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sexta-feira, 16 de janeiro de 2015

“Inseguire il mondo non paga” Eppure c’è chi nel mondo cattolico propone con più o meno santa ingenuità le ricette ‘aperturiste’ non certo estranee a tale situazione, sempre più preoccupante


PROTESTANTESIMO STORICO EUROPEO: CIFRE ALLARMANTI - di GIUSEPPE RUSCONI –www.rossoporpora.org 
15 gennaio 2015

Alcuni dati statistici costringono (purtroppo) a chiedersi se il protestantesimo storico europeo (in particolare luterani e calvinisti) non rischi di diventare minoranza irrilevante.  
Analogo il caso anglicano. Eppure c’è chi nel mondo cattolico propone con più o meno santa ingenuità le ricette ‘aperturiste’ non certo estranee a tale situazione, sempre più preoccupante. ( Sottolineatura nostra N.d.R.)


Premessa: quando si cerca di quantificare il numero dei ‘protestanti’ in Europa (e anche nel resto del mondo), si presentano subito difficoltà non minime, derivate prima di tutto dal fatto che nel mondo originato dalla Riforma protestante del XVI secolo si muovono – oltre alle ‘sigle’ storiche connotate dal nome del loro fondatore (luterani, calvinisti) – le tante altre denominazioni nate in secoli successivi, come ad esempio i battisti, i metodisti, i mormoni.
Non solo: più recente è il diffondersi dei pentecostali e di tutta una miriade di sigle che si rifanno a un protestantesimo ‘libero’,‘evangelico’, di risveglio’. 
Sono del resto queste ultime che stanno dilagando in America latina, strappando milioni di fedeli al cattolicesimo. 
Ciò detto, i numeri che troverete nel prosieguo dell’articolo e che riguardano il protestantesimo europeo, sono riferiti sostanzialmente a luterani e calvinisti, con l’aggiunta – per l’Inghilterra – degli anglicani.
Negli ultimi anni (e negli ultimi mesi in particolare) si sono levate dall’area cattolica (o che tale si definisce) voci che – in riferimento soprattutto ai grandi temi antropologici dell’attualità – auspicano che la Chiesa di Roma si adegui al cosiddetto progresso internazionale in materia proprio come ha fatto buona parte del mondo protestante. 
E’ noto che la maggioranza dei luterani dell’Europa settentrionale (raggiunti negli ultimi mesi anche dagli anglicani della Chiesa d’Inghilterra) si è schierata in favore del riconoscimento dei cosiddetti “matrimoni omosessuali”.  
Del sacerdozio ed episcopato femminile. 
Dell’ordinazione di sacerdoti e vescovi omosessuali.  
Di tanti tra i ‘nuovi diritti’ in materia di inizio e fine vita. 
Ha subito senza fiatare l’imposizione dell’ideologia del gender  nelle scuole. 
Ma tale adeguarsi, tale piegarsi alle ‘esigenze’ della secolarizzazione più spinta ha forse comportato effetti positivi sulla vitalità del protestantesimo europeo?
Per rispondere ci serviamo dei numeri, attingendo ai dati statistici fornita in larga parte dalle stesse Chiese nazionali protestanti. 
Incominciamo dalla Germania, patria di Lutero. 
Dopo la riunificazione, nel 1990, i protestanti erano 29,4 milioni (il 36,9%) della popolazione; nel 2004 erano scesi a 26,2 milioni (31, 5%) e nel 2013 a 23,3 milioni (29%). 
Nel 1990 i cattolici erano 28,5 milioni (35,4%), nel 2013 24, 2 milioni (30%). 
Dal 2004 al 2013 i battesimi protestanti sono passati da 236mila a 187mila, le confirmazioni da 272mila a 227mila, i matrimoni da 59mila a 49mila. 
Nello stesso lasso di tempo la partecipazione al culto domenicale è scesa dal 4 al 3,5%.
Veniamo alla Svizzera di Zwingli, Calvino e Forel  (artefici della Riforma rispettivamente a Zurigo, Ginevra e Neuchatel). 
Nel 1970 i protestanti erano il 48,8 % della popolazione e superavano di un paio di punti i cattolici. 
Nel 2000 erano scesi al 33,9%, nel 2013 al 26,9%. 
Calo anche per i cattolici – ma in percentuale minore, pur se preoccupante -  passati dal 46,7% del 1970, al 42,3% nel 2000, al 38,2% del 2013. 
E’ anche interessante notare che ormai i protestanti non sono più al primo posto né a Zurigo né a Ginevra né a Basilea né a Losanna né a Neuchatel, sorpassati dai cattolici e/o dai non credenti. 
Altra constatazione statistica: nel 2012 il protestantesimo in Svizzera ha registrato più abbandoni del cattolicesimo (come del resto in Germania): un dato che si ritrova in tutta la Confederazione, ad eccezione del territorio corrispondente alla diocesi di Coira (che comprende Zurigo), dove la situazione in campo cattolico è assai conflittuale.
Un  caso molto significativo è quello dell’Olanda: lì i protestanti, che nel 1971 erano il 35,9% della popolazione, nel 2010 erano scesi al 15,6% (i cattolici dal 40,4 al 24,5%). 
Quando nel 2004 le tre principali denominazioni protestanti si unirono (calvinisti ortodossi, calvinisti moderati, luterani), il gregge comprendeva oltre 2.400.000 pecorelle. Oggi ne restano meno di 1.800.000. 
Da notare che l’Olanda è stata la prima nazione al mondo a riconoscere i cosiddetti “matrimoni gay”; ed è tristemente pure alla cosiddetta avanguardia in materia di fine vita, insieme con il Belgio, Paese ex-cattolico.
Andiamo adesso in Scandinavia
Lì troviamo altri avanguardisti in materia dei cosiddetti “nuovi diritti”. 
Come l’Olanda (però calvinista) anche Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia sono storicamente Paesi protestanti (perlopiù luterani). Formalmente sono tutti Paesi in cui il protestantesimo è ben radicato, con maggioranze ancora massicce, oltre l’80%. 
Tuttavia da inchieste demoscopiche recenti si scopre poi che in Svezia i non credenti raggiungono il 45% e in Norvegia il 33%. In Svezia e Norvegia già nel 2008/2009  il Parlamento ha riconosciuto i cosiddetti ‘matrimoni gay’, in Danimarca nel 2012, in Finlandia (il Paese scandinavo più ‘conservatore’) in questi mesi. 
E proprio in Finlandia la decisione parlamentare di riconoscere tali “matrimoni”, presa lo scorso 28 novembre con 102 voti contro 95, ha provocato una forte spaccatura all’interno del mondo luterano, il cui responsabile si è felicitato per il risultato. 
In pochi giorni oltre 13mila protestanti hanno abbandonato la loro comunità ecclesiale, senza contare che l’appoggio ufficiale del vertice luterano alla decisione ha complicato di molto il dialogo ecumenico con cattolici e ortodossi.
E gli anglicani
Partiamo dai numeri, crudi. In Gran Bretagna nel 1983 gli anglicani rappresentavano il 40% della popolazione britannica, nel 2012 il 20% (cattolici dal 10% al 9%). 
Piccolo ripasso di storia: nel 1993 viene introdotto il sacerdozio femminile, nel 2006 si decide che l’episcopato femminile è teologicamente giustificato. 
Come reazione, 3 vescovi e una cinquantina di sacerdoti anglicani, oltre a centinaia di fedeli, chiedono di aderire alla Chiesa cattolica, ciò che si concretizza nel 2011. 
E’ del luglio 2014 il ‘sì’ definitivo alle donne-vescovo da parte del Sinodo della Chiesa d’Inghilterra (confermato dai due rami del Parlamento britannico). 
Da anni poi nella Chiesa anglicana si discute dell’ordinazione di preti e vescovi omosessuali e della benedizione di coppie dello stesso sesso. 
Nel gennaio 2013 si annuncia la disponibilità a consacrare vescovi anche preti omosessuali. In un discorso del luglio seguente a York l’ arcivescovo anglicano di Canterbury, Justin Welby, evidenzia poi che “sarebbe assurdo e impossibile” ignorare i cambiamenti nella società. 
Perciò “bisogna aprirsi agli omosessuali”. 
Ciò non significa automaticamente essere favorevoli ai cosiddetti “matrimoni gay” (Welby si è sempre dichiarato piuttosto contrario) e tuttavia è doveroso che anche nelle cinquemila scuole cattoliche del Regno si introducano programmi “contro l’omofobia”. 
Nel novembre 2013 la Chiesa d’Inghilterra permette la benedizione di coppie omosessuali in chiesa. 
Intanto la partecipazione al culto domenicale è scesa  negli ultimi vent’anni da 1,2 milioni di fedeli a 800 mila, meno dei cattolici che abitualmente assistono alla santa messa.  
Dalla lettura delle cifre che abbiamo dato sorge prepotente una domanda: è proprio il caso di assecondare – come hanno fatto molte comunità ecclesiali del mondo protestante – il relativismo imperante di tipo ideologico-economico, snaturando la propria identità nel tentativo di recuperare i fedeli smarriti?  
Al di là di ogni altra considerazione ci sembra che le cifre parlino. 
Inequivocabilmente.
P.S. L’articolo appare in versione cartacea sul mensile cattolico “Il Timone” di gennaio 2015, sotto il titolo: “Inseguire il mondo non paga”. .