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terça-feira, 3 de abril de 2012

Romano Amerio, Stat Veritas: Redenzione ... e l'Espiazione?

 

Nel post precedente è venuto fuori il discorso Papi-Concilio e ci si è soffermati sulle dichiarazioni di Paolo VI, Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, convergenti nel riconoscere la necessità che « l’insegnamento del Vaticano II, deve essere inserito organicamente nell’intero Deposito della Fede, e quindi integrato con l’insegnamento di tutti i precedenti Concili e Insegnamenti pontifici ».
È stato citato un recente intervento del card Bertone, (Convegno Internazionale Cristo-Chiesa-uomo: il Vaticano II nel Pontificato di Giovanni Paolo II, tenutosi presso il Seraphicum di Roma nell'ottobre del 2008) illuminante sui contributi del Pontificato di Giovanni Paolo II per l'applicazione conciliare. Ne avevo stralciato questo brano:
"Nel 1985, per ricordare i 20 anni della chiusura del Concilio, egli convocò un Sinodo straordinario dei Vescovi, ed in quella circostanza i Padri sinodali non mancarono di evidenziare le «luci e ombre» che avevano caratterizzato il periodo post conciliare. Riprese le considerazioni del Sinodo nella Lettera Tertio millennio adveniente, in preparazione al Grande Giubileo del 2000, affermando che “l'esame di coscienza non può non riguardare anche la ricezione del Concilio” (n. 36). La preoccupazione di Papa Wojtyła fu dunque sempre quella di salvaguardare la genuina intenzione dei Padri conciliari, recuperando, anzi superando quelle “interpretazioni prevenute e parziali” che di fatto impedirono di esprimere al meglio la novità del Magistero conciliare."
E così mi sono ricordata che l'ultimo lavoro di Romano Amerio, Stat Veritas, analizza e commenta in 55 chiose proprio la Lettera apostolica Tertio millennio adveniente. È per questo che colgo l'occasione per condividerne con voi una delle 'perle', inserendo la

Chiosa 5: commento a tutto il § 7, in particolare:
« L'incarnazione del Figlio di Dio testimonia che Dio cerca l'uomo - pecorella smarrita [...] La religione dell'Incarnazione e la Religione della Redenzione del mondo attraverso il Sacrificio di Cristo ».
Qui viene un'obiezione fondamentalissima. L'obiezione è questa: non si parla mai della riparazione che Cristo ha dato al Padre.
Il fondo ultimo della redenzione è proprio la riparazione dovuta a Dio Padre per l'offesa dell'uomo. Perciò quando si dice; il Verbo si è incarnato per redimere gli uomini, propriamente ci si riferisce ad una proposizione omessa, a essa anteriore, che è questa: il Verbo ha dato riparazione al Padre; al Padre - prima di tutto - dà soddisfazione, restaurando, così, la giustizia. Il Verbo si è incarnato, primariamente, non per salvare gli uomini, ma per riparare il peccato di fronte al Padre, l'onore della maestà del Padre offeso dal peccato dell'uomo, riparazione di cui l'uomo era incapace: "Lui, Dio ha prestabilito mezzo di propiziazione, per via della fede nel suo sangue, per dimostrare la sua giustizia, a motivo della tolleranza per le passate colpe" (Rm 3,25). E anche: "Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati" (1Giovanni 4, 10). E ancora: "Tu sei degno, o Signore, di prendere il libro e di aprirne i sigilli, perché sei stato immolato e hai riscattato per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione e li hai costituiti per il nostro Dio un regno di sacerdoti" (Apocalisse, 5, 9-10).
Avendo riparato poi il peccato di fronte al Padre, il Figlio ha acquistato il potere di salvare gli uomini. Cioè: in fondo a tutto il nostro mistero si deve porre primariamente l'idea della giustizia di Dio, non quella della salvezza dell'uomo.
Quindi la salvezza degli uomini è, in qualche maniera, secondaria. Tanto che ci sono molte dottrine teologiche secondo le quali il Verbo si sarebbe incarnato anche se gli uomini non avessero peccato, perché l'Incarnazione ha come fine primario Dio Padre, non l'uomo.
Se gli uomini non avessero peccato, l'Incarnazione non sarebbe avvenuta per redimere l'uomo, ma per manifestare Dio in tutta la sua infinità, l'unione somma tra Dio Creatore e la sua creatura: l'unione ipostatica delle due nature dell'individuo Cristo. In questa unione si esprime la rivelazione della Sua essenza nella maniera più piena possibile. È il carattere sponsale del Cristo, l'Uomo-Dio, che ha sposato la natura dell'uomo creato alla natura increata di Dio, suo Creatore. Siamo ancora alla dottrina tomistica della varietà dell'essenza che, nel mondo, unisce l'immenso al minimo di una sola divina persona.
Nel mistero dell'Incarnazione accade che Dio possa dire: Io sono la creatura, perché ora c'è una creatura che è Dio. Questa creatura è il Cristo.
Il fine dell'Incarnazione è la dimostrazione dell'unione del Creatore con la creatura; non si può immaginare un'unione più stretta di questa. In questa unione si manifesta tutta la infinità di Dio, tutta la sua potenza: e qui ritorniamo al mistero dell'Incarnazione rivolta a Dio Padre.
Questo è il mistero della giustizia del'Incarnazione.
Quando si dice « religione della Redenzione » (p.13 dello Scritto apostolico), si dice cosa diversa dalla religione dell'espiazione: redentivo si riferisce agli uomini, espiatorio si riferisce alla divinità offesa, e la redenzione è una conseguenza dell'espiazione.
Si può espiare senza redimere e si espia avendo di mira di riscattare qualcuno che è in prigionia. Ma l'espiazione ha per fine la redenzione, il riscatto. Redenzione è un termine giuridico: è lo schiavo che si riscatta. Noi eravamo schiavi del peccato, anzi - più esplicitamente - del Diavolo: « Poiché dunque, i figlioli hanno in comune il sangue e la carne, anch'egli, nella stessa guisa, ne è divenuta partecipe, per ridurre all'impotenza, mediante la morte, colui che della morte aveva il potere, cioè il Diavolo, e affrancare quanti, per timore della morte, durante tutta la vita erano soggetti a schiavitù » (Ebrei 2, 14b-15).