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segunda-feira, 28 de dezembro de 2015

Questa distinzione nella Santa Chiesa tra gerarchia e fedeli, governanti e governati, è affermata anche in più di un documento del Concilio Vaticano II

 

Plinio Corrêa de Oliveira
Nobiltà ed élites tradizionali analoghe
nelle allocuzioni di Pio XII al Patriziato ed alla Nobiltà romana


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1. Clero, nobiltà e popolo

Nel Medioevo, la società era costituita da queste tre classi, ciascuna delle quali con incarichi, privilegi e onori speciali.
Al di là di questa divisione tripartita esisteva in quella società una netta distinzione tra governanti e governati, inerente all'intero corpo sociale, soprattutto all'interno di una Nazione. Al governo tuttavia partecipavano non solo il Re, ma anche il clero, la nobiltà e il popolo, ciascuno a suo modo e in proporzione.
Com'è noto, la Chiesa e lo Stato costituiscono entrambi società perfette, distinte l'una dall'altra e ciascuna sovrana nel proprio campo: la Chiesa in quello spirituale e lo Stato in quello temporale.
Questa distinzione non impedisce tuttavia che il clero possa partecipare alla funzione governativa nello Stato. Per capirne il motivo, è bene ricordare brevemente in che consiste la missione specificamente spirituale e religiosa che primariamente lo riguarda.
Dal punto di vista spirituale, il clero è l'insieme di persone alle quali incombe il dovere, nella Chiesa di Dio, di insegnare, governare e santificare; mentre ai semplici fedeli tocca di essere istruiti, governati e santificati. Questo è l'ordinamento gerarchico della Chiesa.
Numerosi sono i documenti del Magistero ecclesiastico che stabiliscono questa distinzione tra Chiesa docente e Chiesa discente. Lo afferma, per esempio, san Pio X nell'Enciclica Vehementer Nos:
“La Scrittura c'insegna, e la Tradizione dei padri ce lo conferma, che la Chiesa è il Corpo Mistico di Cristo, Corpo diretto da Pastori e Dottori - società pertanto di uomini, in cui alcuni presiedono agli altri con pieno e perfetto potere di governare, d'insegnare e giudicare. Quindi è una società per sua natura disuguale; cioè comprende un duplice ordine di persone: i Pastori e il gregge, ossia quelli che sono posti nei vari gradi della Gerarchia e la moltitudine dei fedeli. Questi due ordini sono talmente diversi che soltanto nella Gerarchia risiede il diritto e l'autorità di orientare e dirigere gli associati al fine della società, mentre il dovere della moltitudine sta nel lasciarsi governare e seguire con ubbidienza la direzione di quelli che la reggono”. 34
Questa distinzione nella Santa Chiesa tra gerarchia e fedeli, governanti e governati, è affermata anche in più di un documento del Concilio Vaticano II:
“Se quindi i laici, per disegno divino, hanno Gesù Cristo per fratello (...),così anche hanno per fratelli coloro che, costituiti nel sacro ministero, insegnando, santificando e governando con l'autorità di Cristo, pascono la famiglia di Dio” (Lumen Gentium, § 32).
“I laici cerchino, come gli altri fedeli, di accettare con prontezza e cristiana ubbidienza tutto quanto i sacri Pastori, quali rappresentanti di Cristo, stabiliscono nella Chiesa agendo in quanto maestri e governanti” (Lumen Gentium, § 37).
“Ognuno dei Vescovi, ai quali è stata affidata la cura di ogni chiesa particolare, sotto l'autorità del Sommo Pontefice, in qualità di pastori, ordinari e immediati, pascono le loro pecore in nome del Signore, esercitando su di esse il proprio ufficio di insegnare, santificare e governare” (Christus Dominus, § 11). 35
Per l'esercizio del sacro ministero, spetta al clero innanzitutto la missione eccelsa e specificamente religiosa di provvedere alla salvezza e santificazione delle anime. Questa missione produce nella società temporale - come ha sempre prodotto e produrrà, fino alla consumazione dei secoli - un effetto sommamente benefico. Infatti santificare le anime comporta impregnarle dei principi della morale cristiana e guidarle nell'osservanza della Legge di Dio. Ora, un popolo ricettivo a questa influenza della Chiesa si trova ipso facto predisposto idealmente a ordinare le sue attività temporali in modo da condurle con sicurezza ad un alto grado di abilità, di efficacia e di fioritura.
È celebre l'immagine, delineata da Sant'Agostino di una società in cui tutti i membri siano buoni cattolici. Immaginate - dice - “un esercito costituito da soldati come li forma la dottrina di Gesù Cristo, governatori, mariti, coniugi, genitori, figli, padroni, servi, Re, giudici, contribuenti ed esattori come li vuole la dottrina cristiana! Osino poi [i pagani] dire ancora che questa dottrina è opposta agli interessi dello Stato! Al contrario, bisogna riconoscere senza esitare che essa è una grande salvaguardia per lo Stato, quando viene osservata fedelmente”. 36
In questa prospettiva, toccava al clero porre e stabilire gli stessi fondamenti morali della civiltà perfetta, che è quella cristiana. Pertanto, l'insegnamento e le opere di assistenza e di carità, erano a carico della Chiesa, che svolgeva in tal modo, senza oneri per le casse pubbliche, i servizi abitualmente affidati, negli Stati laici contemporanei, ai Ministeri dell'Istruzione e della Sanità.
Si comprende così perché il clero, per lo stesso carattere soprannaturale e sacro della sua missione spirituale, come anche per i fondamentali ed essenziali effetti del retto esercizio di questa missione sulla società temporale, sia stato riconosciuto come la prima classe della società.
D'altra parte, il clero, essendo nell'esercizio della sua altissima missione indipendente da ogni potere temporale e terreno, è un fattore attivo nella formazione dello spirito, della mentalità della Nazione. Fra clero e Nazione esiste normalmente una vicendevole comprensione, fiducia e affetto che dà al primo possibilità ineguagliabili di conoscere e orientare le aspirazioni, le preoccupazioni, le sofferenze, insomma i sentimenti della popolazione; come pure gli aspetti della sua vita temporale che ne sono inseparabili. Riconoscere al clero diritto di parola e di voto nelle grandi e decisive assemblee nazionali è quindi, per lo Stato, un mezzo prezioso di auscultare i battiti del cuore.
Si comprende così perché, pur mantenendo la sua identità di fronte alla vita politica del Paese, durante la Storia elementi del clero siano stati frequentemente, per il potere politico, consiglieri ascoltati e rispettati, collaboratori validi nell'elaborazione di certe materie legislative e di certi orientamenti di governo.
Ma il quadro dei rapporti tra i clero e il potere politico non si limita a questo.
Il clero non è una società di angeli viventi nel Cielo, ma una società di uomini che, come ministri di Dio, vivono e agiscono in concreto su questa terra. Posto ciò, il clero fa parte della popolazione del Paese; di fronte ai suoi membri ha diritti e doveri specifici. La protezione di questi diritti, il retto compimento di questi doveri sono della massima importanza per entrambe le società perfette, ossia per la Chiesa e per lo Stato. Lo afferma con eloquenza Leone XIII nell'Enciclica Immortale Dei. 37
Tutto questo mostra che il clero si distingue dalle altre componenti della Nazione come una classe sociale perfettamente definita che è parte viva dell'insieme del Paese e, in quanto tale, ha diritto di parola nella vita pubblica. 38
Al clero seguiva, come seconda classe, la nobiltà. Essa aveva essenzialmente un carattere militare e guerriero. Le spettava la difesa del Paese dalle aggressioni esterne e la difesa dell'ordinamento politico e sociale. Oltre a ciò, nelle loro terre, i signori feudali esercitavano contemporaneamente, senza oneri per la Corona, funzioni in qualche modo analoghe a quelle dei presidenti delle Camere, dei giudici e dei commissari di polizia odierni.
Come si vede, queste due classi erano fondamentalmente ordinate al bene comune e, come ricompensa dei loro gravi e specifici incarichi, avevano diritto a onori e vantaggi corrispondenti; fra questi, l'esenzione dalle imposte.
A sua volta, il popolo era la classe dedicata al lavoro produttivo. Erano suoi privilegi il partecipare alla guerra in una misura molto minore che la nobiltà, e, quasi sempre, l'avere l'esclusiva dell'esercizio delle professioni più redditizie, come il commercio e l'industria. I suoi membri non avevano normalmente nessun obbligo speciale verso lo Stato. Essi lavoravano per il bene comune soltanto nella misura in cui ognuno favoriva i suoi legittimi interessi personali e famigliari. Per questo era la classe non favorita da speciali onorificenze e sulla quale ricadeva di conseguenza l'onere delle imposte.
“Clero, nobiltà e popolo”. Questa trilogia fa venire il mente in maniera naturale le assemblee rappresentative che caratterizzavano il funzionamento di molte monarchie del periodo medioevale e dell'Ancien Régime: le Cortes in Portogallo e in Spagna, gli Stati Generali in Francia, il Parlamento in Inghilterra, etc.
In queste assemblee c'era una rappresentanza nazionale autentica che rispecchiava fedelmente l’organicità sociale.
Nell'Epoca dei Lumi, nuove teorie di filosofia politica e sociale cominciarono a conquistare certe classi dirigenti dei Paesi europei. Allora, per effetto di una malintesa nozione di libertà, il Vecchio Continente cominciò ad avviarsi verso la distruzione dei corpi intermedi, la totale laicizzazione dello Stato e della Nazione, e la formazione di società anorganiche, rappresentate da un criterio unicamente quantitativo: il numero dei voti.
Questa trasformazione, che dalle ultime decadi del secolo XVIII si estese fino ai nostri giorni, ha facilitato pericolosamente il fenomeno del decadimento del popolo a massa, così saggiamente descritto da Pio XII.





34 Acta Sanctae Sedis, Romae 1906, vol. XXXIX, pp. 8-9.

35 Sacrosanctum Oecumenicum Concilium Vaticanum II, Constitutiones, Decreta, Declarationes, Typis Polyglottis Vaticanis, 1974, pp. 154, 162,  285.

36 Epist. 138 ad Marcellinum, cap. II, n 15, in Opera Omnia, tomo II, Migne, col. 532.

37 "Ci fu un tempo in cui la filosofia del Vangelo governava gli Stati. In quest'epoca, l'influenza della sapienza cristiana e la sua virtù divina penetravano nelle leggi, nelle istituzioni, nei costumi dei popoli, in tutte le categorie e in tutte le relazioni della società civile. Allora la Religione istituita da Gesù Cristo, solidamente stabilita nel grado di dignità che le è dovuto, fioriva dappertutto, grazie al favore dei prìncipi e dalla legittima protezione dei magistrati. Allora il sacerdozio e l'impero erano legati fra loro da una felice concordia e dall'amichevole scambio di buoni uffici. Così organizzata, la società civile diede frutti superiori a qualsiasi aspettativa, la cui memoria permane e permarrà, consegnata a innumerevoli documenti che nessun artificio dei nemici potrà mai corrompere o oscurare" (Acta Sanctae Sedis, Typis Polyglottae Officinae, Romae 1885, vol. XVIII, p. 169).

38 Un altro aspetto di questa legittima partecipazione del clero nella vita pubblica nazionale fu, al tempo del feudalesimo, l'esistenza di diocesi e abbazie i cui titolari erano, ipso facto e allo stesso tempo, titolari delle rispettive circoscrizioni feudali. Così, per esempio, i Vescovi-Principi di Colonia o di Ginevra, per lo stesso fatto di essere vescovi, indipendentemente dalla loro origine nobile o plebea, erano ipso facto Principi di Colonia o di Ginevra. Uno degli ultimi fra questi fu il soavissimo san Francesco di Sales, insigne Dottore della Chiesa.  Similmente ai vescovi-principi c'erano dignitari ecclesiastici di grado meno eminente di nobiltà, come in Portogallo gli arcivescovi di Braga, che erano allo stesso tempo signori di quella città, e i vescovi di Coimbra che, ipso facto, erano conti di Arganil, per cui usavano correntemente il titolo di vescovi-conti di Coimbra.