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quinta-feira, 28 de setembro de 2017

La Comunità dei figli di Dio è nata negli anni 1947-48 per opera di don Divo Barsotti

La Comunità dei figli di Dio Una comunitá di monaci nel mondo La Comunità dei figli di Dio (CFD) è una “Associazione pubblica di fedeli” che desiderano vivere nel mondo il mistero dell'adozione filiale, avendo come strumenti quelli che nella Chiesa sono da sempre i mezzi propri della spiritualità monastica: ascolto della Parola di Dio, vita liturgica e sacramentale, preghiera del cuore, esercizio della carità fraterna. Nel mondo: i membri della Comunità non si ritirano negli eremi, non vivono ordinariamente in piena solitudine, ma vivono da monaci nel mondo, tra gli uomini e nelle strutture sociali. Lavorano negli uffici, nelle scuole, nei posti pubblici, nelle case; sono uomini e donne, sono giovani e anziani, sono sposati e non sposati: uniti in un'unica famiglia mediante una consacrazione, si donano e si consegnano al Verbo di Dio, alla Vergine Madre e alla Chiesa. La Comunità è nata negli anni 1947-48 per opera di don Divo Barsotti. Arrivato a Firenze dalla diocesi di San Miniato nel 1945 e accolto benevolmente dal Cardinal Elia Dalla Costa su sollecitazione di Giorgio La Pira, viveva presso un convento di suore vicino a Porta Romana. Fu un piccolo gruppetto di donne, già legate tra loro da un forte legame religioso, che chiese a don Divo di essere guidato nel cammino spirituale. Egli, che passava le sue giornate presso il convento di Porta Romana dividendosi tra preghiera e studio, accettò la proposta. Il Padre - da allora fu sempre chiamato così - presto dette loro un programma di vita ben preciso: celebrazione quotidiana della liturgia delle Ore, impegno a custodire il sentimento della Divina Presenza pur nel consueto scorrere della vita di ogni giorno, studio e meditazione della Sacra Scrittura e dei testi della grande Tradizione cristiana orientale e occidentale, incontro di gruppo tutte le settimane e una giornata al mese di ritiro. L'intendimento del Padre era di dare a queste sue figlie una vita interiore ben strutturata, basata sull’ascolto della Parola di Dio, sulla preghiera e soprattutto sull'esercizio delle virtù teologali. Egli sentiva fortemente la necessità che nella Chiesa si risvegliasse la sensibilità al primato dei valori contemplativi come parte integrante della vocazione del battezzato, in qualunque stato di vita si trovasse a vivere. Di qui anche il nome scelto da don Divo per la famiglia religiosa che gli si andava formando intorno: Comunità dei figli di Dio, il nome stesso della Chiesa. Le parole della Scrittura: “Occorre pregare sempre” sono rivolte a tutti. Questo ‘monachesimo interiorizzato’ per quegli anni era una vera e propria novità. Pian piano la Comunità andò crescendo e negli anni dal 1950 al 1960 si formarono gruppi in varie parti d'Italia: a Viareggio, Venezia, Palermo, Modena, Napoli... Anche la struttura della Comunità si andò pian piano delineando, fino alla sua ultima definizione, che si ebbe quando all’interno della Comunità si realizzò la vita comune, e si aprirono alcune case, maschili e femminili, con una impostazione di vita molto vicina alla disciplina religiosa in senso classico. La Comunità dei figli di Dio si costituì allora come “famiglia religiosa” pur comprendendo al suo interno tutti i diversi stati di vita. E’ la sua struttura attuale, oggi che la CFD si è diffusa anche all’estero (Gran Bretagna) fino in Africa (Benin), in America latina (Colombia), in Asia (Sri Lanka) e in Oceania (Australia). Questa la struttura:  Laici che vivono nel mondo, sposati o non sposati, e che, dopo un congruo periodo di preparazione, si consacrano a Dio nella Comunità. È questo il primo ramo della Comunità.  Vi sono poi sposi o coppie di sposi che desiderano impegnarsi a vivere in famiglia seguendo i dettami dei consigli evangelici e quindi professando i voti di povertà, castità coniugale e obbedienza. E’ il secondo ramo.  Chi poi, pur restando a vivere nel mondo, vuole vivere la sua donazione a Dio nello stato verginale può professare i voti religiosi di povertà, castità piena e obbedienza. Il terzo ramo.  Infine il quarto ramo comporta la vita religiosa nelle case di vita comune, con fratelli e sorelle che lasciano tutto per vivere in piccole fraternità la cui impostazione di vita è tipicamente monastica: preghiera, silenzio, lavoro, studio. Sono quattro rami, ma la famiglia religiosa è unica, perché unica per tutti è la chiamata universale alla santità, come detta la Lumen Gentium. Anche i sacerdoti diocesani possono far parte della Comunità, mantenendo la propria identità secolare e collocandosi o nel primo o nel terzo ramo. “Non vogliamo le opere, ma il servizio ai fratelli, l'umile testimonianza di una carità semplice, pratica, fraterna e sentiamo la necessità di affermare che la carità non può avere un contenuto religioso, se un'anima non s'impegna prima a fare di sé un'offerta al Padre celeste. Così tutta la Comunità si consuma nell'atto onde Cristo muore sulla croce. Non dobbiamo fare, ma essere”. Superiore di tutta la Comunità (canonicamente ne è il Moderatore) è un fratello sacerdote del quarto ramo, eletto ogni sei anni, affiancato nel governo da due laici consacrati, un uomo e una donna (gli Assistenti Generali). I tre insieme costituiscono la Presidenza. Altri organi centrali sono l’Assemblea generale e il Consiglio della Comunità. Responsabili in loco delle diverse Famiglie, geograficamente costituite, sono gli Assistenti di Famiglia. Si entra nella Comunità dei figli di Dio per mezzo di un atto di consacrazione, mediante il quale la persona si dona interamente a Dio, esprimendo la volontà di vivere la perfezione della carità secondo l'ideale e i mezzi che la Chiesa riconosce propri della Comunità. Al consacrato viene chiesto di recitare ogni giorno le “quattro preghiere”; l’“Ascolta Israele”, il “Padre nostro”, le “Lodi di Dio altissimo” di san Francesco d’Assisi, le “Beatitudini” dal Discorso della montagna. Per entrare nella Comunità c'è un periodo di aspirantato, durante il quale chi è interessato viene affidato ad un responsabile della formazione, che gli fa conoscere la Comunità nei suoi fini, nei suoi intenti e nei suoi mezzi, così da realizzare un discernimento serio e ben fondato in ordine alla chiamata a questo tipo di vita. La Comunità dei figli di Dio è stata canonicamente riconosciuta dalla Chiesa come “Associazione pubblica di fedeli” con decreto dell'Arcivescovo di Firenze, il card. Silvano Piovanelli il 6 gennaio 1984. La spiritualità della CFD vuole essere una spiritualità monastica. Soprattutto nell’Oriente cristiano lo stato di vita monastico è inteso come la realizzazione piena della condizione di grazia del battezzato. Essere monaci vuol dire vivere come specifica vocazione la tensione alla piena realizzazione della vocazione battesimale, comune a tutti. Su questa base don Divo, ispirandosi alla spiritualità orientale e specificatamente russa, ha ritenuto possibile proporre al semplice battezzato, pur immerso nelle realtà del mondo, l’ideale monastico, nella dimensione - come si è detto - di un ‘monachesimo del cuore’, un ‘monachesimo interiorizzato’. La Comunità non realizza nulla se non realizza una Comunità di oranti. Per questo, si è detto, i mezzi che la Comunità offre per rispondere a questa specifica vocazione sono quelli propri della grande tradizione monastica. Capisaldi sono: la vita liturgica e sacramentale, la preghiera e l'ascolto della Parola di Dio, la vita fraterna. Secondo dei programmi stabiliti, i membri della Comunità meditano ogni mese un libro della Sacra Scrittura in modo da leggere la Bibbia in un ciclo sessennale; frequentano per quanto possibile la vita sacramentale e liturgica della Chiesa; pregano ogni giorno con la liturgia delle Ore, almeno in alcune sue parti, vissuta come prolungamento della divina Liturgia - l’Eucaristia - e partecipazione del cristiano alla salvezza del mondo. L’attività della Comunità tende tutta a creare nel consacrato, ovunque egli viva e in qualunque condizione, un figlio di Dio con il cuore immerso nella Divina Presenza, luminoso testimone del Padre tra i fratelli, amante del raccoglimento e della preghiera, impegnato nell'esercizio delle virtù teologali - fede, speranza e carità - in ogni sua attività. Nel corso della settimana i consacrati s’incontrano in piccoli gruppi; incontri in cui si prega, si fa formazione biblica, si assimila la spiritualità del Fondatore, ci si confronta e ci si aiuta nell’entrare sempre più nel cuore della vita spirituale. Ogni mese poi c'è un incontro allargato tra i vari gruppi esistenti nella stessa zona e una mezza giornata di ritiro, privilegiando la dimensione religiosa del silenzio. Durante l'anno infine si organizzano diversi corsi di esercizi spirituali di cinque giorni in varie regioni d'Italia, e un pellegrinaggio per la conoscenza di luoghi significativi per la nostra spiritualità. "Dobbiamo vivere per Dio, ma senza sentire alcuno estraneo. Il dono più grande che si possa fare alle anime è dar loro il senso della trascendenza divina, davanti alla quale tutti gli altri valori non sono. Noi vogliamo vivere alla divina Presenza, ci sentiamo impegnati ad avere questo senso e a darlo agli altri. Bisogna riportare il mondo al senso del sacro che ha perduto. Dobbiamo rendere testimonianza di un contatto con Lui, di una gioia che ci ha dato la Sua Parola, di un'inquietudine che abbiamo provato nell'incontrarci con Lui; gioia che deriva dalla Sua intimità, inquietudine che ci viene dalla fame che ci ha lasciato il Suo contatto". L’ideale della CFD è certamente monastico - un monachesimo nel mondo, ‘interiorizzato’ - perché educa a vivere e coltivare ciò che è essenziale per il credente: la ricerca di Dio come Assoluto nella piena dedizione alla Sua volontà. “L’antico monachesimo è nato come un movimento laicale e deve rimanere patrimonio dei laici” - scrive don Divo Barsotti. La spiritualità della Comunità dei figli di Dio si può dunque così sintetizzare:  Spiritualità escatologica. Tutta la vita dell'uomo tende alla visione di Dio; tutto ciò che l'uomo vive nell’oggi deve essere ordinato alla realtà ultima e definitiva.  Spiritualità liturgica. Il carattere escatologico non si realizza senza la dimensione liturgica. È nella liturgia che il mistero della realtà ultima si rende presente. Di conseguenza la Comunità invita ogni consacrato ad una sempre più intensa partecipazione alla vita liturgica e sacramentale, prediligendo soprattutto il Santo Sacrificio, fonte e culmine della vita della Chiesa e di ciascun consacrato.  Spiritualità contemplativa. Il carattere escatologico e liturgico dicono l'aspetto oggettivo, mentre il carattere contemplativo dice l'aspetto soggettivo, ossia la personale partecipazione del-l'uomo al mistero di Dio. La vita contemplativa implica prima di tutto il rapporto dell'anima con Dio e il monaco è chiamato a vivere e a testimoniare il primato di Dio su ogni cosa.

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