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quinta-feira, 28 de março de 2013

P. Mateo Crawley-Boevey SS.CC., «Ritiro Sacerdotale»,

 

Mateo Crawley-Boevey SS.CC.
(1867-1960)
RITIRO SACERDOTALE
Adveniat Regnum tuum!
IL PRIMATO DELL’AMORE
«Diliges Dominum Deum…»
Eccovi un bellissimo pensiero che ho trovato in un autore, pensiero che mi pare profondo e originale: «Nel senso cristiano – dice quell’autore – S. Paolo è più grande dei saggi di Atene. Il sangue dei martiri è più sacro dell’inchiostro dei dotti. E non è che il pensiero non sia divino, ma, sempre in senso cristiano, l’amore è più divino che il pensiero. Il pensiero inizia, l’amore termina. Ed è solamente quando la Fede si appoggia sulla carità che essa diventa luminosa e operante». Mille volte più profondo di questo Autore, è lo stesso S. Paolo quando dice: «Plenitudo legis, dilectio». L’amore è la pienezza della legge. Ossia, la perfezione di tutta la legge e di tutte le virtù, perfezione e realizzazione della santità cristiana e sacerdotale, è l’amore. «Sicut in coelo et in terra» la regina delle virtù, la sola immortale, è la carità. Non dimentichiamo che si può credere senza amare, che fede e carità sono separabili e, ahimè!, troppo sovente separate.
Si può, dunque, avere la fede ed anche assai viva, non avendo che una scintilla insignificante di carità o anche niente del tutto. Ma dice S. Paolo: la fede e tutti i carismi senza la carità sono Una cosa vana.
Così, un Lutero che crede alla presenza reale e celebra una Messa sacrilega, non fa che profanare il suo altare.
Noi preti, noi prima di tutti, abbiamo certamente la fede, ma ahimè! noi non amiamo, abbastanza, ed ecco perchè sovente la nostra fede e la nostra speranza languiscono, mancando di un’anima divina e di un succo abbondante quale è un grande amore. Non vi è che il santo che sa produrre la vera armonia di queste due grandi virtù: Egli ama di un immenso amore quello che crede e adora con un’immensa fede. Ecco perchè la «scientia caritatis Christi» è sempre stata il segreto e la scienza dei santi. (Eph. 3,19).
Poiché, che cosa è la santità se non vivere di Dio e con Dio e far vivere Dio in noi? Ma Dio non è che carità!…
E notiamo una cosa molto semplice, che quasi sempre si trascura disgraziatamente: Dio non ci ha creati che per amore, perchè noi l’amiamo nel tempo e nell’eternità.
E questa è in fondo la gran novità del Vangelo, poiché dei filosofi pagani erano arrivati a scoprire da loro stessi l’esistenza di Dio e la sua natura. Ma. soltanto Gesù Cristo venne a dire al mondo, sorpreso nell’ascoltarlo, che Dio era un re incomparabile di bontà, di tenerezza, che Egli non era che amore, noi eravamo veramente i suoi figliuoli, e che voleva essere adorato soprattutto con il cuore, voleva essere amato. Ecco cosi giunta quella che noi, dopo S. Paolo, chiamiamo «l’era della grazia». È la nostra adozione filiale in Dio, che con Cristo segna per noi uno spirito tutto affatto nuovo.
«Divina institutione formati, audemus dicere: Pater Noster».
Ecco perchè Nostro Signore afferma che il più grande ed il primo dei Comandamenti è: «Diliges Dominum Deum tuum».
Ma assai più che questo Comandamento, il prodigio divino dell’Incarnazione e della Redenzione ci obbliga ad amare questo Dio tutto amore: «Sic nos amantem quis non redamaret?»…
E discendendo delicatamente su di un terreno molto personale ed intimo, io oso affermare che tutto quello che voi siete… e tutto quello che voi avete di buono, dal vostro battesimo fino alla vostra ordinazione sacerdotale… fino alla grazia di questo Ritiro… tutta la vostra storia, tale come Dio la conosce, non è che un miracolo dell’amore e della misericordia di Dio. Non è, forse, vero?…

Ecco perchè questa divina carità vi tormenta, vi accerchia come una fiamma che vorrebbe penetrare in voi e consumarvi interamente. «Caritas Christi urget nos» (II Cor. 5,14).
Sopra la base di tutto questo che io vengo affermando, oserei anche dire che sarebbe necessaria una educazione oltre modo diligente del cuore sacerdotale. Sì, io sottolineo la frase: è indispensabile «una educazione del cuore sacerdotale», la quale gli insegni soprattutto ad amare Dio e il Figlio che Lui ha inviato. Poiché l’educazione dell’intelligenza, se è certamente importante e anche indispensabile, non è tuttavia sufficiente e non può essere la sola.
La Religione è verità e luce, ma dovrà necessariamente essere una carità e una luce scaturita dalla fiamma dell’amore.
Luce e carità, conoscenza e amore, uniti nel Cielo, qui in basso non dovrebbero essere separati fra di loro; ma purtroppo, lo sono sovente. Istruire, non è educare nel senso umano e sociale della parola. Così un prete può aver ricevuto una seria educazione dell’intelligenza, mentre che il suo cuore rimane lontano dalla santità del suo stato.
Ahimè! i conoscitori delle belle speculazioni teologiche o giuridiche abbondano, ma non abbondano altrettanto i santi, perchè non si vivono sempre quei sani principî, e non si vivono perchè non si ama abbastanza. È ciò che ha fatto dire all’autore dell’Imitazione, che serve di più «amare la Trinità che fare delle sublimi dissertazioni sopra la Trinità».
Quanta mediocrità spesso nella virtù, la dedizione e lo zelo in coloro che sono delle eminenze del sapere!… «Scientia sine caritate»!
Non è già la luce elettrica fredda e artificiale che è necessaria nella formazione integrale del prete, ma il sole, luce e fiamma, conoscenza e amore. E, parlando con tanta veemente convinzione, voi capite che non intendo affatto parlare di un amore sensibile, e meno ancora sentimentale, mille volte no! Ma di quell’amore «fortis ut mors», che consiste non tanto nel dispensare parole e fiori, ma nel sapere e nel volere «donarsi» sull’esempio del Maestro che amandoci dona se stesso, «tradidit semetipsum».Perchè non ci si appoggia abbastanza su questa dottrina trascendente della carità, si costruisce sovente sulla sabbia: manca la base.
Ancorché nella formazione dei leviti si insista con ragione sulla mortificazione e sulla umiltà, sulla castità e sullo zelo, non si insiste quanto sarebbe necessario sul grande e solo segreto che spinge a praticare nella loro pienezza tutte queste grandi virtù sacerdotali, tante belle quanto delicate: l’amore a Nostro Signore. Infatti, chi sarà mortificato, se non colui che ama prima di tutto di una passione divina il Divino Crocifisso e, quindi, la sua Croce?
Chi sarà veramente umile fino a morire a se stesso, fino ad assaporare con delizia l’umiliazione, se non colui che è soggiogato da quei Cuore che ha detto: «imparate da me ad essere umili»? (Mth. 11,29).
Chi sarà casto di cuore e di mente, se non colui che ha riempito la sua vita e il suo Cuore di un amore divino che esclude ogni affezione terrestre?
E chi sarà divorato dallo zelo per le anime, se non il sacerdote che ha cambiato il suo cuore con il Cuore di Cristo, e che può pertanto, divorato da una fiamma, dire come S. Paolo: «Impendam et superimpendar pro animabus vestris»? (II Cor. 12,15).
Riflettendo a tutto questo, io ho compreso perchè a Paray-le-Monial il Signore si lamentò unicamente di non essere amato.
E tuttavia avrebbe potuto lamentarsi anche della mancanza di fede, di sacrificio, di generosità… Ma questo lamento sulla mancanza di amore abbraccia tutto, poiché allorquando noi amiamo poco o male, la vita si spegne in nel, «qui non diligit, manet in morte» (I Jo. 3,14).
Mettete dunque questa pietra angolare alla base della vostra vita spirituale, e questa fiamma divina come principio animatore di tutta la vostra bella vita sacerdotale: amate! Meditate a tempo e fuori tempo la più divina, la più eterna delle verità, quella che ci insegna che Dio è amore, e imparerete che il nostro cristianesimo e il nostro sacerdozio ci obbligano prima di tutto a dare a Lui tutto il nostro amore, al amarlo «ex toto corde, ex tota anima, ex tota mente».
Amate, amate di un immenso amore, per trasformare e divinizzare la vostra vita quotidiana in tutto quello che essa ha di monotono e di prosaico; per renderla bella e santa con l’amore, conforme l’esempio della Trinità terrestre che ha vissuto a Nazareth, Gesù, Maria e Giuseppe.
Amate, amate di un immenso amore per rendere feconda la nostra attività sacerdotale e missionaria, perchè sia veramente gloriosa per Dio, per le anime e per voi
: «Qui incrementum dat, Deus», e «Deus caritas est».
Amate, amate di un immenso amore per rendere dolce il sacrificio e leggera la croce della vostra sublime vocazione, affinché la vostra immolazione sia una sorgente di santità sacerdotale per voi e di santità sacerdotale irraggiante attorno a voi. Soffrite amando, amate soffrendo.
Amate, amate di un immenso amore, per riparare le possibili manchevolezze della vostra vita sacerdotale, per colmare le vostre inevitabili lacune, per riparare ciò che potrebbe mancare alla vostra virtù sacerdotale, perchè la carità divina copre la moltitudine dei peccati.
Amate, amiate di un immenso amore, per aver pronta e ardente la lampada del vostro cuore nell’ora in cui il Signore verrà a prendervi per darvi un premio, a ciascuno secondo il proprio merito. Oh! che vedendolo arrivare, se a caso voi aveste eccessivo timore e del turbamento, Egli vi possa rassicurare, dicendovi con le sue stesse parole del Vangelo: «Pax tibi, pax multa, noli timere… Ego sum…!» (Luc. 24,36).
E se nella vostra umiltà e pensando sempre alle vostre manchevolezze, voi ripeterete con timore filiale ben legittimo: «Signore, e le mie lacune, e le mie miserie, e le mie responsabilità?… Oh Gesù mio! Come non tremare in presenza del mio Giudice!…», che Egli vi possa tranquillizzare con un sorriso di tenerezza e sopratutto con quelle parole che fanno presentire la sua Misericordia infinita: «Amico, mio sacerdote e mio missionario, tutto quello che tu riconosci in te stesso di imperfetto nella tua vita, è vero, ma tuttavia che la mia pace sia con te!…»
– Ma, Signore, come potrà darsi?…
– Quia dilexisti multum!
Oh, allora, cadendo nelle braccia del Salvatore, sul Cuore di Gesù, voi direte (io ne sono sicuro) se non con le parole, con gli ultimi palpiti del vostro cuore ardente di sacerdote e di apostolo: – «Inveni Cor Regis… inveni Cor fratris… inveni Cor Amici benignissimi Jesu… Quam bonum et quam jucundum habitare et mori in Corde hoc… Bonum est mihi hic esse in aeternum!…»
Diligam Te Domine!
testo tratto da: P. Matteo Crawley SS.CC., Ritiro Sacerdotale, Grottaferrata – Trento, 1958, pp. 170-178.
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Mary: So many souls are lost. I say this so that those who still live on earth will use the means that my Son has provided.

Jesus
The burned out city and the rubble of destruction are not the blessings of the heavenly Father but the power of the Evil One unleashed where he has gained control. Look at the effects. Everything is destroyed and life cannot continue. All is suffering and hardship where few survive. Can this be? Can this happen to America, which seems to sit so safely between two oceans? Your oceans no longer protect you. They are no longer unscaleable walls that keep your enemies at bay. They can be overcome by the technology of your enemies, a technology that has fallen into their hands.
Mary
America, you have abandoned me. I guided the early explorers and led them to this new land. It was my gift to those who believed in my Son. You have turned away from him. The divine protection that kept you like a light shining on the mountain, has been slowly stripped away.
Now your Supreme Court will consider the challenges to the defense of marriage. They will ponder the constitutional arguments, but will they consider that God made them male and female and told them to increase and multiply? If this defense of marriage falls, then untold difficulties will beset you until you return to your senses and to the God who would exalt you.

Jesus
Do not look at the surface of human events because this does not reveal the deep and hidden forces that are at work. There are two kingdoms, locked in an eternal conflict that unfolds every minute in every person’s life and in all of history. The prize is the human person himself and his eternal destiny. This prize is so great that nothing must be spared to win. So, the Father sent me into the world and I was obedient even to the cross. Such is the value of each human person.
If I am so interested in the eternal destiny of each one, can I not ask that each person also be interested in their eternal destiny. So much is at stake but this eternal goal is set aside, ignored and endangered. O reader, I died for your eternal destiny. Do not throw away the prize of victory.
Mary
So many souls are lost. I say this so that those who still live on earth will use the means that my Son has provided. O reader, when was the last time you confessed your sins? When was the last time you even examined your conscience? Or, the last time you assisted at mass? These are the usual steps, the normal means to save your soul. Use them and I will show you the other steps that you can easily take to gain your eternal salvation.

SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO. Alemão, Árabe, Espanhol, Francês, Inglês, Italiano, Polonês, Português

Santa Missa na Ceia do Senhor (Video)[Alemão, Árabe, Espanhol, Francês, Inglês, Italiano, Polonês, Português]

SANTA MESSA NELLA CENA DEL SIGNORE

OMELIA DEL SANTO PADRE FRANCESCO

Istituto Penale per Minori di "Casal del Marmo" in Roma
Giovedì Santo, 28 marzo 2013

(Video)

Questo è commovente. Gesù che lava i piedi ai suoi discepoli. Pietro non capiva nulla, rifiutava. Ma Gesù gli ha spiegato. Gesù – Dio – ha fatto questo! E Lui stesso spiega ai discepoli: «Capite quello che ho fatto per voi? Voi mi chiamate il Maestro e il Signore, e dite bene, perché lo sono. Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i piedi a voi, anche voi dovete lavare i piedi gli uni agli altri. Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come ho fatto io» (Gv 13,12-15). E’ l’esempio del Signore: Lui è il più importante e lava i piedi, perché fra noi quello che è il più alto deve essere al servizio degli altri. E questo è un simbolo, è un segno, no? Lavare i piedi è: “io sono al tuo servizio”. E anche noi, fra noi, non è che dobbiamo lavare i piedi tutti i giorni l’uno all’altro, ma che cosa significa questo? Che dobbiamo aiutarci, l’un l’altro. A volte mi sono arrabbiato con uno, con un’altra … ma… lascia perdere, lascia perdere, e se ti chiede un favore, fatelo. Aiutarci l’un l’altro: questo Gesù ci insegna e questo è quello che io faccio, e lo faccio di cuore, perché è mio dovere. Come prete e come vescovo devo essere al vostro servizio. Ma è un dovere che mi viene dal cuore: lo amo. Amo questo e amo farlo perché il Signore così mi ha insegnato. Ma anche voi, aiutateci: aiutateci sempre. L’un l’altro. E così, aiutandoci, ci faremo del bene. Adesso faremo questa cerimonia di lavarci i piedi e pensiamo, ciascuno di noi pensi: “Io davvero sono disposta, sono disposto a servire, ad aiutare l’altro?”. Pensiamo questo, soltanto. E pensiamo che questo segno è una carezza di Gesù, che fa Gesù, perché Gesù è venuto proprio per questo: per servire, per aiutarci.


EL PAPA FRANCISCO ADVIERTE A LOS SACERDOTES DE QUE LA INSATISFACCIÓN PROVIENE DE NO SALIR DE SI MISMOS . Alemão, Árabe, Espanhol, Francês, Inglês, Italiano, Polonês, Português

Santa Missa Crismal (Vídeo)[Alemão, Árabe, Espanhol, Francês, Inglês, Italiano, Polonês, Português]


HOMILIA DO SANTO PADRE FRANCISCO
Basílica VaticanaQuinta-feira Santa, 28 de março de 2013
Amados irmãos e irmãs,

Com alegria, celebro pela primeira vez a Missa Crismal como Bispo de Roma. Saúdo com afecto a todos vós, especialmente aos amados sacerdotes que hoje recordam, como eu, o dia da Ordenação.

As Leituras e o Salmo falam-nos dos «Ungidos»: o Servo de Javé referido por Isaías, o rei David e Jesus nosso Senhor. Nos três, aparece um dado comum: a unção recebida destina-se ao povo fiel de Deus, de quem são servidores; a sua unção «é para» os pobres, os presos, os oprimidos… Encontramos uma imagem muito bela de que o santo crisma «é para» no Salmo 133: «É como óleo perfumado derramado sobre a cabeça, a escorrer pela barba, a barba de Aarão, a escorrer até à orla das suas vestes» (v. 2). Este óleo derramado, que escorre pela barba de Aarão até à orla das suas vestes, é imagem da unção sacerdotal, que, por intermédio do Ungido, chega até aos confins do universo representado nas vestes.

As vestes sagradas do Sumo Sacerdote são ricas de simbolismos; um deles é o dos nomes dos filhos de Israel gravados nas pedras de ónix que adornavam as ombreiras do efod, do qual provém a nossa casula actual: seis sobre a pedra do ombro direito e seis na do ombro esquerdo (cf. Ex 28, 6-14). Também no peitoral estavam gravados os nomes das doze tribos de Israel (cf. Ex 28, 21). Isto significa que o sacerdote celebra levando sobre os ombros o povo que lhe está confiado e tendo os seus nomes gravados no coração. Quando envergamos a nossa casula humilde pode fazer-nos bem sentir sobre os ombros e no coração o peso e o rosto do nosso povo fiel, dos nossos santos e dos nossos mártires, que são tantos neste tempo.
Depois da beleza de tudo o que é litúrgico – que não se reduz ao adorno e bom gosto dos paramentos, mas é presença da glória do nosso Deus que resplandece no seu povo vivo e consolado –, fixemos agora o olhar na acção. O óleo precioso, que unge a cabeça de Aarão, não se limita a perfumá-lo a ele, mas espalha-se e atinge «as periferias». O Senhor dirá claramente que a sua unção é para os pobres, os presos, os doentes e quantos estão tristes e abandonados. A unção, amados irmãos, não é para nos perfumar a nós mesmos, e menos ainda para que a conservemos num frasco, pois o óleo tornar-se-ia rançoso... e o coração amargo.

O bom sacerdote reconhece-se pelo modo como é ungido o seu povo; temos aqui uma prova clara. Nota-se quando o nosso povo é ungido com óleo da alegria; por exemplo, quando sai da Missa com o rosto de quem recebeu uma boa notícia. O nosso povo gosta do Evangelho quando é pregado com unção, quando o Evangelho que pregamos chega ao seu dia a dia, quando escorre como o óleo de Aarão até às bordas da realidade, quando ilumina as situações extremas, «as periferias» onde o povo fiel está mais exposto à invasão daqueles que querem saquear a sua fé. As pessoas agradecem-nos porque sentem que rezámos a partir das realidades da sua vida de todos os dias, as suas penas e alegrias, as suas angústias e esperanças. E, quando sentem que, através de nós, lhes chega o perfume do Ungido, de Cristo, animam-se a confiar-nos tudo o que elas querem que chegue ao Senhor: «Reze por mim, padre, porque tenho este problema», «abençoe-me, padre», «reze para mim»… Estas confidências são o sinal de que a unção chegou à orla do manto, porque é transformada em súplica – súplica do Povo de Deus.
 
Quando estamos nesta relação com Deus e com o seu Povo e a graça passa através de nós, então somos sacerdotes, mediadores entre Deus e os homens. O que pretendo sublinhar é que devemos reavivar sempre a graça, para intuirmos, em cada pedido – por vezes inoportuno, puramente material ou mesmo banal (mas só aparentemente!) –, o desejo que tem o nosso povo de ser ungido com o óleo perfumado, porque sabe que nós o possuímos. Intuir e sentir, como o Senhor sentiu a angústia permeada de esperança da hemorroíssa quando ela Lhe tocou a fímbria do manto. Este instante de Jesus, no meio das pessoas que O rodeavam por todos os lados, encarna toda a beleza de Aarão revestido sacerdotalmente e com o óleo que escorre pelas suas vestes. É uma beleza escondida, que brilha apenas para aqueles olhos cheios de fé da mulher atormentada com as perdas de sangue. Os próprios discípulos – futuros sacerdotes – não conseguem ver, não compreendem: na «periferia existencial», vêem apenas a superficialidade duma multidão que aperta Jesus de todos os lados quase O sufocando (cf. Lc 8, 42). Ao contrário, o Senhor sente a força da unção divina que chega às bordas do seu manto.

É preciso chegar a experimentar assim a nossa unção, com o seu poder e a sua eficácia redentora: nas «periferias» onde não falta sofrimento, há sangue derramado, há cegueira que quer ver, há prisioneiros de tantos patrões maus. Não é, concretamente, nas auto-experiências ou nas reiteradas introspecções que encontramos o Senhor: os cursos de auto-ajuda na vida podem ser úteis, mas viver a nossa vida sacerdotal passando de um curso ao outro, de método em método leva a tornar-se pelagianos, faz-nos minimizar o poder da graça, que se activa e cresce na medida em que, com fé, saímos para nos dar a nós mesmos oferecendo o Evangelho aos outros, para dar a pouca unção que temos àqueles que não têm nada de nada.
O sacerdote, que sai pouco de si mesmo, que unge pouco – não digo «nada», porque, graças a Deus, o povo nos rouba a unção –, perde o melhor do nosso povo, aquilo que é capaz de activar a parte mais profunda do seu coração presbiteral.
 
Quem não sai de si mesmo, em vez de ser mediador, torna-se pouco a pouco um intermediário, um gestor. A diferença é bem conhecida de todos: o intermediário e o gestor «já receberam a sua recompensa». É que, não colocando em jogo a pele e o próprio coração, não recebem aquele agradecimento carinhoso que nasce do coração; e daqui deriva precisamente a insatisfação de alguns, que acabam por viver tristes, padres tristes, e transformados numa espécie de coleccionadores de antiguidades ou então de novidades, em vez de serem pastores com o «cheiro das ovelhas» – isto vo-lo peço: sede pastores com o «cheiro das ovelhas», que se sinta este –, serem pastores no meio do seu rebanho, e pescadores de homens. É verdade que a chamada crise de identidade sacerdotal nos ameaça a todos e vem juntar-se a uma crise de civilização; mas, se soubermos quebrar a sua onda, poderemos fazer-nos ao largo no nome do Senhor e lançar as redes. É um bem que a própria realidade nos faça ir para onde, aquilo que somos por graça, apareça claramente como pura graça, ou seja, para este mar que é o mundo actual onde vale só a unção – não a função – e se revelam fecundas unicamente as redes lançadas no nome d’Aquele em quem pusemos a nossa confiança: Jesus.

Amados fiéis, permanecei unidos aos vossos sacerdotes com o afecto e a oração, para que sejam sempre Pastores segundo o coração de Deus.

Amados sacerdotes, Deus Pai renove em nós o Espírito de Santidade com que fomos ungidos, o renove no nosso coração de tal modo que a unção chegue a todos, mesmo nas «periferias» onde o nosso povo fiel mais a aguarda e aprecia. Que o nosso povo sinta que somos discípulos do Senhor, sinta que estamos revestidos com os seus nomes e não procuramos outra identidade; e que ele possa receber, através das nossas palavras e obras, este óleo da alegria que nos veio trazer Jesus, o Ungido. Amen.

© Copyright 2013 - Libreria Editrice Vaticana
 

quarta-feira, 27 de março de 2013

Palm Sunday, Heilgenkreuz Abbeyby


By way of Sancrucensis, photos from the abbey of Heiligenkreuz from this past Palm Sunday.






Ordenación sacerdotal y Primera Misa, en la Forma Extraordinaria, en Birmingham (Reino Unido). Dedicación de una nueva iglesia de la Fraternidad Sacerdotal de San Pedro en Denver (EE.UU.). Domingo de Ramos en la Forma Extraordinaria en París (Francia). Santa Misa Crismal del Ordinariato Personal de Nuestra Señora de Walsingham en el Reino Unido. Domingo de Ramos en la Forma Extraordinaria en Birmingham (Reino Unido)

Ordenación sacerdotal y Primera Misa, en la Forma Extraordinaria, en Birmingham (Reino Unido)

En la tarde del pasado viernes 1 de febrero tuvo lugar en el Oratorio de Birmingham (Reino Unido), la Ordenación sacerdotal y la Primera Misa, en la Forma Extraordinaria del Rito Romano, del P. Richard Duncan, C.O. -segundo por la derecha, en la última foto-, que fue ordenado diácono el pasado 26 de julio de 2012 por S. E. Mons. Philip Pargeter, obispo auxiliar emérito de Birmingham, como ya di cuenta en esta entrada del blog.

En esta ocasión, la ordenación la ha conferido S. E. R. Mons. Bernard Longley, Arzobispo de Birmingham, asistido por S. E. Mons. Richard Moth, Obispo Castrense, en coro. Varios Padres de los Oratorios ingleses concelebraron, con la asistencia en coro de numerosos sacerdotes y seminaristas, que incluía una buena representación de la Archidiócesis de Southwark.

La música escogida para la ocasión incluyó la Missa Solemnis en Do mayor, de Mozart; el Juravit Dominus, de Vivaldi, en el Ofertorio; el aria para soprano "Let the bright Seraphim", de Händel, durante la Comunión; e incluso piezas musicales del patrimonio anglicano, como el Salmo 84 "O how amiable are thy dwellings", de Parry. Oratorio de Birmingham.

Apostolados de la FSSP y del ICRSS y en Roma: Semana Santa y Pascua

Hace algunos días, el canónigo D. Raúl Olazábal, ICRSS, Superior en España del Instituto Cristo Rey Sumo Sacerdote, me escribió pidiéndome que aclarara que su Instituto, que desarrolla su Apostolado en la iglesia de Jesús y María de Roma (Italia), continúa haciéndolo, y, aunque la Santa Misa Tridentina ha cambiado el horario, sigue oficiándose en dicho templo por el ICRSS. En su momento escribí una entrada del blog explicando que se suspendía dicha Misa (ver aquí), pero, aunque poco después otros blogs informaron de que los problemas habidos con la comunidad de PP. Agustinos ya se habían solucionado, tuve noticias de que aún seguía habiendo problemas. Por ese motivo, hasta ahora, no volví a escribir otra entrada aclarando que todo parecía haberse solucionado y vuelto a la normalidad.

Pese a que en la iglesia de Jesús y María no se celebre el Triduo Sacro en la Forma Extraordinaria, sí se oficiará la Santa Misa Tridentina del Domingo de Pascua, el día 31 de marzo a las 9:30 horas -que es el horario habitual en que la celebra el ICRSS en dicha iglesia-. La dirección es: Via del Corso, 45.

Aprovecho también para informar de que, además de la celebración regular de la Santa Misa Tridentina en dicha iglesia, en la ciudad de Roma puede asistirse al Triduo Sacro, en la Forma Extraordinaria del Rito Romano, en la Parroquia Personal de la Santísima Trinidad de los Peregrinos, a cargo de la Fraternidad Sacerdotal de San Pedro. Estos son los horarios:

Hoy, Miércoles Santo a las 20:30 horas: Oficio de Tinieblas. Mañana, Jueves Santo: Santa Misa de la Cena del Señor a las 18:30 horas y de nuevo Oficio de Tinieblas a las 20:30 horas. El Viernes Santo: Via Crucis a las 15 h., Pasión del Señor a las 18:30 h. y Oficio de Tinieblas a las 20:30 h. Sábado Santo: Vigilia Pascual a las 22:30 h. Domingo de Pascua: Santa Misa a las 9 h., a las 11 h. (solemne) y a las 18:30 horas.

Para otros templos y horarios de la Santa Misa en la Forma Extraordinaria del Rito Romano en Roma, durante la Semana Santa y la Pascua, puede consultarse este enlace.

Dedicación de una nueva iglesia de la Fraternidad Sacerdotal de San Pedro en Denver (EE.UU.)

El P. James Jackson, Fssp, y los feligreses de la iglesia de Nuestra Señora del Monte Carmelo ya cuentan con su nueva iglesia parroquial, que fue dedicada el pasado sábado 23 de marzo, por S. E. Mons. Samuel J. Aquila, Arzobispo de Denver, a quien acompañaban el Superior de Distrito de la Fraternidad Sacerdotal de San Pedro, el P. Eric Flood, Fssp, y el secretario del Arzobispo, el P. Matthew Book. Las imágenes corresponden a la ceremonia de dedicación y la Santa Misa Tridentina oficiada en la nueva parroquia el mismo día. FSSP.

Domingo de Ramos en la Forma Extraordinaria en París (Francia)

El pasado 24 de marzo fue celebrado el Domingo de Ramos, según la Forma Extraordinaria del Rito Romano, en la iglesia de San Eugenio y Santa Cecilia de París (Francia), al que pertenecen estas imágenes. Los himnos y antífonas correspondientes a la festividad fueron interpretados por la Schola Sainte Cécile.

Santa Misa Crismal del Ordinariato Personal de Nuestra Señora de Walsingham en el Reino Unido

Anteayer, 25 de marzo, más de setenta sacerdotes del Ordinariato Personal de Nuestra Señora de Walsingham en el Reino Unido se unieron a su Ordinario, Mons. Keith Newton, en la celebración de la Santa Misa Crismal anual, que fue oficiada por S. E. R. Mons. Antonio Mennini, Arzobispo de Ferento y Nuncio Apostólico en Gran Bretaña, en la nueva sede del Ordinariato: la iglesia de Nuestra Señora de la Asunción, en Warwick Street, Londres (Reino Unido), ante unos trescientos feligreses. Ordinariato Personal de Nuestra Señora de Walsingham en el Reino Unido.

Domingo de Ramos en la Forma Extraordinaria en Birmingham (Reino Unido)

El pasado 24 de marzo, el P. Ignatius Harrison, C.O., ofició la Santa Misa Tridentina del Domingo de Ramos, tras la bendición de las palmas y la procesión, en el Oratorio de San Felipe Neri, en Birmingham (Reino Unido), del que es Rector. THE ORATORY PARISH.
 

Primeira Audiência Geral do Papa Francisco


Irmãos e irmãs, bom dia!

Tenho o prazer de acolher-vos nesta minha primeira Audiência Geral. Com grande reconhecimento e veneração acolho o “testemunho” das mãos do meu amado predecessor Bento XVI. Depois da Páscoa retomaremos as catequeses do Ano da Fé. Hoje gostaria de concentrar-me um pouco sobre a Semana Santa. Com o Domingo de Ramos iniciamos esta Semana – centro de todo o Ano Litúrgico – na qual acompanhamos Jesus durante a sua Paixão, Morte e Ressurreição.

Mas o que pode querer dizer viver a Semana Santa para nós? O que significa seguir Jesus no seu caminho no Calvário para a Cruz e a ressurreição? Na sua missão terrena, Jesus percorreu os caminhos da Terra Santa; chamou 12 pessoas simples para que permanecessem com Ele, compartilhando o seu caminho, e para que continuassem a sua missão; escolheu-as entre o povo cheio de fé nas promessas de Deus. Falou a todos, sem distinção, aos grandes e aos humildes, ao jovem rico e à pobre viúva, aos poderosos e aos indefesos; levou a misericórdia e o perdão de Deus; curou, consolou, compreendeu; deu esperança; a todos levou a presença de Deus que se interessa por cada homem e cada mulher, como faz um bom pai e uma boa mãe para cada um de seus filhos.

Deus não esperou que fôssemos a Ele, mas foi Ele que se moveu para nós, sem cálculos, sem medidas. Deus é assim: Ele dá sempre o primeiro passo, Ele move-se na nossa direcção. Jesus viveu a realidade quotidiana do povo mais comum: comoveu-se diante da multidão que parecia um rebanho sem pastor; chorou diante do sofrimento de Marta e Maria pela morte do irmão Lázaro; chamou um cobrador de impostos como seu discípulo; sofreu também a traição dum amigo. Nele, Deus deu-nos a certeza de que está connosco, no meio de nós. “As raposas – disse Ele – têm as suas tocas e as aves do céu os seus ninhos, mas o Filho do homem não tem onde reclinar a cabeça” (Mt 8, 20). Jesus não tem casa porque a sua casa é o povo, somos nós, a sua missão é abrir a todos as portas de Deus, ser a presença do amor de Deus.

Na Semana Santa vivemos o ápice deste momento, deste plano de amor que percorre toda a história da relação entre Deus e a humanidade. Jesus entra em Jerusalém para cumprir o último passo, no qual reassume toda a sua existência: doa-se totalmente, não tem nada para si, nem mesmo a vida. Na Última Ceia, com os seus amigos, compartilha o pão e distribui o cálice “por nós”. O Filho de Deus oferece-se a nós, entrega nas nossas mãos o seu Corpo e o seu Sangue, para estar sempre connosco, para morar no meio de nós. E no Monte das Oliveiras, como no processo diante de Pilatos, não oferece resistência, doa-se; é o Servo sofredor profetizado por Isaías que se despojou até a morte (cfr Is 53,12).


Jesus não vive este amor que conduz ao sacrifício de modo passivo ou como um destino fatal; é certo que não esconde a sua profunda inquietação humana diante da morte violenta, mas confia plenamente no Pai. Jesus entregou-se voluntariamente à morte para corresponder ao amor de Deus Pai, em perfeita união com a sua vontade, para demonstrar o seu amor por nós. Na cruz Jesus “amou-me e entregou-se a si mesmo” (Gal 2,20). Cada um de nós pode dizer: amou-me e entregou-se a si mesmo por mim. Cada um pode dizer este “por mim”.

O que significa tudo isto para nós? Significa que este é também o meu, o teu, o nosso caminho. Viver a Semana Santa seguindo Jesus não somente com a emoção do coração; viver a Semana Santa seguindo Jesus quer dizer aprender a sair de nós mesmos, para ir ao encontro dos outros, para ir para as periferias da existência, mover-nos primeiro para os nossos irmãos e as nossas irmãs, sobretudo aqueles mais distantes, aqueles que são esquecidos, aqueles com maior necessidade de compreensão, de consolação, de ajuda. Há tanta necessidade de levar a presença viva de Jesus misericordioso e rico de amor!

Viver a Semana Santa é entrar sempre mais na lógica de Deus, na lógica da Cruz, que não é antes de tudo aquela da dor e da morte, mas aquela do amor e da doação de si que traz vida. É entrar na lógica do Evangelho. Seguir, acompanhar Cristo, permanecer com Ele exige um “sair”, sair. Sair de si mesmo, de um modo cansado e rotineiro de viver a fé, da tentação de fechar-se nos próprios padrões que terminam por fechar o horizonte da acção criativa de Deus. Deus saiu de si mesmo para vir ao meio de nós, colocou a sua tenda entre nós para nos trazer a sua misericórdia, que salva e dá esperança. Também nós, se desejamos segui-Lo e permanecer com Ele, não devemos contentar-nos em permanecer no recinto das 99 ovelhas, devemos “sair”, procurar com Ele a ovelha perdida, aquela mais distante. Lembrem-se bem: sair de nós mesmos como Deus saiu de si mesmo em Jesus e Jesus saiu de si mesmo por todos nós.

Alguém poderia dizer-me: “Mas, padre, não tenho tempo”, “tenho tantas coisas a fazer”, “é difícil”, “o que posso fazer com as minhas poucas forças, também com o meu pecado, com tantas coisas?”. Sempre nos contentamos com alguma oração, com uma Missa dominical distraída e não constante, com qualquer gesto de caridade, mas não temos esta coragem de “sair” para levar Cristo. Somos um pouco como Pedro. Assim que Jesus fala de paixão, morte e ressurreição, de doação de si, de amor para todos, o Apóstolo afasta-o e repreende-o. Aquilo que diz Jesus perturba os seus planos, parece inaceitável, coloca em dificuldade as seguranças que se havia construído, a sua ideia de Messias. E Jesus olha para os discípulos e dirige a Pedro talvez uma das palavras mais duras dos Evangelhos: “Afasta-te de mim, Satanás, porque os teus sentimentos não são os de Deus, mas os dos homens” (Mc 8, 33).

Deus pensa sempre com misericórdia: não se esqueçam disso. Deus pensa sempre com misericórdia: é o Pai misericordioso! Deus pensa como o pai que espera o retorno do filho e vai ao seu encontro, vê-lo vir quando ainda é distante…O que isto significa? Que todos os dias ia ver se o filho retornava a casa: este é o nosso Pai misericordioso. É o sinal que o esperava de coração no terraço de sua casa. Deus pensa como o samaritano que não passa próximo à vítima olhando por outro lado, mas socorre-a sem pedir nada em troca; sem perguntar se ele era judeu, se era pagão, se era samaritano, se era rico, se era pobre: não pergunta nada. Não pergunta essas coisas, não pergunta nada. Vai em seu auxílio: assim é Deus. Deus pensa como o pastor que dá a sua vida para defender e salvar as ovelhas.

A Semana Santa é um tempo de graça que o Senhor nos dá para abrir as portas do nosso coração, da nossa vida, das nossas paróquias – que pena tantas paróquias fechadas! – dos movimentos, das associações, e “sair” de encontro aos outros, fazer-nos próximos para levar a luz e a alegria da nossa fé. Sair sempre! E isto com amor e com a ternura de Deus, no respeito e na paciência, sabendo que nós colocamos as nossas mãos, os nossos pés, o nosso coração, mas em seguida é Deus que os orienta e torna fecunda cada acção nossa.

Desejo que todos vivam bem estes dias, seguindo o Senhor com coragem, levando em nós mesmos um rasgo do seu amor a quantos encontrarmos.

FRANCIS' FIRST GENERAL AUDIENCE: FOLLOWING JESUS IS LEARNING TO GO OUT OF OURSELVES



 
Vatican City, 27 March 2013 (VIS) - “I am happy to welcome you to this, my first general audience,” Pope Francis said to the thousands of faithful who filled St. Peter's Square to participate in the Bishop of Rome's first catechesis. “With gratitude and veneration,” he continued, “I take up this 'witness' from the hands of my beloved predecessor, Pope Benedict XVI. After Easter we will return to the catechesis of the Year of Faith. Today I want to focus on Holy Week. We began this week—the heart of the entire liturgical year—during which we accompany Jesus in his Passion, Death, and Resurrection, with Palm Sunday.
“But what,” the Pope asked, “does it mean for us to live Holy Week? What does it mean to follow Jesus on his journey to Calvary, toward the Cross and his Resurrection? On his earthly mission, Jesus walked the streets of the Holy Land. He called 12 simple persons to stay with him, sharing his path and continuing his mission … He spoke to everyone, without distinction: to the great and the humble ... the powerful and the weak. He brought God's mercy and forgiveness. He healed, consoled, understood. He gave hope. He brought to all the presence of God who cares for every man and woman as a good father and a good mother cares for each of their children.”
“God,” Francis emphasized, “didn't wait for us to come to him. It was He who came to us. … Jesus lived the everyday reality of the most common persons. … He cried when he saw Martha and Mary suffering for the death of their brother Lazarus … He also experienced the betrayal of a friend. In Christ, God has given us the assurance that He is with us, in our midst. … Jesus has no home because his home is the people, us ourselves. His mission is to open the doors to God for all, to be the presence of God's love.”
“During Holy Week we are living the apex … of this plan of love that runs throughout the history of the relationship between God and humanity. Jesus enters into Jerusalem to take the final step in which his entire existence is summed up. He gives himself completely, keeping nothing for himself, not even his life. At the Last Supper, with his friends, He shares the bread and distributes the chalice 'for us'. The Son of God offers himself to us; puts his Body and his Blood in our hands to be always with us … And in the Garden of the Mount of Olives, as at the trial before Pilate, he makes no resistance, but gives himself.”
“Jesus doesn't live this love that leads to sacrifice passively or as his fatal destiny. He certainly didn't hide his deep human turmoil when faced with violent death, but he entrusted himself to the Father with full confidence ... to show his love for us. Each one of us can say, 'Jesus loved me and gave himself up for me'.”
“What does this mean for us? It means that this path is also mine, also yours, also our path. Living Holy Week, following Jesus not only with moved hearts, means learning to come out of ourselves … in order to meet others, in order to go toward the edges of our existence, to take the first steps towards our brothers and sisters, especially those who are farthest from us, those who are forgotten, those who need understanding, consolation, and assistance.”
“Living Holy Week is always going deeper into God's logic, into the logic of the Cross, which is not first and foremost a logic of sorrow and death but one of love and the self giving that brings life. It is entering into the logic of the Gospel. Following, accompanying Christ, staying with him when he demands that we 'go out': out of ourselves, out of a tired and habitual way of living the faith, out of the temptation of locking ourselves in our own schemes that wind up closing the horizon of God's creative action. God went out of himself in order to come amongst us … to bring us the mercy … that saves and gives hope. And we, if we want to follow and remain with him, cannot be satisfied with staying in the sheep pen with the ninety-nine sheep. We have to 'go out', to search for the little lost sheep, the furthest one, with him.”
“Often,” he observed, “we settle for some prayers, a distracted and infrequent Sunday Mass, some act of charity, but we don't have this courage to 'go out' and bring Christ. We are a little like St. Peter. As soon as Jesus talks of his passion, death, and resurrection, of giving himself and love for all, the Apostle takes him aside and scolds him. What Jesus is saying shakes up his plans, seems unacceptable, the safe certainty he had constructed, his idea of the Messiah, in difficulty. And Jesus … addressing some of the harshest words of the Gospel to Peter, says: 'Get behind me, Satan. You are thinking not as God does, but as human beings do.' God thinks mercifully. God thinks like a father who awaits the return of his son and goes out to meet him, sees him coming when he is still afar … a sign that he was awaiting him every day from the terrace of his house. God thinks like the Samaritan who doesn't pass by the unfortunate man, pitying him or looking away, but rather assisting him without asking anything in return, without asking if he was a Jew or a Samaritan, rich or poor.”
“Holy Week,” Francis concluded, “is a time of grace that the Lord gives us to open the doors of our hearts, of our lives, of our parishes—so many closed parishes are a shame—of our movements and associations, to 'go out' and meet others, to draw near them and bring them the light and joy of our faith. To always go out with the love and tenderness of God!”
After the catechesis and the summaries in different languages that the Gospel readers gave, the Pope greeted all the groups in Italian. Also in Italian, he addressed, among other groups, the university students participating in the international UNIV Congress sponsored by the Prelature of Opus Dei, thanking them for their prayers and affection for the Pope. “With your presence in the university world, each one of you carries out what St. Josemaria Escriva wished for: 'It is in the midst of the most material things of the earth that we must sanctify ourselves, serving God and all humankind'.”