Don Divo Barsotti

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sexta-feira, 17 de julho de 2009

Diagnosi e prognosi della catastrofe liturgica postconciliare






Il blog di P. Matias Augé, che talvolta ci onora della sua presenza in questo blog (a sua lode: son pochi i liturgisti che accettino di confrontarsi con i tradizionalisti retrogradi ed ignoranti per definizione), pubblica un lungo articolo di G. Boselli, monaco di Bose, su "Spiritualità e liturgia del ministero presbiterale". Ne riportiamo l'ultima parte. L'interesse del testo è, in particolare, nel fatto che riporta le constatazioni dell'episcopato italiano circa il sostanziale fallimento della riforma liturgica, che ha portato alla più grave e micidiale delle conseguenze: l'interruzione della trasmissione generazionale della fede. Naturalmente, i vescovi constatano questo esito concreto (che è sotto gli occhi di tutti) senza dire una parola contro la sua causa... anzi, siamo ancora ai "tantissimi benefici della riforma liturgica". Quali questi siano a livello effettivo (e non di mera sciacquatura orale di "accesso alla mensa della Parola" e "partecipazione attiva del Popolo di Dio"), si ha però il buon gusto di non precisarlo.

Il testo è interessante laddove riferisce che i vescovi vedono nell'ampia tendenza delle più giovani generazioni a recuperare gli elementi della Tradizione (anzi, del ritorno ai "vecchi formalismi") una spia del fallimento. E su questo siamo d'accordo. Anche se, in realtà, quel "ritorno" non è semplicemente un segno di disagio e un moto inconsulto di reazione (come opinano i vescovi), bensì l'antidoto e la cura della malattia, almeno per quanto si possa curare un malato apparentemente senza speranze.

Nella chiusa dell'articolo, un motivo di speranza: forse un poco di buon senso comincia a riguadagnare terreno dov'esso s'era perduto per quarant'anni.


II. I presbiteri e la trasmissione del senso della liturgia. La liturgia oggi tra stanchezza, tentazione del formalismo e ricerca dello spettacolare.

Da alcuni anni le chiese che sono in occidente, e in tra queste anche la chiesa italiana, hanno preso coscienza che negli ultimi decenni è venuta creandosi una certa frattura nella trasmissione della fede. Si constata che tra la generazione che ha vissuto il passaggio decisivo del Concilio e la generazione dei credenti nati a riforma conciliare avvenuta vi è un vuoto che ha in parte pregiudicato la trasmissione dei contenuti essenziali della fede. Questo spiega, almeno in parte, la ragione per cui molte chiese locali in Italia hanno scelto in questi ultimi anni di lavorare sul tema dell’educare alla fede, specie i più giovani. Una scelta che indica la necessità di rimediare alla mancata trasmissione della fede e, al tempo stesso, la volontà di riavviarla.

All’interno di questo quadro complessivo i vescovi italiani, nei già citati orientamenti pastorali affermano, come abbiamo visto, che oggi uno dei principali problemi è il venir meno della trasmissione del vero senso della liturgia cristiana. Questo tentativo di analisi della vita della liturgia oggi prenderà le mosse su questa valutazione che, in quanto offerta dai vescovi, possiede un alto valore ecclesiale e un’indiscutibile autorevolezza. Scrivono i vescovi: “Nonostante i tantissimi benefici apportati dalla riforma liturgica del concilio Vaticano II, spesso uno dei problemi più difficili oggi è proprio la trasmissione del vero senso della liturgia cristiana. Si costata qua e là una certa stanchezza e anche la tentazione di tornare a vecchi formalismi o di avventurarsi alla ricerca ingenua dello spettacolare. Pare, talvolta, che l’evento sacramentale non venga colto. Di qui l’urgenza di esplicitare la rilevanza della liturgia quale luogo educativo e rivelativo, facendone emergere la dignità e l’orientamento verso l’edificazione del Regno. La celebrazione eucaristica chiede molto al sacerdote che presiede l’assemblea e va sostenuta con una robusta formazione liturgica dei fedeli. Serve una liturgia insieme seria, semplice e bella, che sia veicolo del mistero, rimanendo al tempo stesso intelligibile, capace di narrare la perenne alleanza di Dio con gli uomini”(n. 49).

I vescovi italiani rilevano anzitutto come spesso, soprattutto alle giovani generazioni, non è stato trasmesso il significato della liturgia, il suo vero senso [ma il problema è proprio questo: la liturgia moderna, sia ciò colpa del nuovo messale o dei suoi applicatori, questo senso non solo non lo esprime, ma non sa più qual è. Prima, il senso era chiaro: pregare Dio, attraverso l'oblazione perfetta di Suo Figlio, per gli innumerevoli peccati nostri, di chi ci circonda e di tutti i cristiani vivi e defunti, confidando nell'amore misericordioso inesauribile della SS. Trinità. Ora invece, che senso ha la Messa? Fare festa e "condivisione comunitaria" perché tanto "Dio ci ama" - secondo il corrente gergo parrocchiale? Ma per far qualcosa di così banale, ci sono modi infinitamente più divertenti che perder tempo ad ascoltare il "presbitero"]. Questo rilievo deve interrogare profondamente la cosiddetta “pastorale giovanile” condotta in questi ultimi decenni. A cosa sono stati educati i giovani se non si è riusciti ad educarli anche al vero senso della liturgia? Quali liturgie sono state loro proposte e fatte vivere al punto da non aver acquisito il vero senso della liturgia? Il vero senso della liturgia, infatti, non è trasmesso anzitutto da insegnamenti sulla liturgia, ma lo si acquisisce in primo luogo dalle liturgie che si vivono e si celebrano ordinariamente, domenica dopo domenica nelle comunità cristiane di appartenenza.

Come conseguenza diretta della mancata trasmissione del vero senso della liturgia alle generazioni più recenti, i vescovi colgono “una certa stanchezza” delle nostre liturgie. Una stanchezza reale, che si manifesta in una sorta di routine, di un fare perché deve essere fatto, perlopiù senza convinzione e passione. Una prima reazione alla stanchezza mal vissuta proprio dai più giovani è “la tentazione di tornare a vecchi formalismi”, quelli che la riforma liturgica conciliare ha inteso superare. Spesso i giovani, e tra questi quelli che hanno più attenzione e passione per la liturgia (in particolare i seminaristi e i novizi) sembrano avere nostalgia di un passato che in realtà essi neppure conoscono, in quanto non lo hanno mai vissuto. Hanno nostalgia di quella liturgia che i loro padri e le loro madri subivano perché del tutto incomprensibile, lontana dalle loro attese e dalle loro esigenze e che, con il sopraggiungere della riforma liturgica conciliare, hanno salutato senza il minimo rimpianto. La tentazione di tornare ai vecchi formalismi è il segnale non solo che qualcosa non ha funzionato nella recezione e nella trasmissione della riforma liturgica conciliare, ma soprattutto che qualcosa oggi non va nel modo di comprendere, vivere e celebrare la liturgia. Se la liturgia non è correttamente compresa, vissuta e celebrata anche la sua vita è in qualche modo compromessa e alterata. Desiderare il passato è di chi è insoddisfatto dell’oggi, di chi riceve dall’attuale modo di celebrare poco o nulla per la sua vita di fede. Forse sono stati rinnovati i riti, ma il modo di vivere e di comprendere la liturgia è rimasto quello del preconcilio. In tal caso, si dovrebbe applicare alla riforma liturgica un detto della tradizione rabbinica: “Per Dio è stato più facile far uscire gli ebrei dall’Egitto che l’Egitto dagli ebrei” [questo punto è un'analisi miope! Non è la comprensione dei fedeli che è rimasta "a quella del preconcilio". E' la nuova liturgia che, avendo perso il senso di ciò che deve trasmettere, non offre più granché alla comprensione. E non diciamo nulla del peccato di superbia sotteso a quella similitudine, di chi crede di aver fabbricato la Terra promessa liturgica per far uscire la Chiesa da 2000 anni di schiavitù!].

Vi è tuttavia un altro modo per reagire alla stanchezza, scrivono i vescovi, ed è quello di “avventurarsi alla ricerca ingenua dello spettacolare”. Lo spettacolare, ovvero, la liturgia come spettacolo, come fenomeno di attrazione, coinvolgimento ed esaltazione. Lo spettacolare ha come suo fine quello di far vivere emozioni forti, sensazioni intense, quello di esaltare gli affetti a scapito dell’interiorità, della razionalità, del silenzio, e soprattutto della povertà e semplicità di mezzi e di segni di cui da sempre la liturgia cristiana è fatta: un pezzo di pane, un sorso di vino, la solita gente della mia comunità, il mio prete, la mia chiesa di paese e le liturgie che in essa si celebrano, che non hanno davvero nulla di spettacolare. Occorre domandarsi se anno dopo anno, giornata mondiali dopo giornata mondiali, raduno nazionale dopo raduno nazionale, evento dopo evento, i giovani non sono stati troppo abituati e dunque educati solo a liturgie spettacolari, liturgie di massa, emozionanti ed esaltanti, certamente cristiane nella sostanza ma non nello stile e nella forma. Occorre ricordare che nella liturgia ciò che è spettacolare incanta gli occhi di tutti ma non converte il cuore di nessuno. Cedere alla spettacolarità significa cedere alla mondanità perché nel cristianesimo l’essenziale è e resta invisibile [l'osservazione è condivisibile, se si precisa tuttavia che c'è una spettacolarità mondana che non trasmette alcun contenuto pregnante di fede ma, magari, scimmiotta moduli da show televisivo o sportivo - pensiamo alle ole o ai battimani di certe messe da stadio, o anche parrocchiali - e la sacra rappresentazione che, pur nel fascino e nella ricercatezza delle forme, magari tale da ingenerare una sorta di sindrome di Stendhal, esprime comunque una simbologia di fede percepita come tale, facilmente comprensibile e quindi veramente mistagogica: l'esecuzione liturgica di una Messa di Mozart, lungi dall'essere spettacolarizzazione deteriore, è espressione di una Bellezza di universale comprensione che, platonicamente, evoca e rimanda al Sommo Bene].

Per i vescovi questa è la situazione attuale: il venir meno della trasmissione del vero senso della liturgia. Il rischio reale è il formalismo e la spettacolarità, mentre la via da loro indicata è la riscoperta della serietà, della semplicità e della bellezza della liturgia. Per i vescovi, infatti, il solo antidoto al formalismo e alla spettacolarità è “una liturgia insieme seria, semplice e bella che sia veicolo del mistero”. Per essere “veicolo del mistero” la liturgia oggi deve ritrovare serietà, semplicità e bellezza [ma deve anche, primariamente, ritrovare un senso e un significato. Con quello, ritroverà anche serietà, sobria bellezza e simbolismo efficace: si pensi all'efficacia simbolica di un gesto semplice come la comunione in ginocchio]. La liturgia ha bisogno di ritrovare queste tre caratteristiche affinché alle giovani generazioni e a quelle future sia data la reale possibilità di conoscere il vero senso della liturgia cristiana.

La liturgia domani: più interiore e contemplativa. Oggi, a più di quarant’anni dal concilio e con davanti anni certamente impegnativi e decisivi per il futuro del cristianesimo in occidente, i presbiteri dovranno anzitutto saper cogliere maggiormente e rispondere adeguatamente a un bisogno che i credenti oggi manifestano qua e là, spesso in modo ambiguo e disarticolato, così da richiede una grande capacità di discernimento e intuizione spirituale e pastorale. Il bisogno spesso manifestato è quello di trovare nella liturgia un’atmosfera più orante e più meditativa. In altri termini, il desiderio di una liturgia contemplativa che accordi il primato all’interiorità e all’interiorizzazione, ovvero dell’appropriazione personale da parte del cristiano di ciò che si dice e si fa nell’azione liturgica. Potremmo dire una liturgia più spirituale e meno conviviale. Più contemplativa e meno festaiola. Dove vi siano meno parole e più Parola. Meno segni improvvisati e più significati compresi. “Incontrarsi per fare festa” sembra essere stato dal Concilio ad oggi lo slogan liturgico per eccellenza. L’autentica festa liturgica cristiana è anzitutto interiore, silenziosa, pacata e sobria, perché è festa della fede. Attenzione, parlare di festa interiore, di interiorizzazione e di interiorità non significa in alcun modo auspicare un ritorno all’intimismo e tanto meno al rifiuto e al disprezzo verso quella insostituibile manifestazione corporale e sensibile che la liturgia necessariamente implica. Al contrario, rilevare il bisogno di una liturgia più contemplativa significa invece recuperare il primato dell’interiorità che forse un mal compreso ed eccessivo accento posto sull’esteriorizzazione ha inavvertitamente posto in ombra.

A questo fine, nei prossimi anni sarà necessario ripensare profondamente il concetto di “partecipazione attiva” che resta certamente un’acquisizione fondamentale e irrinunciabile del Concilio, un punto di non ritorno. In questi ultimi decenni, sulla base di un’errata interpretazione della partecipazione attiva, si è forse troppo insistito sull’esteriorizzazione nella liturgia. che privilegiava la necessità di esprimere i sentimenti, di manifestare le emozioni nella ricerca di un clima per lo più di incontro e di festa. Oggi si avverte, o forse si riscopre, che la liturgia prima di essere la somma delle emozioni di un gruppo umano è anzitutto “interiorizzazione”, ovvero accoglienza di una Parola che convoca l’assemblea, la nutre al fine di permetterle di vivere di ciò che ha ricevuto. La celebrazione liturgica dovrà sempre più divenire per il cristiano spazio di contemplazione, tempo di interiorizzazione, ovvero esperienza della liturgia come ascolto della Parola, come preghiera, come reale incontro con Dio. Al termine di una celebrazione eucaristica domenicale i cristiani dovrebbero dire in cuor loro: abbiamo vissuto un’esperienza spirituale.

Torna qui la necessità dell’interiorizzazione sulla quale ci siamo già lungamente soffermati. Compito primario del presbitero sarà quello di porre l’interiorizzazione al cuore della liturgia, perché, ripetiamolo ancora, se il senso dei testi e dei gesti liturgici non è interiorizzato da chi partecipa alle liturgie, questi testi e questi gesti non diventeranno mai il nutrimento del cristiano e non saranno in grado di formare la sua identità profonda di credente.

Oggi questa esigenza di interiorità è espressa soprattutto dai giovani credenti seri e motivati che ricercano, in modi forse disarticolati ma veri, una relazione più interiore con Dio. Questo, il più delle volte, dicono di non trovarlo nelle liturgie ordinarie. Ci basti qui soffermarci a riflettere su un fenomeno che sta davanti agli occhi di tutti: il ritorno dell’adorazione eucaristia soprattutto tra i giovani. La preghiera di adorazione dell’eucaristia, che di sua natura stabilisce un rapporto sacramentalmente mediato con Dio ed ecclesialmente istituito, è un sintomo inequivocabile della domanda di un liturgia orante, meditativa, silenziosa, con poche parole se non quelle necessarie.

Oggi si assiste ad un vero e proprio paradosso: quei giovani ai quali si propongono liturgie spettacolari e celebrazioni di massa, in realtà sono alla ricerca di una maggiore interiorizzazione della relazione con Dio anche attraverso una liturgia più contemplativa. I presbiteri sono per primi chiamati a interpretare, dare risposta a questo segnale proveniente soprattutto dai giovani. Questo lavoro di discernimento richiede anche vigilanza, educazione che significa anche correzione. In ogni caso, la risposta a questa domanda appare inderogabile, diversamente per le prossime generazioni di cristiani l’alternativa sarà una vita spirituale extraliturgica che plasmerà cristiani senza liturgia. I presbiteri si troveranno così a fare i conti e a gestire una nuova forma di devotio, in questo caso non più moderna ma una devotio post-moderna. Un segno, talvolta preoccupante, di questa nuova forma di devotio è l’attuale esaltazione, anche da parte di teologi e liturgisti, dei sentimenti, degli affetti e delle emozioni, ai quali i giovani sono molto sensibili. La conoscenza e l’intelligenza umana sono certamente abitate da una componente affettiva ed emozionale. Una componente certo necessaria anzi indispensabile dell’esperienza umana. Tuttavia occorre vigilare attentamente all’esaltazione del sentimento e dell’emotività a scapito dell’interiorizzazione, dell’intelligenza spirituale e della fatica dell’appropriazione personale dei contenuti e dei significati della liturgia. La liturgia cristiana pur non esaurendosi nella razionalità è pur sempre un loghiké latreian, un culto secondo ragione (cf. Rm 12,1). I facili sentimenti e gli affetti superficiali, a lungo andare, non nutrono la vita del credente che invece ha bisogno del cibo solido della parola di Dio e dell’eucaristia, i quali costituiscono il nutrimento del cristiano. La liturgia cristiana è molto raramente e solo in situazioni straordinarie fonti di emozioni forti. Chi frequenta con regolarità l’eucaristia domenicale, domenica dopo domenica, anno dopo anno, per una vita intera, non cerca l’emozione forte, ma la consolazione profonda capace di rinsaldare e fortificare una fede spesso messa alla prova. Cerca la speranza certa che viene dal perdono dei propri peccati. Cerca la fede salda che viene dalla parola dell’evangelo e, infine, cerca la carità sincera che viene dalla comunione al corpo di Cristo. Chi prega la liturgia delle ore più volte al giorno conosce la fatica della fedeltà e sa che quell’intima consolazione dello Spirito è dono raro da accogliere dopo aver sperimentato tanta aridità e tanta stanchezza.

In questa situazione i presbiteri sono chiamati a riacquisire il valore dell’interiorizzazione del contenuto della liturgia, unita alla riscoperta di un’atmosfera più orante e contemplativa come condizione, certo non unica ma fondamentale, affinché la liturgia possa continuare ad essere luogo di trasmissione della fede.

Conclusione. Occorre allora essere abitati dalla consapevolezza del ruolo decisivo sebbene non esclusivo della liturgia nell’educazione alla fede e nella trasmissione della fede oggi, nella consapevolezza che la prima pratica della fede è la preghiera. Oggi la pastorale ordinaria fatica a comprendere che la liturgia è l’azione più efficace di qualunque altra attività che la chiesa possa intraprendere, allora occorre rileggere ancora una volta il n. 7 della la Sacrosanctum concilium: “Ogni celebrazione liturgica … è actio sacra per eccellenza e nessun’altra azione della Chiesa ne uguaglia l’efficacia allo stesso titolo e allo stesso grado” (n.7). Giungere a credere che la liturgia è l’azione più efficace della chiesa e per questo l’azione più efficace dello stesso ministero presbiterale richiede un serio cammino di conversione individuale e comunitaria, umana e pastorale al tempo stesso. Sono oltremodo convinto che i presbiteri delle chiese che sono in Italia abbiano oggi più di ieri le capacità, le possibilità e gli strumenti per percorrere questo cammino di conversione personale ed ecclesiale.
fonte:messainlatino.it