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domingo, 8 de outubro de 2017

(Don Divo Barsotti) Il senso del peccato

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(Don Divo Barsotti)


Il senso del peccato

(2 ottobre 1966)

 

Il mondo moderno ha perso il senso del peccato.

L'uomo sembra che non abbia più altra libertà che quella di seguire spontaneamente la sua natura. Non so se ha acquistato l'innocenza dell'animale: è certo che nessuno, praticamente, nel mondo di oggi sente vivo il bisogno di una liberazione da se stesso. L'uomo si è accettato qual è, e per la sua bruttura non rimprovera più alcuno, nemmeno Dio, perché come ha perso il senso del peccato, così ha perso il senso di Dio. L'uomo è solo in un mondo vuoto e non vi è legge che egli debba realizzare.

Forse mai l'umanità si è trovata a un tale abisso di perversione morale, forse mai l'umanità è caduta così in basso: non perché oggi si commettano maggiori peccati di ieri, ma perché oggi non si sa, non si avverte, non si ha più coscienza nemmeno del male nel quale siamo impastati. L'uomo si accetta così come è e non aspetta nessuna redenzione, e non crede più in alcuna salvezza. È pauroso il senso della vita che è proprio dell'uomo di oggi. Si identifica la materia allo spirito e Dio al mondo; e non vi è più luce di libertà, non vi è più luce di bellezza spirituale per l'uomo.
Il paralitico del quale si parla nel Vangelo di Matteo (Mt 9, 1-8) viene portato dinanzi a Gesù e non chiede la salvezza dal suo peccato: sembra che non ne senta il bisogno. Solo il dolore, la menomazione fisica gli fa sentire il bisogno di una liberazione. Solo questa menomazione, senza dargli speranza nella guarigione, gliela fa comunque desiderare egli permette di accedere al Divin Maestro perché, se Egli può veramente qualcosa, manifesti il suo potere e lo guarisca.


Forse solo questo può avvicinare a Dio noi uomini moderni: il dolore, la malattia; o forse anche la malattia e il dolore non si traducono nemmeno più per l'uomo in un grido di pietà, in una implorazione di aiuto; forse l'uomo come una bestia ferita aspetta soltanto la morte. Non lo so. È vero questo: che il mondo sembra deserto da Dio, è vuoto. E non sono meno vuote le anime che credono di credere, e non sono meno vuote le anime che fanno professione di vita religiosa, e non sono meno vuote le anime che pensano di essere vicine a Dio.


Mi diceva un sacerdote che l'esperienza più terribile del suo sacerdozio (era un cappellano di ospedale) è stata quella dell'assoluta impermeabilità dell'uomo a Dio e alla grazia, anche di fronte alla morte. Sono molti gli uomini che non si scuotono più nemmeno per la loro malattia, nemmeno per l'imminenza della morte: è un atto puramente fisico, biologico, si deve subire. L'uomo è ritornato ad essere meno assai di quello che è stato sempre, anche fuori dal Cristianesimo, anche in opposizione al Cristianesimo: nemmeno più uno spirito, nemmeno più un'anima, nessuna luce spirituale lo visita più.

Un certo stoicismo, che è peggiore di ogni peccato, sembra che sia il carattere proprio dell'uomo moderno. Stoicismo che non è l'antico stoicismo: è un'assoluta impermeabilità a tutti i valori. Si accetta la vita così com'è e non si fa più differenza fra il bene e il male, perché non vi è più differenza per l'uomo, dal momento che questo non si impone più nulla, non sceglie più nulla. Si è ridotto davvero all'innocenza dell'animale. Com'era più cristiano, ci sembra, anche l'assassino e il libertino di qualche secolo fa! Il gusto che provava lo scrittore nel descrivere il male, cercando di sollecitare anche gli altri a cadervi è in fondo una testimonianza più alta di quanto non sia per esempio la letteratura moderna, in cui tutto è impassibile, tutto è divenuto una cosa. Le perversioni peggiori a cui l'uomo può abbandonarsi vengono descritte con un tono di impassibilità che fa paura. Credo che nemmeno il demonio sia giunto a tale totale assenza di luce spirituale.


Quello che distingue l'uomo è soprattutto questo: che egli non è un animale che vive, che si lascia vivere. Quello che distingue il cristiano, o piuttosto qualunque uomo religioso, è il senso di un rapporto con Dio, o col mistero se non vogliamo dire Dio; senso di un rapporto che dà all'anima la coscienza viva, dolorosa di un'impotenza, di una colpa, di un peccato e di una condanna.


Quello che distingue l'anima religiosa è il senso del peccato. L'uomo non potrebbe mai vivere dinanzi a Dio senza avere questa coscienza: la coscienza di una sproporzione infinita fra la sua povertà e la santità infinita di Dio. Ma anche più che la sproporzione, il senso di una opposizione radicale: volere o non volere, l'uomo sente sempre che Dio, prima di essere l'Amore che chiama, prima di essere la gioia che inebria, è veramente un fuoco che brucia. Il paralitico almeno desiderava la sua guarigione: ecco il primo appigli che dette quell'anima alla grazia divina. C'era almeno il desiderio in lui di star meglio; c'era dunque un essere e un voler essere qualche altra cosa.

Eccoci all'uomo. È qui. Nel fatto che almeno pienamente non si accetta così com'è e vorrebbe essere altrimenti di quello che è, o almeno desidera di essere diverso. E basta questo perché la grazia trovi un punto in cui innestarsi, e basta questo perché Dio trovi una porta da cui entrare nel cuore dell'uomo.


[SM=g1740771] continua....