Don Divo Barsotti

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sábado, 8 de junho de 2019

don Divo Barsotti, il dono dello Spirito Santo



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Casa San Sergio. Ritiro del 17 maggio 1959
 
Omelia
Il dono dello Spirito Santo
Pentecoste. Che grande gioia esser con voi in questo giorno! È la festa dello Spirito di Dio, dello Spirito Santo. Non la festa della Terza Persona della Santissima Trinità in quanto procede dal Padre e dal Figlio, o dal Padre per il Figlio, nel mistero intimo della vita divina, ma la festa dello Spirito in quanto lo Spirito ci è stato donato e si è diffuso sopra la terra, in quanto lo Spirito è il dono di Dio, il dono che Dio ci ha fatto di Sé per vivere Egli stesso nei nostri cuori.

È la festa che porta a compimento i disegni di Dio: nel dono dello Spirito veramente si compie l’incontro di ogni anima con Dio. Non si compie soltanto un incontro, si realizza un mistero, il mistero di una partecipazione personale di ciascuno di noi all’intima vita di Dio. Nel dono dello Spirito noi siamo stati attratti nel seno della divina Trinità, noi siamo divenuti della famiglia stessa di Dio; non più soltanto chiamati remotamente a questa vita divina, ma già partecipi di essa nel segreto più profondo della nostra natura. Nel dono dello Spirito si compie davvero una creazione nuova, più mirabile e grande della prima. Di fatto, la prima creazione altro non è che pura condizione a questa elevazione che Dio compie di noi, facendoci tutti partecipi di Sé. La natura, l’esistenza che abbiamo ricevuto come creature, per noi specialmente che Dio ha voluto dotare di uno spirito, non sarebbero stati che coscienza ed esperienza di miseria e di morte.
Siamo fatti per Dio
Certo, la creatura è sempre qualche cosa di bello e di grande ma che cosa serve lo spirito umano se non precisamente a dire all’uomo i suoi limiti? A che cosa serve questa vita quaggiù se non a farci sentire la nostra impotenza ad abbracciare l’universo? Com’è possibile che un uomo sia contento di essere solo uomo? Son grandi cose quelle che Dio ci ha dato, anche come semplici creature, ma la nostra grandezza si misura precisamente da questo: che l’uomo esplora e raggiunge ben presto i suoi limiti. Lo spirito è stato creato perché potesse obbedire a un Dio che lo voleva chiamare a una vita immensamente più alta e più grande, alla Sua medesima vita. Dicono i teologi che, certo, vi sarebbe stata una felicità naturale anche per l’uomo, anche se non fosse stato elevato all’ordine soprannaturale. Ma rimane vero, secondo san Tommaso d’Aquino, che anche nella pura natura rimane nel cuore dell’uomo un desiderio naturale di vedere Dio che non potrebbe mai essere appagato se Dio misericordiosamente non volesse ascoltarlo. Ma questo desiderio che Egli ha acceso nel cuore dell’uomo, ecco, trova nel dono che Dio fa di Sé la risposta divina: Dio ha voluto che noi fossimo uno spirito aperto all’ineffabile grandezza divina, uno spirito aperto ad accogliere Lui, che voleva donarsi.
Diceva Dio Padre a santa Caterina da Siena: «Io sono un infinito in atto, tu sei un infinito in potenza». Questo è l’uomo: un infinito ma in pura potenza, un infinito che attende, un vuoto immenso che ha da essere colmato e non può esser colmato che da Dio.
noi siamo chiamati stamani ad aprire l’abisso della nostra anima per accogliere Dio in noi: accogliere questo amore immenso, infinito, accoglierlo per sentirci “ripieni”.

 È proprio questa l’espressione che ritorna durante la festa della Pentecoste: «Repleti sunt omnes Spiritu Sancto», «Replevit totam domum ubi erant sedentes». Egli sempre riempie di Sé: Dio solo può riempire. Ecco il Mistero della Pentecoste. L’abisso infinito del nostro nulla che aspetta la grazia, il nostro cuore si apre all’amore divino perché Dio voglia effondersi in lui, ed ecco che nel dono che l’anima riceve, l’uomo si sente ripieno: ogni suo desiderio è stato più che colmato dal dono che Dio ha fatto di Sé, ogni speranza è stata superata e trascesa, ogni aspettativa vinta dall’amore divino.
Dio stesso è venuto. Non verrà soltanto domani: la vita del cristiano è esperienza di un dono presente. Noi viviamo il dono di Dio nel mistero di una povera vita, nel mistero di un’intima sofferenza ma anche già viviamo il dono di Dio nel possesso ricolmo di una beatitudine immensa. Siamo veramente ripieni.


Esperienza di pace
Che cos’è la pace che Gesù ci dona lasciandoci, se non precisamente il suo Spirito, o almeno il frutto di questa presenza dello Spirito nel cuore dell’uomo? Come potrebbe l’uomo aver pace se non fosse saziato nella sua brama, se non fosse ricolmato nel suo vuoto? La pace è il segno di questa divina pienezza che il cuore umano possiede e noi possediamo la pace, segno intimo di una divina presenza, segno che ci garantisce, ci assicura questa presenza divina. Possediamo e viviamo la pace che nulla potrà mai compromettere: non le sofferenze fisiche, le sofferenze morali, né l’abbandono degli uomini, neppure le umiliazioni di fronte agli altri o le nostre stesse miserie che son tanto grandi. Nulla può compromettere la nostra pace, perché la nostra pace non ha la sua origine in noi, ma in una Presenza che rimane perché questo è il Mistero della Pentecoste: Egli non discende, è disceso, Egli rimane. Il Mistero della Pentecoste è un mistero permanente.
Il giorno della Pentecoste non conobbe declino, non fu superato. In quel giorno il mondo tutto entrò nella divina eternità. Ora il tempo, sì, scorre, ma scorre alla superficie, come l’olio sull’acqua. La creazione intera nel suo intimo valore, nella sua intima vita, non sottoposta ai cambiamenti del tempo, non è più trascinata, portata via dall’onda continua di un tempo che fugge.

Dio dimora in noi e noi dimoriamo in Lui nella pace, noi viviamo l’eternità stessa di Dio. Pur vivendo giorno per giorno avvenimenti che sembrano uguali e diversi perché si succedono in un ritmo continuo, pur vivendo in questo tempo che scorre, la nostra anima già è ancorata all’eternità perché Dio è in lei e lei è in Dio. Il tempo è finito già: ve ne rendete conto? Vi rendete conto che davvero il Paradiso è incominciato per noi? Basta che l’anima affondi in questo intimo centro in cui Dio si è fatto presente perché tutte le onde del tempo non raggiungano più l’anima che vive in una immutabile pace il dono divino; basta che l’anima affondi in questo intimo centro in cui Dio si fa presente per essere la sua ricchezza e il suo amore, per essere la sua gioia e il suo riposo.

Se noi non viviamo la pace è perché noi ancora viviamo fuori mentre Egli è dentro. Se noi siamo ancora turbati è perché l’anima nostra ancora o non ha accolto Dio oppure non è ritornata in sé. Non lasciamoci trascinar via dalle cose, rimaniamo immutabili come i beati nella visione di Dio, immobili nella purezza della visione, manteniamo la nostra anima nello stupore e nella gioia del divino possesso. Sta a noi vivere ora la vita del cielo, non sta più a Dio, perché Dio già si è dato. Se non viviamo già in Paradiso la colpa non è delle cose, e tanto meno è di Dio: la colpa è soltanto nostra che ancora viviamo al di fuori.
«È bene per voi che io me ne vada...»
Pura ed immensa la vita di Dio già fiorisce nel cuore, già è sbocciata nell’intimo centro dell’anima, e tu, ecco, puoi possederla, di un possesso che è veramente fruizione, che è veramente esperienza di pace e di gioia. Non forse Gesù ci ha detto che il dono dello Spirito sarebbe stato il dono del Consolatore, del Paraclito? Quale consolazione Gesù ci dà: se ne va per consolarci! Ma è precisamente questo l’insegnamento più grande della Pentecoste: la consolazione che ci deriva dallo Spirito importa precisamente che l’anima si sottragga all’apparente, alla pura esperienza sensibile delle cose. Gli apostoli conobbero lo Spirito, il Consolatore, quando Gesù se ne fu andato. La loro gioia divenne perfetta proprio nell’ora in cui Gesù non era più con loro.

Quale mistero! È il mistero della nostra vita presente. «Beati coloro che non videro e credettero» (Gv 20,29). Se noi affidiamo la nostra gioia, la nostra beatitudine, ai segni esteriori, la nostra beatitudine non sarà mai quella di Dio. Solo ritornando nell’intimo fondo della nostra anima possederemo la pace; sottraendoci all’apparenza sempre cangiante dei segni noi possederemo non più i segni - che hanno sempre in sé qualche cosa d’ambiguo, rivelano ma anche nascondono - ma quella pace che è la pace di Dio senza segni. Dio è in noi, ma non è in noi soltanto per esser presente: Egli è in noi per donarsi. Il Vangelo di oggi ci ha detto che se noi ameremo Gesù, Egli stesso ci amerà e il Padre e Lui verranno in noi e faranno in noi la loro dimora.

Ma questa presenza di Dio in noi non era già un fatto, una realtà indipendentemente dal mistero della grazia? Non è Egli presente in tutte le cose? Di che presenza si parla? È una presenza che importa qualche altra cosa che la pura dimora: Egli viene per donarsi, Egli viene in quanto si dona, Egli viene in quanto vuol essere posseduto, Egli viene in quanto vuol essere principio di una nuova vita. Per questo vengono il Figlio e il Padre nel dono dello Spirito. «Chi mi ama osserverà la mia parola, e anche il Padre mio lo amerà, e noi verremo a lui e faremo dimora presso di lui».

Il Padre ci ama nello Spirito Santo, dice san Tommaso d’Aquino. È nel dono dello Spirito che anche il Figlio e il Padre per concomitanza vengono in noi, nel dono medesimo. Vengono in noi in quanto Dio si dona per essere principio di una vita nuova. Ecco, in noi abita Dio, abita in noi come sorgente d’inesauribile vita, come principio di una creazione immensamente più grande e più bella di quella che i nostri occhi contemplano. Egli è in noi come principio di una operazione divina che è la trasfigurazione stessa della creatura divenuta partecipe di Dio.
Vivere la vita trinitaria
Non soltanto noi siamo ripieni dello Spirito Santo: Egli colma ogni nostro desiderio, Egli ci fa strumenti di vita, Egli in noi diventa principio di vita. Poco fa parlavo di viver la vita dell’eternità: ma che cos’è la vita dell’eternità? Che cosa se non la vita di Dio? Qual è la nostra vocazione? Quella di viver la vita trinitaria: non c’è altra vocazione che questa. Ognuno di noi è chiamato a vivere la vita di Dio. E la vita di Dio è la Santissima Trinità, sono le processioni divine. La nostra vocazione è questa. Non è quella di fare scuola, di mandare avanti il laboratorio, di lavorare in casa, di badare ai bambini; la nostra vocazione non è nemmeno la semplice preghiera. La nostra vocazione è Dio stesso, è essere Lui, vivere Lui. La nostra vocazione a questo ci chiama.

Nel dono dello Spirito, ecco, noi entriamo davvero a far parte della vita di Dio. Dio diviene in noi principio di vita, dicevo. In che modo? Proprio perché lo Spirito Santo prolunga in noi il Mistero dell’Incarnazione divina e, prolungandosi in noi il Mistero dell’Incarnazione divina, noi siamo uniti a Cristo, e uniti a Cristo noi viviamo la relazione del Figlio al Padre Celeste. Tutta la vita trinitaria si svolge nell’intimo dell’uomo, si svolge nell’intimo della creazione; Dio non è più al di fuori del mondo, Dio non è più estraneo, trascendente all’uomo, è più intimo a lui di lui stesso. Non soltanto come creatura, si noti: non in quanto ci dona una vita umana, una natura umana, ma in quanto Egli è principio di vita divina.

E se è nello Spirito Santo che si opera il mistero del nostro inserimento nella vita divina, che cosa si impone per noi? Tante volte si è detto e non sarà male ripeterlo stamani, anche con una sola parola: s’impone la pura, umile docilità, che l’anima si abbandoni serenamente, dolcemente, pienamente, all’azione segreta di questo Spirito divino.


Ogni nostro agire è dallo Spirito
Ma come facciamo a sapere quando Dio opera e quando Dio ci muove, così da abbandonarci al Signore? Si è già detto: Dio è intimo a noi più di noi stessi. Tutto quello che in noi vi è di non peccaminoso deriva dallo Spirito. Dio in tal modo si nasconde nell’essere umano che proprio la psicologia stessa dell’uomo diviene segno di vita divina. La vita mistica che cos’è? Mica il mistico trascende la propria esperienza umana per raggiungere Dio, ma è nella sua esperienza umana, nell’intimo della sua intelligenza, nel movimento del suo cuore, che egli avverte una presenza attiva di Dio, che egli fa esperienza di questa intima vita di Dio. Non è la vita di Dio questa intuizione che il mistico ha, non è la vita di Dio questo amore che l’anima sperimenta, ma questo amore, questa intuizione, sono precisamente il segno di una operazione più misteriosa e segreta che rimane per noi quaggiù nella vita presente del tutto intangibile ancora.

Dio agisce attraverso le nostre stesse potenze: Dio ama attraverso il nostro cuore, Dio vede attraverso la nostra intelligenza. In tutto quello che noi viviamo, noi viviamo una vita soprannaturale. Non si vive una vita soprannaturale soltanto quando noi preghiamo o quando facciamo un atto di virtù ed espressamente ci impegniamo ad amare il Signore; nessun atto dell’uomo che viva in grazia è un atto puramente umano. In ogni atto dunque, all’intimo, nella sua più intima scaturigine, noi troviamo lo Spirito di Dio che muove le umane potenze.

Non dobbiamo soltanto avere riverenza di noi, del nostro corpo come tempio della Divinità; è troppo poco questo, perché tale modo di vedere le cose suppone una presenza statica di Dio in noi, suppone perciò anche una certa divisione di Dio e dell’uomo, come Egli è separato dalla pisside che lo contiene nel Sacramento. Non così Dio abita nell’uomo: la presenza di Dio in noi è dinamica, dicevo. Quale riverenza dobbiamo avere di noi! Ogni nostro atto, in ultimo, è atto divino nella sua più intima scaturigine, nel suo primo principio: è Dio che ci muove. E non ci muove soltanto come Creatore, ci muove come Santificatore, come Colui che trasfigura la nostra natura e attraverso la nostra vita ci solleva, ci esalta.


Essere profeti dello Spirito
Rendiamoci conto di questo. Non abbiamo da cercare Dio soltanto nelle grandi occasioni, nei grandi sentimenti, nelle intuizioni, nelle illuminazioni straordinarie; vi è continuità fra la vita umana più povera e la vita del mistico più alto. Una continuità onde Dio non interviene soltanto a un certo stato della vita spirituale ma fin dagli inizi, appena Egli è presente nel cuore dell’uomo. Tutta quanta la vita dell’uomo è lievitata nell’intimo, sollevata ed animata nell’intimo, essendo lo Spirito principio, sostegno e termine ultimo di ogni atto umano.

Quale riverenza! Sentirci strumento di Dio, sentirci come il pennello nella mano dell’artista, come la penna in mano dello scrittore! Quale riverenza, quale abbandono, quale umiltà l’anima non deve possedere! È questo che deve distinguere la spiritualità moderna, la devozione allo Spirito Santo. È tale devozione che deve distinguere l’era messianica. Ed è essere strumenti dello Spirito che distingue precisamente coloro che in questa era messianica sono entrati veramente.

Ognuno di noi deve esser profeta; tutti dobbiamo conoscere Dio per un’intima esperienza, per un intimo possesso di Lui. Non dobbiamo chiedere a nessuno chi è Lui, perché dobbiamo conoscerlo già per un’intima conoscenza, una conoscenza che a Lui ci assimila e in Lui ci trasforma. «Non avete bisogno che alcuno vi ammaestri; ma come la sua unzione vi insegna ogni cosa, è veritiera e non mentisce, così state saldi in lui, come essa vi insegna» (1Gv 2, 27), dice l’Apostolo Giovanni nella sua prima lettera. San Pietro negli Atti degli apostoli dirà: «Accade invece quello che predisse il profeta Gioele: “Negli ultimi giorni, dice il Signore, io effonderò il mio Spirito sopra ogni persona; i vostri figli e le vostre figlie profeteranno, i vostri giovani avranno visioni e i vostri anziani faranno dei sogni. E anche sui miei servi e sulle mie serve in quei giorni effonderò il mio Spirito ed essi profeteranno”» (At 2, 16-18). Profetizzare vuol dire essere veramente strumenti di un’azione divina. Il profeta è lo strumento onde Dio opera, parla, agisce, fa la storia umana. Dio vive attraverso di noi.

Ecco la nostra vocazione: lasciar libero Dio attraverso le nostre potenze, attraverso il nostro corpo - mani, piedi, cuore, volontà - attraverso la nostra anima. Che viva Dio, Lui solo, che ami Dio, Dio solo, che Dio contempli e sia Lui solo il contemplato da noi, che viviamo la sua medesima vita.
Vorrei che durante la Messa, in modo particolare durante la Consacrazione, l’anima si donasse totalmente allo Spirito così che, come per opera dello Spirito si fa presente Cristo sotto le specie del pane, così in Cristo voi vi trasformiate, per opera del medesimo Spirito. Viva in noi tutti Dio solo!