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ABADIA DE NOSSA SENHORA DE FONTGOMBAULT  CELEBRA TODA A LITURGIA  NA REFORMA DO MISSAL FEITA POR SÃO JOÃO XXIII
EM 1962 E LIBERALIZADA POR SUA SANTIDADE BENTO XVI EM 7/7/2007 COM O MOTU PRÓPRIO "SUMMORUM PONTIFICUM".
ACTUALMENTE A COMUNIDADE CONTA COM CERCA DE 60 MONJES E FUNDOU MAIS OUTRAS 5 ABADIAS DE QUE ELA É A CASA-MÃE,
TODAS REZAM O BREVIÁRIO MONÁSTICO EM LATIM E A A SANTA MISSA É SEMPRE CELEBRADA NA FORMA EXTRAORDINÁRIA EM
FORMA SOLENE E CANTADA EM GREGORIANO.


  

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sexta-feira, 2 de agosto de 2013

Lettera di Cristina Siccardi sul Divieto della Celebrazione della Santa Messa in Rito Antico ai Francescani dell’Immacolata

 

francescani dell’ImmacolataI francescani dell’Immacolata sulla strada del martirio dei santi dellla Chiesa.
(di Cristina Siccardi su Riscossa Cristiana) Dolore e sconcerto hanno assalito moltissimi fedeli, sacerdoti, parroci, religiosi e religiose alla notizia che all’ordine dei Francescani dell’Immacolata, Congregatio Fratrum Franciscanorum Immaculatae, sia stato, di fatto, impedito di celebrare la Santa Messa in rito antico. Una domanda si è levata: ma la Chiesa è Madre o matrigna? La Chiesa, come Corpo mistico di Cristo è Madre, ma, spesso, come autorità umana, soprattutto dopo il Concilio Vaticano II, è matrigna.
Moltissime anime, dicevamo, stanno soffrendo per questa prova ingiusta perché in profonda contraddizione con il Motu Proprio di Benedetto XVI emanato nel 2007, Summorum Pontificum, che liberalizzava la Messa in rito tridentino, rito, peraltro, che non è mai stato abolito e continuava ad essere valido quanto dichiarato da san Pio V, nella Bolla Quo primum tempore:
«…in virtù dell’Autorità Apostolica, Noi concediamo, a tutti i sacerdoti, a tenore della presente, l’Indulto perpetuo di poter seguire, in modo generale, in qualunque Chiesa, senza scrupolo veruno di coscienza o pericolo di incorrere in alcuna pena, giudizio o censura, questo stesso Messale, di cui dunque avranno la piena facoltà di servirsi liberamente e lecitamente: così che Prelati, Amministratori, Canonici, Cappellani e tutti gli altri Sacerdoti secolari, qualunque sia il loro grado, o i Regolari, a qualunque Ordine appartengano, non siano tenuti a celebrare la Messa in maniera differente da quella che Noi abbiamo prescritta, né, d’altra parte, possano venir costretti e spinti da alcuno a cambiare questo Messale.
Nessuno dunque, e in nessun modo, si permetta con temerario ardimento di violare e trasgredire questo Nostro documento: facoltà, statuto, ordinamento, mandato, precetto, concessione, indulto, dichiarazione, volontà, decreto e inibizione. Che se qualcuno avrà l’audacia di attentarvi, sappia che incorrerà nell’indignazione di Dio onnipotente e dei suoi beati Apostoli Pietro e Paolo…».
Ai Francescani dell’Immacolata non sarà più consentito seguire le norme di Benedetto XVI, «papa emerito», ancora vivente, scritte nel Summorum Pontificum:
«…Perciò è lecito celebrare il Sacrificio della Messa secondo l’edizione tipica del Messale Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962 e mai abrogato, come forma straordinaria della Liturgia della Chiesa. Le condizioni per l’uso di questo Messale stabilite dai documenti anteriori “Quattuor abhinc annos” e “Ecclesia Dei”, vengono sostituite come segue:
Art. 2. Nelle Messe celebrate senza il popolo, ogni sacerdote cattolico di rito latino, sia secolare sia religioso, può usare o il Messale Romano edito dal beato Papa Giovanni XXIII nel 1962, oppure il Messale Romano promulgato dal Papa Paolo VI nel 1970, e ciò in qualsiasi giorno, eccettuato il Triduo Sacro [dalla Messa in Cena Domini alla Veglia Pasquale inclusa]. Per tale celebrazione secondo l’uno o l’altro Messale il sacerdote non ha bisogno di alcun permesso, né della Sede Apostolica, né del suo Ordinario.
Art. 3. Le comunità degli Istituti di vita consacrata e delle Società di vita apostolica, di diritto sia pontificio sia diocesano, che nella celebrazione conventuale o “comunitaria” nei propri oratori desiderano celebrare la Santa Messa secondo l’edizione del Messale Romano promulgato nel 1962, possono farlo. Se una singola comunità o un intero Istituto o Società vuole compiere tali celebrazioni spesso o abitualmente o permanentemente, la cosa deve essere decisa dai Superiori maggiori a norma del diritto e secondo le leggi e gli statuti particolari.
§ 3. Ai chierici costituiti “in sacris” è lecito usare il Breviario Romano promulgato dal B. Giovanni XXIII nel 1962».
Siamo di fronte ad un vero abuso di potere, perpetrato attraverso un’interpretazione distorta delle norme vigenti: nel diritto canonico non è mai lecito interpretare le norme contro la loro ratio e, soprattutto, contro la salus animarum, suprema legge e principio supercostituzionale di tutto l’ordinamento della Chiesa. Scrive Sandro Magister: i Francescani dell’Immacolata
«si vogliono fedeli alla tradizione, nel pieno rispetto del magistero della Chiesa. Tant’è vero che nelle loro comunità celebrano messe sia in rito antico che in rito moderno, come del resto fanno in tutto il mondo centinaia di altre comunità religiose – per fare un solo esempio i benedettini di Norcia – applicando lo spirito e la lettera del motu proprio “Summorum pontificum” di Benedetto XVI.
Ma proprio questo è stato loro contestato da un nucleo di dissidenti interni, i quali si sono appellati alle autorità vaticane lamentando l’eccessiva propensione della loro congregazione a celebrare la messa in rito antico, con l’effetto di creare esclusioni e contrapposizioni dentro le comunità, di minare l’unità interna e, peggio, di indebolire il più generale “sentire cum Ecclesia”.
Le autorità vaticane hanno risposto inviando un anno fa un visitatore apostolico. E ora ecco la nomina del commissario.
Ma ciò che più stupisce sono le ultime cinque righe del decreto dell’11 luglio:
“In aggiunta a quanto sopra, il Santo Padre Francesco ha disposto che ogni religioso della congregazione dei Frati Francescani dell’Immacolata è tenuto a celebrare la liturgia secondo il rito ordinario e che, eventualmente, l’uso della forma straordinaria (Vetus Ordo) dovrà essere esplicitamente autorizzata [sic] dalle competenti autorità, per ogni religioso e/o comunità che ne farà richiesta”.
Lo stupore deriva dal fatto che ciò che qui viene decretato contraddice le disposizioni date da Benedetto XVI, che per la celebrazione della messa in rito antico “sine populo” non esigono alcuna previa richiesta di autorizzazione:
“Ad talem celebrationem secundum unum alterumve Missale, sacerdos nulla eget licentia, nec Sedis Apostolicae nec Ordinarii sui”[1].
Mentre per le messe “cum populo” pongono alcune condizioni, ma sempre assicurando la libertà di celebrare.
In generale, contro un decreto di una congregazione vaticana è possibile fare ricorso presso il supremo tribunale della segnatura apostolica, oggi presieduto da un cardinale, l’americano Raymond Leo Burke, giudicato amico dai tradizionalisti.
Ma se il decreto è oggetto di approvazione in forma specifica da parte del papa, come sembra avvenire in questo caso, il ricorso non è ammesso»[2]. Pertanto i Francescani dell’Immacolata, dovranno attenersi al divieto di celebrare la messa in rito antico a partire da domenica 11 agosto.
Certo è che la situazione è davvero grave: diritti soggettivi di sacerdoti e fedeli, garantiti da almeno 500 anni di costante imperio pontificio e di consolidata prassi ecclesiale, salvo che per i 38 anni intercorsi tra la riforma liturgica del 1969 ed il Summorum Pontificum del 2007 (con progressivi allentamenti di tali vincoli, quanto meno a partire dal 1984), vengono ora messi in discussione. Cosa ancora più grave è il modo con cui ciò viene realizzato: non una riforma legislativa chiara ed organica, ma l’avallo pontificio di un atto amministrativo, che viene così reso non impugnabile presso le superiori istanze.
Dev’essere profondamente tragico e penoso per i Francescani dell’Immacolata, costretti a celebrare la Messa soltanto nella forma moderna… lacrime versate per chi e per cosa? Occorre, inoltre, prestare molta attenzione: il Vetus Ordo non è una realtà chiusa in se stessa. Vivere la Santa Messa antica significa avere uno stile cattolico diverso, autentico: nella nuova si vive la mensa, l’ “assemblea” convocata banchetta insieme e partecipa al sacerdozio, nell’antica il celebrante compie, in persona Christi, il Santo Sacrificio del Calvario e i fedeli, che assistono, si abbeverano alla fonte della Grazia eucaristica. Non si tratta semplicemente di gusti estetici più raffinati ed eleganti; paramenti sacri più belli o paramenti più brutti; più fiori sull’altare, più candele accese o meno; di organi o chitarre; di cori angelici o cori rock… si tratta di vivere o meno la Santa Messa come Sacrificio propiziatorio.
Finalmente, però, di fronte a questi fatti, qualcuno aprirà gli occhi e dirà: «è vero, dunque, che il rito della Messa divide!», infatti, ha ancora scritto Magister: «un caposaldo del pontificato di Joseph Ratzinger è stato incrinato. Da un’eccezione che molti temono – o auspicano – diventerà presto la regola»[3].
Nel 1965 padre Stefano Maria Manelli O.F.M. Conv. riscoprì e meditò le Fonti Francescane e gli scritti di san Massimiliano Maria Kolbe. Fu così che la vigilia di Natale del 1969 chiese al Superiore generale dei Frati Minori Conventuali, padre Basilio Heiser, di avviare una nuova opera di vita francescana. Il superiore assecondò l’istanza. Nella Regola sta scritto: preghiera e povertà, penitenza e intenso lavoro di apostolato. Ma che preghiera! E quale povertà! Quelle che toccano il Cuore di Dio e fanno piovere grazie sulla terra, oggi così arida proprio perché invece di vivere povertà e preghiera si declama il pauperismo e, invece di pregare, si decanta la cosiddetta «dignità umana», il pacifismo, l’ecumenismo, la libertà religiosa… e poi si calpesta la dignità di chi rispetta la Fede, la speranza, la carità, le virtù teologali, le virtù cardinali, i dogmi, la dottrina della Chiesa di sempre.
I Francescani dell’Immacolata sopportano il duro freddo dei mesi invernali; calzano i sandali con i piedi nudi, anche sotto l’acqua e nella neve. Per quanto riguarda il nutrimento non si acquista nulla, ma si aspetta tutto dalla Provvidenza. Molto rigore, eppure… un florilegio di vocazioni ed ecco che il gruppo di frati viene riconosciuto dalla Chiesa: il 22 giugno 1990, solennità del Sacro Cuore di Gesù, l’allora Arcivescovo di Benevento Mons. Carlo Minchiatti, «per decisione del Santo Padre» (cfr Segreteria di Stato Prot. n. 258.501), firmò il decreto di erezione del nuovo Istituto di Diritto diocesano, e il 23 giugno 1990, festa del Cuore Immacolato di Maria, avvenne l’erezione effettiva dell’Istituto presso il Centro La Pace di Benevento, con la professione dei voti di circa 30 religiosi. La rapida crescita dello stesso ordine nel mondo e le credenziali dei vescovi nelle cui diocesi si trovano le case dell’Istituto, portò il 1º gennaio 1998, solennità della Madre di Dio, al riconoscimento pontificio (cfr. CRIS Prot. n. B 242-1/94). La novità proposta dal fondatore consiste nel «voto mariano», che viene emesso nella professione religiosa al primo posto, seguito dai voti di castità, povertà, obbedienza.
Il carisma dell’Istituto è francescano-mariano, che consiste nel vivere il francescanesimo alla luce dell’Immacolata secondo la Regola bollata di San Francesco d’Assisi e la Traccia mariana di vita francescana, con la consacrazione illimitata all’Immacolata, che riporta i religiosi alle pure origini mariane del francescanesimo (Santa Maria degli Angeli) e ai recenti esempi e insegnamenti di san Massimiliano Maria Kolbe (“folle” dell’Immacolata e martire della carità), con una spinta particolare alla missionarietà e all’uso dei mass-media per l’apostolato.
Quale sarà ora l’atteggiamento che terranno i Francescani? Quello di rimanere fedeli alla Tradizione della Chiesa? Oppure, come già hanno fatto altri in passato, perché impauriti dalle sentenze e dalle drastiche misure nei loro confronti, di cedere alle pressioni e alle minacce?
Qui non si tratta di una disobbedienza, ma del contrasto fra due obbedienze: obbedire agli uomini o a Dio. Nessuna norma di Santa Madre Chiesa può contenere un danno alla salvezza delle anime; se lo contenesse cesserebbe ipso facto di essere norma della Chiesa e sarebbe arbitrio personale degli uomini di Chiesa che l’hanno varata. Questo, nel diritto canonico, non ha unicamente valore etico, ma valore giuridico immediatamente applicabile. Da ciò consegue che chiunque resista ad un comando ingiusto non viola il diritto, ma lo applica e, a contrario, chi applica una norma ingiusta viola il diritto canonico.
A raddrizzare le sorti della Chiesa in crisi solitamente sono i santi, mentre le autorità costituite, di norma, tutelano e perpetuano le ricchezze della Tradizione nei momenti di fulgore spirituale: pensiamo a Sant’Atanasio nell’epoca dell’eresia ariana, così colpevolmente tollerata dai Pontefici del tempo, in complice sudditanza con il potere politico; a Santa Ildegarda di Bingen fra i catari e il lassismo di conventi e monasteri, di Vescovi e Imperatori; all’energia restauratrice della romana Sede Apostolica di santa Caterina da Siena, vincitrice della pusillanimità pontificia nei confronti del Re di Francia; a san Francesco d’Assisi, punta di lancia del dominio universale di Innocenzo III, contro ogni forma di democraticismo pauperista e di supremazia statolatrica nei confronti della Chiesa (quel san Francesco che rivendica, di fronte al Sultano, il diritto dei crociati a muovere guerra all’Islam ed ai suoi seguaci, non solo in Europa, ma anche in Terra Santa, come testimoniato da Fra’ Tommaso da Celano, suo primo biografo); ai santi della Controriforma, così strenuamente impegnati a combattere e reprimere eresie e tentazioni esoteriche: da san Roberto Bellarmino, confratello del regnante Pontefice, splendido accusatore nel processo contro Giordano Bruno, a san Carlo Borromeo, grandiosa personificazione della povertà e del sacrificio in privato, quanto della magnificenza nell’adempimento delle sue funzioni di Vescovo, a san Filippo Neri, consigliere dei Papi e sublime asservitore dell’ironia e della gioia di vivere alla purezza di dottrina e di costumi, a san Francesco di Sales, eroico leone della lotta anticalvinista nella stessa Ginevra ed in tutte le terre circostanti.
Scriveva il grande Cardinale Newman, che nell’assistere alla Messa antica nelle chiese di Roma, di Sicilia e di Milano e nello studiare i Padri della Chiesa si convertì al Cattolicesimo:
«È degno di non poco rilievo il fatto che, sebbene, storicamente parlando, il quarto secolo sia l’età dei dottori, illustrata com’è dai santi Atanasio ed Ilario, i due Gregori, Basilio, Crisostomo, Ambrogio, Girolamo ed Agostino (e tutti costoro anche santi vescovi), eccetto uno, nondimeno, proprio in quel periodo la Tradizione Divina affidata alla Chiesa infallibile, venne proclamata e conservata molto di più dai fedeli che dall’episcopato»[4].
Non è forse ciò che sta accadendo? Ma oggi i santi dove sono? Gli eroi della Fede dove sono? Coloro che con parole e azioni sappiano manifestare la verità dove sono? Forse la Divina Provvidenza, di fronte al crollo del Cattolicesimo, ai suoi principi dottrinali e morali, sta chiamando i Francescani dell’Immacolata alla resistenza? Che cosa avrebbe fatto al loro posto san Paolo, che, come egli stesso dichiara ha apertamente resistito a Pietro perché palesemente sbagliava[5]? Avrebbe ceduto alle superiori istanze gerarchiche o sarebbe rimasto fedele alla Fede per la quale esiste la Chiesa?
In questa vicenda, apparentemente marginale, si gioca una partita di grande importanza per l’evoluzione della crisi che attualmente travaglia la Chiesa: si scontrano l’arbitrio, che trova unicamente nell’ideologia rivoluzionaria conciliarista la sua ragion d’essere, ed il diritto cristiano, che è tale perché discende dalla verità naturale e rivelata. Molto bene ha messo in evidenza ciò Enzo Bianchi[6] nel suo articolo di attacco calunnioso alla Fraternità Sacerdotale San Pio X: l’unica vera ragione per proibire e/o anche solo ostacolare la celebrazione della Santa Messa nel rito antico è che essa costituisce la pietra d’inciampo sulla strada del cammino modernista. Di ciò si era già ben avveduto san Pio da Pietrelcina, quando, all’indomani del Concilio Vaticano II, si rifiutò di abbandonare la Messa di sempre, nonostante gli ordini e le pressioni delle competenti autorità; tale rifiuto fu tanto fermo da indurre Paolo VI ad ammirarne lo zelo di Fede e la determinazione fino al punto da concedergli personale indulto. Appare quindi evidente la grandissima responsabilità che incombe sui Francescani dell’Immacolata, responsabilità che trova nel Padre spirituale del loro fondatore[7] lume di consiglio ed esempio di azione: essi si trovano posti di fronte alla scelta fra il martirio dei santi della Chiesa, seme dei Cristiani, e l’inutile martirio della propria consumazione fisica e spirituale nell’iniqua obbedienza all’ingiustizia… il Crocefisso di Giotto, che imperioso sta nella loro maestosa chiesa di Ognissanti a Firenze, li sta a guardare.

[1] Nota di Sandro Magister: «Curiosamente, ancora sei anni dopo la pubblicazione, il motu proprio “Summorum Pontificum” di Benedetto XVI continua a essere presente nel sito ufficiale della Santa Sede solamente in due lingue e tra le meno conosciute: la latina e l’ungherese».
[2] S. Magister, La prima volta che Francesco contraddice Benedetto, in:
http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350567
[3] S. Magister, La prima volta che Francesco contraddice Benedetto, in:
http://chiesa.espresso.repubblica.it/articolo/1350567
[4] J.H. Newman, Gli ariani del IV secolo, Jaca Book-Morcelliana, Milano 1981, p.361.

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