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terça-feira, 21 de julho de 2015

La spiritualità di san Giuseppe Cafasso


La spiritualità di san Giuseppe Cafasso (1811-1860)
Basilio di CesareaSan Giuseppe Cafasso
La cattiveria della condizione umana
Un tema ricorrente nei discorsi di Giuseppe Cafasso, in conformità alla cultura religiosa del tempo, è il senso della miseria del mondo: tutto ciò che esiste è caduco e spregevole; l’uomo ha molte più sofferenze che gioie.
«Questa è la nostra situazione; siamo qua in una valle di miserie, da qualunque parte vogliamo voltarci troviamo croci, sentiamo guai, vediamo tribolazioni; chi geme da una parte, chi sospira dall’altra: malattie, tempeste, persecuzioni, calunnie; questo è il nostro pane quotidiano» (Missioni al popolo).
La serietà della vita
A fronte della consapevolezza della triste condizione degli esseri umani nel mondo si staglia la considerazione dell’importanza di una vita ben condotta e la costante meditazione degli eventi che ogni uomo dovrà prima o poi affrontare al termine della propria esistenza. A più riprese infatti il Cafasso ribadisce che ciò che conta è procurare di vivere in sintonia con il messaggio del Vangelo, senza perdersi in occupazioni o divertimenti che possano compromettere il vero bene della persona. «L’unico fine, per cui siamo su questa terra e per me e per voi altri è solamente per amar Iddio, per servirlo Iddio, e servendolo salvarsi, e tutto quello che non appartiene a questo fine, tutto quello che non è di servizio di Dio, tutto quello che non aiuta a salvarsi, è tutto niente, è tutto perduto» (Missioni al popolo).

Il pensiero delle realtà ultime
Quasi ad ogni pagina degli scritti del Cafasso ritorna il tema della morte e della fugacità del tempo, del giudizio di Dio sulle nostre azioni e sulla nostra vita, della prospettiva dell’inferno, aperta a chi rifiuta i richiami alla conversione, dell’anelito al Paradiso come oggetto supremo della speranza cristiana. Il Cafasso soleva dire ai suoi allievi che i novissimi devono costituire “intingolo per ogni argomento”.
La morte
Cafasso ha spessissimo sulle labbra la parola “morte” e presenta nei suoi discorsi la morte come una possibilità sempre in agguato, pronta a piombare addosso ad ogni uomo, a partire proprio da chi non se lo aspetta. Per esempio, ricorda a chi segue i suoi corsi di esercizi spirituali l’eventualità non così remota che quelli in corso possano essere gli ultimi esercizi della propria vita.
Una sua frase tipica: «una morte, ed un’anima; una morte che fatta male una volta, non si può più rifare un’altra; un’anima che perduta una volta, è perduta per sempre» (Missioni al popolo).
La particolare insistenza sull’ineluttabilità della morte non risponde solo al desiderio di mettere in guardia dal peccato, ma costituisce anche un aspetto importante della vita interiore del Cafasso: dedicava un giorno al mese all’esercizio della preparazione alla buona morte.
Il Paradiso
La spiritualità del sacerdote torinese era però orientata più alle aspirazioni al Paradiso che alla paura. «O Paradiso, città santa del mio Dio, e patria mia fortunata, oh! Quanto ti sospiro, oh! Felice quel giorno, che metterà fine a tante croci, a tanti guai, a tanti pericoli di questo mondo, o Paradiso mio, Paradiso mio caro, deh! vieni presto, e consola le brame di un misero cuor, che ti sospira» (Speciali proteste e domande distribuite per ciascun giorno della settimana, che Don Cafasso faceva nelle visita quotidiana al SS. Sacramento).

La misericordia di Dio
Se ci fermassimo a questo punto, quella vissuta e insegnata dal Cafasso ci apparirebbe facilmente come una spiritualità cupa, che sottolinea la vanità e la pericolosità della vita nel mondo, una spiritualità esigente, che richiede scelte forti e al limite delle possibilità del cuore umano, una spiritualità oppressiva, fatta di prescrizioni e di messe in guardia, dominata in fondo da una logica del “fare il bene per sfuggire il castigo”.
Occorre a questo riguardo ammettere che egli era un uomo del suo tempo; le idee che abbiamo richiamato or ora, idee a lui particolarmente care, sono tipiche della sua epoca. Ma la spiritualità del Cafasso non è tutta qui! Nonostante questi temi e questi toni siano presenti, egli ha premura di insistere anche su altri fattori. Quello più fondamentale è relativo alla bontà di Dio, alla quale egli, a motivo della dedizione al sacramento della Penitenza, era in special modo sensibile. Riportiamo al riguardo un’interessante passaggio di una sua omelia in cui immagina la “caccia” che Dio dà all’uomo peccatore:
«Dio è offeso, ingiuriato, oltraggiato, non è un mal piccolo, miei cari, anzi non v’è male più grande a questo mondo: nonostante la sua misericordia è disposta a cedere, e vuol far pace: aspetta il peccatore, non viene, lo chiama non si lascia vedere, lo va a cercare, ed il peccatore fugge, Dio lo raggiunge, e lo ferma, e questi ostinato non vuol sentirlo, Dio gli promette premi e favori, il peccatore li rifiuta, Dio gli minaccia pene e castighi, il peccatore insensibile: pare che a questo punto qualunque pazienza dovrebbe stancarsi, par che Dio sdegnato finalmente e con ragione, debba dirgli: ingrato, e sconoscente, tu vai a perderti senza dubbio, ma almeno saprai che la colpa fu tua: eppure no! Ributtato così villanamente il Signore non si stanca, né si ferma, la sua misericordia è tale e tanta che gli prende il passo, e vedendolo andar con precipizio alla perdizione, si slancia alle porte dell’inferno, e alza la voce per dire, guarda o figlio o peccatore, deh! non venire a questo luogo, via via se mai vi cadi tu sei perduto. Io non posso portare più avanti la misericordia del Signore, siamo alle porte dell’inferno, e là non entra; se potesse entrare, vuoterebbe in un momento quel luogo» (Discorso sopra la festa dell’Epifania).

Amare Dio
Un Dio così pieno di bontà e misericordia, l’unico Dio che ci ha rivelato suo Figlio, Gesù Cristo, chiede all’uomo anzitutto l’amore. Questo è il primo impegno richiestogli. Un amore che dovrebbe stare alla base di ogni attività umana, che dovrebbe essere più forte della paura, che dovrebbe spingere anche a servire i propri fratelli, anche quando non sembrano degni di un tal riguardo.

La via “semplice” della santità
Forse l’insegnamento oggi più utile di san Cafasso riguarda il modo di arrivare alla pienezza della vita cristiana, che è la santità. Si potrebbe pensare che sia un’impresa praticamente impossibile oppure che sia riservata a pochi eletti; invece il nostro santo ci ripete che essa consiste nell’adempiere fedelmente la volontà di Dio. «Tutta la santità, la perfezione e il profitto di una persona sta nel fare perfettamente la volontà di Dio (…). Felici noi se giungessimo a versare così il nostro cuore dentro quello di Dio, unire talmente i nostri desideri, la nostra volontà alla sua da formare ed un cuore ed una volontà sola: volere quello che Dio vuole, volerlo in quel modo, in quel tempo, in quelle circostanze che vuole Lui e volere tutto ciò non per altro se non perché così vuole Iddio».
Potremmo però ancora chiederci: qual è la volontà di Dio? Normalmente – spiega il santo – la volontà di Dio passa per l’adempimento del proprio dovere: ci è domandato di fare quanto la Provvidenza dispone momento per momento, in conformità con le condizioni che definiscono il quadro ordinario della nostra vita (lavoro, famiglia, amicizie, problemi, dolori). La santità è un rapporto di amicizia col Signore nel quale Egli propone e noi rispondiamo con il nostro impegno, animato dall’amore per Lui.

Il grande compito del sacerdote
San Giuseppe Cafasso è stato un sacerdote fino in fondo: ha adempiuto pienamente i compiti che la Chiesa affida ai suoi ministri. Raccogliamo qualche ulteriore elemento dalla sua esperienza in riferimento al tema sacerdozio.
Se per tutti i cristiani è importante considerare e darsi da fare per le cose che più contano, e cioè amare e servire Dio e salvarsi l’anima, per il sacerdote questo ha esigenze maggiori e particolari: deve procurare con la sua vita e il suo ministero la maggior gloria di Dio e cercare di guadagnare anime. «Lasciamo stare le follie, e le stoltezze di questo mondo; il nostro tempo è destinato a popolare, a far gente pel Cielo, deh! non perdiamolo a radunar fango in questa terra. Figuriamoci che in quest’oggi il Signore dica a ciascun di noi quello che già disse il padrone della cena a’ suoi servitori: la cena è preparata, i posti sono vuoti, andate, cercate, pregate, sia chi vuole, ditegli che venga, e se fa difficoltà prendetelo per mano, fate anche violenza, costringetelo a venire, perché la cena è preparata, e voglio veder commensali; così dice Iddio a noi, Servi miei sacerdoti, o Eclesiastici Ministri delle mie misericordie, coraggio che è tempo: il paradiso è aperto, molti seggi sono vuoti, io li voglio occupati, andate, cercate, dite e pregate che vengano» (Esercizi spirituali al clero. Meditazioni).
Per poter essere maggiormente idoneo a compiere i suoi importanti servizi il sacerdote – insegna il Cafasso – deve consacrarsi al dialogo con Dio attraverso la preghiera e amare una vita esemplare, fatta di studio, meditazione, servizio alle anime soprattutto mediante la disponibilità al sacramento della Riconciliazione e la celebrazione attenta della Liturgia.