale, causa frequente di esaurimento. . Già ai tempi suoi, quando santa Teresa d'Avila arrivava in un convento di Carmelitane e vi trovava tensioni e lotte spirituali, chiedeva, prima di tutto, che ciascuna dormisse un'ora di più! Infatti, la stanchezza diminuisce la nostra capacità di resistenza, ci fragilizza ed aumenta la nostra vulnerabilità. Una delle armi di cui si serve il demonio nella lotta spirituale, è quella di sovraccaricarci, sotto l'apparenza del bene.
Enrico torna a casa. Fa anche una degenza in clinica. Si leggono nel diario di Maddalena le seguenti annotazioni: sono «momenti in cui la mano di Dio si è appesantita su di noi e ci ha gettati nel dolore... Quanti mesi di silenzio e quante sofferenze in questo momento. Possa almeno Dio porvi un termine e restituirci il nostro tesoro». Otto anni dopo, rievocando questo periodo, Enrico scriverà: «Sono stato mandato in una casa di cura; lì Dio mi ha ristabilito in salute, dandomi una totale fiducia nella sua misericordia e nella sua bontà infinita».
Una grande capacità spirituale
Prima di realizzare la sua vocazione di religioso ospedaliero, ha provato quel che costa soffrire. Come ai giorni nostri Papa Giovanni Paolo II, avrebbe potuto dire: «Conosco anch'io, per averla provata personalmente, la sofferenza che provoca l'incapacità fisica, la debolezza dovuta alla malattia, la mancanza di energia per il lavoro ed il fatto di non sentirsi in forma per condurre una vita normale. 
Ma so anche, e vorrei farlo capire, che tale sofferenza ha altresì un altro aspetto sublime: dà una grande capacità spirituale, perchè la sofferenza è una purificazione per sè e per gli altri, e se essa è vissuta nella dimensione cristiana, può trasformarsi in un dono offerto per completare nella propria carne quello che manca ai patimenti di Cristo a favore del suo Corpo che è la Chiesa (ved. Col. 1, 24). A voi, cari infermi di tutti i posti del mondo, desidero annunciare la presenza viva e consolatrice del Signore. Le vostre sofferenze, ricevute ed accettate con una fede incrollabile, unite a Cristo, acquisiscono un valore straordinario per la vita della Chiesa e per il bene dell'umanità» (Messaggio per la 1ª Giornata mondiale dell'infermo, 11 febbraio 1992).
Nel maggio del 1887, la crisi si risolve ed Enrico ricupera una buona salute. Avrà ricadute, ma meno lunghe e meno gravi. I rimedi mirati per questo tipo di malattie non esistevano ancora all'epoca; la prova è stata sormontata grazie ad una conoscenza progressiva più giusta di Dio, che ha portato con sè un rapporto filiale basato sulla fiducia. Il miglior tratto della spiritualità del nostro beato diventerà ormai la considerazione dell'oceano infinito di misericordia del Cuore di Gesù, della tenerezza materna della Santissima Vergine Maria, nostra Madre, che la Chiesa invoca con il consolante titolo di «salute degli infermi».
Durante l'estate del 1887, Enrico viene assunto presso l'ospedale di Como. Ma, poco tempo dopo, è gentilmente licenziato perchè, invece di lavorare nel servizio che gli è stato assegnato, passa il tempo nelle corsie dell'ospedale, al capezzale dei malati più poveri, più bisognosi, quelli che sono soli, per i quali sacrifica fino all'ultimo centesimo di cui possa disporre, e perfino la sua biancheria personale; moltiplica anche le visite a domicilio ai poveri ed agli ammalati. A contatto di tali sofferenze, nasce la sua vocazione di religioso ospedaliero.
Affidato a MARIA
Annota su un taccuino il suo programma spirituale che si ispira alle vie della perfezione proposte da sant'Ignazio di Loyola. Vi scrive tra l'altro: «La Santissima Vergine, cui mi ero affidato perchè mi trovasse un impiego adatto alla mia debolezza, mi ha procurato un posto nei servizi amministrativi dell'Ospedale civile, dove lavoravo tutti i giorni per alcune ore; passavo da solo il resto del tempo, in esercizi di devozione...; vedendo che non potevo continuare così, e sentendomi chiamato ad abbracciare la vita religiosa, il padre spirituale (mentre gli avevo manifestato la mia attrattiva per la famiglia religiosa di san Francesco) mi propose quella di san Camillo, che gli sembrava più adatta al mio caso ed anche perchè temeva per la mia salute. Non cercai di discutere: la abbracciai immediatamente». La lettura della vita di san Camillo conforta Enrico nella sua scelta.
Nato nel regno di Napoli nel 1550 e dotato di una vitalità poco comune, Camillo de Lellis abbracciò inizialmente il mestiere delle armi, ma poco dopo sprofondò nella dissolutezza, e fu quindi ricoverato all'ospedale San Giacomo di Roma. Profondamente colpito dalla miseria in cui giacevano gli ammalati, si fece infermiere volontario, poi raggruppò alcuni compagni, che formarono «la Compagnia dei Ministri degli Infermi» o Camillini. Colpito lui medesimo da mali di stomaco e di testa, da calcoli, ulcere, foruncoli quasi permanenti, Camillo passava nelle corsie, ammalato fra gli ammalati, attento alle necessità di ciascuno. Morì a Roma, il 14 luglio 1614. La Chiesa l'ha proclamato Patrono degli ospedali, degli infermi, e delle Suore ospedaliere.
Il 27 settembre 1887, il ventisettenne Enrico Rebuschini entra fra i Camillini di Verona. Il primo atteggiamento che si propone di avere è quello della gentilezza. Questa virtù tanto necessaria non gli è facile. Ha già un'esperienza del lavoro professionale, mentre i compagni di noviziato sono ancora adolescenti, amanti della libertà, del rilassamento, del rumore, pronti a volgere i pensieri seri in giochi di parole divertenti. Si applica dunque ad assumere un giudizio positivo sugli altri, malgrado i loro difetti o gli atteggiamenti irritanti. È un ideale che gli riesce talvolta difficile: «Mi lascio prendere, scrive, da moti di antipatia, soprattutto nei riguardi di uno dei miei santi compagni. Talvolta, mi interroga sui miei studi, ed io, invece di rispondergli con dolcezza, e di non pensare che a soddisfare alla sua richiesta con gentilezza, rispondo alla sua domanda con uno spirito pieno di irritazione: «Vorrei che non mi chiedessi nulla»; tutto ciò è frutto dell'orgoglio, aggiunto alla mancanza di unione con i miei nell'amore. Vorrei non pensare a nient'altro che a fare ad ogni istante il massimo bene possibile». Nella realtà quotidiana, la sua risoluzione di gentilezza è dunque spesso battuta in breccia da tentazioni di giudizi temerari, da sentimenti di antipatia... Ma non si lascia abbattere da tali lotte; rinnova l'intenzione di vedere negli altri il tempio di Dio, guarda il crocifisso e riprende coraggiosamente la lenta opera di mitigazione del cuore.
Ricadute
La sua bontà d'animo gli attira la stima dei superiori che, prendendo in considerazione gli studi già compiuti a Roma, lo fanno ordinare sacerdote nel corso del noviziato, il 14 aprile 1889. Il vescovo di Mantova che gli conferisce il sacramento dell'Ordine è Monsignor Sarto, futuro Papa Pio X, amico dei Camillini. Enrico pronuncerà i voti perpetui l'8 dicembre 1891. Ma Padre Rebuschini è soggetto a ricadere nell'esaurimento nervoso. Tali ricadute sono una conseguenza del suo difetto predominante: un'indole perfezionistica che lo porta ad un impegno spirituale che non tiene sufficientemente conto della sua fragilità nervosa. 
Negli anni 1890-1891, avrà un nuovo esaurimento e soffrirà molto a causa di una prova spirituale: troppo concentrato sul pensiero dell'eternità, è fortemente tentato di credersi disapprovato. La nomina a cappellano di ospedale gli fa ritrovare equilibrio e serenità, aiutandolo a dimenticare se stesso, per occuparsi delle miserie del prossimo. Ma, nel 1895, si profila una nuova crisi. Nominato viceistruttore dei novizi e professore di teologia, si giudica, diffidando di se medesimo, incapace di assumere tali incarichi. Ne consegue uno stato di tensione perpetua. I superiori devono esonerarlo dagli incarichi e, grazie a Dio, ritrova rapidamente l'equilibrio. Finalmente, nel 1922, un lungo periodo di gravi responsabilità e di sovraccarico di lavoro lo porterà ad un ultimo esaurimento, sormontato nello spazio di alcuni mesi.
Di fronte a tali manifestazioni depressive, si sarebbe tentati di pensare che Padre Enrico aveva un'indole malinconica ed esitante. Ma va notato che, fra la crisi del 1895 e quella del 1922, passa una ventina d'anni svolgendo un'attività normale, nel corso della quale assume mirabilmente pesanti responsabilità, con una grande generosità. Quindi, dal 1922 fino alla morte nel 1938, durante altri sedici anni, dà più che mai l'impressione di un solido equilibrio e di una totale serenità. Padre Giuseppe Moar, che fu suo compagno durante gli ultimi sette anni, ha affermato, in occasione del processo di beatificazione, di aver appreso soltanto dalle biografie i passati esaurimenti nervosi di Padre Rebuschini. «Quando l'ho conosciuto, era perfettamente equilibrato e sempre uguale a se stesso. Non mi sarebbe mai venuto in mente che avesse potuto avere esaurimenti nervosi».
Attraverso le sofferenze, Padre Enrico ha potuto praticare i principi di saggezza cristiana che il Santo Padre Giovanni Paolo II dà agli infermi: «Cari ammalati, vorrei lasciare nelle vostre memorie e nei vostri cuori tre piccole luci che mi sembrano preziose. Prima di tutto, qualsiasi sia la vostra sofferenza, fisica o morale, Ma si sforza di imitare, se non addirittura di superare, gli esempi di austerità che nota intorno a sè, e giunge ad uno stato di spossatezza nervosa e mentale, causa frequente di esaurimento. o familiare, apostolica, o anche ecclesiale, è importante che ne prendiate lucidamente coscienza, senza minimizzarla nè aumentarla, e con tutti i sommovimenti che essa ingenera nella vostra sensibilità umana: insuccesso, inutilità della vostra vita, ecc. Poi, è indispensabile inoltrarsi sulla via dell'accettazione. Sì, accettare che sia così, non per rassegnazione più o meno cieca, ma perchè la fede ci assicura che il Signore può e vuole trarre il bene dal male. Infine, rimane da fare il gesto più bello: quello dell'oblazione. L'offerta, fatta per amore del Signore e dei nostri fratelli, permette di giungere ad un grado, talvolta molto elevato, di carità teologale, vale a dire perdere se stessi nell'amore di Cristo e della Santissima Trinità per l'umanità. Queste tre tappe, vissute da ciascuno di coloro che soffrono, secondo il proprio ritmo e la propria grazia, porta ad ognuno una liberazione interiore stupefacente. Non è forse l'insegnamento paradossale riferito dai Vangeli: Colui che perde la vita per causa mia la troverà?» (Messaggio agli infermi: Lourdes, 15 agosto 1983).
Non si poteva resistere
Nel 1890, Padre Enrico vieno nominato cappellano degli ospedali militare e civile di Verona. I chierici e le suore, ma anche i soldati lo stimano come un Santo. La sua santità è, di per sè, la più silenziosa che si possa immaginare per un cappellano; non si basa su azioni clamorose, ma, prima di tutto, sull'esemplarità della sua vita nel servizio che offre agli ammalati. Nel suo apostolato, ha il dono di toccare i cuori più induriti. Il curato di Vescovato testimonia: «Mi sono trovato più di una volta al capezzale di un ammalato con Padre Enrico. Capitava che i miei parrocchiani, cui non avevo potuto portare i sacramenti in casa (la parrocchia di Vescovato aveva allora la fama di essere «difficile»), si confessassero e comunicassero con serenità e gioia quando erano in clinica: quando chiedevo loro come fossero riusciti e decidersi, rispondevano che con un sacerdote come Padre Enrico, non si poteva resistere, perchè aveva le parole e gli atteggiamenti per convincere».
Il successo di Padre Rebuschini presso le anime si spiega con la di lui unione con Dio, specialmente attraverso la pia celebrazione della Santa Messa, la recita fervente del breviario, l'adorazione del Santissimo Sacramento ed un sommo amore per la Santissima Vergine. Le sue genuflessioni sono piene di un grande rispetto. All'elevazione dell'ostia, nel corso della Messa, si ferma per un istante in adorazione. Il Padre nostro, che ci fa pregare con le parole stesse di Gesù, gli sembra il momento più commovente del Santo Sacrificio.
All'inizio del maggio 1899, Padre Enrico è inviato nel convento di Cremona. Il primo incarico che gli viene affidato è quello di cappellano delle Suore camilline. L'anno seguente, il suo Superiore lo nomina anche economo del convento. Uomo di vita interiore e di preghiera, Padre Enrico assolve l'incarico che non gli conviene per compiere la volontà di Dio. Non dispone nè di uffici, nè di segreterie. Tuttavia, può far appello alla collaborazione di Monaci attivi ed intelligenti. Comunemente, deve comprare vari prodotti, riparare i guasti agli impianti dell'acqua o dell'elettricità, assicurare il buon funzionamento del blocco operatorio della clinica, mettere a frutto l'orto, il pollaio, sorvegliare l'evoluzione del vino nelle cantine, preparare le buste-paga. Ma, col passare degli anni, i lavori straordinari non mancano: rinnovo della cucina, allacciamento alla rete elettrica della città, rifacimento dei tetti, impianto del riscaldamento centrale, senza tener conto delle difficoltà dovute al fallimento della banca in cui sono depositati i modesti risparmi della comunità...
Ottimista, per principio
L'amministrazione di Padre Enrico è conforme a certi principi che riferisce il suo successore nell'incarico di economo: «Mi insegnò i criteri della prudenza nella gestione dell'economia della casa: voleva, per esempio, che si comprassero sempre merci buone, per servire bene gli ammalati, e che si pagasse subito... Era ottimista per principio nel suo giudizio sugli altri, e si rassegnava a malincuore a constatare il male nel prossimo. Ne scusava sempre l'intenzione». Un avvocato riferisce: «Padre Enrico era venuto a consultarmi a Cremona, per domandare i miei servizi professionali in una causa civile legata ad un'eredità a favore della clinica San Camillo, di cui gli eredi contestavano la validità. Ebbi varie occasioni di incontrare Padre Enrico e di trattare con lui... Mi è sempre parso di una straordinaria semplicità e pieno di un distacco, anch'esso poco comune, per le cose e gli interessi terreni... Ricordo l'edificante impressione che ne ebbi quando fui chiamato ad occuparmi di detta eredità. Provava che vegliava agli interessi della casa, ma, nello stesso tempo, si faceva notare per la bontà nel suo modo di fare e per l'assenza totale di spirito cavilloso».
Solleciti per coloro che soffrono
Padre Rebuschini ha esercitato l'incarico di economo per 35 anni, fino al 1937. Ma, a partire dal 1938, le sue forze cominciano a declinare. Ha 78 anni. «Gli ultimi giorni di Padre Enrico sono stati segnati da una serenità esemplare e da un abbandono perfetto alla divina Provvidenza», ha riferito, nel corso del processo di beatificazione, un neuropsichiatra che ha studiato la di lui vita da un punto di vista medico. Nei primi giorni di maggio, dopo aver ricevuto il sacramento degli infermi, Padre Enrico chiede perdono a tutti per i cattivi esempi che ha potuto dare, per le sue imperfezioni, per tutto quello che in lui ha potuto urtare. Chiede anche che si preghi per lui, lasciando a Dio la valutazione della sua vita passata. Il 9 maggio, alle sei, Padre Vanti celebra la Messa nella sua stanza. Al momento di ricevere la comunione, il moribondo stende la braccia, riceve il Corpo del Signore con una grande devozione, poi incrocia le braccia e si immerge nella preghiera. Il supremo incontro con il suo amatissimo Signore avrà luogo il 10 maggio, alle ore 5.30. «Il suo esempio, dirà di lui il Santo Padre in occasione della beatificazione, costituisce per tutti i credenti un appello impellente ad essere solleciti per gli infermi e per coloro che soffrono nel corpo e nello spirito».
È per l'intercessione del Beato Enrico Rebuschini che preghiamo per Lei, per coloro che Le sono cari, per tutti coloro che sono confrontati a debolezze o a malattie nervose, frequenti nel mondo attuale, e secondo tutte le Sue intenzioni.
Dom Antoine Marie osb
"Lettera mensile dell'abbazia Saint-Joseph, F. 21150 Flavigny- Francia
(Website : www.clairval.com)"

BEATA MARIA BOLOGNESI E IL PURGATORIO

 

MARIA BOLOGNESI E IL PURGATORIOPDFStampaE-mail

MARIA BOLOGNESI E IL PURGATORIOMaria Bolognesi fu una grande mistica del ventesimo secolo, nacque a Bosaro in provincia di Rovigo il 21 ottobre 1924 e morì a Rovigo il 30 gennaio 1980. Sarà beatificata il 7 settembre 2013.Sofrì molto a causa di varie malattie e la morte all’età di 56 anni non le consentì di portare a termine il suo progetto di assistenza ai bisognosi. Fu un esempio di preghiera, di umiltà e di apostolato.  Per invogliarla a pregare sempre più per le anime del Purgatorio Gesù la conduce anche nel “ regno dei morti” e le fa provare l’atrocità delle pene sofferte dalle anime in attesa di entrare definitivamente nella luce di Dio. Dal 1957 con una certa frequenza sia nel giorno del suo compleanno (21 ottobre)e nella solennità di tutti i Santi o in altre occasioni, Gesù è solito offrirle, ad intervalli quasi regolari, un dono particolare con la visione beatificante delle anime del Paradiso, o quella dolorosa del Purgatorio. Nel diario troviamo la prima dimostrazione di simile metodo nel racconto del 1° novembre 1957, alle ore 15 Gesù le dice: “Vieni con Me”. “Dove vuoi che venga, Gesù?”. “Maria ti porto in Paradiso per pochi minuti”. ...

...   Lei continua narrando che si è vista addosso un abito bianco. Gesù, sorridendo, le chiede: “Maria, staresti sempre qui?”. “Gesù…Gesù… Quanta luce! Il Paradiso è un giardino di anime candide e profumate. Nessun pittore può avvicinarsi con nessun disegno. Quanta luce, schiere di angeli. Come starei qui!”. Ma il Signore rompe l’incanto e rivolgendole di nuovo la parola, le dice: “Maria ora ti porto con Me a visitare il Purgatorio”. “Gesù , Tu sei troppo buono, sai che non merito nulla”. “Maria, sentirai le stesse pene che soffrono le anime del purgatorio”. L’impatto è talmente doloroso che ella esclama: “Mio Dio, mio Dio! Solo con la grazia e la forza di Gesù si può superare certi dolori, certe sofferenze. Gesù, per la tua pietà e misericordia, porta presto in Paradiso con Te tutte queste anime…”. Gesù mi dice: “Ora ti sveglierai, sarai molto stanca e abbattuta” […]. Dopo questo sogno mi svegliai, ero molto stanca […] Zoe ( la sua collaboratrice di fiducia) mi era da vicino”. Dalla primavera del 1958 per circa un anno Maria dovette rimanere a letto, inferma. Nell’incontro del 3 luglio 1959 il Signore le preannuncia il premio: “Dalle tue molte sofferenze passate in questo periodo e tanti Santi Rosari recitati, ti farò vedere anime salvate uscite dal Purgatorio”. Questa è la promessa. Tre giorni dopo il Signore mantiene la parola data. Vestita di bianco Maria viene introdotta nel paradiso: “Ho visto una schiera di anime che godevano alla presenza di Gesù”. In questa occasione Maria esprime un pensiero e un desiderio strani: “Gesù anch’io vorrei essere un angioletto, però preferirei starmene in purgatorio anche se non meritassi e salvare chi soffre tanto”. “Maria, lo sai quanto son dolorose le sofferenze del Purgatorio?”. “Si, Gesù, più di una volta me lo hai fatto vedere e per questo che prego molto e per questo che vorrei starmene in purgatorio a soffrire tanto per le anime, perché si purifichino più presto per godere al più presto la Tua vista in Paradiso”. “Maria se io ti chiedessi tanto tanto purgatorio per la salvezza di tante anime, lo faresti?”. “Gesù, non esiterei parola, accetterei subito. Quando penso che una sofferenza o meglio un dolore grande provato sulla terra non è da confrontare una minima parte di sofferenza delle anime del Purgatorio, come dovrei ritirarmi! […]”. Il 21 ottobre 1959 giorno del suo compleanno, alle ore 2 della notte viene svegliata da una “voce misteriosa”, mentre dormiva “saporitamente”. E anche questa volta il Signore le offre in premio un viaggio in Paradiso e il commento di lei è in queste parole: “Le estasi di amore in questa terra possono essere giudicate creature alterate, isteriche, che poi nessun libro di medicina spiega e possa curare. Là si vedono centinaia e migliaia di angeli che gli occhi non possono contare”. La sorpresa di questo viaggio è costituita dalle parole di Gesù: “Maria, vedi: qui sta scritto il tuo nome”. Il 22 gennaio 1960 il “viaggio” non avviene di notte, ma durante l’abituale incontro pomeridiano con il Signore. Ad un certo punto e con tono brusco, Gesù le dice: “In quel momento mi vidi un vestito rosso e sognai tante anime, ma le vidi proprio. Ne vidi alzarsi 7 di quelle anime e Gesù mi dice: “Vedi Maria, tu preghi tanto per le anime del Purgatorio, quelle anime stano già entrando in Paradiso”. “Gesù., quanto sei buono”. “Maria, sai dirmi quanto è doloroso questo luogo’”. “Gesù, mi sento bruciare dalla sete e non posso paragonare nessun dolore vicino a questo che sento ora […]”. Una descrizione del paradiso ci viene offerta dal diario del 31 agosto 1964. Mons. Adelino Marega era deceduto pochi giorni prima. Quella notte Maria si sveglia “come se le mancasse qualcosa”; e infatti era venuta meno la presenza del suo direttore di spirito. Con il pensiero ella rivede i tanti anni della direzione impartita da lui e ad un certo punto, mentre sta ancora meditando, scorge “una candida luce”. “Gesù mi guarda triste: “Maria, sei in collera con me?”. “Gesù, sia fatta la Tua volontà come in cielo così in terra”. Mi trovai vestita di bianco –prosegue Maria –mi pareva di essere lontana da tutto quello che si può dire dolore. Camminiamo un po’ per una strada lunga, tutta di fiori.. Gesù mi guarda e mi dice: “Maria, so che sei tanto addolorata per il tuo Direttore e che dal giorno 18 [luglio] quando Mi hai visto, pensavi sempre alla sua morte. Ora vedrai il  tuo santo Direttore”. In quel mentre vidi mons. Marega bello, in contemplazione con tante altre anime; mi guardavano e nessuno mi parlò”.”Gesù, come vorrei starmene sempre qui a contemplarTi! Quanto brutto il vivere nel mondo di oggi!”[…]. Non mi trovai più il vestito bianco e le anime sparvero”. Non sono solo questi i “viaggi” di Maria nel Paradiso e nel Purgatorio. Quanto è stato narrato è però sufficiente per dare un’idea dell’esperienza di lei in tale materia. Vogliamo concludere con un’immagine che ritorniamo nel diario dell’8 aprile 1966 al termine della visita  di Maria Bolognesi sia in Purgatorio che in Paradiso: “Quanto è bello il Paradiso! A raggruppare tutta l’energia elettrice in uno spazio di solo 1.000 metri, non darebbe tanta luce splendente come nel paradiso. Quanta gioia!”.

Don Marcello Stanzione

Santo Afonso Maria de Ligório, Nascimento e Infância de Jesus Cristo.

 

Ó AMOR INFINITO...

 


Dedi te in lucem gentium, ut sis

salus mea usque ad extremum terrae.

Eu te estabeleci para luz das gentes,

a fim de seres a salvação que eu envio

até a última extremidade da terra (Is 49,6).

Considera o Pai celeste dizendo estas palavras a Jesus Menino no momento de sua conceição: Meu Filho, eu te estabeleci para luz das gentes e a vida das nações, a fim de que lhes procureis a salvação, que desejo tanto como se fosse a minha própria. É pois necessário que vos dediqueis inteiramente ao bem do gênero humano: “Dado sem reserva ao homem deveis dedicar-vos inteiramente em benefício dele”. É necessário que sofrais uma pobreza extrema desde o vosso nascimento a fim de que o homem se torne rico: Ut tua inopia dites. É necessário que sejais vendido como um escravo para pagardes a liberdade do homem, e que, como escravo, sejais flagelado e crucificado a fim de satisfazer à minha justiça pelas penas devidas aos homens. É necessário que deis vosso sangue e vossa vida para livrar o homem da morte eterna. Numa palavra, sabei que não sois mais vosso mas do homem, segundo a palavra de Isaías: Nasceu-nos um Menino, foi-nos dado um filho. Assim, meu caro Filho, o homem se sentirá constrangido a amar-me e a dar-se a mim, ao ver que vos dou todo a ele, vós meu único Filho, e que me não resta mais nada a dar-lhe. Eis até onde chegou o amor de Deus aos homens! Ó amor infinito, digno somente dum Deus infinito! Jesus mesmo disse: Deus amou de tal modo o mundo que deu por ele seu unigênito Filho.

A essa proposta Jesus Menino não se entristece, antes se alegra, aceita-a com amor e exulta: Dá saltos como gigante para percorrer o seu caminho. Desde o primeiro instante de sua encarnação, Ele se dá todo ao homem e abraça com alegria todas as dores e humilhações que deve sofrer no mundo por amor dos homens. Essas foram, diz S. Bernardo, as montanhas e as colinas escarpadas que Jesus Cristo teve de escalar para salvar os homens: Ei-lo aí vem saltando sobre os montes, atravessando os outeiros.

Notemos bem: enviando-nos seu Filho como Redentor e Mediador de paz entre Ele e os homens, Deus Padre obrigou-se de certo modo a perdoar-nos e a amar-nos; entre o Pai e o Filho interveio um pacto em virtude do qual o Pai devia receber-nos em sua graça, contanto que o Filho satisfaça por nós à divina justiça, de seu lado, o Verbo, digo, também se obrigou a amar-nos, não por causa do nosso mérito, mas para cumprir a misericordiosa vontade de seu Pai.

Afetos e Súplicas.

Meu caro Jesus, se é verdade, como a lei o declara, que se adquire o domínio pela doação, vós me pertenceis porque o vosso Pai vos deu a mim: é por mim que nascestes, a mim fostes dado: Nasceu-nos um Menino, foi-nos dado um Filho. Posso pois dizer: Meu Jesus e meu tudo. Já que sois meu, todos os bens me pertencem. O vosso apóstolo me assegura: Como não nos dará também com ele todas as coisas? Por isso, meu é o vosso sangue, meus os vossos méritos, minha a vossa graça, meu o vosso paraíso. E se sois meu, quem poderá jamais arrancar-vos de mim? Ninguém poderá tirar-me o meu Deus. Assim dizia com júbilo S. Antão Abade; assim também quero dizer no futuro. É verdade que vos posso perder ainda e afastar-me de vós pelo pecado; mas, ó meu Jesus, se no passado vos abandonei e perdi, arrependo-me agora de toda a minha alma, e estou resolvido a perder tudo, a própria vida, antes que tornar a perder-vos, ó Bem infinito e único amor de minha alma. — Agradeço-vos, Pai eterno, por me terdes dado vosso Filho; e já que mo destes todo, eu miserável dou-me todo a vós. Pelo amor desse Filho adorável, aceitai-me e prendei-me com cadeias de amor a meu Redentor, mas prendei-me tão estreitamente que possa dizer com o apóstolo: Quem me poderá ainda separar de meu Jesus? — E vós, meu Salvador, se sois todo meu, sabei que sou todo vosso. Disponde de mim, e de tudo o que me pertence como vos aprouver. E como poderia eu recusar alguma coisa a um Deus que me não recusou o seu sangue e a sua vida?

Maria, minha Mãe, guardai-me sob vossa proteção. Já não quero ser meu, quero ser todo do meu Senhor. A vós compete tornar-me fiel, confio em vós.

 

Santo Afonso Maria de Ligório: Encarnação, Nascimento e Infância de Jesus Cristo

MEDITAÇÃO V PARA OS DIAS DO ADVENTO - POR SANTO AFONSO MARIA DE LIGÓRIO

 


Formam servi accipiens.

Ele tomou a forma e a natureza de servo (Fl 2,7).

 

O Verbo eterno desce à terra para salvar o homem. Donde desce Ele? A sua saída é do mais alto dos céus, diz o Salmista. Desde do seio de Deus seu Pai, onde foi gerado desde a eternidade entre os esplendores dos Santos. — E aonde desce? desde ao seio duma Virgem, filha de Adão, isto é, a um lugar que, comparado ao seio de Deus, não é senão um horror; daí o cântico da Igreja: “Não tivestes horror do seio da Virgem”. Sim, porque o Verbo, estando no seio do Pai, é Deus como Pai, é imenso, onipotente, infinitamente feliz, soberano Senhor do universo, em tudo igual a Seu Pai; mas no seio de Maria, ele é criatura, é pequeno, fraco, padecente, servo, inferior a seu Pai: Ele tomou, diz S. Paulo, a forma de servo.

Contam de S. Aleixo, como grande prodígio de humildade, que sendo filho dum senhor romano, quis viver como servo na casa de seu pai. Mas que é a humildade desse Santo em comparação da de Jesus Cristo? Entre filho e servo do pai de S. Aleixo havia alguma diferença de condição; mas entre Deus e servo de Deus há uma distância infinita. Ademais, fazendo-se o Filho de Deus servo de seu Pai, se fez também, para lhe obedecer, servo de suas criaturas, isto é, de Maria e de José; pois o Evangelho atesta que lhes estava sujeito. Ainda mais, obedeceu até a Pilatos que o condenou à morte, pois que se submeteu a essa injusta sentença, obedeceu aos carrascos quando o quiseram flagelar, coroar de espinhos e crucificar; submeteu-se humildemente a todos e entregou-se às mãos de seus inimigos.

Oh! Deus, recusaremos diante disso pôr-nos ao serviço desse amável Senhor que para salvar-nos se sujeitou a tantas servidões dolorosas e humilhantes? E para não sermos servos desse Senhor tão grande e amante, consentiremos em tornar-nos escravos do demônio, que, longe de amar os seus servos, os odeia e tiraniza, os torna infelizes nesta e na outra vida? Ah! se cometemos essa loucura no passado, por que não saímos imediatamente dessa miserável escravidão? Coragem pois! Já que pela graça de Jesus Cristo fomos libertados da escravidão do inferno, abracemos logo e apertemos com amor as doces cadeias que nos fazem servos e amigos do Filho de Deus, e que nos obterão uma coroa no reino eterno entre os bem- aventurados do paraíso.

Afetos e Súplicas.

Meu amado Jesus, sois o Rei do céu e da terra; mas por amor de mim vos fizestes servo; obedecestes aos vossos próprios carrascos que vos despedaçaram as carnes, traspassaram a fronte e vos pregaram na cruz para morrerdes de dor. Adoro-vos como seu Senhor e meu Deus, e me acanho de aparecer diante de vós ao lembrar-me que por miseráveis satisfações rompi tantas vezes os vossos santos laços e vos disse em face que não queria mais servir-vos; sim, com justiça me lançais em rosto: Quebraste o meu jugo, rompeste os meus laços, e disseste: Não servirei. Mas, ó meu Salvador, o que me faz esperar o perdão, são os vossos méritos e a vossa bondade, que não despreza um coração contrito e humilhado: Não, meu Deus, não desprezeis um coração que se arrepende e se humilha. Meu Jesus, confesso que fiz mal desgostando-vos; reconheço que mereço mil infernos pelas ofensas que vos fiz; castigai-me como quiserdes, mas não me priveis da vossa graça e do vosso amor. Arrependo-me sobretudo de vos haver desprezado. Amo-vos de toda a minha alma. Tomo a resolução de no futuro servir e amar só a vós. Ah! pelos vossos méritos ligai-me pelas cadeias de vosso santo amor, e não permitais que eu as torne a sacudir de mim. Amo-vos sobre todas as coisas, ó meu Libertador, prefiro ser vosso servo a ser senhor de todo o universo: de que serve o mundo inteiro a quem está privado da vossa graça? Dulcíssimo Jesus, não permitais que me separe de vós, não permitais que me separe de vós. Essa graça eu vo-la peço e quero pedi-la sempre; rogo-vos me concedais hoje a graça de repetir-vos em toda a minha vida esta súplica: Meu Jesus, não permitais que me separe mais de vós e do vosso amor.

Essa graça peço também a vós, ó Maria minha Mãe; ajudai-me com vossa intercessão a não mais me separar de meu Deus.

Santo Afonso Maria de Ligório: Encarnação, Nascimento e Infância de Jesus Cristo

MEDITAÇÃO IV PARA OS DIAS DO ADVENTO - Por Santo Afonso Maria de Ligório

 


Ubi venit plenitudo temporis,

misit Deus Filium suum.

Quando se completaram os tempos,

Deus enviou o seu Filho (Gl 4,4).

 

Considera como Deus deixou passar quatro mil anos depois do pecado de Adão, antes de mandar à terra o seu Filho para resgatar o mundo. Que trevas e que males reinaram entretanto sobre a terra! O verdadeiro Deus não era conhecido nem adorado, a não ser num canto do mundo: em toda a parte reinava a idolatria; adoravam-se como deuses os demônios, os animais e as pedras. Mas admiremos aqui a sabedoria divina: difere a vinda do Redentor para torná-la mais apreciada dos homens; difere-a para melhor se conhecer a malícia do pecado, a necessidade do remédio e a graça do Salvador. Se Jesus Cristo tivesse vindo logo após o pecado de Adão, não se teria podido apreciar a grandeza desse benefício. Agradeçamos, pois, a bondade de Deus para conosco. Agradeçamos, pois, a bondade de Deus para conosco, fazendo-nos nascer depois de cumprida a grande obra da redenção.

Eis que é chegada essa época feliz chamada a plenitude dos tempos: Quando chegou a plenitude dos tempos, Deus enviou seu Filho para resgatar os que estavam sob o jugo da lei. Essa expressão marca a plenitude da graça que o Filho de Deus veio comunicar aos homens pela redenção. O anjo é enviado como embaixador na cidade de Nazaré à Virgem Maria para lhe anunciar a vinda do Verbo, que quer encarnar-se em seu seio. O anjo a saúda chamando-a Cheia de graça e Bendita entre as mulheres. Ouvindo esses louvores a humilde Virgem, escolhida para ser a Mãe do Filho de Deus, perturba-se em sua profunda humildade; mas o anjo a anima e diz-lhe ter ela achado graça junto de Deus, isto é, aquela graça da qual resultaria a paz entre Deus e os homens, e a reparação das ruínas devidas ao pecado. Revela-lhe depois o nome de Jesus ou Salvador, que deve dar a seu Filho, e acrescenta que esse Filho é o próprio Filho de Deus, que deve resgatar o mundo e assim reinar sobre os corações dos homens. Enfim Maria consente em ser a Mãe de tão nobre filho: Faça-se em mim segundo a vossa palavra; e ao mesmo instante o Verbo eterno se faz carne e torna-se homem: E o Verbo se fez carne!

Rendamos graças a esse Filho e também a essa Mãe que, consentindo em ser a Mãe de tal Filho, consente em ser a Mãe de nossa salvação e por isso mesmo uma Mãe de dores: desde

então ela se resigna a ser mergulhada num abismo de dores, que lhe devia custar a sua qualidade de Mãe dum Filho vindo ao mundo para sofrer e morrer pelos homens.

 

Afetos e Súplicas.

Ó Verbo divino feito homem por mim, embora vos veja tão humilhado e feito criança no seio de Maria, confesso-vos e reconheço-vos por meu Senhor e Rei, mas Rei de amor. Meu caro Salvador, já que viestes a este mundo revestir-vos da nossa miserável carne para reinar sobre os nossos corações, ah! vinde estabelecer o vosso reino também no meu coração sujeito outrora ao domínio dos vossos inimigos, mas que agora é vosso, como espero; quero que seja ele sempre vosso e que vós sejais de hoje em diante o seu único Senhor: Reinai no meio de vossos inimigos. Os outros reis reinam pela força das armas; vós ao contrários vindes reinar pela força do amor, por isso não vindes com pompas reais, não vindes revestido de púrpura e ouro, ornado de cetro e coroa nem rodeado de exércitos de soldados. Nasceis num estábulo, pobre, abandonado e sereis colocado num presépio sobre um pouco de palha, porque assim quereis começar a reinar sobre os corações. Ah! meu Rei Infante, como pude revoltar-me tantas vezes contra vós, e viver tanto tempo na vossa inimizade, na privação da vossa graça, quando vós para obrigar-me a amar-vos depusestes a vossa majestade divina e vos humilhastes tanto que tomastes a forma duma criança numa gruta, depois a dum operário numa oficina, e, enfim, a dum condenado na cruz? Oh! Feliz de mim se agora que saí, como espero, da escravidão de Lúcifer, me deixar dominar sempre por vós e por vosso amor! Ó Jesus, meu Rei, que sois tão amável e que amais tanto as almas, tomai posse de toda a minha alma, eu vo-la dou sem reserva. Aceitai que ela vos sirva sempre e que vos sirva por amor: a vossa majestade merece ser temida, mas a vossa bondade merece ainda mais ser amada. Ó meu Rei, vós sois e se- reis para sempre o meu único amor; e o único temor que terei será o de desgostar-vos. Assim o espero. Ajudai-me com a vossa graça.

Minha amada Soberana, Maria, vós haveis de obter-me a graça de ser fiel a esse Rei querido de minha alma.

 

Santo Afonso Maria de Ligório: Encarnação, Nascimento e Infância de Jesus Cristo

MEDITAÇÃO III PARA OS DIAS DO ADVENTO - Por Santo Afonso Maria de Ligório


MEDITAÇÃO III.
Sic Deus dilexit mundum,
ut Filium suum unigenitum daret.

Deus amou de tal o modo o mundo,
que lhe deu seu Filho unigênito (Jo 3,16).


Considera como o Padre eterno, dando-nos o Filho por Redentor, por vítima e preço do nosso resgate, não podia dar-nos motivos mais fortes de esperança e amor, para inspirar-nos confiança e obrigar-nos a amá-lo. Dando-nos o seu Filho, diz S. Agostinho, não sabe e não tem mais que dar-nos. Quer que nos aproveitemos desse dom de valor infinito, para obtermos a salvação eterna de todas as graças de que precisamos; pois achamos em Jesus Cristo tudo o que podemos desejar: achamos a luz, a força, a paz, a confiança, o amor e a glória eterna, sendo Jesus Cristo um dom que encerra todos os dons que possamos pedir e desejar.


De fato diz-nos o apóstolo: Como não nos dará também com ele todas as coisas? Tendo-nos Deus dado seu Filho dileto, seu unigênito Filho, a fonte e o tesouro de todos os bens, podemos ainda temer uma recusa de sua parte, seja qual for a graça que lhe pedirmos? Pela vontade de Deus, ele foi feito sabedoria para nós, e justiça, e santificação, e redenção. Deus no-lo deu, a nós ignorantes e cegos, para ser nossa sabedoria e nossa luz, e nos dirigir na via da salvação; a nós, dignos do inferno, para ser nossa justiça, e nos permitir aspirar ao paraíso; a nós, pecadores, para ser nossa santificação, e nos conduzir à santidade; a nós, enfim, escravos do demônio, para ser nossa redenção, e nos restituir a liberdade dos filhos de Deus. Numa palavra, em Jesus Cristo fomos enriquecidos de todos os bens e de todas as graças; basta que as peçamos por seus méritos. Em todas as coisas fostes enriquecidos nele... de maneira que nada falta em graça alguma a vós.


E esse dom que Deus nos fez de seu Filho, é um dom feito a cada um de nós, pois que ele o deu todo inteiro a cada um, como se tivesse dado a ele só; de sorte que cada um de nós pode dizer: Jesus Cristo é todo meu; o seu corpo e o seu sangue são meus; a sua vida, as suas dores, a sua morte, todos os seus méritos são meus. Eis por que S. Paulo dizia: Ele me amou e entregou-se por mim; e cada um de nós pode dizer o mesmo: O meu Redentor me amou e levou esse seu amor até se dar todo a mim.

Afetos e Súplicas.

Ó Deus eterno, quem nos poderia jamais ter feito esse dom de valor infinito, senão vós que sois um Deus de amor infinito? E que mais podereis fazer, ó meu Criador, para inspirar-nos confiança em vossa misericórdia, e obrigar-nos a amar-vos? Senhor, tenho-vos pago com ingratidão; mas dissestes, pelo Apóstolo, “que tudo contribui em benefício dos que vos amam”. Sejam pois quais forem o número e a enormidade de meus pecados, não quero que destruam a minha confiança em vossa bondade, mas quero que me sirvam para mais me humilhar quando receber alguma afronta ; ah! bem merece outras afrontas e outros desprezos quem teve o atrevimento de ofender-vos, Majestade infinita! Quero que me sirvam para suportar com mais paciência as cruzes que me enviardes, para vos servir e honrar com mais zelo, a fim de reparar as injúrias que vos tenho feito. Sim, meu Deus, quero lembrar-me sempre dos desgostos que vos dei, a fim de louvar tanto mais a vossa misericórdia, e de me abrasar sempre mais de amor por vós, que me procurastes quando vos fugia, e me tendes feito tanto bem depois de haver recebido de mim tantos ultrajes. Senhor, espero que já me tenhais perdoado; arrependo-me e quero arrepender-me sempre de minhas ofensas. Quero ser-vos grato, compensando com meu amor a ingratidão que tenho tido para convosco; mas vós haveis de ajudar-me; a vós peço a graça de executar essa resolução. Fazei-vos amar, ó meu Deus, para a vossa glória, fazei-vos amar muito por um pecador que muito vos ofendeu. Meu Deus, meu Deus, como poderia eu cessar ainda de amar-vos, e renunciar novamente ao vosso amor?


Ó Maria, minha Rainha, socorrei-me; conheceis minha fraqueza: fazei que a vós me recomende sempre que o demônio pretender separar-me de Deus. Minha mãe, minha esperança, socorrei-me.

 

Santo Afonso Maria de Ligório: Encarnação, Nascimento e Infância de Jesus Cristo

MEDITAÇÃO II PARA OS DIAS DE ADVENTO - POR SANTO AFONSO MARIA DE LIGÓRIO




MEDITAÇÃO II. 

Et Verbum caro factum est. 

E o Verbo se fez carne (Jo 1,14). 

O Senhor mandou S. Agostinho escrever no coração de S. Maria Madalena de Pazzi estas palavras: O Verbo se fez carne. 

Ah! peçamos também ao Senhor ilumine o nosso espírito e nos faça compreender por que excesso e prodígio de amor o Verbo eterno, o Filho de Deus, se fez homem por amor de nós! 

A Santa Igreja fica como que atônita ao contemplar esse grande mistério: Considerai as vossas obras, exclama ela com o profeta, e fiquei estupefata. Se Deus houvesse criado mil outros mundos, mil vezes maiores e mais belos que este, essa obra seria certamente infinitamente menor do que a Encarnação do Verbo. Ele manifestou o poder de seu braço. Na obra da Encarnação foi necessária a onipotência e a sabedoria infinita dum Deus, para fazer que a natureza humana se unisse a uma pessoa divina, e que uma pessoa divina se humilhasse até tomar a natureza humana. Assim, Deus fez-se homem, e o homem tornou-se Deus; e estando a divindade do Verbo unida à alma e ao corpo de Jesus Cristo, todas as ações desse Homem-Deus foram divinas; divinas foram suas preces, divinos os seus sofrimentos, divinos seus vagidos, divinas as suas lágrimas, divinos os seus passos, divinos os seus membros, divino o seu sangue, esse sangue do qual queria fazer um banho de salvação para nos purificar de todos os nossos pecados, e um sacrifício de valor infinito para aplacar a justiça do Pai irritado com os homens. 

E que são esses homens? Criaturas miseráveis, ingratas, rebeldes. E para salvar esses indignos, um Deus se faz homem, sujeita-se às misérias humanas! Ele sofre, morre! Humilhou-se, fazendo-se obediente até à morte, até a morte da cruz. 

Ó santa fé! Se a fé não no-lo garantisse, quem poderia jamais acreditar que um Deus de infinita majestade se humilhou ao ponto de tornar-se um verme da terra como nós, para nos salvar a custo de tantas penas e ignomínias, a custo duma morte tão cruel e vergonhosa? 

Ó graça! ó poder do amor! exclama S. Bernardo. Ó graça que homem algum jamais poderia imaginar, se Deus mesmo não pensasse em no-la fazer! Ó amor divino, que ninguém jamais poderia compreender! Ó misericórdia! ó caridade infinita, que só podem nascer duma bondade infinita!

Afetos e Súplicas. 

Ó alma, corpo e sangue de meu Jesus, eu vos adoro e agradeço; vós sois a minha esperança, vós sois o preço pago para resgatar-me do inferno que tantas vezes mereci. — Ah! e que vida infeliz e desesperada me esperaria na eternidade, se não tivésseis pensando em salvar-me com vossos sofrimentos e a vossa morte! Como pois almas remidas por vós com tanto amor, sabendo isso, podem viver sem amar-vos, e desprezar essa graça que lhes alcançastes a custo de tantas penas? E eu não sabia tudo isso? e pude ofender-vos, e ofender-vos tantas vezes? Mas, repito, o vosso sangue é a minha esperança. Reconheço, meu Salvador, a grandeza do mal que vos fiz. Oh! oxalá tivesse morrido antes mil vezes! Oxalá vos tivesse sempre amado! Agradeço o tempo que me dais ainda para o fazer. 

Espero empregar o resto da minha vida e toda a eternidade em louvar sem cessar as vossas misericórdias a meu respeito. Após os meus pecados, eu merecia mais trevas, e me destes mais luzes; merecia ser abandonado por vós, e correstes atrás de mim chamando-me com voz mais terna; merecia que meu coração ficasse mais endurecido, e vós o enternecestes e tocastes de compunção. Sim, por vossa graça sinto uma grande dor das ofensas que vos fiz, sinto em mim um vivo desejo de vos amar, e estou firmemente resolvido a antes perder tudo do que a vossa amizade, sinto por vós um amor que me faz detestar tudo o que vos desgosta; e essa dor, esse desejo, essa resolução, esse amor, quem mos dá? sois vós que mos dais por vossa misericórdia; é isso por um sinal, ó Jesus, de que me tendes perdoado, um sinal de que me amais e quereis a todo o custo a minha salvação. Quereis que me salve, e eu quero salvar-me, quero-o sobretudo para vos agradar. Vós me amais e eu também vos amo. Mas amo-vos pouco, dai-me mais amor: estou obrigado a amar-vos mais do que os outros, porque tenho recebido de vós graças mais especiais; aumentai pois em mim as chamas do vosso santo amor.

SS. Virgem Maria, fazei por vossa intercessão que o amor de Jesus consuma e destrua em mim todos os afetos estranhos a Deus. Atendeis a todos, atendei também a mim: obtende-me o amor e a perseverança.

Santo Afonso Maria de Ligório, Nascimento e Infância de Jesus Cristo.