sábado, 25 de maio de 2013

DON BOSCO E O SACRIFÍCIO DA SANTA MISSA

Istruzione sulla s. Messa

 
 

Presso tutti i popoli, che la storia ricorda, troviamo il sacrifizio non solo interno e del cuore, come per esempio la rassegnazione e la preghiera, ma anche l'esterno, il quale solo, propriamente parlando, appellasi sacrifizio. Il sacrifizio fu in ogni tempo considerato come parte essenziale del divin culto. Sotto il nome di sacrifizio strettamente e propriamente parlando s'intende una offerta esterna di un oggetto materiale fatta a Dio, quale supremo ed infinito padrone, da un ministro pubblico e a ciò deputato (il sacerdote) a fine, coll'immutazione {96 [104]} od anche colla totale distruzione di quest'oggetto materiale, di attestare e riconoscere solennemente il supremo dominio di Dio sopra tutte le cose[4]. In questo senso gli ebrei offrivano, secondo la prescrizione di Mosè, vari sacrifizi, i quali oltre i particolari loro fini figuravano ancora l'unico sacrifizio del cristianesimo e ricordavano la necessità della penitenza senza aver la forza di operare la conversione dei cuori, e la remissione dei peccati. Al contrario il sacrifizio del cristianesimo opera per propria virtù nelle anime il pentimento, il perdono dei peccati {97 [105]} e la santificazione degli uomini: ed è perciò il compimento d'ogni sacrifizio, è la fonte più feconda delle celesti benedizioni, è il mezzo più potente per condurre le anime all'eterna felicità. Questo sacrifizio d'infinito valore offrivalo Gesù Cristo Dio-Uomo morendo sulla croce a fine di riconciliare la caduta umanità colla santità e colla giustizia del suo Eterno Padre, e per farci ritornare figliuoli di Dio ed eredi del paradiso. Al compimento di questo sacrifizio in croce dovevano, secondo le profezie, cessare tutti i sacrifizi giudaici, e questo sacrifizio della croce si doveva in perpetuo rinnovare e rappresentare in una maniera incruenta, cioè non sanguinata, affinchè tutti i fedeli, col partecipare a questo sacrifizio, partecipassero di continuo ai meriti di Gesù Cristo, porgessero a Dio il debito tributo di adorazione, di ringraziamento e di preghiera, ed entrassero in intima comunicazione col loro divin Redentore. Questo eccelso sacrifizio dal quale tanto bene deriva ai fedeli, ed eccita sentimenti di fede, {98 [106]} speranza e carità, umiltà, pentimento, obbedienza, divozione a Gesù Cristo, è la s. Messa dei cattolici, siccome fu dai profeti predetta, e realmente da Gesù Cristo instituita. Che la Messa sia un vero sacrifizio lo definì il Concilio di Trento con queste parole: « Se alcuno dirà non venir nella Messa offerto al Signore un vero e proprio sacrifizio, oppure questo sacrifizio in nient'altro consistere, che nella partecipazione di Cristo, sia scomunicato. » (Sess. XXII, can. I).

Fra le profezie sulla s. Messa più rilevante avvi quella del profeta Malachia; Iddio per bocca di questo profeta parlando agli ebrei, loro dice: « Io più non ho in voi compiacenza alcuna, e non riceverò più dalle vostre mani alcun sacrifizio. Imperocchè dall'oriente fino all'occidente il mio nome è grande fra i popoli, e in tutti i luoghi viene offerto al mio nome un sacrifizio mondo. Imperocchè il mio nome sarà glorioso fra i popoli, dice il Signore degli eserciti. » (Malach. I, 11). Inoltre per bocca del profeta Davide l'Eterno Padre dice di Gesù Cristo (Salm. 109): Tu sei sacerdote in eterno {99 [107]} secondo l'ordine di Melchisedecco il quale offrì al Signore pane e vino (Gen. XIV, 18).

La Chiesa cattolica sulla scorta dei santi Padri ha sempre applicate ambedue queste profezie alla Messa. Fra i ss. Padri che parlano di questo sacrifizio s. Ireneo, il quale fiorì nel secondo secolo della Chiesa, dice: Cristo prese ciò che in virtù di sua creazione era pane, rese grazie e disse: questo è il mio Corpo, e similmente il Calice.... lo riconobbe suo Sangue, e instituì perciò il novello sacrifizio della novella alleanza, che la Chiesa ricevette dagli apostoli, e in tutto il mondo offre a Dio: del qual sacrifizio Malachia predisse: Dall'oriente ecc.

È chiaro pertanto che nelle addotte profezie il Signore annunziò:

1° L'abolizione del sacrifizio dell'antica legge, anzi l'abolizione della legge medesima. Ciò dimostrasi sovratutto da quelle parole di Malachia: Io più non ho in voi compiacenza alcuna, e non riceverò dalle vostre mani alcun sacrifizio.

2° L'istituzione di un novello sacrifizio. Malachia infatti parla di un sacrifizio {100 [108]} che allora non esisteva ancora, perciò non di un sacrifizio puramente interno di ringraziamento, di lode o di buone opere che allora già esisteva, e che gli antichi patriarchi sempre offrirono fin dal principio del mondo. Inoltre il profeta oppone questo sacrifizio ai sacrifizi dei sacerdoti ebrei, esterni e reali: ciò vuol dire, che sarebbe anche questo un sacrifizio esterno e reale. Finalmente lo chiama mondo, tale cioè che non resterebbe macchiato dall'indegnità dell'offerente, la qual cosa non può essere dei sacrifizi puramente spirituali, i quali più o meno partecipano dei difetti dell'umana debolezza.

3° Annunzia un sacrifizio, che nel merito intrinseco e nell'eccellenza avrebbe di gran lunga superati i sacrifizi giudaici e pagani. Lo chiama mondo ancora per opposizione a quelli de' giudei e del gentilesimo, i quali od erano impuri, ovvero non possedevano alcuna virtù interna di comunicare agli uomini la grazia e l'interna santità.

4° Questo novello sacrifizio doveva {101 [109]} avere una somiglianza col sacrifizio di Melchisedecco, il quale offri pane e vino (Gen. XIV). Dunque anche questo doveva avere l'aspetto di pane e di vino. In questo senso il Messia, che lo avrebbe instituito e offerto, sarebbe sacerdote secondo l'ordine di Melchisedecco, e non secondo l'ordine di Aronne (il quale doveva offrire carne e sangue di animali) col quale nome avrebbe dovuto essere chiamato, se il profeta con questo sacrifizio avesse voluto solamente parlare del sacrifizio sanguinoso della croce.

5° Questo sacrifizio inoltre non sarebbe offerto in un luogo solo, come i sacrifizi giudaici si offrivano nel solo tempio di Gerusalemme, nè una sola volta, come il sacrifizio della Croce, ma su tutta la superfìcie della terra, dall'oriente all'occidente, e sino alla fine del mondo. Per questo motivo il Messia autore del medesimo, che pel primo l'offrì, non vien semplicemente chiamato sacerdote, ma sacerdote in eterno, perchè per mezzo de' suoi ministri offrir doveva ogni giorno all'Eterno {102 [110]} Padre il sacrifizio incruento della propria carne e del proprio sangue.

Siccome dunque il sacrifizio predetto tanti anni prima da Malachia non può essere il sacrifizio incruento della croce, nè un sacrifizio interno di lode o di buone opere, e meno ancora un sacrifizio dei giudei e dei gentili, bisogna di necessità intendere il sacrifizio instituito dal divin Salvatore nell'ultima cena, il quale non cessò mai da quel tempo di essere offerto in ogni parte del mondo dai sacerdoti della sua Chiesa. Un breve sguardo a quanto Egli operò in quella cena, e a ciò che si opera nella Chiesa Cattolica, finirà di convincerci di questa verità.

La vigilia di sua passione, mentre gli apostoli mangiavano, così l'Evangelista s. Matteo, Gesù prese del pane, lo benedisse, lo ruppe e lo distribuì ai suoi discepoli dicendo: prendete e mangiate, questo è il mio Corpo. Poscia prese il calice, rese grazie, lo diede ai suoi discepoli, dicendo: bevetene tutti, imperciocchè questo è il mio Sangue, Sangue del novello testamento, il {103 [111]} quale sarà sparso per molti in remissione dei peccati. Con s. Matteo si accordano pienamente gli altri Evangelisti, e la narrazione di s. Paolo. E poichè qui si trovano tutti i requisiti di un vero sacrifizio, non si può mettere in dubbio, che Gesù Cristo non abbia offerto nell'ultima cena un vero e reale sacrifizio. Noi vi troviamo 1° la benedizione, la preghiera di lode e di ringraziamento a Dio datore di ogni bene; 2° la immolazion della vittima: cioè nella conversione separata in virtù delle parole di Cristo, del pane nel Corpo e del vino nel Sangue, vi troviamo se non reale, una mistica separazione del sangue dal corpo, e con ciò uno stato di vittima; 3° la partecipazione al sacrifizio, che era pure una delle condizioni dell'olocausto pacifico. Poichè ebbe Cristo offerto nell'ultima cena questo sacrifizio puro ed immacolato, predetto dai profeti, egli lo instituì e ordinò a tutti i luoghi, popoli e tempi, come un monumento di sua passione e morte da conservarsi per sempre nella sua Chiesa: e perciò aggiunse: Fate ciò in memoria {104 [112]} di me. Con le quali parole diede agli Apostoli ed ai loro legittimi successori, i vescovi e gli altri sacerdoti, non solamente la potestà, ma il comando di fare ciò che aveva fatto egli stesso.

Pertanto la Messa della Chiesa Cattolica è l'adempimento di questo divin comando, ed è una continua ripetizione, e rinnovazione di quel sacrifizio instituito da Gesù Cristo nella vigilia di sua passione. La cosa è chiara per chiunque voglia paragonare l'uno coll'altro sacrifizio. Imperocchè come in quello Gesù Cristo 1° ringraziò Iddio, 2° cangiò il pane ed il vino colla sua onnipotente parola, 3° diede in cibo e bevanda ai suoi discepoli la propria carne e sangue; così nella s. Messa sono contenute queste tre parti essenziali, 1a l'offerta col ringraziamento, l'Offertorio ed il Sanctus, 2a la transostanziazione, 3a la comunione. L'introito della Messa fino al Vangelo, e le preghiere che accompagnano questa prima parte non sono punto essenziali al sacrifizio, ma furono stabilite fino dai primitivi tempi della Chiesa per innalzare sempre {105 [113]} più la maestà di questo sublime mistero, e rendere a noi più sensibile il pregio infinito di quest'azione.

Dalle cose fin qui dette risulta ancor chiaro, che la Messa è essenzialmente lo stesso sacrifizio che Gesù Cristo offrì sulla Croce, e in ciò solo si differenzia, che quello fu cruento cioè sanguinoso, questo è incruento, cioè senza spargimento di sangue. Tanto nell'uno quanto nell'altro vi ha la medesima vittima, il medesimo offerente Gesù Cristo. In croce Gesù Cristo offrì sè medesimo al suo celeste Padre in remissione dei nostri peccati; nella s. Messa offre parimenti se stesso per noi per mezzo del sacerdote. Onde questi non pronunzia già le miracolose parole della consacrazione in persona propria, ma a nome di Gesù Cristo; non dice: questo è il Corpo di Cristo, ma questo è il mio Corpo. Perciò Gesù Cristo è vero sacerdote in eterno secondo l'ordine di Melchisedecco. Egli è che quotidianamente per mano de' sacerdoti offre sui nostri altari il sacrosanto sacrifizio della sua carne e del suo sangue sotto {106 [114]} le specie di pane e di vino. A questo proposito dice s. Tommaso d'Aquino: Non potendo alcuno in veruna circostanza rappresentare la persona di un altro senza averne prima ottenuta l'autorità, Gesù Cristo autorizzò alcuni, i soli apostoli e loro successori, i sacerdoti, per essere i veri ministri di questo sacrifizio eucaristico. Imperocchè a loro soli ha detto: fate questo in memoria di me.

È chiaro altresì che la dottrina della transostanziazione del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Gesù Cristo, e la credenza nella presenza reale e permanente di lui sono i fondamenti del dogma della s. Messa. Questa dottrina e la fede nella presenza reale ricavasi apertamente dalle parole di Cristo agli apostoli, e dal costante sentimento della Chiesa, la quale cominciando dagli immediati discepoli del Salvatore ha sempre creduto così. Questo pensiero deve essere per ogni anima cristiana feconda sorgente di profondissima divozione. Imperciocchè dopo diciannove secoli si trova Gesù nella SS. Eucaristia {107 [115]} presente non già per simbolica ricordanza, ma in persona, vivo, e in tutta la pienezza di sua grazia, del suo amore. Egli vi si trova Dio e Uomo in istato di vittima, quale avvocato, pregando l'Eterno suo Padre che guardi benigno il suo popolo pentito. Egli vi si trova per ottenere misericordia e perdono dei peccati, specialmente a quelli, che a lui di cuore si rivolgono.

Il grande valore e l'eccellenza della s. Messa si può da ognuno scorgere di leggieri. Se Gesù Cristo è la vittima e l'offerente supremo, certamente la s. Messa riesce gratissima a Dio. Se per mezzo di altri sacrifizi gli dimostriamo già il nostro rispetto, adorazione e riconoscenza, perchè lo riconosciamo supremo Padrone e Datore di ogni bene, la s. Messa qual sacrifizio del suo dilettissimo Figliuolo riesce indubitatamente un sacrifizio di infinito gradimento l'atto più grande di religione, l'adorazione più rispettosa, un contracambio infinito. Perocchè noi offriamo al celeste Padre in adorazione e riconoscenza il suo Figliuolo in qualità di vittima, e accompagniamo {108 [116]} quest'infinita offerta con sentimenti personali di ossequio e di gratitudine. E quindi si comprende eziandio che la s. Messa deve essere un sacrifizio espiatorio pei vivi e pei defunti. Gesù Cristo in vero offri se medesimo in croce pei nostri peccati, e questa offerta viene rinnovata nella s. Messa. In verità per quel che è del peccato veniale, s. Tommaso scrive così: l'essenza di questo sacramento è l'amore, il quale non solo naturalmente si eccita, ma anche si esterna per mezzo di questo sacramento; pel qual atto di amore i peccati veniali restano perdonati. Riguardo poi ai mortali, la virtù del s. Sacrifizio è solo indiretta in quanto che muove Iddio a concedere le grazie del pentimento a coloro pei quali viene offerto. Inoltre essendo il valore e l'efficacia della Messa infinita in virtù dei meriti di Gesù Cristo, questo sacrifizio rende la migliore soddisfazione che possa immaginarsi alla divina giustizia per i peccati nostri e pei peccati di coloro, che sono già nell'altra vita. Perciò nella s. Messa si prega il Signore che in vista del sacrifizio di Gesù Cristo egli {109 [117]} voglia perdonare ai vivi e ai defunti la pena dovuta per li peccati. Onde consegue che la s. Messa sia anche un sacrifizio eminentemente espiatorio.

In tutte le circostanze della nostra vita interna ed esterna, fauste ed infauste, noi sempre possiam metterci in relazione colla s. Messa, a fine d'impetrare, pei meriti di Gesù Cristo, grazia, consolazione e conforto nei patimenti, felicità per noi e per altri ecc. Tutto quello che chiederete al Padre in nome mio, vi sarà concesso, dice Cristo medesimo. Questi sono i grandi effetti che derivano direttamente dalla s. Messa, i quali scaturiscono unicamente dalla virtù di Gesù Cristo, nè perdono nè guadagnano dall'indegnità o dalla santità del sacerdote.

Queste osservazioni sulla s. Messa devono animare potentemente ogni fedele ad assistervi non solo nei giorni festivi, ma ancora nei dì feriali, per quanto lo permettono i doveri del suo stato.

Giova poi il sapere, che le varie cerimonie e preghiere di cui si compone la s. Messa, quanto alla sostanza, sono antiche {110 [118]} quanto il cristianesimo, come ce lo dimostra la storia ecclesiastica; cosichè le preghiere e le cerimonie che si usano oggidì nella s. Messa sostanzialmente sono le stesse, che si usavano nei tempi apostolici. Queste preghiere e cerimonie si possono distinguere in tre parti. Le une formano come l'apparecchio della Messa e sono:

L'introito, il quale esprime una lode al Signore, e consiste in un versicolo tratto dai salmi, o da alcun altro libro della s. Scrittura.

2° Il Kirie, con cui confessiamo la nostra reità e preghiamo Iddio ad usarci misericordia.

3° Il Gloria, nel quale ci solleviamo col pensiero alla gloria celeste e alla patria dei santi. Per altro nei tempi di tristezza e nelle messe pei defunti il Gloria si tralascia, come anche nelle messe feriali e votive, perchè in queste Messe dobbiamo solo pensare alle nostre infermità, a piangere i nostri peccati, o a suffragare le anime dei nostri trapassati.

4° Le Collette, ossia Orazioni, nelle {111 [119]} quali il sacerdote a nome della Chiesa prega pel popolo presente, acciocchè per la bontà di Dio e per l'intercessione dei santi, dei quali si fa memoria, sia fatto degno di partecipare ai santi misteri.

5° L'Epistola ed il Vangelo sono letti dal sacerdote ad istruzione del popolo, al quale vengono spiegati nelle Messe parochiali nei giorni festivi.

6° L'Offertorio in cui il sacerdote dopo avere recitate alcune parole di lode a Dio, fa a Dio in nome suo e del popolo la offerta del pane e del vino.

Il Prefazio, il quale è un invito che il sacerdote fa al popolo perchè sollevi la mente e il cuore a Dio per prepararsi al grande miracolo che sta per compiersi nella consacrazione del pane e del vino.

Le altre formano come il corpo della Messa e sono quelle comprese nel Canone, il quale sostanzialmente si può dire ordinato dagli stessi Apostoli. Ora nel Canone si distinguono le seguenti parti principali:

1° Il sacerdote prega per tutta la Chiesa, {112 [120]} pel sommo Pontefice, pel vescovo e per tutti i fedeli in comune.

2° Fa il Memento, ossia la commemorazione dei vivi, pregando solo nel segreto della sua mente per quelle persone in particolare di cui esso intende fare una menzione speciale.

3° Fa la commemorazione di Maria SS., degli Apostoli, e dei Martiri principali dei primi tempi, invocando il loro patrocinio.

4° Messe le mani sopra l'ostia ed il calice lo offre a Dio, pregando che questi elementi vengano transostanziati nel corpo e nel sangue di Gesù Cristo.

5° Fa la consacrazione del pane, proferendo le parole: Questo è il mio corpo, e adorata col genuflettere l'Ostia consacrata, la alza perchè sia veduta ed adorata dal popolo. Quindi consacra il vino proferendo le parole: Questo è il calice del sangue mio, della nuova ed eterna alleanza; mistero di fede, il quale sarà versato per voi e per molti nella remissione dei peccati: e adorato che ha col genuflettere il Sangue del {113 [121]} nostro Divin Redentore, alza il Calice perchè sia veduto e adorato dagli astanti.

6° Prega l'Eterno Padre che si degni di accettare questo sacrifìcio, in sacrificio di lode, di ringraziamento e di propiziazione.

7° Prega per tutti i fedeli defunti, facendo nel segreto della sua mente menzione di alcuni in particolare.

8° Fa ancora la commemorazione di altri santi martiri.

9° Recita il Pater noster.

10. Spezza l'Ostia consacrata in due parti, e da una di queste spicca una particella che mette nel calice.

11. Invoca tre volte l'Agnello di Dio, cioè Gesù Cristo ad avere pietà di noi, quindi recita tre belle orazioni per apparecchiarsi alla ss. Comunione.

12. Dette tre volte: Signore non sono degno che veniate sotto il mio tetto: cioè, che voi entriate nel mio cuore, ma dite soltanto una parola, e l'anima mia sarà salva, si comunica con ricevere il Corpo e il Sangue di Gesù Cristo, e poi distribuisce la Comunione ai fedeli. Quando per altro vi {114 [122]} sono molti da comunicare, per non troppo trattenere in chiesa gli altri, si aspetta a dare la Comunione al termine della Messa. 13. Raccolti i fragmenti della SS. Eucaristia, che sono sul lino detto Corporale, li mette nel calice, e infondendo nel calice un po' di vino, lo consuma. Quindi si purifica le dita con vino ed acqua che infonde nel calice, e li consuma.

Finito il Canone, viene la conclusione della Messa, nella quale il sacerdote 1° recita una o più preghiere per ringraziare Iddio di aver partecipato al Corpo e Sangue di G. C. 2° dà la Benedizione al popolo. 3° legge il principio del Vangelo di s. Giovanni, o qualche altro squarcio dei ss. Evangeli.


FONTE

 

Papa Francisco: quem se aproxima da Igreja deve encontrar portas abertas e não fiscais da fé

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Na missa desta manhã na Capela da Casa de Santa Marta o Papa Francisco reflectiu na sua homilia, através do Evangelho do dia, sobre a abertura e disponibilidade que devemos ter enquanto crentes, em particular os sacerdotes, enquanto facilitadores da fé. No Evangelho Cristo chama a atenção dos discípulos para o facto de estes estarem a afastar as crianças que as pessoas levavam para o Senhor as abençoar. Jesus tocava em todos, a todos recebia e abraçava. E o Santo Padre até contou uma pequena história:

“Recordo que uma vez, saindo da cidade de Salta, no dia da Festa do Padroeiro, estava uma senhora que pedia a um padre uma bênção. Este disse-lhe que ela já tinha estado na missa e, então, explicou-lhe toda a teologia da bênção existente na missa. Ela respondeu: Ah muito obrigado. O padre foi-se embora e ela dirigiu-se logo a outro padre para lhe pedir uma bênção, pois, ela tinha outra necessidade a de ser tocada pelo Senhor. Esta é a fé que encontramos sempre e esta fé é suscitada pelo Espírito Santo. Nós devemos facilitá-la, fazê-la crescer, ajudá-la a crescer.”

O Papa citou depois o episódio do cego de Jericó que gritava por Jesus. E as pessoas não queriam que ele gritasse pois ia contra o as normas, as regras, enfim o protocolo. E recordou que quantas vezes quando numa paróquia as pessoas são acolhidas friamente , mesmo por leigos, em muitos casos quase tecnicamente, sem que suscite a quem acolhe uma reacção de alegria perante um irmão na fé que ali se apresenta para celebrar um baptismo, um matrimónio ou fazer uma inscrição na catequese. Apropriamo-nos um pouco do Senhor e os outros que sigam as nossas regras… O Santo Padre a terminar deu um outros exemplo:

“ Pensai numa mãe-solteira que vai à Igreja, à paróquia e diz ao secretário: Quero baptizar o meu menino. E quem a acolhe diz-lhe: Não tu não podes porque não estás casada. Atentemos que esta rapariga que teve a coragem de continuar com uma gravidez o que é que encontra? Uma porta fechada. Isto não é zelo! Afasta as pessoas do Senhor! Não abre as portas! E assim quando nós seguimos este caminho e esta atitude, não estamos o bem às pessoas, ao Povo de Deus. Jesus instituiu 7 sacramentos e nós com esta atitude instituímos o oitavo: o sacramento da alfândega pastoral.”


Pope: Open the door to faith

 



 (Vatican Radio) Those who approach the Church should find the doors open and not find people who want to control the faith. This is what the Pope said this morning during Mass in the Casa Santa Marta.

The day's Gospel tells us that Jesus rebukes the disciples who seek to remove children that people bring to the Lord to bless. "Jesus embraces them, kisses them, touches them, all of them. It tires Jesus and his disciples "want it to stop”. Jesus is indignant: "Jesus got angry, sometimes." And he says: "Let them come to me, do not hinder them. For the Kingdom of God belongs to such as these." "The faith of the People of God – observes the Pope - is a simple faith, a faith that is perhaps without much theology, but it has an inward theology that is not wrong, because the Spirit is behind it." The Pope mentions Vatican I and Vatican II, where it is said that "the holy people of God ... cannot err in matters of belief" (Lumen Gentium). And to explain this theological formulation he adds: "If you want to know who Mary is go to the theologian and he will tell you exactly who Mary is. But if you want to know how to love Mary go to the People of God who teach it better. " The people of God - continued the Pope - "are always asking for something closer to Jesus, they are sometimes a bit 'insistent in this. But it is the insistence of those who believe ":

"I remember once, coming out of the city of Salta, on the patronal feast, there was a humble lady who asked for a priest's blessing. The priest said, 'All right, but you were at the Mass' and explained the whole theology of blessing in the church. You did well: 'Ah, thank you father, yes father,' said the woman. When the priest had gone, the woman turned to another priest: 'Give me your blessing!'. All these words did not register with her, because she had another necessity: the need to be touched by the Lord. That is the faith that we always look for , this is the faith that brings the Holy Spirit. We must facilitate it, make it grow, help it grow. "

The Pope also mentioned the story of the blind man of Jericho, who was rebuked by the disciples because he cried to the Lord, "Jesus, Son of David, have mercy on me!"

"The Gospel says that they didn’t want him to shout, they wanted him not to shout but he wanted to shout more, why? Because he had faith in Jesus! The Holy Spirit had put faith in his heart. And they said, 'No, you cannot do this! You don’t shout to the Lord. Protocol does not allow it. And 'the second Person of the Trinity! Look what you do... 'as if they were saying that, right? ".

And think about the attitude of many Christians:

"Think of the good Christians, with good will, we think about the parish secretary, a secretary of the parish ... 'Good evening, good morning, the two of us - boyfriend and girlfriend - we want to get married'. And instead of saying, 'That's great!'. They say, 'Oh, well, have a seat. If you want the Mass, it costs a lot ... '. This, instead of receiving a good welcome- It is a good thing to get married! '- But instead they get this response:' Do you have the certificate of baptism, all right ... '. And they find a closed door. When this Christian and that Christian has the ability to open a door, thanking God for this fact of a new marriage ... We are many times controllers of faith, instead of becoming facilitators of the faith of the people. "

And 'there is always a temptation - said the Pope - "try and take possession of the Lord." And he tells another story:

"Think about a single mother who goes to church, in the parish and to the secretary she says: 'I want my child baptized'. And then this Christian, this Christian says: 'No, you cannot because you're not married!'. But look, this girl who had the courage to carry her pregnancy and not to return her son to the sender, what is it? A closed door! This is not zeal! It is far from the Lord! It does not open doors! And so when we are on this street, have this attitude, we do not do good to people, the people, the People of God, but Jesus instituted the seven sacraments with this attitude and we are establishing the eighth: the sacrament of pastoral customs! ".

"Jesus is indignant when he sees these things" - said the Pope - because those who suffer are "his faithful people, the people that he loves so much"

"We think today of Jesus, who always wants us all to be closer to Him, we think of the Holy People of God, a simple people, who want to get closer to Jesus and we think of so many Christians of goodwill who are wrong and that instead of opening a door they close the door of goodwill ... So we ask the Lord that all those who come to the Church find the doors open, find the doors open, open to meet this love of Jesus. We ask this grace. " Listen to Lydia O'Kane report RealAudioMP3





Text from page http://en.radiovaticana.va/news/2013/05/25/pope:_open_the_door_to_faith/en1-695466
of the Vatican Radio website

Don Pino Puglisi béatifié à Palerme, 20 ans après son assassinat par la mafia



L’évènement est d’importance pour l’Eglise sicilienne. Samedi 25 mai 2013, le père Giuseppe « Pino » Puglisi, assassiné par la mafia en 1993, sera béatifié au cours d’une messe présidée par le cardinal Salvatore de Giorgi, au stade Barbera de Palerme. Plus de 100 000 personnes sont attendues, parmi elles, 100 évêques, 700 prêtres et diacres, et 200 personnalités officielles.

20 ans après sa mort, le corps de Don Pino, transféré pour l'occasion du cimetière de Sant’Orsola, à la cathédrale de Palerme, a été découver ...»

Papst an Bischöfe: „Werdet keine Funktionäre!“

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RealAudioMP3 Bischöfe sind nicht Ausdruck einer Struktur. Sie dürfen keine Funktionäre werden. Orientierung für Bischöfe müsse das Wohl des Volkes Gottes sein: Drei Aussagen Papst Franziskus’ aus einer Meditation, die er an diesem Donnerstagabend anlässlich der Versammlung der italienischen Bischofskonferenz in der Petersbasilika hielt. Bischöfe als von Christus eingesetzte Hirten müssten den weltlichen Versuchungen widerstehen, so der Papst. Dazu brauche es Wachsamkeit.

„Die fehlende Wachsamkeit lässt, wie wir wissen, den Hirten lau werden; sie lässt ihn abgelenkt sein, vergesslich und sogar unduldsam werden; sie verführt ihn mit der Aussicht auf Karriere, sie schmeichelt dem Geld und den Kompromissen mit dem Geist der Welt; sie macht faul, lässt den Hirten zum Funktionär werden, zu einem Geistlichen, der mit sich selbst beschäftigt ist, mit der Organisation und den Strukturen, anstatt mit dem wahren Wohl des Volkes Gottes. Er läuft so Gefahr, wie der Apostel Petrus den Herrn zu verleugnen, auch wenn er formal in seinem Namen handelt und spricht; er verdunkelt die Heiligkeit der hierarchischen Mutter Kirche, macht sie weniger fruchtbar.“

Auf den Text des Evangeliums anspielend, in dem Jesus Petrus drei mal fragt, ob er ihn liebe, sagte der Papst, dass diese Lauheit und dieses Funktionärssein wie eine neue Verleugnung Jesu sei, auch wenn man in seinem Namen auftrete und handle. Der Kern des Amtes dagegen sei Hingabe an Jesu Auftrag und an die Gemeinde. Das sei der „Lackmustest“ für den Hirtendienst, so der Papst. Bischöfe seien nicht „Ausdruck einer Struktur oder einer organisatorischen Notwendigkeit“. Das zeige sich auch in der Ausübung der Autorität, die Brüderlich geschehen müsse.

„Hirte sein bedeutet aber auch,(…) fähig zu sein, die stille Geschichte dessen zu hören, der leidet und die Schritte derer zu stützen, die sich fürchten, sie zu machen; bereit, auf zurichten, zu ermutigen und neu Hoffnung zu schenken. Aus dem Teilen mit den Armen geht unser Glauben immer gestärkt hervor: Lassen wir also jede Form von Vermessenheit beiseite und knien wir vor denen nieder, die der Herr unserem Dienst anvertraut hat.“
In seiner Antwort auf die Grußworte des Vorsitzenden der Konferenz, Kardinal Angelo Bagnasco, wies Franziskus auf die Aufgaben der Bischöfe im Dialog mit den verschiedenen Institutionen aus Kultur, Politik und sozialem Leben hin. Er nannte ebenfalls die Aufgabe, die Zahl der Bistümer des Landes zu reduzieren, wofür die Bischofskonferenz eine Kommission eingerichtet habe. „Geht in Brüderlichkeit voran“, ermutigte er die Versammelten.

(rv 24.05.2013 ord)



Dieser Text stammt von der Webseite http://de.radiovaticana.va/news/2013/05/24/papst_an_bischöfe:_„werdet_keine_funktionäre!“/ted-695095
des Internetauftritts von Radio Vatikan

Soportar con paciencia las dificultades y vencer con amor las opresiones, el Papa en su homilía

 



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(RV).- (Con audio) RealAudioMP3 “Soportar con paciencia y vencer con amor las opresiones externas e internas”: fue la oración que el Papa Francisco elevó esta mañana durante la Misa celebrada en la capilla de la Casa de Santa Marta en la memoria litúrgica de María Auxiliadora. En su homilía, Francisco pidió dos gracias, a saber: “Soportar con paciencia y vencer con amor”. Se trata de “gracias propias de un cristiano” – dijo –. Y observó que “soportar con paciencia ¡no es fácil!”. “No es fácil – dijo – cuando se presentan las dificultades desde afuera, o cuando llegan los problemas el corazón, al alma, los problemas internos”. Y explicó que soportar no es “llevar encima una dificultad”:

Soportar es tomar la dificultad y llevarla arriba, con fuerza, para que la dificultad no nos abaje. Llevarla arriba con fuerza: esta es una virtud cristiana. San Pablo habla de esto varias veces. Soportar. Esto significa no dejarse vencer por la dificultad. Esto significa que el cristiano tiene la fuerza de no bajar los brazos, sostenerlas.... Llevarlas, pero arriba: soportar. Y no es fácil, porque el desánimo viene, y uno tiene ganas de bajar los brazos y decir: ‘Pero, adelante, hagamos lo que podamos, pero nada más’, un poco así…’. Pero no, soportar es una gracia. Debemos pedirla, en las dificultades”.
La otra gracia que pidió el Santo Padre fue “vencer con amor”:

Se puede vencer por tantos caminos, pero la gracia que pedimos hoy es la gracia de la victoria con el amor, por medio del amor. Y esto no es fácil. Cando tenemos enemigos afuera que nos hacen sufrir tanto: no es fácil, vencer con el amor. Nos vienen ganas de vengarnos, de hacer algo contra él… El amor: esa mansedumbre que Jesús nos ha enseñado. ¡Y esa es la victoria! El apóstol, Juan nos dice, en la primera Carta: ‘Ésta es nuestra victoria: nuestra fe’. Nuestra fe es precisamente creer en Jesús que nos ha enseñado el amor y nos ha enseñado a amar a todos. Y la prueba de que nosotros estamos en el amor es cuando rezamos por nuestros enemigos”.
Rezar por los enemigos, por los que nos hacen sufrir – prosiguió diciendo el Obispo de Roma – “no es fácil”. Pero somos “cristianos vencidos” si no perdonamos a los enemigos y si no rezamos por ellos. Y exclamó: “¡Cuántos cristianos tristes y desanimados encontramos”! porque “no han tenido esta gracia de soportar con paciencia y vencer con amor”:
“Por esto pedimos a la Virgen que nos dé esta gracia de soportar con paciencia y vencer con amor. ¡Cuántas personas – tantos ancianos y ancianas – han hecho este camino! Y es bello mirarlos: tienen esa mirada bella, esa felicidad serena. No hablan tanto, pero tienen un corazón paciente y lleno de amor. Saben qué cosa es el perdón a los enemigos, saben qué cosa es rezar por los enemigos. Tantos cristianos son así”.
En esta Misa participaron los empleados del Consejo pontificio de las Comunicaciones Sociales guiados por el presidente del dicasterio, Mons. Claudio Maria Celli. Y precisamente en el día en que se celebra (celebraba) la Jornada de oración por la Iglesia en China, también participaron en esta celebración Eucarística Mons. Savio Hon Tai-Fai, secretario de la Congregación para la Evangelización de los pueblos, y un grupo de sacerdotes, religiosas, seminaristas y laicos chinos.

Al término de la oración de los fieles, el Papa Francisco rezó con estas palabras: “Por el noble pueblo chino, para que el Señor lo bendiga y la Virgen lo custodie”. La Misa concluyó con un canto a la Virgen en lengua china.

(María Fernanda Bernasconi – RV).


Papa Francisco: "Non dobbiamo istituire l'ottavo sacramento, quello della dogana pastorale!".


L'accoglienza cristiana


I cristiani che chiedono non devono mai trovare porte chiuse. Le chiese non sono uffici dove presentare documenti e carte quando si chiede di entrare nella grazia di Dio. "Non dobbiamo istituire l'ottavo sacramento, quello della dogana pastorale!". È l'accoglienza cristiana il tema della riflessione di Papa Francesco nell'omelia della messa concelebrata nella cappella della Domus Sanctae Marthae questa mattina, sabato 25 maggio, tra gli altri con il cardinale Agostino Cacciavillan. Commentando il vangelo di Marco (10, 13-16) il Pontefice ha ricordato il rimprovero rivolto da Gesù ai discepoli che volevano allontanare da lui i bambini che la gente portava per chiedere una carezza. I discepoli proponevano "una benedizione generale e poi tutti fuori", ma che dice il Vangelo? Che Gesù si indignò - ha risposto il Papa - dicendo "lasciate che vengano a me, non glielo impedite. A chi è come loro infatti appartiene il Regno di Dio".
La fede del popolo di Dio è una fede semplice. Ad esempio, forse non sa spiegare bene chi sia la Vergine, ma "per questo - ha detto il Santo Padre - bisogna andare dal teologo: ti spiegherà bene chi è Maria". Ma, ha subito aggiunto, "se tu vuoi sapere come si ama Maria, vai dal popolo di Dio che te lo insegnerà meglio e bene". È un popolo "che sempre si avvicina per chiedere qualcosa di Gesù" e alcune volte anche con un po' di insistenza. Come ha subito dopo raccontato: "Ricordo una volta durante la festa patronale nella città di Salta; una signora umile chiedeva a un prete una benedizione. Il sacerdote le ha detto: Ma signora lei è stata alla messa! E poi le ha spiegato tutta la teologia della benedizione nella messa. Ah, grazie padre, sì padre, ha risposto la signora. Ma quando il prete se n'è andato la signora si è rivolta a un altro prete: Mi dia la benedizione. Tutte quelle parole non erano entrate in lei perché aveva un'altra necessità, la necessità di essere toccata dal Signore. Questa è la fede che cerchiamo e che dobbiamo trovare sempre perché la suscita lo Spirito Santo. Noi dobbiamo facilitarla, farla crescere, aiutarla a crescere".
Il Papa è quindi tornato a spiegare l'atteggiamento di Gesù che rimprovera gli apostoli i quali impediscono alla gente di avvicinarsi a lui. Non lo facevano per cattiveria: volevano solo aiutarlo. La stessa cosa avevano fatto anche quelli che a Gerico tentarono di far tacere il cieco che, avvertito della presenza di Gesù, gridava per attirare la sua attenzione e farsi salvare. Era come se avessero detto, ha spiegato il Papa: "Il protocollo non lo permette: costui è la seconda persona della Trinità, cosa fai? Questo mi fa pensare a tanti cristiani…".
Per spiegare meglio il concetto il Pontefice ha fatto alcuni esempi. In particolare quello che capita quando due fidanzati che vogliono sposarsi si presentano nella segreteria di una parrocchia e, invece di sostegno o di felicitazioni, sentono elencare i costi della cerimonia o si sentono chiedere se i loro documenti sono tutti a posto. Così a volte, ha ricordato il Papa, essi "trovano la porta chiusa". In questo modo chi avrebbe la possibilità "di aprire la porta ringraziando Dio per questo nuovo matrimonio" non lo fa, anzi, la chiude. Tante volte "siamo controllori della fede invece di diventare facilitatori della fede della gente". Ed è qualcosa, ha aggiunto il Santo Padre, che "è cominciato al tempo di Gesù, con gli apostoli". 
Si tratta di " una tentazione che noi abbiamo; quella di impadronirci, di appropriarci del Signore". E ancora una volta il Papa è ricorso a un esempio: il caso di una ragazza madre che va in chiesa, in parrocchia, chiede di battezzare il bambino e si sente rispondere "da un cristiano o da una cristiana": no, "non puoi, tu non sei sposata". E ha continuato: "Guardate questa ragazza che ha avuto il coraggio di portare avanti la sua gravidanza" e di non abortire: "Cosa trova? Una porta chiusa. E così capita a tante. Questo non è un buon zelo pastorale. Questo allontana dal Signore, non apre le porte. E così quando noi siamo su questa strada, in questo atteggiamento, noi non facciamo bene alla gente, al popolo di Dio. Ma Gesù ha istituito sette sacramenti e noi con questo atteggiamento ne istituiamo l'ottavo, il sacramento della dogana pastorale".
"Gesù si indigna quando vede queste cose, perché chi soffre per questo? Il suo popolo fedele, la gente che lui ama tanto". Gesù, ha spiegato Papa Francesco concludendo l'omelia, vuole che tutti si avvicinino a lui.
"Pensiamo al santo popolo di Dio, popolo semplice, che vuole avvicinarsi a Gesù. E pensiamo a tutti i cristiani di buona volontà che sbagliano e invece di aprire una porta la chiudono. E chiediamo al Signore che tutti quelli che si avvicinano alla Chiesa trovino le porte aperte per incontrare questo amore di Gesù".


(©L'Osservatore Romano 26 maggio 2013)

quinta-feira, 23 de maio de 2013

HOJE FESTA DE JESUS CRISTO SUMO E ETERNO SACERDOTE nasce Blog em honra de JESUS CRISTO SUMO E ETERNO SACERDOTE


 

Quinta-feira, 23 de Maio de 2013

Jesucristo: Sumo y Eterno Sacerdote

Jesucristo: Sumo y Eterno Sacerdote

Conmemoracion: 23 de Mayo
Este jueves inmediato a Pentecostés celebramos la fiesta de Jesucristo Sumo y Eterno Sacerdote, contemplamos el sacerdocio redentor de Jesucristo como la cumbre y compendio de su acción salvadora en el mundo. Jesús es el sacerdote de la nueva alianza que nos ha reconciliado con Dios y nos ha llamado a formar parte de su Iglesia haciéndonos hijos del Padre. Nos ha comunicado una nueva vida en el Espíritu Santo y nos ha convertido en Pueblo sacerdotal, participes de su sacerdocio para extender el reino de Dios a todos los hombres.

En medio de este pueblo sacerdotal, Dios, por medio de la Iglesia, elige a algunos de los hermanos para que desempeñen el sacerdocio ministerial y santifiquen al pueblo de Dios. Como cristianos en Cristo y por Cristo ellos ofrecen vida, gozos y sufrimientos, con alegría en el altar. Ellos, llamados a desempeñar el sacerdocio ministerial, se unen de modo singular a Cristo, Sacerdote, Cabeza y Pastor: "Sólo el sacramento del Orden atribuye al ministerio ordenado una peculiar participación en el oficio de Cristo Cabeza y Pastor y en su sacerdocio eterno" (Christifideles laici, 23). La misión del sacerdote ordenado es perpetuar el sacerdocio único de Jesucristo.

Por otro lado, así como Jesús une en su mediación los dos aspectos de la relación con Dios y con los hombres, y esto es lo que lo constituye sumo sacerdote, así nosotros debemos unir en nuestras vidas la fe que nos acerca a Dios y la solidaridad que nos une a nuestros hermanos.

Nosotros debemos integrar la relación con Dios en el centro de nuestra vida, haciendo que nuestro culto sea la propia vida entregada y no como una realidad aparte; entrar en relación con Dios y confrontarnos constantemente con su voluntad, y acercar a nuestros hermanos a Dios. Y esto sólo podemos realizarlo estando unidos a Cristo por los sacramentos, que no son observancias rituales, sino medios de unión con Él. En esto consiste nuestro sacerdocio común, en unir toda la realidad de nuestra vida y de nuestra muerte, a la realidad de la vida y de la muerte de Cristo en favor de nuestros hermanos.

Esta festividad de origen española, obtuvo aprobación de la Santa Sede en 1971. Fue incluida en el calendario litúrgico en 1974, y desde 1996, se incorporaron textos propios en la liturgia de las horas, enviados desde Madrid por Juan Pablo II, en conmemoración de sus bodas de oro sacerdotales.

Hoy fiesta de Jesucristo, Sumo y Eterno Sacerdote, por la intercesión de Santísima Virgen, Reina y Madre de cada uno y de la Iglesia entera, oremos por los sacerdotes, para que sean dignos ministros de Nuestro Señor: hombres de oración, amantes del sacrificio, encendidos de celo por la salvación de las almas. Y en especial oremos por el Papa Benedicto XVI, que con tanta entrega y docilidad a Dios ha recibido la carga del Sumo Pontificado, para que el Señor le haga muy santo y llene de eficacia su labor en servicio de la Iglesia y de la humanidad.


“...Señor Jesucristo, nuestro Sumo Sacerdote,
concédenos tu Espíritu de Sabiduría y unión,
que a todos nos unifique en tu Cuerpo Místico, la Iglesia,
para ser tus testigos en el mundo...”

FESTIVIDAD LITÚRGICA DE JESUCRISTO SUMO Y ETERNO SACERDOTE




Jesucristo Sumo y Eterno SacerdoteEl primer jueves después de Pentecostés celebramos la festividad litúrgica de Jesucristo Sumo y Eterno Sacerdote.

Vivimos momentos de pasión de la Iglesia. Se exhibe en picota la infidelidad y aberraciones de unos ministros-¿infiltrados? ¿vividores?- indignos, como paradigma generalizado y abominable del sacerdocio, que es excelso porque encarna en la tierra al mismo Cristo. Decía, admirado, Pedro de Blois: «Dios, que no ha querido tener ningún cooperador en la obra de la Creación, quiere tenerlo en la obra de la Redención». Y este coadjutor es el sacerdote.

Esta festividad sacrosanta ha de ser para todos los católicos un día intensamente sacerdotal. Un día para amar el sacerdocio de Jesucristo prolongado en sus ministros. Para agradecer a Cristo este don inestimable. Ha de ser una jornada de santidad sacerdotal que nos reúna a todos: pastores y seglares, con un solo corazón y una sola alma, para pedir muchos y santos sacerdotes.
Y ha de ser un día para agradecer a los sacerdotes su entrega absoluta. El sacerdote actúa en la persona de Cristo... Perdona con el perdón de Dios, lleva su Palabra que se encarna en su propia palabra, perpetúa la presencia real de Cristo entre nosotros... Si a veces nos defrauda su insuficiencia personal, pensemos que a Dios no le ha estorbado. Consideremos el peso de la dignidad divina que lleva dentro. Y ¡cuántas veces no habremos ayudado a tal o cual sacerdote a superarse! ¡Cuántas lo habremos hundido más aún en el aislamiento, con la incomprensión y la maledicencia!

Es momento de hablar con valentía de la vida sacerdotal como de un valor inestimable y una forma de vida espléndida y privilegiada, porque se funda en la Palabra irrevocable de Dios. Porque el sacerdote está al servicio de todos los hombres. Y porque -parafraseando al cardenal Juan M. Lustiger- su acción no tiene por límite su propia capacidad de obrar, sino que se inscribe en la acción de Dios que obra a través de él.

Querríamos hacer llegar a todos los sacerdotes del mundo el testimonio de nuestro apoyo, de nuestra solidaridad, de nuestro amor... A todos les decimos: ¡Gracias, queridos sacerdotes!
Texto extraído de la revista AVE MARÍA • Núm. 763 • Mayo 2010
FONTE

Los sacerdotes han de ser como Cristo: sacerdotes y víctimas.

Autor: P. Jesús Martí Ballester
Jesucristo: Sumo y Eterno Sacerdote
Los sacerdotes han de ser como Cristo: sacerdotes y víctimas.
Jesucristo: Sumo y Eterno Sacerdote
Jesucristo: Sumo y Eterno Sacerdote
Los sacerdotes de la Antigua Alianza sacrificaban en el altar animales, pero no se sacrificaban ellos. Todos hemos de ser como él, sacerdotes y víctimas, porque nuestro sacerdocio es el suyo.

Jueves después de Pentecostés.



1.
"Os he llamado amigos, porque os he manifestado todo lo que he oído a mi Padre. No me habéis elegido vosotros a mí, soy yo quien os he elegido y os he destinado a que os pongáis en camino y deis fruto, y un fruto que dure" (Jn 15,15).

Jesús entrega su amistad y pide la nuestra. Ha dejado de ser el Maestro para convertirse en amigo. Escuchad como dice: Vosotros sois mis amigos... No os llamo siervos, os llamo amigos, porque todo lo que he oído a mi Padre os lo he dado a conocer…En aras de esa amistad, que es entrañable, que es verdadera y ardorosa, desea atajar a los que aún pudieran no hacerle caso. "No sois vosotros -les dice- los que me habéis elegido, soy yo quien os he elegido".LEER...

JESUCRISTO, SUMO Y ETERNO SACERDOTE




Se puede celebrar la Fiesta de Jesucristo, Sumo y Eterno Sacerdote el con el grado litúrgico de Fiesta, a todos los efectos.

Algunos apuntes importantes para tener en cuenta: la palabra sacerdote se compone de sacer y dote “sacrum y dotado” que significa el que tiene el don de ofrecer el sacrificio o el que ofrece lo que se tiene que sacrificar, lo que se sacrifica a Dios.

La palabra hebrea para sacerdote es “kohen” y para Sumo Sacerdote “Kohen HaGadol”, equivalente en griego Bíblico con “Archiereus”, de arc e hiereus, que viene de hieros, santo, sagrado, apartado.

En la religión se ha conocido hasta ahora como un ritual para cumplir un culto para buscar el perdón por el pecado (Lev 4). En la Ley de Dios se instituye para ofrecer un animal como ofrecimiento de agradecimiento o de perdón por los pecados de los hombres, o en definitiva para que bendiga a otros que por la carencia que tienen del Espíritu están lejos de Dios, para su acercamiento a Él.

En su origen era la parte del animal de la procreación, de la vida y del alma. Tiene connotación de intimidad con Dios, ningún otro personaje puede venir a la presencia de Dios sino el sacerdote (Éxodo 26:31-35; Levítico 16).

En Cristo todos somos sacerdotes porque a través de Jesucristo tenemos entrada al corazón del Padre (Hebreos 10:19-20). Además el que tiene el don o que dota es también el padre de la novia que aporta la dote al sagrado matrimonio, símbolo de la Boda del Cordero en la que, nosotros, la Iglesia se casa con el Hijo de Dios para reinar por la eternidad.

Es por lo tanto la persona que desempeña la acción de sacrificar. También la función del sacerdocio es la de interceder “intercede” de (ínter-cedere, donde cedere es morir, e ínter, es, en lugar de otro) o sea que el que intercede muere en lugar de otro. Una vida animal en lugar de la vida de una persona para que esta siga viviendo, porque la paga del pecado es la muerte… Romanos 6:23, y de hecho todos moriremos; luego la resurrección para el juicio.

Este sacrificio sería de continuo e inútil, pues no cambia a la persona. Jesucristo se ofrece a sí mismo como sacrificio por nosotros para reconciliarnos, para inter-ceder entre nosotros y el Padre y recibirnos en Su Corazón, si le amamos.

El sacerdocio de Cristo sí cambia a las personas porque hace que entre Su Espíritu, de Dios, en ellas, cuando le recibimos, y de una vez para siempre ha cumplido el sacrificio eterno, siendo el Autor de la vida y dando Su vida y volviéndola a tomar. Jesús es el Sacerdote por excelencia, el Maestro de las almas de los hombres y mujeres que han sido hechos en espíritu a la semejanza de Él.

En esta celebración tan importante, en el cual reconocemos que Jesús, Pastor Universal, ha enviado por vocación específica a hombres de nuestro tiempo para reunir a su pueblo, en su nombre, le damos gracias porque Él, que es el Buen Pastor, ha querido prolongar el cuidado de sus ovejas en sus sacerdotes.

Que ellos a quienes ha llamado amigos, vivan generosamente esa gracia. Llénalos de tu vida para que la puedan dar a tus ovejas. Protégelos en las tentaciones que se les presenten para herirlos y dispersar así al rebaño.

Para saber: “Esta festividad de origen española, obtuvo aprobación de la Santa Sede en 1971. Fue incluida en el calendario litúrgico en 1974, y desde 1996 se incorporaron textos propios en la liturgia de las horas, enviados desde Madrid por el Papa Juan Pablo II, en conmemoración de sus Bodas de Oro sacerdotales”

EL MISTERIO DE CRISTO
El sacerdote nos introduce en la memoria del Señor, no sólo en su pascua, sino en el misterio de toda su obra, desde su bautismo hasta su pascua en la cruz. El exhorta a la asamblea de los creyentes a vivir en sintonía con el sacrificio de la cruz, que ésta vuelve a vivir en el presente en espera de su consumación definitiva. Por eso el ministerio del sacerdote no se puede limitar a la celebración de un rito; compromete toda la vida y se desarrolla de acuerdo con todo el orden sacramental.

Pero no sería fiel a la tradición quien pretendiera defender que las funciones del sacerdote son de naturaleza estrictamente sacramental y cultual. También es función del sacerdote proclamar la palabra de Dios. La misma Cena, en la que el Señor llama a su sangre "sangre de la alianza", lo pone de manifiesto, pues no hay ningún rito de alianza sin una proclamación de la palabra de Dios a los hombres.

El acontecimiento de la alianza es al mismo tiempo acción y palabra. Esta relación aparece todavía más clara cuando se parte de la base de que eucaristía (1 Cor 11,24) no significa tanto una "acción de gracias" en el sentido actual de esta expresión, cuanto una clara y gozosa proclamación de las "maravillas de Dios", de sus hechos salvíficos.

Cuando Jesús declara: "Cada vez que coméis de ese pan y bebéis de esa copa proclamáis la muerte del Señor, hasta que él vuelva" (1 Cor 11,26), su acto de bendición ritual tiene también el sentido de una proclamación de la palabra de Dios. El ministerio de ofrecer la eucaristía ratifica y complementa simplemente una proclamación de la palabra, que va desde el kerigma inicial hasta la catequesis y la misma celebración litúrgica. Predicar, bautizar y celebrar la eucaristía son las funciones esenciales del sacerdote.

Sin embargo, dentro del presbiterio dichas funciones pueden estar distribuidas distintamente, según que unos se dediquen más a tareas misioneras y otros a la acción pastoral dentro de la comunidad reunida (Mysterium Salutis). Predicar y enseñar, de otra manera, ¿cómo podrán hacer y administrar los sacramentos con provecho y eficacia salvadores?

Jueves después de Pentecostés: Fiesta de Jesucristo, Sumo y Eterno Sacerdote

Hoy, jueves posterior a la solemnidad de Pentecostés, celebramos la fiesta de Jesucristo Sumo y Eterno Sacerdote. Aunque no figura en el calendario de la Iglesia universal, esta fiesta se ha ido extendiendo por muchos países y diócesis.
La fiesta de Jesucristo, Sumo y Eterno Sacerdote, fue introducida en España en 1973. Posteriormente fue solicitada por numerosos Episcopados de todo el mundo.
Se celebra el jueves posterior a la solemnidad de Pentecostés. Tiene categoría de fiesta y cuenta con textos propios para la Misa y para el Oficio. En muchas diócesis se celebra también en este día la Jornada de santificación de los sacerdotes.
Como sabemos, el Nuevo Testamento no utiliza el término sacerdote para referirse a los ministros de la comunidad. Lo reserva para denominar a Cristo (cf. Hb 6-10) y al pueblo de Dios, todo él sacerdotal (cf. 1Pe 2,9).
En relación con Cristo, la carta a los Hebreos interpreta su sacrificio, en oposición a los sacrificios de los sacerdotes de la antigua alianza, como el nuevo, único y definitivo sacerdocio: «Así también Cristo no se apropió la gloria de ser sumo sacerdote, sino que Dios mismo le había dicho: Tú eres mi hijo, yo te he engendrado hoy. O como dice también en otro lugar: Tú eres sacerdote para siempre igual que Melquisedec» (Hb 5,5-6). La misma carta añade: «Cristo ha venido como sumo sacerdote de los bienes definitivos» (Hb 9,11).
Mediante el bautismo, todos hemos sido configurados con Cristo Profeta, Sacerdote y Rey. Nuestra vida es sacerdotal en la medida en que, unida a la suya, se convierte en una completa oblación al Padre.
Hoy es también un día adecuado para meditar lo que nos dicen las Constituciones al hablar de los misioneros presbíteros: «Configurados por medio del Sacramento del Orden con Cristo Sacerdote, cuya persona representan principalmente en la celebración de la Eucaristía, compartan su muerte y su vida, de modo que conviviendo con los hombres susciten en los demás el recuerdo de la presencia del Señor» (CC 83).
FONTE
 
 

Papa Francisco : Es necesario orar con el corazón

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(RV).- (Audio) RealAudioMP3 Una oración valiente, humilde y fuerte cumple milagros: lo afirmó el Papa Francisco esta mañana en la Misa presidida en la Casa de Santa Marta. Este lunes estuvo presente otro grupo de empleados de Radio Vaticano, acompañados por nuestro director general, el p. Federico Lombardi.

La liturgia del día nos propone el pasaje del Evangelio en el que los discípulos no logran sanar a un muchacho; el mismo Jesús debe intervenir, lamentando la incredulidad de los presentes; y al padre de aquel chico que le pide ayuda, responde que “todo es posible para el que cree”. El Santo Padre observó que a menudo también aquellos que aman a Jesús no arriesgan mucho en su fe y no se confían completamente a Él:

“Pero ¿por qué, esta incredulidad? Creo que es justamente el corazón que no se abre, el corazón cerrado, el corazón que quiere tener todo bajo control”.

Es un corazón que “no se abre” y no “deja a Jesús el control de las cosas ” – explicó el Papa – y cuando los discípulos le preguntan por qué no han podido sanar al joven, el Señor responde que aquel “tipo de demonio no se puede eliminar sino solo con la oración”. “Todos nosotros – subrayó - llevamos un poco de incredulidad, dentro”. Es necesaria “una oración fuerte, y esta oración humilde y fuerte hace que Jesús pueda obrar el milagro. La oración para pedir un milagro, para pedir una acción extraordinaria – prosiguió el Obispo de Roma – debe ser una oración coral, que nos involucre a todos”. A este propósito el Papa narró un episodio ocurrido en Argentina: una niña de 7 años se enfermó y los médicos le dieron pocas horas de vita. El papá, un electricista, “hombre de fe”, “enloqueció – contó el Pontífice - y en aquella locura” tomó un autobús para ir al Santuario mariano de Lujan, distante 70 kilómetros:

“Llegó ahí pasadas las 9 de la noche, cuando todo estaba cerrado. Y comenzó a rezar a la Virgen, con las manos aferradas a la reja de fierro. Y rezaba, y rezaba, y lloraba, y rezaba … y así, permaneció toda la noche. Pero este hombre luchaba: luchaba con Dios, luchaba junto a Dios por la sanación de su hija. Luego, después de las 6 de la mañana, fue al terminal, tomó el bus y llegó a casa, al hospital, a las 9, más o menos. Encontró a su esposa llorando. Se imaginó lo peor. ‘¿Qué ha pasado? ¡No entiendo, no entiendo! ¿Qué ha pasado?’. ‘Han venido los doctores y me han dicho que la fiebre ha pasado, que respira bien, que ¡no tiene nada! La dejarán en reposo por dos días más, pero no entienden ¡qué cosa ha pasado!’. ¡Esto todavía sucede, ¿eh?, los milagros existen!”.

Pero es necesario orar con el corazón, concluyó Francisco:

“Una oración valiente, que lucha por llegar a aquel milagro; no aquellas oraciones de circunstancia, ‘Ah, rezaré por ti’: rezo un Padre Nuestro, un Ave María y, después me olvido. No: oración valiente, como aquella de Abraham que luchaba junto al Señor por salvar la ciudad, como aquella de Moisés que tenía las manos en alto y se cansaba, rezando al Señor; como aquella de tantas personas, de tanta gente que tiene fe y con la fe reza, reza. La oración hace milagros, pero ¡debemos creer! Creo que podemos hacer una bella oración … y decirle hoy, durante toda la jornada: ‘Creo, Señor, ayuda a mi incredulidad’ ... y cuando nos piden rezar por tanta gente que sufre en las guerras, los refugiados, por todos los dramas de la actualidad, rezar al Señor, pero con el corazón: ‘¡Hazlo!’, sino decirle: ‘Creo, Señor. Ayuda a mi incredulidad’ que también está en mi oración. Hagamos esto, hoy”.

Papa Francisco: O sal não se conserva só oferecendo-o na pregação. Necessita também da outra transcendência, da oração e da adoração.

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Missa do Papa em Santa Marta

Aquele sal que dá sabor


O cristão, segundo a metáfora evangélica de Mateus (5, 13-14), é chamado a ser sal da terra. Mas se não transmitir o sabor que o Senhor lhe doou, transforma-se num «sal insípido» e torna-se «um cristão de museu». Foi este o tema abordado pelo Papa Francisco na missa celebrada na manhã de quinta-feira 23 de Maio, na capela da Domus Sanctae Marthae.

O Evangelho do dia (Marcos 9, 41-50) inspirou ao Santo Padre uma reflexão sobre a peculiaridade que caracteriza os cristãos: ou seja, ser para o mundo o que o sal é para a dona de casa e para quem tem bom gosto e aprecia o sabor das coisas. «O sal é bom» iniciou o Pontífice. Uma coisa boa «que o Senhor criou», mas «se o sal se tornar insípido – perguntou-se – com que dareis sabor?».

Fala-se sobre o sal da fé, da esperança e da caridade. «O Senhor dá-nos este sal», esclareceu o Santo Padre que, depois, levantou o problema de como fazer para que «não se torne insípido». «Como se deve fazer, para que o sal não perca a sua força?». Entretanto, o sabor do sal cristão - explicou – nasce da certeza da fé, da esperança e da caridade que surge da consciência de que «Jesus ressuscitou para nós» e nos salvou. Mas esta certeza não nos foi dada simplesmente para a conservar. Se assim fosse, ela acabaria como o sal conservado num pequeno recipiente: «não importa, não serve». Ao contrário, o sal – explicou o Papa – tem sentido quando é usado para dar sabor. Penso que o sal conservado no recipiente, com a humidade perde força. E não serve. O sal que nós recebemos é para doar; serve para dar sabor, para ser oferecido»; caso contrário «torna-se insípido e não serve».

Mas o sal tem também outra peculiaridade. Quando «se usa bem – especificou o Papa Francisco – não se sente o gosto de sal». Assim «o sabor do sal» não altera o sabor dos alimentos; aliás, «sente-se o sabor de cada refeição», que se torna mais boa e mais saborosa. «Esta é a originalidade cristã: quando nós anunciamos a fé com este sal», quem o recebe «recebe-o na sua peculiaridade, como as refeições».

Todavia, especificou o bispo de Roma, «a originalidade cristã não é uma uniformidade. Aceita cada pessoa como é, com a sua personalidade, com as suas características e a sua cultura», sem pretender mudá-la «porque é uma riqueza; mas dá-lhe algo mais, dá-lhe sabor». Se, ao contrário, se tendesse à uniformidade, «seria como se todos fossem salgados da mesma maneira». Aconteceria a mesma coisa se nos comportássemos «como a mulher quando coloca demasiado sal»: sentir-se-ia só o gosto do sal e «não o gosto da comida temperada com sal».

A originalidade cristã é precisamente isso: cada um permanece o que é, com os dons que o Senhor lhe ofereceu. «Cada um é diferente dos outros»; por conseguinte, o sal cristão é o que «faz ver precisamente as qualidades de cada um. Este é o sal que devemos oferecer» e não conservar. Ou pelo menos não o conservar até que ele se estrague.

E «para que o sal não se deteriore» existem dois métodos a ser seguidos, «que devem caminhar juntos». O Papa explicou-os deste modo: «Em primeiro lugar, oferecê-lo em função das refeições, ao serviço do próximo, das pessoas. Trata-se do sal da fé, da esperança e da caridade: oferecê-lo, oferecê-lo, oferecê-lo!».

Outro método implica a transcendência, ou seja, a propensão «para o autor do sal, o criador, aquele que criou o sal. O sal não se conserva só oferecendo-o na pregação. Necessita também da outra transcendência, da oração e da adoração. E assim o sal conserva-se, não perde o seu sabor. Com a adoração ao Senhor, eu transcendo de mim mesmo para o Senhor; e com o anúncio evangélico saio fora de mim mesmo para anunciar a mensagem».

Sem seguir este caminho, «para oferecer o sal – concluiu o Pontífice – ele permanecerá no pequeno recipiente, e nós tornar-nos-emos cristãos de museu» que só podem mostrar o sal. Mas, tratar-se-á de um «sal sem sabor, um sal que não serve».


24 de Maio de 2013