segunda-feira, 15 de novembro de 2010

Per comprendere i difficili tempi che la Chiesa sta vivendo, gli attacchi che Benedetto XVI sta subendo, il disagio dei fedeli nel vedere come l’ideologica ostilità di molti Vescovi e parroci ancora li privi della Santa Messa di sempre, liberalizzata dal Motu Proprio Summorum Pontificum del 2007, è utile e consigliabile leggere il prezioso libro Marcel Lefebvre. Nel nome della Verità di Cristina Siccardi, edito da Sugarco (pp. 302, € 23,00), una biografia che non è soltanto uno strumento per conoscere la vita di un sacerdote e Vescovo di straordinaria levatura spirituale, che si è fatto carico di una pesante croce per amore della Verità di Fede e della Chiesa, ma è un mezzo significativo per addentrarsi nella recente storia della Chiesa e comprendere la situazione attuale.

Libri da leggere



Per comprendere i difficili tempi che la Chiesa sta vivendo, gli attacchi che Benedetto XVI sta subendo, il disagio dei fedeli nel vedere come l’ideologica ostilità di molti Vescovi e parroci ancora li privi della Santa Messa di sempre, liberalizzata dal Motu Proprio Summorum Pontificum del 2007, è utile e consigliabile leggere il prezioso libro Marcel Lefebvre. Nel nome della Verità di Cristina Siccardi, edito da Sugarco (pp. 302, € 23,00), una biografia che non è soltanto uno strumento per conoscere la vita di un sacerdote e Vescovo di straordinaria levatura spirituale, che si è fatto carico di una pesante croce per amore della Verità di Fede e della Chiesa, ma è un mezzo significativo per addentrarsi nella recente storia della Chiesa e comprendere la situazione attuale.

Questo testo risulta essere una chiave di lettura propizia per capire che le soluzioni a tanti mali si possono trovare nella Tradizione, di cui monsignor Marcel Lefebvre si è fatto paladino intrepido.

Una cappa plumbea ha coperto e tentato di ridurre al silenzio qualunque voce si sia levata in difesa della Tradizione cattolica; anche solo dedicare una biografia a chi di tale Tradizione è divenuto, suo malgrado, il principale alfiere, pareva un pericolo da scongiurare con ogni mezzo. Appare, quindi, di ogni evidenza, come il coraggioso lavoro della Siccardi, a prescindere dal suo stesso valore contenutistico, segni un importante passo per ristabilire, dopo quarant’anni dalla fondazione del Seminario di Ecône della Fraternità San Pio X, la chiarezza su un’esistenza pervasa dall’abnegazione per il Vangelo, per gli insegnamenti di San Paolo e il primato petrino.

Per quanto concerne, invece, il contenuto della biografia, ci pare di poter far nostre le parole che Urbanus Aestimator scrive sul numero di ottobre 2010 della rivista «Quaderni di San Raffaele»:

Tra i meriti del libro di Cristina Siccardi c’è quello di presentare colui che è generalmente conosciuto come “il vescovo ribelle” per ciò che, invece, fu realmente: un uomo di Chiesa che spese tutta la sua vita al servizio della Chiesa. Perché è proprio questa la cifra che sta in controluce lungo tutta la vita di monsignor Lefebvre. Tanto che non si capirebbe l’ultima fase della sua vita, quella della resistenza al modernismo infiltrato in settori sempre più vasti della Chiesa, se non si conosce la sua formazione e poi il suo ministero sacerdotale ed episcopale. Non si potrà mai capire veramente la battaglia di monsignor Lefebvre, la fondazione della Fraternità Sacerdotale San Pio X, la sua strenua difesa della dottrina e della Messa cattolica se non si comprende che quell’uomo vide durante tutto il suo ministero i frutti portati tra la gente di ogni razza e di ogni latitudine dalla dottrina e dalla Messa cattolica. Cristina Siccardi, con mano lieve, mostra proprio questa saldatura tra il Lefebvre “prima del Concilio Vaticano II” e il Lefebvre “dopo il Concilio Vaticano II”. E lo fa riservando la grossa sorpresa di spiegare che monsignor Lefebvre fu sempre lo stesso, sia prima sia dopo il Concilio. A mutare furono altri. E, a questo punto, il lettore onesto dovrà liberarsi dei preconcetti che troppo a lungo hanno oscurato la vera immagine del fondatore della Fraternità Sacerdotale San Pio X.

Mons. Marcel Lefebvre. Nel nome della Verità è uscito il mese di maggio scorso e il successo di tale volume continua, avvalorato dalle approvazioni e dagli incoraggiamenti, in particolare di sacerdoti e parroci, che non fanno altro che garantire la validità del testo, sia da un punto di vista storico-religioso, che letterario. Pare poi davvero provvidenziale che Cristina Siccardi, immediatamente dopo la pubblicazione della biografia di Monsignor Lefebvre, abbia dato alle stampe una vita del neo Beato John Henry Newman; pare provvidenziale proprio in questa fase storica, nella quale il felicemente regnante Pontefice fa della lotta alla «dittatura del relativismo» e, quindi, della battaglia per il ristabilimento della Verità, la cifra di tutto il suo Pontificato. La beatificazione del Cardinale inglese pare quasi, almeno sotto questo profilo, come il preludio di una riabilitazione, forse anche solo implicita, del Vescovo di Francia. Questa nostra convinzione trova puntuale conferma nello splendido articolo di Francesco Agnoli apparso su «Il Foglio» del 16 settembre 2010:

A me sembra che la “concordanza” tra i due personaggi stia nella loro posizione di fronte al liberalismo. La mattina del 12 maggio 1879, padre Newman parlò in occasione della nomina a cardinale da parte di Papa Leone XIII […]: disse che il grande pericolo per la Fede risiedeva nello “spirito del liberalismo nella religione”. Con la espressione suddetta Newman intendeva “la dottrina secondo cui non c’è alcuna verità positiva nella religione, ma un credo vale quanto un altro”. Newman condannava cioè l’indifferentismo religioso, in forte contrasto con la sua caratteristica umana più profonda che lo aveva portato alla conversione: l’idea che l’uomo non può fare a meno di credere nella verità e quindi di cercarla incessantemente, pronto a lasciare tutto per quell’unico tesoro. Il mondo moderno, argomentava Newman, è antireligioso, perché nega la Verità stessa e parla di “tolleranza” di tutte le religioni per dire, in verità, che nessuna vale qualcosa. Tutte uguali, cioè, perché nessuna è vera e tutte ugualmente inutili. Il liberalismo nella religione riduce la fede a un fatto personale, a “proprietà privata” da tener nascosta con vergogna a “un sentimento”, una “preferenza personale”, soggettiva, senza ripercussioni nella vita sociale.

[…] Se questa era la posizione di Newman, alla fine dell’Ottocento, si può dire che a partire dagli anni Sessanta del Novecento Lefebvre, come molti altri, ebbe a combattere proprio contro lo stesso liberalismo, o relativismo religioso, introdottisi, questa è la novità, nella chiesa stessa. Parlando del gesuita Rahner, di Suenens (il cardinale che insieme a Danneels ha azzerato la chiesa belga), e di altri teologi in voga, Lefebvre che vedeva le chiese di Francia svuotarsi, insieme ai seminari, denunciava una visione liberale trionfante all’interno della stessa cristianità. Non aveva tutti i torti, se è vero che per anni abbiamo sentito dire che un Dio vale l’altro, perché in fondo “c’è un solo Dio”. Come se Cristo, Manitù o Maometto fossero la stessa persona e insegnassero la medesima “buona novella”. A tale riguardo Lefebvre si dichiarava avverso alle adunanze ecumeniche in cui le statue di Budda e quelle di divinità di altre religioni venivano poste sugli altari cattolici, ingenerando così nei fedeli una equiparazione sincretista. Contro queste manifestazioni, che oggi Benedetto XVI sta archiviando, in nome del dialogo tra gli uomini e non tra le religioni, Lefebvre citava il pontefice Pio XI che nella sua “Mortalium animos” aveva condannato le prime adunate ecumeniche basate sul “falso presupposto che tutte le religioni siano buone e lodevoli in quanto tutte, pur nella diversità dei modi, manifestano e significano ugualmente quel sentimento, a chiunque congenito, che ci rivolge a Dio…”. Queste adunanze, concludeva il Papa dimenticano che la Verità è una sola, e quindi conducono, “insensibilmente”, “al naturalismo e all’ateismo”. Il cardinal Newman, ricorda sempre Cristina Siccardi, visse in un’epoca in cui era improponibile un “ecumenismo delle religioni”. Se lo avesse conosciuto “lo avrebbe visto come una pericolosa teoria sincretista”, convinto com’era di aver lasciato la Chiesa anglicana e tanti cari amici, non per un capriccio, ma perché obbligato dalla sua coscienza riconoscere nella Chiesa di Roma, e non in quelle di Enrico VIII la vera e unica Chiesa di Cristo. Anche per questo Newman piaceva anche al Papa avversario del modernismo: il troppo dimenticato san Pio X.
Le vicissitudini e le sofferenze della Chiesa, in questo libro, trovano una spiegazione illuminante e allo stesso tempo offrono la speranza di poter constatare che la Sposa di Cristo, Una Santa Cattolica Apostolica, continua a rimanere integra e lo sarà fino alla fine dei tempi grazie alla presenza della dottrina, del Santo Sacrificio, del Papa e dei santi sacerdoti.
Marco BONG
DE:http://blog.messainlatino.it/