sexta-feira, 16 de dezembro de 2022

SAN GIUSEPPE CAFASSO


SAN GIUSEPPE CAFASSO

sacerdote (1811-1860) 23 giugno

san_giuseppe_cafasso-04Soprannominato per la sua missione «prete della forca», era un insegnate di vita e santità sacerdotale. Direttore spirituale e amico intimo di Don Bosco. Quanti avevano la grazia di stargli vicino ne erano trasformati in altrettanti buoni pastori e in validi confessori.Indicava con chiarezza a tutti i sacerdoti la santità da raggiungere proprio nel ministero pastorale.

Si è spesso sostenuto che Giuseppe Cafassosia stato membro della congregazione salesiana, ma la cosa non risponde a verità: direttore spirituale e amico intimo del fondatore S. Giovanni Bosco (31 gen), rimase sempre sacerdote diocesano. La congregazione salesiana d’altronde venne fondata nel 1854, solo sei anni prima della sua morte.

BENEDETTO XVI PARLA DI DON CAFASSO

Anch’egli come San Giovanni Bosco, era nato a Castelnuovo d’Asti, un grosso borgo di campagna, terzo di quattro figli in una famiglia contadina di discrete condizioni; frequentò la scuola a Chieri, poco distante da Torino, ed entrò nel locale seminario, aperto da pochi san-giuseppe-cafassoanni per volere dell’arcivescovo del capoluogo piemontese. Si distinse come migliore studente del suo corso; fu ordinato prete nel 1833, con una dispensa speciale dell’autorità ecclesiastica, non avendo ancora raggiunto l’età canonica. Trasferitosi poi a Torinoper poter continuare gli studi teologici, si sistemò in un alloggio modesto, ma non trovando sufficientemente adeguati i corsi del seminario diocesano e dell’università, si spostò al convitto ecclesiastico, istituto aperto da don Luigi Guala presso la chiesa di San Francesco d’Assisi, sentendolo più confacente alle sue esigenze. Superò più che brillantemente l’esame diocesano d’ammissione e don Guala subito gli conferì un insegnamento.

Quando don Guala chiese al suo assistente chi avrebbe dovuto scegliere come insegnante, questi rispose: “il piccoletto”, alludendo a Giuseppe Cafasso che era piccolo di statura e rachitico. Egli compensava il suo miserevole e disprezzato aspetto fisico con una voce melodica e serena, che don Bosco definiva “la tranquillità indisturbata” e che affascinava chi l’ascoltava. Dimostrò di essere un insegnate nato: non si accontentava di insegnare, voleva educare; 16-San-Giuseppe-Cafassomirava non solo a “fornire nozioni” ma ad illuminare e dirigere le menti degli studenti.

Come disse Benedetto XVI ai suoi fedeli in piazza san Pietro: “Il suo segreto era semplice: essere un uomo di Dio; fare, nelle piccole azioni quotidiane, “quello che può tornare a maggior gloria di Dio e a vantaggio delle anime“. Amava in modo totale il Signore, era animato da una fede ben radicata, sostenuto da una profonda e prolungata preghiera, viveva una sincera carità verso tutti. Conosceva la teologia morale, ma conosceva altrettanto le situazioni e il cuore della gente, del cui bene si faceva carico, come il buon pastore. Quanti avevano la grazia di stargli vicino ne erano trasformati in altrettanti buoni pastori e in validi confessori. Indicava con chiarezza a tutti i sacerdoti la santità da raggiungere proprio nel ministero pastorale.”

Ben presto si sparse la fama che all’Istituto San Francesco a Torino ci fosse un nuovo insegante assai bravo. Era ugualmente stimato come predicatore. Una volta disse a don Bosco: “Gesù Cristo, Sapienza infinita, usava parole ed espressioni accessibili a chi lo ascoltava, seguine l’esempio “. Si serviva del dono di una predicazione semplice e colloquiale per incoraggiare la speranza e l’umile confidenza in Dio, in contrasto con la dottrina rigorista dei giansenisti, diffusasi nell’Italia settentrionale. Essi insegnavano che anche la più piccola caduta era un peccato grave, che poteva portare giuseppe cafassoalla dannazione eterna. Più tardi il Cafasso scriverà: “quando confessiamo, nostro Signore ci vuole pieni di pietà e di amore; tutti quelli che vengono da noi debbono sentire la nostra paternità, senza alcun accenno alla loro personalità o a ciò che hanno commesso. Se respingiamo qualcuno o se un’anima si perde per colpa nostra ce ne sarà chiesto conto”.

MOSTRA DI SAN GIUSEPPE CAFASSO

(La mostra al Santuario (2010-2011) per i 150 anni dalla morte e i 200 anni dalla nascita di questo grande santo prete torinese, iniziatore della grande schiera dei santi “sociali”)

Nel 1848, alla morte di don Guala, divenne direttore dell’istituto e della chiesa di San Francesco, compito non facile dovendo prendersi cura di una sessantina di giovani preti di diverse diocesi, con un retroterra culturale e ambientale assai differente e con idee politiche opposte. Quell’anno fu particolarmente turbolento in tutta Europa: uno stato dopo l’altro sperimentava moti rivoluzionari e l’Italia conobbe queste vicissitudini in vista dell’unificazione nazionale,
raggiunta nel 1861. Benché non mancassero detrattori, fuori e dentro l’ambiente ecclesiastico, Giuseppe san giuseppe cafasso3Cafasso con il suo insegnamento, la sua fede luminosa e la sua cura per ognuno, riuscì a tener salda la barra dell’istituto in quei tempi travagliati. Il suo affetto e la sua attenzione per i preti giovani e inesperti, la sua insistenza sullo spirito mondano come peggior nemico fecero sì che influenzassero tutto il clero piemontese, e non solo quello, perché il suo ministeroraggiunse molte altre persone, suore e laici di ogni classe sociale. Il suo confessionale era molto frequentato: Giuseppe Cafasso aveva il carisma di un’intuizione particolare nel rapporto con i penitenti.

Quando la Compagnia di Gesù era stata soppressail santuario di Sant’Ignazio a Lanzo Torinese, sulle colline vicino alla capitale dei Savoia, era stato preso in carico dall’archidiocesi e don Guala era stato nominato amministratore. Alla morte di costui l’incarico passò al Cafasso, che continuò l’opera del suo predecessore, predicando ai pellegrini e dirigendo esercizi spirituali per clero e laici. Durante la sua amministrazione furono portati a termine i lavori, iniziati da don Guala, di ristrutturazione della foresteria e delle vie di accesso al santuario.

Di tutte le sue attività quella che più colpì l’opinione pubblica fu il suo ministero presso i carcerati: nelle prigioni, dove gli uomini vivevano
in condizioni degradanti e disumane, don Cafasso visitava i carcerati, facendo sentire loro affetto e portandoli alla confessione; le SAN GIUSEPPE CAFASSOesecuzioni erano ancora pubbliche ed egli accompagnò al patibolo oltre sessanta condannati, tra cui famosi briganti e rivoluzionari, che chiamava “santi impiccati”. Aveva l’ambizione di portare i condannati a morte subito in Paradiso, senza passare per il Purgatorio e per il recupero dei carcerati, è proprio il caso di dirlo, fece più lui di mille legislazioni.

Era capace di rimanere nelle prigini anche tutta la notte. Portava sigari e tabacco da fiutare, al posto della calce che i carcerati raschiavano dai muri; ma soprattutto portava alla conversione ladri e assassini efferati. Erano lenti e tormentati pentimenti, altre volte, invece, si trattava di conversioni immediate, che avvenivano anche a pochi istanti prima dell’impiccagione. Il «prete della forca» usava immensa misericordia, possedendo un’intuizione prodigiosadei cuori, e trattava i suoi «santi impiccati» come «galantuomini», tanto che il colpevole sentiva così forte l’amore paterno da piegarsi e desiderare di morire per arrivare presto in Paradiso con Gesù, come il buon Ladrone, crocefisso sul Calvario.

Giovanni Bosco lo incontrò per la prima volta una domenica nell’autunno del 1827, quando era ancora un ragazzo vivace mentre Giuseppe Cafasso era già sacerdote, e tornato a casa annunciò: “L’ho visto! Gli ho parlato!”. “Chi hai visto?” gli chiese la madre, “Giuseppe Cafasso, e ti assicuro che è un santo.” Quattordici anni dopo don Bosco, nella chiesa di San Francesco a Torino, celebrava la statue-depicting-san-giuseppe-cafasso-1811-1860-who-comforted-68-executed-personssua prima Messa, entrando poi a far parte dell’istituto, studiando sotto la direzione del Cafasso, condividendo molti dei suoi ideali. Fu egli ad introdurlo nell’universo dei quartieri poveri e delle carceri di Torino, aiutandolo a scoprire la sua vocazione di apostolo dei giovani.

Giovanni Cagliero, salesiano, scrive: “Noi amiamo e riveriamo il nostro caro padre e fondatore don Bosconon di meno amiamoGiuseppe Cafasso, per oltre vent’anni maestro, consigliere e guida, nelle vicende spirituali e nelle iniziative, di don Boscooso dire che la bontà , i risultati, la saggezza di don Bosco son la gloria di don CafassoFu grazie a lui che don Bosco si stabilì a Torino, che i giovani si riunirono nel primo oratorio salesiano; l’obbedienza, l’amore e la saggezza che ha insegnato hanno portato frutti in migliaia di giovani in Europa, Asia e Africa, ragazzi che oggi sono ben preparati per la vita nella Chiesa di Dio e nella società degli uomini”.

Il Cafasso non cercò mai di formare in don Bosco un discepolo “a sua immagine e somiglianza” don Bosco non copiò il Cafassolo imitò certo nelle virtù umane e sacerdotali – definendolo “modello di vita sacerdotale” -, ma secondo le proprie personali attitudini e la propria peculiare vocazione; un segno della saggezza del maestro spirituale e dell’intelligenza del discepolo: il primo non si impose sul secondo, ma lo rispettò nella sua personalità e lo aiutò a leggere quale fosse la volontà di Dio su di lui.

SAN GIUSEPPE CAFASSO1L’insegnamento di don Cafasso influenzò anche altri, oltre a don Boscola marchesa Giulietta Falletti di Barolo, che fondò una dozzina di istituti di caritàdon Giovanni Cocchi, fondatore di un istituto per artigiani e altre opere di carità a Torino; padre Domenico Sartoris, il fondatore delle Figlie di Santa Chiara; il Beato Clemente Marchisio (20 sett), fondatore delle Figlie di San Giuseppe, e molti altri fondatori di istituzioni caritative.

Gisueppe Cafasso morì il 23 giugno 1860; don Bosco fece l’elogio al funerale e in seguito ne scirsse la biografia. Fu canonizzato da papa Pio XII il 9 aprile 1948, che lo proclamò patrono delle carceri italiane e, con l’Esortazione apostolica Menti nostrae, il 23 settembre 1950, lo propose come modello ai sacerdoti impegnati nella Confessione e nella direzione spirituale.

Della sua morte egli, con profonda umiltà, affermava: «Disceso che sarò nel sepolcro, desidero e prego il Signore a fare perire sulla terra, la mia memoria, sicché mai più alcuno abbia a pensare di me, fuori di quelle preghiere che attendo dalla carità dei fedeli. E accetto in penitenza dei miei peccati tutto quello che dopo la mia morte si dirà nel mondo contro di me»

E’ invocato: come protettore del clero e delle carceri italiane

FontiIl primo grande dizionario dei santi di Alban Butler; http://www.santiebeati.it/dettaglio/59000