sábado, 5 de agosto de 2017

Don Divo Barsotti. I DONI DELLO SPIRITO SANTO


Diario della Preghiera - Teofane il Recluso


I DONI DELLO SPIRITO SANTO

L'azione dello Spirito Santo si manifesta a noi, ed è garantita dal fatto che lo Spirito Santo è creatore, perciò dilata la nostra anima, dona alla nostra anima di seguire un cammino di fedeltà, dona alla nostra anima la pace.

Ma la garanzia più perfetta è il fatto che l'azione dello Spirito Santo ci porta a Gesù, ci fa conoscere il Cristo, ci fa amare Gesù, ci mette in rapporto sempre più vivo e reale con Cristo Signore, fino a una nostra identificazione con lui.

Tutto questo è vero, ma in che modo lo Spirito Santo opera in noi?

L'azione dello Spirito investe le nostre potenze e fa sì che esse, l'intelligenza, la memoria, la volontà e il sentimento, divengano organi di una vita divina.


L'azione dello Spirito


Vi è un'azione della grazia ordinaria che santifica il nostro agire umano. Il nostro agire non supera il modo proprio della nostra natura, ma lo Spirito Santo, risanando la nostra natura, fa sì che le nostre operazioni, pur essendo pienamente umane anche nel loro modo, siano conformi alla volontà di Dio e perciò siano anche azioni di grazia. Ma in questo caso non è l'azione dello Spirito di Dio, è la grazia ordinaria che fa tutto questo; invece l'azione dello Spirito tende di per sé a rendere le nostre operazioni quasi divine, come dice san Tommaso d'Aquino: chi è animato dallo Spirito di Dio agisce «ultra humanum modum», in modo sovrumano, più alto, superiore alle possibilità proprie dell'uomo ordinario.

Le nostre potenze sono tante; lo Spirito di Dio agisce in esse attraverso quelli che si chiamano i doni dello Spirito Santo. Per capire la differenza che esiste tra il dono dello Spirito e i doni dello Spirito Santo possiamo proporre un esempio, di per sé comune, ma molto efficace per comprendere.

Il Deuteronomio dice che Dio è fuoco, «Deus ignis consumens est» (Dt 4,24). Dice la prima lettera di Giovanni che Dio è luce, «Deus lux est» (l Gv 1,5). Lo Spirito Santo che vive in noi è come fuoco e luce.

Il fuoco che cosa fa? Riscalda. E che cosa fa la luce? Illumina. Essere illuminati ed essere riscaldati sono gli effetti del fuoco e della luce. Il riscaldamento non è il fuoco, essere illuminati non è la luce; si subisce la luce, non siamo la luce, o se volete, siamo come la luce riflessa. Altra è la luce del sole, altra è la luce della luna; la luna non ha luce propria, ma illuminata dal sole rifrange questa luce, riflette questa luce anche sulla terra.

Così è l'anima; l'anima non è lo Spirito Santo, lo Spirito Santo non è l'anima anche se egli è la «quasi forma», la causa quasi formale della nostra vita spirituale; però non si confonde mai con l'anima nostra, altrimenti si cadrebbe nel panteismo. Lo Spirito Santo rimane lo Spirito Santo e noi rimaniamo noi, però lo Spirito Santo che vive in noi è come un fuoco che ci riscalda, è come una luce che ci illumina e in qualche modo ci trasforma in luce.

Questa azione mediante la quale le nostre operazioni divengono quasi divine, certo superiori al modo umano di agire, non è operata direttamente dallo Spirito Santo, ma dai suoi doni: cioè lo Spirito Santo agisce sulle nostre potenze trasformandole nel loro potere, nella loro capacità. Noi siamo uomini perché abbiamo l'intelligenza, ma il cristiano normale vive una fede che è adesione a verità che egli non comprende; e vi aderisce perché la Chiesa lo insegna, vi aderisce perché la rivelazione ce le ha comunicate. Ma con i doni dello Spirito Santo l'intelligenza acquista un certo potere di penetrare la verità, ha come una intuizione semplice di questa verità. Certo, il mistero rimane per sé incomprensibile, e tuttavia diviene come traslucido; non si vede ancora chiaramente Dio, non si vede ancora immediatamente Dio, tuttavia in qualche modo egli traspare come attraverso un velo che appena appena nasconde, ma anche rivela.


Sette Video con Lettura di alcuni brani selezionati di don Divo Barsotti.



Video Catechesi - La Preghiera del Cuore di Padre Serafino TognettiVideo Catechesi di Padre Serafino Tognetti membro della Comunità dei Figli di Dio. Una comunità di monaci nel mondo. 1. La Preghiera del Cuore - 2. La potenza della Preghiera - 3. Il Fondamento È L'umiltà - 4. La Vita nello Spirito Santo

I significati della parola "monaco" sono ricchi ed esigenti.


A cura di Frère Luc Brésard, ocso, monaco de Cîteaux
estratto dal sito dell’Abazia di Scourmont (BE)
(libera traduzione dal francese)

I significati della parola "monaco" sono ricchi ed esigenti.
La parola deriva dal greco: Monakos, già utilizzata da Platone per descrivere qualcosa di unico o di solitario. Per Plotino , l'Uno che è in cima alla sua scala degli esseri, è monakos: Dio è "Monaco". La parola ha un equivalente nella Bibbia, ci torneremo.
Il monachesimo, nato per lo più in ambiente greco, ha utilizzato molto presto la parola monakos, "monaco", per riferirsi all’asceta che vive da solo, lontano dal mondo, anche se a volte questi solitari si riuniscono in piccole comunità. Per contro, le prime tre regole monastiche cenobitiche, quelle di Pacomio, Basilio, Agostino, rifiutano questa parola: il cenobita vive con gli altri, egli non è solo, egli non è solitario, egli non è monaco. Basilio, che è un accanito anti-eremita, arriva persino a dire nella sua Regola: "L'uomo non è un animale monastico". In nessuna di queste regole troviamo la parola "monaco" , ma si parla di "fratelli". Fu solo più tardi che la parola "monaco" ha designato il cenobita. Ciò è avvenuto lentamente, al punto che la frequenza della parola è un criterio per stimare l'età di una regola monastica. Al tempo di San Benedetto divenne poi un termine che vincola: "I monaci sono veramente tali, quando vivono del lavoro delle proprie mani ".
Tuttavia, se la parola è assente nella Regola di Agostino, cioè di uno che ha scritto molto e che visse in un tempo in cui la parola "monaco" si è diffusa e dove i donatisti avevano i loro monaci, cerca di giustificare questa parola nella sua Enarratio sul Salmo 132 : "Ecco, com’è bello e com’è dolce che i fratelli vivano insieme “in unum” ”. Poi si riferisce al passaggio degli Atti: "La comunità dei credenti aveva un cuore solo e un'anima sola”. Questo cuore e questa anima "una" è l'essenza della comunità. E’ la comunità che è "Monaco", e non colui che vive in comunità. Come arrivare quindi al: "Sono veramente monaci" di San Benedetto?
Il collegamento sarà ben formulato, nel XII° secolo, da un Cistercense, Goffredo d’Auxerre: "C'è una comunità unificata , ha detto, solo se i monaci che la compongono cercano innanzitutto la loro unità interiore". La condizione perché la comunità sia una, è che i monaci siano "uno" interiormente. Il monaco, dunque, non è più colui che lo è solo esteriormente, ma colui che è uno interiormente . Si passa dall’uno esteriore all’uno interiore. Per renderci conto di questo passaggio, dobbiamo prendere una traccia diversa, e guardare l'equivalente ebraico della parola greca monakosJahid.
Questa parola ebraica ha lasciato molto perplessi i traduttori greci. Prendiamo l’esempio del Salmo 68, 7 : "Elohim fa abitare nella sua casa gli jahidim". Il nostro Salterio traduce abbastanza da vicino : «A chi è solo, Dio fa abitare una casa". Si tratta proprio del Monakos che abbiamo incontrato. Ma questa traduzione non ha soddisfatto alcuni traduttori, e comprensibilmente, perché se Dio ha creato l'uomo per vivere in società: "Egli ha creato l'uomo e la donna", e ordinò loro: "Siate fecondi e moltiplicatevi", perché è all’isolato che Dio dà una casa? Così altri hanno tradotto con: monozonous, "coloro che hanno solo una cintura". Vi è allora l' idea di rinuncia, di povertà. Altri andranno più in profondità : Aquila , che è un ebreo “infarinato” di cristianesimo, traduce con monogénèis, gli unigeniti, assimilando gli isolati all'unigenito Figlio di Dio (ciò che porterà a tradurre altrove la stessa parola con agapétos, il “ben-amato").
Infine i Settanta danno un'altra traduzione che sarà feconda nella posterità patristica: monotropous: "coloro che hanno una sola direzione". Dio dunque fa abitare nella sua casa coloro che hanno una sola direzione, un unico scopo". Si indovina dietro questa traduzione la frase di Goffredo d’Auxerre. Anzi, è il significato che hanno mantenuto i posteri.
Origene, per primo, quando commenta il versetto nel libro di Samuele : "C'era un uomo", si connette a questo significato. E commenta: Questo uomo "uno", è colui che ha dominato le passioni che lo dissolvono, che non è più diviso , che non è più frammentato, che è arrivato alla stabilità del suo umore, che è diventato l’imitatore di Dio , l'Immutabile . L'uomo è "uno" quando si è unito a Dio in modo che ha realizzato l'unità in se stesso.
Origene non è un monaco; si rivolge ai cristiani. Ma è ancora più vero quando si tratta di uomini consacrati a Dio . Questa è anche l'idea che troviamo più avanti in tutta la tradizione monastica, nello Pseudo- Macario come in Gregorio Magno che disse: "Noi siamo chiamati "monaci". La parola greca si traduce in latino con unus e significa "uno". Cerchiamo dunque di essere caratterizzati da questa parola”.
Probabilmente vi ricordate anche il famoso passaggio di Teodoro Studita: "Il monaco è colui che ha rispetto per Dio solo, il desiderio di Dio solo, l'applicazione per Dio solo, e che, volendo servire solo Dio, diventa motivo di pace per gli altri”. Il monaco è l’uomo con un solo sguardo, un solo desiderio: è l’uomo di grande amore che irraggia sugli altri!
Questa parola "monaco" contiene quindi in sé tutto il nostro avvenire: la nostra futura divinizzazione iniziata già qui sulla terra. In cielo, noi saremo “veramente monaci": uno con l'Uno, Uniti a Gesù, nostro Capo, che ci condurrà nell'unità della Trinità.

Non sei tu che devi attrarre Dio in te, ma tu essere attratto da Dio1

La presenza di Dio nei santi è fonte di sicurezza anche per noi. Se non ci fossero i santi, noi potremmo certo credere, ma la nostra fede sarebbe come un appello a un Dio che rimane in silenzio, a un Dio che ci può promettere tutto, ma che non pare abbia mantenuto la sua parola. Di qui il senso di angoscia che potrebbe prenderci, se la nostra vita di amore ci legasse unicamente a Dio e non ci legasse anche a tutta un’umanità glorificata in Lui e per Lui. (Divo Barsotti – Nella comunione dei santi - Milano 1970)

1) Santità: la realizzazione di un disegno d’amore: Il Mistero della morte e resurrezione di Cristo è il fondamento del cristianesimo e quindi della fede della Chiesa. Questa assicura che non ci si allontani mai dalla realtà vivente del Mistero. I santi sono coloro che rendono visibile questo e attraverso la loro vita lo presentano al mondo in ogni epoca. La testimonianza dei santi, dei mistici, di ogni credente dimostra come il cristianesimo sia, nella sua natura più vera, “rapporto d’amore” tra l’umano e il divino per mezzo dell’Uomo-Dio Gesù. Oltre tutte le spiegazioni e argomentazioni teologiche, il cristianesimo è la coscienza della Presenza del Dio assoluto nella propria vita. Questa è anche la testimonianza di un grande mistico come Divo Barsotti, sacerdote e monaco, teologo e scrittore, fondatore della Comunità dei Figli di Dio. Le sue opere (diari, scritti di spiritualità, riflessioni bibliche, poesie ecc.) sono “abitate” da numerose figure di santità, con le quali egli tiene un rapporto vivo, ne sperimenta la presenza. In un diario del 1969 scrive: “L’importanza dei santi! Per loro e in loro il mondo di Dio si fa re LEGGERE...

Il Concilio Vaticano II e il messaggio di Fatima. Il Concilio Vaticano II e il messaggio di Fatima

“Para Bergoglio só interessa fazer política, não lhe interessa, absolutamente, o Evangelho”

Pera: “A entrada indiscriminada [de imigrantes] desperta tensões explosivas”. 
Il Mattino, Nápoles, 9 de julho de 2017
Entrevista por Corrado Ocone
Em uma nova e exclusiva entrevista concedida a Eugenio Scalfari, do jornal “Repubblica”, o Papa Francisco intervém sobre o debate político com opiniões fortes e explosivas que, ao mesmo tempo, poderiam ser consideradas “de esquerda”. Desta vez, o pontífice falou dos poderosos da terra reunidos em Hamburgo para o G20, opondo-se por questão de princípios à toda política que tente controlar e limitar a migração massiva desde nações pobres para a Europa. Para entender melhor as idéias e, sobretudo, as ações políticas e midiáticas do Papa em comparação com as de seu predecessor, fizemos algumas perguntas ao ex-presidente do Senado, Marcello Pera. Sabe-se que ele, um [típico] católico liberal, compartilhou muitas idéias com o Papa emérito Bento XVI (incusive escrevendo a quatro mãos um livro: Sin Raíces: Europa, Relativismo, Cristianismo, Islam, Mondadori, 2004).
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Marcello Pera e Bento XVI.
Sr. Presidente, a que opinião chegou a respeito dos constantes chamados do Papa Bergoglio ao recebimento de imigrantes? Um recebimento indiscriminado, incondicional, total?
“Francamente, não entendo este Papa, tudo o que ele diz está muito além da compreensão racional. É evidente para todos que um recebimento indiscriminado não é possível: há um ponto crítico que não se pode alcançar. Se o Papa não faz referência a este ponto crítico, insiste-se em um recebimento massivo e total, pergunto-me a mim mesmo: por que o diz? Qual é o fim último de suas palavras? Por que lhe falta um mínimo de realismo, o mesmo que pede a qualquer um? A resposta que dou a mim mesmo é só uma: o Papa o faz porque odeia o ocidente, aspira destruí-lo, e faz todo o possível para chegar a esse fim. Ele aspira destruir a tradição cristã, o cristianismo tal como se desenvolveu históricamente”.
“Se tomamos em consideração o limite crítico sobre o qual as nossas sociedades já não podem receber a mais ninguém, nem assegurar a dignidade que corresponde a cada ser humano, veremos de imediato uma verdadeira invasão que nos submergirá a todos e que colocará em risco nossos costumes, nossa liberdade, e o próprio cristianismo. Haverá uma reação e uma gerra. Como o Papa não compreende isso? De que lado estará quando se desencadear essa guerra civil?”
Não crê que o Evangelho está relacionado com isso, a pregação de Cristo? A ética do Papa não seria talvez uma convicção absoluta, abstrata, que nã leva em consideração as consequências?” 
“Não, absolutamente. Assim como não há motivos racionais para isso, tampouco há motivos evangélicos para explicar o que o Papa diz. Ao fim, trata-se de um Papa que desde o dia de sua eleição só faz política. Ele busca o aplauso fácil, fazendo algumas vezes o papel de Secretário Geral da ONU, outras de Chefe de Governo, outras de líder sindical intervindo em acordos contratuais de uma corporação como Mediaset. E sua visão é a do Justicialismo peronista sul-americano, que não tem nada a ver com a tradição europeia de liberdade política de origem cristã. O cristianismo do Papa é de natureza diferente. E é um cristianismo político, inteiramente”.
No entanto, isso não parece provocar uma reação dos secularistas, que estavam permanente e efetivamente atentos durante os pontificados anteriores.
“Na Itália, o conformismo é total. Trata-se de um Papa apreciado pela opinião pública informada, responde a certas urgências básicas que eles têm, e estão prontos para aplaudi-lo, inclusive quando diz bobeiras”.
Em um trecho da entrevista a Scalfari, depois de ter feito um chamado à Europa, o Papa diz temer “alianças muito perigosas” contra os imigrantes por parte dos “poderes que têm uma visão distorcida do mundo: Estados Unidos e Rússia, China e Coréia do Norte”. Não é ao menos estranho juntar a uma antiga democracia como a dos Estados Unidos países fortemente autoritários e inclusive diretamente totalitários? 
“Sim, mas não me surpreende, à luz do que disse antes. O Papa reflete todos os preconceitos da América do Sul em relação à América do Norte, aos mercados, à liberdade e ao capitalismo. Ele o teria feito inclusive se Obama continuasse sendo presidente americano, porém, não há dúvida de que essas idéias do Papa estão fortemente associadas, em uma combinação perigosa, com o sentimento anti-Trump estendido por toda a Europa”.
Sr. Presidente, insistirei um pouco sobre esse “fazer política” do Papa. É, de fato, uma novidade em relação ao passado? 
“Sem dúvida. Bergoglio está pouco ou nada interessado no cristianismo enquanto doutrina, no aspecto teológico. E isso é uma novidade, sem dúvida. Este Papa tomou as rédeas do cristianismo e o converteu em política. Suas afirmações parecem se basear nas escrituras, porém, na realidade, são fortemente secularistas. A Bergoglio não importa a salvação das almas, mas o bem-estar e a seguridade social. E isso é um fato preliminar. Se depois nos voltamos a ouvir as coisas que diz, não podemos deixar de ver com preocupação que suas afirmações podem desencadear uma crise política e uma crise religiosa incontroláveis. Do primeiro ponto de vista [político], ele sugere que nossos Estados se suicidem, convida a Europa a deixar de ser ela mesma. Do segundo ponto de vista [religioso], não posso deixar de observar que no mundo católico se está desenvolvendo, às ocultas, um cisma, que é buscado por Bergoglio com obstinação e determinação, e por seus aliados, inclusive até com maldade”.
Por que isso está acontecendo? Não é completamente irracional?
“Não, não é. Diria, inclusive, que o Concílio Vaticano II explodiu finalmente em toda a sua radicalidade revolucionária e subversiva. São idéias que conduzem ao suicídio da Igreja Católica, idéias que já estavam respaldadas e justificadas naquele momento e ocasião. Esquecemo-nos que o Concílio precedeu as revoluções estudantil, sexual, de costumes e modos de vida. Antecipou-se a eles e, de certa forma, provocou-as. Naquele momento, o aggiornamento do cristianismo secularizou fortemente a Igreja, deflagrou uma mudança tão profunda que, ameaçando um cisma, foi controlado e mantido sob controle nos anos seguintes. Paulo VI respaldou [o Concílio], mas, ao fim, acabou sendo sua vítima. Os grandes Papas que lhe sucederam [João Paulo II e Bento XVI] estavam plenamente conscientes das consequências que tinham sido deflagradas, porém, tentaram estabelecer uma ponte entre o novo e a tradição. Fizeram-no de maneira sublime. Tinham revertido o curso; mas, agora, as rédeas foram soltas: a sociedade, no lugar da salvação; a cidade terrena de Santo Agostinho, no lugar da divina; elas parecem ser o ponto de referência da hierarquia eclesiástica governante. Os direitos do homem, todos, sem exclusão, tornaram-se o ideal e a bússola da Igreja, enquanto quase não resta lugar para os direitos de Deus e a tradição. Ao menos, aparentemente. Bergoglio se sente e vive completamente emancipado disso”.
Por que “aparentemente”?
“Porque, por trás da tela e dos aplausos, nem tudo que reluz é ouro. O aplauso na Praça de São Pedro não é tudo. Eu, que vivo no campo, dou-me conta que uma parte do clero, especial e surpreendentemente os mais jovens, permanecem estupefatos e confusos diante de certas afirmações do Papa. Sem mencionar a tantas pessoas que hoje já vivem com problemas de segurança que geram os imigrantes nas cercanias e se irritam quando ouvem falar de recebimento incondicional. O clero de idade madura está mais ao lado de Bergoglio: seja por conformismo seja por oportunismo, ou por convicção (tendo crescido também no mesmo ambiente cultural dos anos setenta, que é a origem de certas escolhas). Precisamente, devido a isso, falo de cisma profundo e latente. O qual não parece preocupar o Papa”.
O que pensa, em linhas gerais, sobre o controle das ondas migratórias e a insensibilidade da Europa em relação à Itália?
“Nosso país está sozinho, dramaticamente sozinho. É perigoso. Preocupa-me. Estamos sós porque outros países buscam seus interesses nacionais acima de tudo. Por trás das belas palavras de fachada, não se preocupam muito conosco. E estamos sós porque a Igreja nos convida a abrir de par em par as portas, e parece inclusive desfrutar de nossa debilidade. Temo uma reação brutal. Temo que o protesto do povo azede e alcance um resultado não desejável. Neste caso, não é questão de direita ou esquerda. Ademais, penso que as contradições do Papa serão vistas logo à luz do dia: ele já não está em sintonia com os fiéis. É altamente provável uma aliança entre os católicos conservadores e as forças nacionais, por assim dizer”.
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Como sair dessa crise? O que o senhor espera? 
“Espero que o Papa tome em suas mãos a cruz do ocidente, de seus valores. Que não sonhe com um ocidente empobrecido. E na Itália, espero uma classe política e uma opinião pública que volte a colocar no centro de seu discurso público os assuntos de identidade, sentimento nacional e tradição. No entanto, sempre sou mais pessimista. E tomo cada vez mais comprimidos para manter a calma”.
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* Pergunta não relacionada à Igreja, mas com o Primeiro Ministro Matteo Renzi.

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Roberto de Mattei, Il Concilio Vaticano II non fu solo un Concilio mancato o fallito: fu una catastrofe per la Chiesa.


Il Concilio Vaticano II e il messaggio di Fatima

(di Roberto de Mattei) Rorate CoeliCorrispondenza Romana e altre testate cattoliche, hanno ospitato un pregevole intervento di mons. Athanasius Schneider sull’«interpretazione del Concilio Vaticano II e la sua relazione con l’attuale crisi della Chiesa». Secondo il vescovo ausiliare di Astana, il Vaticano II fu un Concilio pastorale ei suoi testi vanno letti e giudicati alla luce del perenne insegnamento della Chiesa.
Infatti, «da un punto di vista oggettivo, le affermazioni del Magistero (papi e concili) di carattere definitivo hanno più valore e peso rispetto ai pronunciamenti di carattere pastorale, che hanno naturalmente una qualità mutabile e temporanea a seconda delle circostanze storiche o che rispondono a situazioni pastorali di un certo periodo di tempo, come avviene per la maggior parte delle affermazioni del Vaticano II».
All’articolo di mons. Schneider ha fatto seguito, il 31 luglio, un equilibrato commento di don Angelo Citati FSPX (http://www.sanpiox.it/attualita/1991-suaviter-in-modo-fortiter-in-re), secondo il quale la posizione del vescovo tedesco ricorda molto da vicino quella ribadita costantemente da mons. Marcel Lefebvre: «Dire che valutiamo i documenti del Concilio “alla luce della Tradizione” vuol dire, evidentemente, tre cose inscindibili: che accettiamo quelli che sono conformi alla Tradizione; che interpretiamo secondo la Tradizione quelli che sono ambigui; che respingiamo quelli che sono contrari alla Tradizione» (Mons. M. Lefebvre, Vi trasmetto quello che ho ricevuto. Tradizione perenne e futuro della Chiesa, a cura di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, Sugarco Edizioni, Milano 2010, p. 91).
Essendo stato pubblicato sul sito ufficiale del Distretto italiano, l’articolo di don Citati ci aiuta anche a comprendere quale potrebbe essere la base di un accordo per regolarizzare la situazione canonica della Fraternità San Pio X. C’è da aggiungere che, sul piano teologico, tutte le distinzioni possono e debbono essere fatte per interpretare i testi del Vaticano II, che è stato un Concilio legittimo: il ventunesimo della chiesa cattolica. II suoi documenti potranno di volta in volta essere definiti pastorali o dogmatici, provvisori o definitivi, conformi o difformi alla Tradizione.
Mons. Brunero Gherardini, nelle sue ultime opere ci offre un esempio di come un giudizio teologico può essere articolato, se vuole essere preciso (Il Concilio Vaticano II un discorso da fare, Casa Mariana, Frigento 2009 e Id.,Un Concilio mancato, Lindau, Torino 2011). Ogni testo, per il teologo, ha una diversa qualità e un diverso grado di autorità e di cogenza. Il dibattito è dunque aperto.
Sul piano storico però, il Vaticano II costituisce un blocco non scomponibile:ha una sua unità, una sua essenza, una sua natura. Considerato nelle sue radici, nel suo svolgimento e nelle sue conseguenze, esso può essere definito una Rivoluzione, nella mentalità e nel linguaggio, che ha profondamente modificato la vita della Chiesa, avviando una crisi religiosa e morale senza precedenti. Se il giudizio teologico può essere sfumato e comprensivo, quello storico è impietoso e senza appello. Il Concilio Vaticano II non fu solo un Concilio mancato o fallito: fu una catastrofe per la Chiesa.
Poiché quest’anno ricorre il centenario delle apparizioni di Fatima, soffermiamoci solo su questo punto. Quando, nell’ottobre del 1962, si aprì il Vaticano II, i cattolici di tutto il mondo attendevano lo svelamento del Terzo Segreto e la consacrazione della Russia al Cuore Immacolato di Maria. L’Armata Azzurra di John Haffert (1915-2001), conduceva da anni una massiccia campagna a questo riguardo.
Quale occasione migliore per Giovanni XXIII (morto il 3 giugno 1963), Paolo VI e i circa 3000 vescovi riuniti attorno a loro, nel cuore della Cristianità, di corrispondere in maniera corale e solenne ai desideri della Madonna? Il 3 febbraio 1964, mons. Geraldo de Proença Sigaud consegnò personalmente a Paolo VI una petizione sottoscritta da 510 presuli di 78 Paesi, in cui si implorava che il Pontefice, in unione con tutti i vescovi, consacrasse il mondo, e in maniera esplicita la Russia, al Cuore Immacolato di Maria. Il Papa e la maggioranza dei Padri conciliari ignorò l’appello. Se la consacrazione richiesta fosse stata fatta, una pioggia di grazie sarebbe caduta sull’umanità. Un movimento di ritorno alla legge naturale e cristiana si sarebbe avviato.
Il comunismo sarebbe caduto con molti anni di anticipo, in maniera non fittizia, ma autentica e reale. La Russia si sarebbe convertita e il mondo avrebbe conosciuto un’epoca di pace e di ordine. La Madonna lo aveva promesso. La mancata consacrazione fece sì che la Russia continuasse a diffondere i suoi errori nel mondo e che questi errori conquistassero i vertici della Chiesa, attirando un terribile castigo per l’umanità intera. Paolo VI e la maggioranza dei Padri conciliari si assunsero una responsabilità storica, di cui oggi misuriamo le conseguenze. (Roberto de Mattei)