Don Divo Barsotti

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segunda-feira, 27 de dezembro de 2010

L´ "ermeneutica della continuità nella riforma" di Benedetto XVI : "Mi sta però a cuore quello che riguarda l’unità del Rito Romano. Questa unità oggi non è minacciata dalle piccole comunità che fanno uso dell’Indulto e si trovano spesso trattati come lebbrosi, come persone che fanno qualcosa di indecoroso, anzi di immorale; no, l’unità del Rito Romano è minacciata dalla creatività selvaggia, spesso incoraggiata da liturgisti (per esempio in Germania si fa la propaganda del progetto “Missale 2000”, dicendo, che il Messale di Paolo VI sarebbe già superato). "La riforma liturgica, nella sua concreta realizzazione, si è allontanata sempre più da questa origine. Il risultato non è stata una rianimazione ma una devastazione. Da un canto, abbiamo una liturgia degenerata in “show”, nella quale si cerca di rendere la religione interessante con l’aiuto di idiozie alla moda e di massime morali seducenti, con dei successi momentanei nel gruppo dei fabbricanti di liturgia, e una attitudine all’arretramento tanto più pronunciata presso coloro che cercano nella liturgia non lo “shomaster” spirituale, ma l’incontro col Dio vivente davanti al quale ogni “fare” diventa insignificante, essendo solo questo incontro capace di farci accedere alle autentiche ricchezze dell’essere."

ERMENEUTICA DELLA CONTINUITA' LITURGICA: COME LA INTENDE IL PAPA?


A seguito dell'articolo di Andrea Tornielli sulla questione del "protestantesimo tradizionalista", dell'intervista dello stesso Tornielli al Card. Canizares e delle recenti diatribe Introvigne-De Mattei vorrei proporre ai lettori una serie di considerazioni su ciò che sta accadendo alla "riforma della riforma liturgica" e alla galassia tradizionalista in Italia. Considerazioni strettamente legate anche alle questioni artistiche e arcihtettoniche, come vedremo più in là.


di Francesco Colafemmina

Come tutti ben sanno il Santo Padre parlò per la prima volta di "ermeneutica della continuità nella riforma" il 22 dicembre del 2005. Nel suo discorso alla Curia Romana, tuttavia, Benedetto non accennò mai alle questioni liturgiche, confidando in una ricezione globale del suo pensiero in merito al Concilio. Se vogliamo però comprendere meglio il senso di quanto pensa Papa Benedetto conviene riallacciarsi alla preziosa lettera pubblicata a settembre da Padre Matias Augé sul suo blog Liturgia Opus Trinitatis.

Affermava il Card. Ratzinger in questa lettera del 1999:

"Una parte non piccola dei fedeli cattolici, anzitutto di lingua francese, inglese e tedesca, rimangono fortemente attaccati alla liturgia antica, e il Sommo Pontefice non intende ripetere nei loro confronti ciò che era accaduto nel 1970, dove si imponeva la nuova liturgia in maniera estremamente brusca, con un tempo di passaggio di soli 6 mesi, mentre il prestigioso Istituto liturgico di Treviri, infatti, per tale questione, che tocca in maniera così viva il nervo della fede, giustamente aveva pensato ad un tempo di 10 anni, se non sbaglio. Sono dunque questi due punti, cioè l’autorità del Sommo Pontefice regnante e il suo atteggiamento pastorale e rispettoso verso i fedeli tradizionalisti, che sarebbero da prendere in considerazione."

Quindi anzitutto Ratzinger nell'affrontare il tema della riforma, metteva in evidenza la questione della "fretta" e dell'imposizione "estremamente brusca" di una liturgia nuova. In secondo luogo affermava:

"Mi sta però a cuore quello che riguarda l’unità del Rito Romano. Questa unità oggi non è minacciata dalle piccole comunità che fanno uso dell’Indulto e si trovano spesso trattati come lebbrosi, come persone che fanno qualcosa di indecoroso, anzi di immorale; no, l’unità del Rito Romano è minacciata dalla creatività selvaggia, spesso incoraggiata da liturgisti (per esempio in Germania si fa la propaganda del progetto “Missale 2000”, dicendo, che il Messale di Paolo VI sarebbe già superato). Ripeto quanto ho detto nel mio intervento, che la differenza tra il Messale di 1962 e la messa fedelmente celebrata secondo il Messale di Paolo VI è molto minore che la differenza fra le diverse applicazioni cosiddette “creative” del Messale di Paolo VI. In questa situazione la presenza del Messale precedente può divenire una diga contro le alterazioni della liturgia purtroppo frequenti, ed essere così un appoggio della riforma autentica. Opporsi all’uso dell’Indulto del 1984 (1988) in nome dell’unità del Rito Romano è, secondo la mia esperienza, un atteggiamento molto lontano dalla realtà. Del resto mi rincresce un po’, che Lei non abbia percepito, nel mio intervento, l’invito rivolto ai “tradizionalisti” ad aprirsi al Concilio, a venirsi incontro verso la riconciliazione, nella speranza di superare, col tempo, la spaccatura tra i due Messali."

Secondo il Cardinal Ratzinger e personalmente credo anche secondo Papa Benedetto XVI la questione è semplicissima: occorre bloccare le derive "creative" del Messale di Paolo VI e nello stesso tempo creare una nuova pax liturgica. Per fare ciò servirebbe consentire la celebrazione del rito precedente la riforma quale "diga contro le alterazioni della liturgia". Nello stesso tempo il Santo Padre sostiene la cosiddetta "riforma della riforma", espressione considerata troppo forte e minacciosa dai guardiani del Novus Ordo, ma nella mente e nel cuore del Papa utile via per una riconciliazione. Come?

Il Papa probabilmente pensa che durante la riforma liturgica furono attuate troppe trasformazioni radicali in un lasso di tempo brevissimo. Ciò generò rottura. La rottura portò alcuni gruppi di fedeli a restare ancorati alla forma più antica del rito. Si sarebbe potuta attuare una riforma più tenue e graduale. Ad esempio - e qui interpreto liberamente il Santo Padre - si sarebbe potuto mantenere l'orientamento del sacerdote al tabernacolo, come anche mantenere la lingua latina come alternativa al vernacolo utilizzabile quotidianamente. Si sarebbero potute evitare traduzioni-tradimenti, evitare le varie processioni offertoriali, lasciare le parti fisse cantate in lingua latina e greca, lasciare il canone così com'era. Invece nel giro di un decennio la secolare liturgia della Chiesa Cattolica Romana aveva completamente cambiato volto.
Pensiamo ad esempio a questioni esteriori, "formali" - come qualcuno è solito definirle - come l'abbigliamento liturgico o l'architettura e l'arte sacra. Risulta infatti tipico degli ipocriti affermare oggi che chi - come il sottoscritto - cerca di recuperare la bellezza dell'arte e dell'architettura sacra sarebbe un mero formalista, mentre proprio negli anni '70 si consumò l'esasperazione del formalismo al contrario: centinaia di migliaia di pianete distrutte, dalmatiche e piviali abbandonati in soffitta e venduti a collezionisti, paliotti miseramente disfatti, conopei strappati via dai tabernacoli, altari distrutti e chiese decostruite in nome di un pauperismo medievalizzante quanto mai ipocrita e ideologico. Quanti soldi infatti è costato recuperare spesso ridicole casule che si ritrovano in affreschi o sculture medievali, quanto distruggere le nostre chiese e ricostruire altari ideologicamente orientati al popolo? Insomma i veri formalisti furono coloro che cercarono di cambiar volto alla Chiesa non solo con la liturgia e cono lo spirito del Concilio, ma con le stesse forme esteriori.

In sintesi potremmo recuperare il pensiero più autentico di Ratzinger, attraverso le durissime parole della prefazione al volume di Klaus Gamber "La Réforme liturgique en question" del 1992:

"La riforma liturgica, nella sua concreta realizzazione, si è allontanata sempre più da questa origine. Il risultato non è stata una rianimazione ma una devastazione. Da un canto, abbiamo una liturgia degenerata in “show”, nella quale si cerca di rendere la religione interessante con l’aiuto di idiozie alla moda e di massime morali seducenti, con dei successi momentanei nel gruppo dei fabbricanti di liturgia, e una attitudine all’arretramento tanto più pronunciata presso coloro che cercano nella liturgia non lo “shomaster” spirituale, ma l’incontro col Dio vivente davanti al quale ogni “fare” diventa insignificante, essendo solo questo incontro capace di farci accedere alle autentiche ricchezze dell’essere. D’altro canto, abbiamo la conservazione di forme rituali la cui grandezza emoziona sempre, ma che, spinte all’estremo, manifestano un isolamento ostinato e alla fine non lasciano altro che tristezza. Certo, tra i due estremi rimangono tutti i sacerdoti e le loro parrocchie che celebrano la nuova liturgia con rispetto e solennità, ma vengono rimessi in discussione dalla contraddizione tra i due estremi, e la mancanza di unità interna nella Chiesa alla fine fa comparire la loro fedeltà, a torto per molti di loro, come una semplice verità personale di neoconservatorismo. Un nuovo impulso spirituale è quindi necessario affinché la liturgia sia di nuovo per noi una attività della comunità della Chiesa e che venga strappata all’arbitrio dei sacerdoti e dei loro gruppi liturgici."

Come già Romano Amerio affermava, la Chiesa non può ritorcersi su se stessa e vivere senza essere in divenire, altrimenti sarebbe già "compiuta" la sua missione nella storia. Eppure sappiamo che la Chiesa è in cammino verso Cristo, quindi la possibilità delle riforme non può essere esclusa. Tuttavia queste riforme devono accadere nella continuità, piccoli aggiustamenti, correzioni che non devono cambiare volto ad esempio all'atto liturgico o alla sua dottrina. Chiaramente perché ciò avvenga serve una "critica" della riforma liturgica. E serve a sua volta una "critica" dei movimenti, delle logiche, delle ideologie che hanno fatto approdare la Chiesa a quella specifica riforma liturgica. Si potrebbe aggiungere che servirebbe una "critica" dello stesso Concilio Vaticano II. Ma tale critica coincide con ciò che il Papa chiama "ermeneutica". Interpretare il Concilio secondo la continuità equivale infatti ad esercitare il proprio spirito critico con un chiaro indirizzo verso una interpretazione funzionale al divenire del rapporto fra il mondo e la Chiesa. Se infatti scopo del Concilio fu comunicare la Chiesa al mondo, per mondo non possiamo certo intendere qualcosa di stabile e trascendente, ma di transeunte ed immanente. Perciò questo metodo di comunicazione deve necessariamente considerarsi aperto ad ermeneutiche che ne adattino le forme al divenire del mondo contemporaneo, ma anche allo stesso dialogo della Chiesa al suo interno.

Perciò è importante il lavoro di "critica" positiva del Concilio alla luce dell'ermeneutica della continuità. E perciò credo siano pericolose le derive della rottura, specie quando provengono da ambienti (pseudo) tradizionalisti. Il tradizionalismo dovrebbe invece essere il più autentico fautore di una ermeneutica della continuità, proprio perché vive la Chiesa in senso diacronico e ne vede l'essenza nel tradere.

Dopo aver cercato di abbozzare ciò che Papa Benedetto pensa di questa ermeneutica della continuità nella riforma liturgica, veniamo ai punti dolenti. Il 22 agosto del 2009 Andrea Tornielli pubblicò un articolo ben documentato e proveniente da fonti sicure che parlava dell'approvazione da parte di Papa Benedetto di alcune "propositiones" presentategli dal Card. Canizares a seguito della plenaria del Culto Divino.
Tornielli specificava tuttavia che: "per l’attuazione della «riforma della riforma» ci vorranno molti anni. Il Papa è convinto che non serva a nulla fare passi affrettati, né calare semplicemente direttive dall’alto, con il rischio che poi rimangano lettera morta. Lo stile di Ratzinger è quello del confronto e soprattutto dell’esempio." Ciò non bastò comunque a causare una violenta reazione in Vaticano. Il vice direttore della Sala Stampa, p. Ciro Benedettini, smentì nominatim (fatto inaudito per un vaticanista!) l'anticipazione di Andrea Tornielli. Ma ancor più grave fu l'affermazione del Card. Bertone contenuta in una intervista all'Osservatore Romano il 27 agosto 2009: "Le altre elucubrazioni e i sussurri su presunti documenti di retromarcia sono pura invenzione secondo un cliché standardizzato e ostinatamente riproposto."

Questa ostilità evidente di alcuni ambienti curiali è bastata a frenare un processo chiaro e inequivocabile di "riforma della riforma". Ed ha ancor più tentato di mettere in discussione la professionalità di un eccellente vaticanista, colpevole soltanto di aver rivelato una notizia importante e da diffondere e sostenere.

Allora nessuno, ma dico proprio nessuno, emise un pur fievole flatus vocis, per sostenere l'autenticità del documento firmato dal Papa, difendere il Papa e Andrea Tornielli e promuovere la necessità della "riforma della riforma". Tant'è che pochi giorni fa, nell'intervista a Il Giornale, il Cardinal Canizares, pur ribadendo in sostanza alcuni degli argomenti presenti in quel documento dell'aprile 2009, si è sentito in dovere di sorvolare o meglio archiviare il termine "riforma della riforma":

Da cardinale Ratzinger ave va auspicato una «riforma della riforma» liturgica, parole oggi impronunciabili persino in Vaticano. Appare però evidente che Benedetto XVI la desideri. Può parlarcene?
"Non so se si possa, o se con venga, parlare di "riforma della riforma". Quello che vedo assolutamente necessario e urgente, secondo ciò che desidera il Papa, è dar vita a un nuovo, chiaro e vigoroso movimento liturgi co in tutta la Chiesa."

Pertanto che fine ha fatto la "riforma della riforma"? Ha solo cambiato nome? E chi sono i suoi sostenitori fuori dalla Curia Romana? Forse i tradizionalisti? O il Papa è piuttosto solitario nella sua silente battaglia per ridare dignità alla liturgia? Qui si inserisce infatti il problema della recente strumentalizzazione - a mio parere - del tradizionalismo, nel tentativo di far deragliare la "riforma della riforma", di mantenere in una sacra nicchia isolato e represso il rito antico in chiave anti "riforma della riforma", e di far infine trionfare tutte quelle forze che auspicano una rinnovata ghettizzazione dei fedeli che seguono la forma straordinaria, e la deregulation nell'ambito del novus ordo.


Fine prima parte - Segue "Tradizionalismo: cos'è? E come è nato?"
DE:Fides et Forma