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sexta-feira, 18 de setembro de 2015

18 SET. : S. GIUSEPPE DA COPERTINO, patrono degli studenti SE LI' C'E' DIO, ALLORA VA BENE


18 SET. : S. GIUSEPPE DA COPERTINO, patrono degli studentiSE LI' C'E' DIO, ALLORA VA BENE

Settembre. Tempo di tornare a scuola, di ricordare che si è studenti e di riprendere i libri in mano. Sono milioni i giovani italiani in questa condizione. E i genitori e gli (noi) insegnanti sanno la “spaventosa fatica” di rispolverare i libri. Forse molti studenti si sentirebbero sollevati se sapessero che anche San Giuseppe da Copertino faceva una faticaccia a stare sui libri, a ritenere a memoria qualcosa di quello che aveva appena letto. Non soffriva di allergia ai libri, infatti studiava molto, ma non ricordava niente. Però è riuscito a farsi santo, il che non è poco, e ad essere anche famoso, ad avere grandi chiese a lui dedicate, e ad essere dichiarato patrono degli studenti e protettore di Copertino (in Puglia, dove nacque) e di Osimo (nelle Marche, dove morì, e dove riposa il suo corpo).
Altro particolare: di lui si è celebrato, in molte parti ma specialmente a Osimo il quarto centenario della nascita. E questo si fa solo dei grandi personaggi, benemeriti dell’umanità.
L’anno scorso a settembre ricordavo Santa Caterina da Genova: una donna bella, intelligente, di famiglia prestigiosa, con buone risorse economiche, con grandi capacità umane e spirituali, famosa non solo nella sua città. Del santo di questo mese non possiamo dire altrettanto. Per molti versi diciamo che la natura con lui fu matrigna. Giuseppe da Copertino ebbe problemi seri di salute; non era dotato di grande intelligenza e difettava di memoria, non possedeva capacità organizzative o ricchezze familiari.
In compenso ebbe da Dio grandi carismi o doni straordinari (dono dell’estasi, di grande discernimento delle coscienze, del buon consiglio, e anche profetici). Ma è santo non per questi doni (che sono un regalo di Dio) ma per la sua risposta quotidiana, durante tutta la vita, a vivere le virtù del discepolo di Cristo. Giuseppe visse di grande fede, di totale abbandono nelle mani di Dio (e della Madonna di cui era devotissimo e che considerava la sua Mamma, visto che quella terrena sembra non lo amasse molto), di pazienza (ci può essere un santo senza questa virtù? Impossibile), e di preghiera. Tutto fu vissuto in maniera eroica. Qui sta la santità del Nostro, non tanto la fama (e i parecchi “fastidi”) che gli diede già in vita la “capacità di volare” (o santa acrobazia come qualcuno la chiamerebbe oggi).
Custode dell’asino
Giuseppe Maria Desa nacque a Copertino (Lecce) il 17 luglio 1603 in una famiglia rovinata economicamente e indebitata. Sua madre infatti lo diede alla luce in una stalla, per sfuggire ai creditori del marito. Da bambino e da ragazzo andò poco a scuola perché malatticcio, non solo ma sembrava anche inadatto ad ogni tipo di studio e mestiere. Non era certo svogliato, ma i libri furono per lui fin dall’inizio un ostacolo insormontabile, quasi un incubo. La volontà c’era, ma la memoria non l’assisteva, le nozioni le leggeva ma poi queste, ribelli ad ogni cattura, scivolavano via leggere come acqua su una pietra, divorate dall’oblìo. E non ricordava niente. Quante volte i suoi insegnanti, davanti alle scene mute, scuotevano il capo sentenziando: “E meglio che vada a zappare”.
Inutile dire che l’appellativo di asino affibbiato a Giuseppe non era pietosamente assente dalla loro bocca. Nessuna offesa, anche lui chiamava se stesso “fratello Asino”. Eppure, nonostante queste non brillanti premesse, quel ragazzo si era messo in testa di diventare religioso e sacerdote, dimenticando quanto la strada fosse lunga e lastricata di libri, interrogazioni, esami e cose simili.
Per coronare questo suo desiderio bussò a varie porte di conventi, che inesorabilmente dopo un po’ si chiudevano sui suoi sogni ecclesiastici. Motivo? Manifesta incapacità. In tutto. Quando gli tolsero il saio, lui stesso affermò che sentì un dolore come gli fosse stata strappata la pelle. Infine, venne accettato nel convento dei Minori Conventuali della Grottella, non lontano da Copertino, questa volta non per meriti suoi ma per la spinta di uno zio, che aveva potere nell’Ordine.
In comunità non ci furono lunghe sedute di discernimento sull’incarico da dargli: sapevano infatti che era un incapace. Faccia lo stalliere, vada a custodire la mula del convento (ricordate Santa Bernardetta quando entrò in convento? Siccome era una “buona a nulla”, così la definì la superiora, ebbe l’incarico di pregare e di custodire l’asino).
Giuseppe era felice, poteva finalmente realizzare il suo sogno. E i libri, quei dannati libri, e gli esami con tutta la coreografia di professori, giudizi e paure varie? C’erano sempre. Inesorabili. Superati in maniera inspiegabile. Come per esempio all’esame del diaconato. Fra Giuseppe era riuscito a imparare bene la spiegazione di un solo brano del Vangelo. Si presentò e gli fu chiesto proprio quel passo evangelico. Lui sorrise e superò la prova.
All’esame del sacerdozio poi, Giuseppe era in fondo alla fila. Il vescovo esaminatore incominciò la fatica, quando gli arrivò da Roma un ordine di soprassedere. Ma, visti che i primi erano così preparati, ammise tutti al sacerdozio, compreso il Nostro che ancora tremava. Fra Giuseppe sorrise nuovamente. Sapeva che la Madonna, che egli pregava spesso, si era schierata dalla sua parte (con un’alleata così potente...). E così, nel 1628 diventava padre Giuseppe. Tutte le difficoltà finite? Per niente. La sua vita spirituale cresceva sempre di più, e così anche i fenomeni di estasi. Si poteva dire che padre Giuseppe aveva i piedi per terra ma la testa in cielo, in contemplazione.
Finché nel 1630 si ebbe anche il primo volo (il termine tecnico è levitazione). Aveva vinto la legge di gravità, era attirato con tutto il corpo verso il cielo, e si sollevava da terra. Fenomeni visti, scrutati, discussi da tanti testimoni. I suoi confratelli poi che erano terra terra (altro che terra e cielo come lui) durante una di queste levitazioni, gli misero una candela accesa sotto i piedi... per richiamarlo al rispetto delle leggi della fisica. Padre Giuseppe finita l’esperienza mistica vedeva il tutto e sorrideva esclamando: “Guardate che cosa mi fanno i frati”. Semplici scherzi... da frati.
Accusato di “millantata santità”
Ha scritto E. Hello: “Le incapacità di natura e gli assorbimenti soprannaturali gli creavano una vita prodigiosa che pareva ridicola ai mediocri di cui era circondato. Quelle intelligenze sveglie ma volgari, gettavano chiaroveggenti sguardi sui difetti di Giuseppe, ma restavano cieche sulla sua grandezza. Questi due criteri, completandosi l’un l’altro, finirono per dichiararlo assolutamente insopportabile”. E qualcuno arrabbiato per non aver scoperto il “trucco” (che c’era ma si vedeva solo con gli occhi della fede) e non trovando spiegazioni razionali gridò all’inganno. E padre Giuseppe e i suoi voli furono denunciati al Sant’Uffizio. Sentite l’accusa: “Millantata santità, cioè di operare per virtù diabolica e non per santità di vita”. Pesante come un macigno, che significava un altro esame, complicato, come tutti e come sempre. L’avrebbe superato? Quei monsignori, zelanti quanto scettici e inquisitivi quanto precisi, alla fine si arresero all’evidenza. Quel frate tanto chiacchierato aveva una dottrina limpida e ortodossa, era di una semplicità e umiltà tanto disarmante quanto evangelica. Di collusione poi col Maligno e delle tecniche di volo truccato nemmeno l’ombra. Si fecero una bella risata e chiusero il caso.
Quel frate era limpido e trasparente come l’acqua di sorgente, tanto che, e questo non è poco, anche il suo superiore generale si era... convertito. Sì, proprio lui che in precedenza l’aveva definito “quello strano frate che mi procura un sacco di grattacapi”. Una volta lo portò con sé a Roma in udienza papale, forse come risarcimento. Il Nostro in presenza del Papa, non aveva visto solo l’uomo, ma il vicario di Cristo. Questo gli bastò per librarsi subito in volo, davanti a tutti. Non c’erano trucchi di sorta. Non aveva forse detto Gesù che bastava una fede grande quanto un minuscolo granellino di senape per spostare le montagne? Padre Giuseppe aveva questa fede: riusciva così a spostare se stesso in aria, in contemplazione, più vicino a Dio.
Non c’erano più i soliti sospetti. Ma “la gestione” della presenza di un frate con quelle “prestazioni” anormali creava qualche difficoltà. Allora per sottrarlo alla curiosità (quella malsana e superficiale) della gente, fu fatto peregrinare da un convento all’altro. Infine fu mandato “in ritiro” o se si preferisce in esilio ad Assisi. Anche qui però lo raggiungeva gente di ogni tipo, dal contadino alla nobildonna, dal soldato al principe, fino al duca tedesco e luterano. Gente di ogni classe sociale, cultura e posizione ecclesiastica andava da lui (perfino dei cardinali andarono a chiedergli consiglio!).
Poi nel 1653 arrivò l’ordine da Roma: via da Assisi. Sembra che la motivazione fosse suggerita dallo stesso Papa: “Ad Assisi un santo, San Francesco, bastava già”. Finché nel 1656 fu mandato ad Osimo. Anche qui nel nuovo convento segregazione, poco contatto con la gente e molta diffidenza e sofferenza.
Ma lui non perse mai la fede né la semplicità né la serenità. Fino alla morte, che lui chiamava, l’ultimo “pellegrinaggio”. Ormai alla fine, gli arrivò la benedizione del Papa. Lui si alzò prontamente, e cadde in ginocchio, affermando che non poteva riceverla a letto. Si spense a 60 anni, il 18 settembre del 1663, nella sua stanza circondato dai suoi confratelli che cantavano come aveva lui stesso richiesto. Fu dichiarato santo nel 1767 da Clemente XIII.
Quando per obbedienza doveva spostarsi da un convento all’altro, lui prima di partire chiedeva sempre con semplicità: “Ma lì c’è Dio?”. E all’affermazione positiva rispondeva: “Allora va bene”.
Dio era la priorità assoluta di padre Giuseppe. Lo era stata durante la sua vita e in tutte le sue scelte piccole e grandi, nelle molteplici sofferenze e difficoltà. Aveva scoperto che la sua sicurezza era solo in Dio, che Lui era la Grande Realtà Ultima, e a Lui solo si era affidato totalmente. Tutte le altre cose contavano sì, ma erano solo piccole realtà penultime.
                                                                                 
MARIO SCUDU sdb ***

Quella è la Mamma mia
San Giuseppe da Copertino ebbe durante tutta la sua vita una spiccata, personale e originale devozione alla Madonna. Ai pellegrini che andavano a venerare la Madonna della Grottella (non lontano da Copertino) soleva dire, quasi ammonendoli: “La Madonna non vuole né fiori né frutti, ma vuole i cuori”. Non tanto omaggi esteriori, ma la conversione del proprio cuore a Dio e al Vangelo, tradotto in una vita virtuosa e onesta. E contro il rischio che lui scorgeva di una devozione quasi esclusiva o esageratamente centrata sulla Vergine Maria, soleva ripetere:
“La Madonna va amata insieme al Figlio”, per ricordare che la grandezza sua sta proprio nel suo legame col Figlio che porta in braccio. Il Vaticano II, secoli dopo, scriverà: “La Madonna va contemplata nel mistero di Cristo e della Chiesa”. In altre parole, che la Madonna è (ha il suo essere, la sua consistenza e grandezza) nell’essere stata “tutta relativa a Cristo”.
Quando, abbandonato alla volontà di Dio, sentiva duramente la segregazione e l’isolamento, a cui era costretto “per obbedienza”, ripeteva: “Vorrei tornare alla Madonna della Grottella perché quella è la Mamma mia”.
Di lui si tramanda anche questa preghiera di consacrazione o affidamento alla Madonna:
“Maria, io mi sono dato a te fin dalla nascita; durante tutti i giorni della mia vita mi sono fatto tuo servo e a te sola ho dato le chiavi dell’anima mia. Nell’ora della mia morte, mostrati vera Madre. Monstra te esse Matrem... Nessuno dubiti di essere da te amato. Ognuno si accosti con fiducia al tuo trono di Madre sicuro che in te troverà salvezza”.

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