NOVO MOVIMENTO LITÚRGICO MISSA GREGORIANA EM PORTUGAL      http://3.bp.blogspot.com/-W-4uVf9h5Xc/Tc_Gol9vCwI/AAAAAAAAR_o/WN-tod4VGV0/s1600/brandmuller%2Bxi.JPG

terça-feira, 7 de dezembro de 2010

Mons. Gilles Wach, Fundador y Prior General del Instituto Cristo Rey Sumo Sacerdote, ha visitado nuestra ciudad (Córdoba) durante los días 4 y 5 de diciembre de 2010 con objeto de mantener contacto con los fieles seguidores de la Liturgia Tradicional.

Napoli: le foto della Messa in EF ai Gerolamini. Per l’Immacolata si replica.

 
NAPOLI – Grazie ad Antonio ecco alcune foto della S. Messa solenne celebrata domenica 28 Novembre, alle ore 12:00, presso la Chiesa dei Gerolamini a Napoli. Grazie a Dio, la Chiesa era piena! Si ricorda inoltre che Mercoledì 8 dicembre, presso la medesima Chiesa dei Gerolamini, in via Duomo 142, alle ore 18:00 sarà celebrata ancora la S. Messa cantata nella forma straordinaria per la solennità dell’Immacolata, preceduta, alle 17:30, dai Vespri sempre nella forma straordinaria.

Roberto de Mattei ,"Concilio Vaticano II: una storia mai scritta". Ai nostri giorni le conseguenze del Vaticano II sono tanto notevoli che lo stesso Benedetto XVI di fronte alla «auto-distruttiva realtà post-conciliare» (p. 11) ha ammesso il caos provocato dal Concilio, paragonandolo ad una battaglia navale combattuta durante una tempesta notturna (riprendendo un’immagine di San Basilio a proposito del periodo successivo al Concilio di Nicea del 325) e sostenendo che durante i lavori si sia passati «dall’autocritica all’autodistruzione» (p. 12), come aveva del resto già scritto Paolo VI. Durante i lavori e – va aggiunto – soprattutto nel periodo successivo, quello dell’applicazione.

 

Affrontare il tema del Concilio Vaticano II è un lavoro complesso: al di là della narrazione delle vicende dell’assise vescovile, durata dall’11 ottobre 1962 all’8 dicembre 1965, è fondamentale considerare l’evento nel suo quadro storico, tenendo conto del periodo in cui si svolse (la guerra fredda) e di quello in cui espresse le proprie conseguenze (la contestazione del Sessantotto).

L’ampio e denso saggio (oltre 600 pagine e 2400 note) di Roberto de Mattei, Presidente della Fondazione Lepanto e docente di Storia della Chiesa presso l’Università Europea di Roma, affronta il Concilio non da un punto di vista teologico, ma storico, approfondendo il periodo precedente, analizzandone lo svolgimento e considerandone le conseguenze (Il Concilio Vaticano II. Una storia mai scritta, Lindau, Torino 2010, p. 630, € 38). Un approccio scrupolosamente storico, quindi, e una storia “mai scritta”, come indica il sottotitolo, proprio perché intende ordinare, comprendere e narrare le vicende del Concilio «in una filosofia della storia che, per lo storico cattolico, è innanzitutto una teologia della storia» (p. 23).

Perciò de Mattei apre il suo saggio ripercorrendo le vicende del modernismo, eresia sempre presente (come una sorta di “fiume carsico”, secondo l’efficace immagine proposta) nella Chiesa del XX secolo, che l’azione di San Pio X poté mettere allo scoperto, ma non, evidentemente, debellare. Durante il pontificato di Pio XII il modernismo riaffiorò sotto la triplice specie dei movimenti biblico, liturgico ed ecumenico e sferrò il suo attacco all’ala “conservatrice” della Curia durante il Conclave che nel 1958 elesse Giovanni XXIII, considerato, assieme a colui che sarebbe divenuto il suo successore, Giovanni Battista Montini, esponente dell’ala “progressista”.

A soli tre mesi dall’elezione il nuovo Papa propose il Concilio, quasi a sorpresa poiché l’ipotesi era stata presa in considerazione dai due suoi predecessori, ma era stata scartata per evitare una contrapposizione e l’inevitabile, conseguente scontro tra le due anime (conservatrice e progressista) della Chiesa. Di conseguenza suscitò non poco stupore la decisione di Giovanni XXIII – che stupì innanzitutto lui stesso – di indire il Concilio: questo sarebbe dovuto essere “ecumenico”, nel senso di aperto a tutti i vescovi (circa tremila) dell’ecumene cattolico, ma non anche a rappresentanti di altre religioni; curiosamente, nel corso dei lavori, a prevalere fu proprio il rispetto verso le altre fedi, ad esempio con la vittoria dei “minimalisti” sui “massimalisti” in questioni mariane (i “massimalisti” non riuscirono a far proclamare Maria “Mediatrice di tutte le grazie” come avrebbero voluto) e con l’inizio delle ammissioni di colpe e delle conseguenti richieste di perdono ai “fratelli separati”, inaugurate da Paolo VI ed espresse in maniera ambigua, cioè senza distinguere chiaramente tra Chiesa (infallibile) e uomini di Chiesa (ovviamente fallibili), instillando di conseguenza nei fedeli il dubbio che anche la Sposa di Cristo potesse sbagliare.

Altra grave anomalia del Concilio, soprattutto tenendo conto di quelli che erano stati i “vota” preparatori, fu la mancata condanna del comunismo, apparentemente per ragioni di opportunità politica, ma senza tenere conto che il silenzio del Concilio su un problema di tale portata sarebbe equivalso nella mente dei fedeli «ad una tacita abrogazione di tutto quanto gli ultimi Sommi Pontefici [avevano] detto e scritto contro il Comunismo» (p. 496).

Dopo aver analizzato le vicende dei lavori conciliari, in cui il ruolo “assembleare” divenne sempre maggiore, de Mattei passa in rassegna alcuni eventi post-conciliari, quasi una diretta conseguenza dell’assise vescovile: in particolare la separazione da Roma della Chiesa olandese (quella che aveva espresso un Nuovo Catechismo olandese in forte contrasto con quello ufficiale, per non dire eretico) e l’aperta contestazione, non più da parte di soli teologi, ma anche di membri dell’episcopato, dell’enciclica montiniana Humanae vitae.

Il Concilio viene paragonato, per la sua portata nella vita ecclesiale, alla Rivoluzione francese: i cambiamenti introdotti furono (e sono tuttora), in effetti l’equivalente della rivoluzione dei costumi del ’68, se non di quella francese del 1789. Ed inquietante è il parallelo che sembra venir fuori dalle pagine di Roberto de Mattei, che rileva come la riforma attuata dal Concilio sembri ripercorrere alcuni passi della Rivoluzione francese: una fase preparatoria con i “vota” dei Cardinali che ricordano i cahiers de doléance dell’Ancien Régime; i lavori conciliari come gli Stati Generali che si trasformano in Assemblea Costituente, stravolgendo i presupposti di rinnovamento nella continuità; l’attacco ai tradizionalisti, costretti per obbedienza al Papa a firmare anche i documenti che avevano combattuto, sui quali si esercitò una sorta di terrorismo psicologico che sarebbe durata a lungo.

Ai nostri giorni le conseguenze del Vaticano II sono tanto notevoli che lo stesso Benedetto XVI di fronte alla «auto-distruttiva realtà post-conciliare» (p. 11) ha ammesso il caos provocato dal Concilio, paragonandolo ad una battaglia navale combattuta durante una tempesta notturna (riprendendo un’immagine di San Basilio a proposito del periodo successivo al Concilio di Nicea del 325) e sostenendo che durante i lavori si sia passati «dall’autocritica all’autodistruzione» (p. 12), come aveva del resto già scritto Paolo VI. Durante i lavori e – va aggiunto – soprattutto nel periodo successivo, quello dell’applicazione.

Infatti i documenti elaborati dal Concilio sono meno innovatori di quella che è stata la loro applicazione ed esiste una evidente discrepanza tra “documenti del Concilio” e “spirito del Concilio”. I primi (che pochi hanno letto) sarebbero infatti il frutto di compromessi per raggiungere l’unanimità; lo spirito (che invece tutti ben conoscono) ha successivamente cercato di andare ben oltre quanto attestato nei documenti per esprimere (sono parole dell’attuale Pontefice) una «intenzione profonda, sebbene ancora indistinta» (p. 13n) del Concilio. Dal che si deduce che mancò una vera maggioranza o almeno una maggioranza tanto ampia da far approvare senza modifiche i documenti proposti: solo in un secondo tempo, quando si trattò di applicare il Concilio, anziché la “lettera” venne appunto proposto – se non imposto – lo “spirito”.

E che l’interpretazione di tale “spirito” abbia travalicato anche le aspettative di un Pontefice aperto alle innovazioni come Paolo VI, è testimoniato dal suo famoso riferimento al “fumo di Satana”. Notevole il particolare ambito in cui uscì con tale espressione, cioè l’omelia della festa dei santi Pietro e Paolo, il 29 giugno 1972: nella ricorrenza dell’Apostolo di cui era successore, il Pontefice stava parlando appunto della situazione della Chiesa, quando affermò esplicitamente «di avere la sensazione che da qualche fessura sia entrato il fumo di Satana nel tempio di Dio» (p. 556).

Va inoltre sottolineato come la maggior parte dei fedeli non abbia una conoscenza diretta dei documenti redatti, ma conosca il Concilio attraverso la rappresentazione fornita dai media. Ed in effetti già i contemporanei colsero il carattere eccezionale del Concilio parlando di «svolta storica», di «fine della Controriforma», «del Medioevo» o «dell’era costantiniana», a seconda dei punti di vista (p.19).

Inoltre, uno degli aspetti più evidenti della distorsione legata al Vaticano II è la percezione di un suo inesistente “primato” sugli altri venti precedentemente celebrati, come se li abrogasse e sostituisse tutti: dovrebbe essere invece il contrario, poiché fu solo pastorale e non dottrinale, come ricorda uno dei suoi più validi studiosi, mons. Brunero Gherardini, sottolineando che «le sue dottrine, non riconducibili a precedenti definizioni, non sono né infallibili, né irreformabili, e dunque nemmeno vincolanti; chi le negasse non per questo sarebbe formalmente eretico. Chi poi le imponesse come infallibili ed irreformabili andrebbe contro il Concilio stesso» (p. 15).

Tornando alla storia – e lasciando, quindi, ad altri l’interpretazione teologica – del Concilio, Roberto de Mattei specifica che distinguere tra dimensione teologica e dimensione storica, quella che ha inteso affrontare, non significa separare: certo rimane il problema che l’ermeneutica della continuità rischia di rimuovere, assieme ad una concezione teologica che ritiene errata, quasi anche il fatto storico di cui si discute, ignorandolo e di fatto lasciandone la ricostruzione agli studiosi vicini all’ermeneutica della discontinuità. Per questo la Storia del Concilio edita da Lindau è una “storia mai scritta”, non tanto e non solo per le nuove testimonianze, quanto per l’inedita interpretazione e metodologia d’indagine. (G.d.A.)
CR n.1169 del 4/12/2010

LA INMACULADA CONCEPCIÓN DE MARÍA, CAUSA DE NUESTRA ALEGRÍA

Oh Dios, que por la Inmaculada Virgen, preparasteis digna morada a vuestro Hijo; os suplicamos que, así como a ella la preservasteis de toda mancha en previsión de la muerte del mismo Hijo, nos concedáis también que, por medio de su intercesión, lleguemos a vuestra presencia puros de todo pecado. Por el mismo Jesucristo, nuestro señor. Amén.

1. Bendita sea la santa e inmaculada Concepción de la gloriosa Virgen María, Madre de Dios. Avemaría.

2. Oh María, que entrasteis en el mundo sin mancha de culpa, obtenedme de Dios que pueda yo salir de él sin pecado. Avemaría.

3. Oh Virgen María, que nunca estuvisteis afeada con la mancha del pecado original, ni de ningún pecado actual, os encomiendo y confío la pureza de mi corazón. Avemaría.

4. Por vuestra Inmaculada Concepción, oh María, haced puro mi cuerpo y santa el alma mía. Avemaría.

5. Oh María, concebida sin pecado, rogad por nosotros, que recurrimos a Vos. Avemaría.

Il Card. Bagnasco presenta l'XI volume dell'Opera Omnia di Joseph Ratzinger.Pubblichiamo di seguito il testo dell'intervento pronunciato questo martedì a Genova, nella cornice del Salone del Maggior Consiglio di Palazzo Ducale, dal Card. Angelo Bagnasco, Arcivescovo di Genova e Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, in occasione della presentazione dell'XI volume edito dalla Libreria Editrice Vaticana dell'Opera Omnia di Joseph Ratzinger.


Il Card. Bagnasco presenta
l'XI volume dell'Opera Omnia di Joseph Ratzinger


ROMA, martedì, 7 dicembre 2010 (ZENIT.org).-  

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Sono lieto di partecipare alla presentazione del I Volume dell’Opera Omnia del Santo Padre Benedetto XVI, e ringrazio i Promotori dell’iniziativa. Saluto con stima e cordialità gli Ospiti che sono intervenuti da Roma, il Prof. Gianmaria Vian, Direttore dell’Osservatore Romano e la Prof. Lucetta Scaraffia nota in campo non solo cattolico per i suoi interventi culturali e filosofici sempre puntuali e documentati.

Tutti oggi concordano nel riconoscere essere Papa Benedetto un grande teologo, con una invidiabile capacità di esporre con chiarezza il proprio pensiero. L’opera omnia, destinata a raccogliere in modo organico e sistematico il frutto della sua riflessione teologica, sta prendendo corpo e testimonia la fecondità e la profondità dei suoi studi. Potrebbe però sorprendere non poco il fatto che il primo volume pubblicato raccolga gli studi sulla liturgia: perché un grande teologo si occupa di liturgia? Non vi sono forse temi più rilevanti e meritevoli di interesse? Nel contesto culturale contemporaneo non sarebbe più utile impegnarsi nel mostrare la rilevanza della fede cristiana per la costruzione di una società più giusta e più rispettosa della dignità dell’uomo?

1. Liturgia e primato di Dio

A questi interrogativi risponde lo stesso Benedetto XVI nella prefazione al volume dedicato alla Teologia della liturgia. Partire dalla liturgia, in continuità con l’ordine cronologico delle Costituzioni del Concilio Vaticano II, significa mettere «inequivocabilmente in luce il primato di Dio, la priorità assoluta del tema “Dio”» (p. 5). Non possiamo non notare la sintonia di Papa Benedetto con le parole pronunciate da Paolo VI alla chiusura del secondo periodo del Concilio, mentre annunciava la promulgazione della Costituzione Sacrosanctum Concilium: «Noi vi ravvisiamo l’ossequio alla scala dei valori e dei doveri: Dio al primo posto; la preghiera prima nostra obbligazione; la liturgia prima fonte della vita divina a noi comunicata, prima scuola della nostra vita spirituale, primo dono che noi possiamo fare al popolo cristiano, con noi credente e orante, e primo invito al mondo, perché sciolga in preghiera beata e verace la muta sua lingua e senta l’ineffabile potenza rigeneratrice del cantare con noi le lodi divine e le speranze umane, per Cristo Signore e nello Spirito Santo»[1]. Comprendiamo bene allora che occuparsi di liturgia non significa dimenticare le difficoltà che la fede cristiana incontra oggi nel confronto con la cultura contemporanea, al contrario è alta testimonianza di ciò che costituisce il cuore della fede cristiana. Dichiara infatti il Concilio che la liturgia «è estremamente efficace perché i fedeli esprimano nella vita e manifestino agli altri il mistero di Cristo e la genuina natura della vera Chiesa, che ha la caratteristica di essere umana e insieme divina, visibile ma dotata di realtà invisibili, fervente nell’azione e dedita alla contemplazione, presente nel mondo e tuttavia pellegrina; e questo in modo che in essa ciò che è umano sia ordinato al divino e ad esso subordinato, ciò che è visibile all’invisibile, quello che è azione alla contemplazione e quello che è presente alla futura città che cerchiamo» (SC 2). Penso che queste espressioni di SC possano aiutare a comprendere in modo adeguato il pensiero di J. Ratzinger sul valore della liturgia come manifestazione al mondo del primato di Dio. La Chiesa infatti, quando celebra, si riconosce e si manifesta come realtà che non può essere ridotta al solo aspetto terreno e organizzativo. Nella celebrazione appare manifesto che il cuore pulsante della comunità cristiana è da ricercarsi “oltre” i confini di questo mondo. Non solo: nella celebrazione appare come tutto sia subordinato a questo “oltre”. Il linguaggio simbolico rituale è il più adatto ad esprimere e a custodire la priorità dell’azione di Dio nell’agire dell’uomo. Il rito infatti è azione umana: è l’uomo che compie azioni simboliche, pone gesti, pronuncia parole, si serve di elementi naturali (acqua, pane, vino, olio…). Al tempo stesso però l’uomo non “crea” il rito, lo riceve da una tradizione che ospita la fede di secoli dove «passato, presente e futuro si congiungono in un unico grande coro di preghiera» (Lettera ai Seminaristi, n. 2). E anche quando la Chiesa interviene nel modificare il rito pone in atto una particolarissima cautela in modo che «in qualche modo le nuove forme procedano organicamente dalle forme già esistenti» (SC 23). A questo proposito J. Ratzinger esplicita: «Se ora ci chiediamo ancora una volta che cosa sia il rito nell’ambito della liturgia cristiana, la risposta è questa: esso è espressione, divenuta forma, dell’ecclesialità e della comunitarietà della preghiera e dell’azione liturgica – una comunitarietà che supera la storia. In esso si concretizza il legame della liturgia con il soggetto vivente “Chiesa”, che a sua volta è caratterizzato dal legame con il profilo della fede cresciuto nella Tradizione apostolica» (p. 159).

Tutta questa attenzione e cura è costante richiamo al fatto che nella celebrazione accade molto di più di quanto noi stessi possiamo inventarci di volta in volta: «la semplicità dei segni nasconde l’abisso della santità di Dio»[2]. In questa luce va quindi compresa la preoccupazione di Benedetto XVI, autorevolmente espressa nell’esortazione apostolica postsinodale Sacramentum caritatis, di custodire il rito da manipolazioni indebite, che potrebbero essere indotte da una non corretta applicazione del dettato conciliare sulla partecipazione attiva dei fedeli (cf. in particolare n. 38). La celebrazione adeguata del rito, che scaturisce dall’obbedienza alle norme liturgiche, non è infatti residuo nostalgico di un ritualismo già dichiarato fuorviante da Pio XII nella Mediator Dei[3], ma immersione nel “noi” ecclesiale, sapiente utilizzo dei linguaggi propri del rito per esprimere l’incontro con il mistero di Dio: l’agire rituale della Chiesa è infatti un agire che dà spazio all’azione di Dio. Risuonano sempre attuali le parole di un grande maestro di J. Ratzinger, Romano Guardini: «Deve risvegliarsi il desiderio del grande stile della preghiera. La via però è quella della disciplina, della rinuncia alle piacevoli compiacenze; un lavoro severo, compiuto, nell’obbedienza alla Chiesa, su tutto il nostro essere e comportamento religioso»[4].

La liturgia, oltre ad esprimere la priorità assoluta di Dio, manifesta anche il suo essere il «Dio-con-noi». Scrive Benedetto XVI nella Deus caritas est: «All’inizio dell’essere cristiano non c’è una decisione etica o una grande idea, bensì l’incontro con un avvenimento, con una Persona, che dà alla vita un nuovo orizzonte e con ciò la direzione decisiva» (n. 1). Come negare che questo incontro è avvenuto per noi prima di tutto, in mysterio, nel giorno del nostro Battesimo? Nella liturgia si realizza ogni volta l’’incontro con Dio: è la storia della salvezza che continua nell’oggi della Chiesa (cf. SC 6). Commentando Dt 4,7 (“Quale grande nazione ha gli dèi così vicini a sé, come il Signore, nostro Dio, è vicino a noi ogni volta che lo invochiamo?”), così si esprimeva a proposito della partecipazione alla Messa domenicale: «Il Signore ha reso il primo giorno della settimana il giorno suo, nel quale ci viene incontro, nel quale prepara la mensa per noi e ci invita a sé. Dalla frase dell’Antico Testamento, su cui stiamo riflettendo, deduciamo che gli Israeliti trovavano nella vicinanza di Dio non un peso, ma il motivo della loro fierezza e della loro gioia. In effetti, la comunione domenicale con il Signore non è un peso, ma è grazia, un dono che illumina tutta la settimana; defraudiamo noi stessi, se ad essa ci sottraiamo» (p. 550).

Infine, la liturgia esprime la priorità di Dio anche mostrandosi come «liturgia di pellegrinaggio». Leggiamo in Lo spirito della liturgia. Un’introduzione: «la liturgia cristiana è, come abbiamo visto, liturgia della promessa adempiuta… ma essa rimane liturgia della speranza. Anch’essa porta ancora in sé il segno della provvisorietà. Il nuovo Tempio, non costruito da mani d’uomo, è presente, ma al contempo è ancora in costruzione. Il grande gesto dell’abbraccio che viene dal Crocifisso non è ancora giunto al suo traguardo, ma è solo cominciato. La liturgia cristiana è una liturgia in cammino, una liturgia di pellegrinaggio verso la trasformazione del mondo, che sarà compiuta quando Dio sarà “tutto in tutti”» (p. 61).

Il rito ha infatti la capacità di esprime questa tensione escatologica: esso non ha la pretesa di spiegare tutto, non sempre offre serenità e pace, anzi a volte produce inquietudine, ci mette di fronte alle nostre fragilità, ci addita una meta che non è mai pienamente raggiunta su questa terra, ha la pretesa di unirci all’assemblea del cielo che canta le lodi di Dio, «nell’attesa che si compia la beata speranza e venga il nostro salvatore Gesù Cristo».

2. Liturgia e interesse teologico-fondamentale

L’interesse per la liturgia del teologo Ratzinger è da leggersi poi alla luce della sua scelta di occuparsi di questioni di teologia fondamentale. Scrive nell’introduzione al volume che stiamo presentando: «La materia che scelsi fu la teologia fondamentale, perché prima di tutto volevo andare al fondo della domanda: perché noi crediamo? Ma in questa domanda fin dall’inizio era compresa intrinsecamente l’altra domanda, quella della giusta risposta da dare a Dio e quindi la domanda circa il culto divino. A partire da qui vanno compresi i miei lavori sulla liturgia. Il mio obiettivo non erano i problemi specifici della scienza liturgica, ma sempre l’ancoraggio della liturgia all’atto fondamentale della nostra fede e quindi anche il suo posto nell’insieme della nostra esistenza umana» (p. 6). È un obiettivo che merita qualche approfondimento. Qui il nostro Autore dichiara prima di tutto che occuparsi di liturgia non distoglie dalla domanda fondamentale sulla fede: la liturgia, unfatti, è ancorata all’atto fondamentale della nostra fede e della nostra esistenza.

Un saggio di non facile e immediata lettura contenuto nel nostro volume – La fondazione sacramentale dell’esistenza cristiana – è un’illuminante attuazione di quanto sopra enunciato. Alla domanda «che cosa fa realmente l’uomo che celebra il culto della Chiesa, i Sacramenti di Gesù Cristo?» e perché lo fa?, Ratzinger risponde: «Lo fa perché sa che, in quanto uomo, egli può incontrare Dio solo in modo umano. In modo umano però vuol dire: nella forma della comunione, della corporeità e della storicità. E lo fa perché sa che, in quanto uomo, egli non può disporre da sé quando e come e dove Dio gli si debba mostrare; sa di essere piuttosto colui che riceve, che dipende dall’autorità che gli vien data, autorità che non è lui a concedersi, ma che rappresenta il segno della libertà sovrana di Dio, il quale decide autonomamente il modo della sua presenza» (pp. 239-240). Celebrando i sacramenti l’uomo scopre come essi siano in sintonia con la propria esperienza di uomo, soprattutto con quelle particolari esperienze come la nascita, la morte, il pasto, la comunione sessuale tra uomo e donna, nelle quali si rende trasparente la realtà spirituale. Sono esperienze in cui l’uomo sperimenta che la materia e il corpo sono «fessure attraverso le quali l’eternità getta uno sguardo nel procedere uniforme della vita quotidiana» (p. 225).

I Sacramenti, però, al tempo stesso rivelano all’uomo anche la propria identità di essere che tende alla comunione, che vive nella corporeità e nella storia e che proprio «in modo umano» Dio gli si rende presente, e proprio nella storia dell’umanità la salvezza ha fatto irruzione con «quell’Uomo che al tempo stesso era Dio». Egli «si è inserito in questa dimensione orizzontale e così ha spalancato la prigione: la catena della dimensione orizzontale, che tiene legato l’uomo, è diventata in Cristo la fune di salvataggio che ci tira alla riva dell’eternità di Dio» (pp. 235-236). L’attenzione per la liturgia e per la dinamica del linguaggio simbolico-rituale offre, per J. Ratzinger, un prezioso apporto al fine di contrastare una lettura puramente funzionale della realtà, nella quale le cose sono viste soltanto come cose, per riguadagnare uno spazio a quella «trasparenza simbolica della realtà verso l’eterno» (p. 222).

3. Liturgia forma dell’esistenza

L’ultima parte de Lo spirito della liturgia. Una introduzione è titolata: «La forma liturgica». In essa l’Autore tratta del rito e dei riti, dei gesti, delle posizioni e degli atteggiamenti che il corpo assume nella celebrazione, della partecipazione attiva. In questo ultimo contesto è interessante notare come, riferendosi all’esercizio del corpo e alla disciplina degli sportivi richiamata dall’Apostolo Paolo, Ratzinger accosti la liturgia all’allenamento. Scrive: «È – diciamolo ancora una volta in modo diverso – un esercizio per imparare ad accogliere l’altro nella sua alterità, un allenamento all’amore – un allenamento ad accogliere il totalmente Altro, Dio, a lasciarsi plasmare ed usare da lui» (p. 167). Celebrare la liturgia è lasciarsi plasmare dal totalmente Altro, da Dio. La partecipazione alla liturgia è quindi sì attiva, ma al tempo stesso in un certo qual modo anche “passiva” o “iniziatica”. Porre l’attenzione anche alla dimensione iniziatica del rito liturgico, che significa prima di tutto non la riforma che la liturgia subisce nei propri riti, ma la riforma che la liturgia promuove con i propri riti, conduce nel cuore del mistero celebrato. È illuminate a questo proposito l’omelia pronunciata da Benedetto XVI a Colonia nella concelebrazione conclusiva della Giornata Mondiale della Gioventù (21 agosto 2005), dove legge il mistero dell’Eucaristia e della sua celebrazione attraverso la categoria della “trasformazione”: «Facendo del pane il suo Corpo e del vino il suo Sangue, Egli [Gesù] anticipa la sua morte, l’accetta nel suo intimo e la trasforma in un’azione di amore […]. È questa la trasformazione sostanziale che si realizzò nel cenacolo e che era destinata a suscitare un processo di trasformazioni il cui termine ultimo è la trasformazione del mondo fino a quella condizione in cui Dio sarà tutto in tutti (cf. 1Cor 15,28) […]. Questa prima fondamentale trasformazione della violenza in amore, della morte in vita trascina poi con sé le altre trasformazioni. Pane e vino diventano il suo Corpo e il suo Sangue. A questo punto però la trasformazione non deve fermarsi, anzi è qui che deve cominciare appieno. Il Corpo e il Sangue di Cristo sono dati a noi affinché noi stessi veniamo trasformati a nostra volta. Noi stessi dobbiamo diventare Corpo di Cristo, consanguinei a Lui. Tutti mangiamo l’unico pane, ma questo significa che tra noi diventiamo una cosa sola»[5].

In uno degli ultimi testi del Card. Ratzinger sulla liturgia, pubblicato alla vigilia della sua elezione alla Cattedra di Pietro, egli riprende questo concetto, ribadendo che nella liturgia Dio diventa dono per noi e così noi possiamo essere transustanziati con lui e trasformati a nostra volta in amore: «Il dono unico che Dio aspetta, l’unica cosa che non è ancora sua, è la nostra libertà, è la risposta del nostro amore. Dio ha creato un mondo libero, ha creato la libertà, ha creato così la possibilità di dire “sì” o “no”, come possibilità di fare un dono libero a Dio. L’unico e vero sacrificio può quindi essere soltanto il nostro “sì”, la gioia di essere uniti con Dio nell’amore […]. Un mondo umanizzato, un mondo nel quale l’amore è il segno di tutto, sarà il vero sacrificio. Solo così entriamo nel cuore del NT, perché la morte di Cristo non è una distruzione, non è la glorificazione della sofferenza, ma si qualifica come l’estremo gesto d’amore nel quale il Signore, con le sue braccia aperte, ci abbraccia e, come è detto nel Vangelo di Giovanni (cap. 12), ci “tira” nelle sue mani. Con questo amore, nel quale Dio si dona e diventa dono per noi, noi possiamo essere transustanziati con Lui e trasformati in amore con un “sì” libero»[6].

Siamo grati al teologo Ratzinger e al Papa Benedetto XVI per l’opera di profondo rinnovamento che porta avanti nella Chiesa, perché sia sempre più fedele al suo Signore e alla sua viva Tradizione. Con disarmante chiarezza e rigore, egli mette in luce, spiega e approfondisce la centralità che il Concilio Vaticano II ha affermato a proposito della sacra liturgia considerandola “fonte e culmine” della vita del cristiano, della vita e della missione della Chiesa. Con le parole di quella Assise mi è caro concludere questo mio intervento: “Il lavoro apostolico è ordinato a che tutti, diventati figli di Dio mediante la fede e il Battesimo, si riuniscano in assemblea, lodino Dio nella Chiesa, prendano parte al Sacrificio e alla mensa del Signore” (SC 10).

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1) Paolo VI, Discorso a chiusura del secondo periodo del Concilio, in EV 1, pp. [127]-[129].

2) Giovanni Paolo II, Lettera enciclica Ecclesia de Eucaristia (17 aprile 2003), n. 48.

3) «Non hanno, perciò, una esatta nozione della sacra liturgia coloro i quali la ritengono come una parte soltanto esterna e sensibile del culto divino o come un cerimoniale decorativo; né sbagliano di meno coloro i quali la considerano una mera somma di leggi e di precetti con i quali la Gerarchia ecclesiastica ordina il compimento dei riti». AAS 39 (1947), p. 532.

4) R. Guardini, Formazione liturgica, Ed. OR, Milano 1988, p. 98.

5) Cf il testo completo in: Benedetto XVI, La rivoluzione di Dio, Libreria editrice vaticana, Città del Vaticano 2005, pp. 69-76. Lo stesso concetto è ribadito in Deus caritas est, n. 13: «L’Eucaristia ci attira nell’atto oblativo di Gesù. Noi non riceviamo soltanto in modo statico il Logos incarnato, ma veniamo coinvolti nella dinamica della sua donazione» (cf. anche Sacramentum caritatis, 70).

6) J. Ratzinger, Il centro della liturgia cristiana, “Terra ambrosiana”, 46 (2005), pp. 17-21 (qui, p. 20).



segunda-feira, 6 de dezembro de 2010

Interview with Msgr. Guido Pozzo :A good third of the world’s bishops have sent us such a consideration. I must add that the majority of these answers came from those dioceses in which a desire for the mass in the Extraordinary Form exists. Thus, this return is very satisfactory.”Certainly, there is still prejudice and resistance against the Mass in the old rite, these prejudices – still widespread – are to be taken on and overcome.For the old rite of Mass has a deep richness, which must not only be respected, but also rediscovered, even to the advantage of the liturgy as it is celebrated today. This prejudice and resistance must be overcome through a change in the forma mentis, the disposition.We can say, though, that, in France, the number of believers attached to the old form of the Roman Rite is significantly higher than in Germany, Italy or Spain.In any case, what is essential is a liturgical and theological education which decisively does away with the idea that there is a preconciliar liturgy in opposition to a postconcilar one, or that there is a preconciliar ecclesiology in opposition to a postconciliar one. What divides the SSPX from the position of the Holy See is the judgement made about the continuity or coherence between certain teachings of the Second Vatican Council and previous statements of the Magisterium. I think that Pope Benedict’s most recent statements on the hermeneutic of renewal in continuity with the tradition and the unchanging Magisterium of the Church provide a basic principle for the solution of the conflict.Elsewhere, we have the ambiguities, shortcomings and also doctrinal errors which have spread in the period following the Council, be they in theological understanding, or be they in the application of liturgical reform. The then Cardinal Ratzinger, today Pope Benedict, spoke of a “disintegration” in the liturgy.

http://iloapp.kristkonung.se/blog/dantesnyheter?ShowFile&image=1280671127.jpg

Interview with Ecclesia Dei Secretary - Full Text

Wednesday I had mentioned an interview with Msgr. Guido Pozzo, the Secretary of the Pontifical Commission Ecclesia Dei, on the occasion of three years of Summorum Pontificum, and summarised a few salient points, inviting readers to help with a full translation. One of our readers was kind enough to provide just that. Here then is the full text of the interview:
The Old Mass, the SSPX and Tradition: A Conversation in the CDF

Translation by Daniel Lloyd

What is the status of the Old Mass today? More than three years have passed since the motu proprio Summorum Pontificum came into force, with which Pope Benedict XVI once again permitted the celebration of the Liturgy according to the old books. The Congregation for the Doctrine of the Faith watches over the implementation of the motu proprio – or, more accurately, the Pontifical Commission Ecclesia Dei. It is also responsible for the conversations with the traditionalists of SSPX. We discussed both themes – the old Mass and the SSPX – with the secretary of the Commission, Mgr Guido Pozzo. Last summer, Ecclesia Dei broached the subject in the dioceses of the worldwide church of whether it is now possible in every single one to take part in a mass in the EF of the Roman Rite. We began by asking Mgr Pozzo how the situation is now.
Three years after the publication of the motu proprio Summorum Pontificum, the PCED has asked all the bishops, via the nunciatures, to report on their experiences in these past three years, in accordance with what the Holy Father had written in his accompanying letter. A good third of the world’s bishops have sent us such a consideration. I must add that the majority of these answers came from those dioceses in which a desire for the mass in the Extraordinary Form exists. Thus, this return is very satisfactory.”
Concretly put, in which countries is there the greatest interest in the so-called old Mass?
“At the moment, the greatest interest and the most requests are found in Europe, in the United States of America, and also in Australia. Much less in Latin America, Africa and Asia.”
Pope Benedict asked for “charity and pastoral care” for traditionalist believers. And so the PCED are now watchmen of a sort for those cases in which that does not happen. Where have you found resistance?
“The expression “watch” translates the ancient Greek “episcopein”. The primary task of a bishop is to watch. In this sense the PCED exercises the office of oversight and watching over the application of the motu proprio. Certainly, there is still prejudice and resistance against the Mass in the old rite, whether it be on ideological grounds, or because the demand for mass in the old form is seen partly an expression of an antithesis – of an opposition even – to the reform of the liturgy as the Second Vatican Council wanted it. Clearly, these prejudices – still widespread – are to be taken on and overcome. Above all, we have to restore the unity of liturgical history, the unity of the lex orandi as an expression of the unity of the lex credendi, within the unique character of the liturgical forms of the one Roman Rite.”

To clarify, what barriers are erected by parish priests or bishops who do not esteem the old mass, in order to stonewall the demand for it?
“There are bishops and priest who see in the demand for the old rite above all the risk of a nostalgia for the aesthetic, the purely ornamental, the formalistic. I do not rule out that this is true in some cases, but, generally speaking, that shows a kind of prejudice. For the old rite of Mass has a deep richness, which must not only be respected, but also rediscovered, even to the advantage of the liturgy as it is celebrated today. This prejudice and resistance must be overcome through a change in the forma mentis, the disposition. There needs to be a commensurate liturgical education.”

How do you see the interest in the Extraordinary Form of the Roman Rite: as growing, waning, or constant?

“I would say: growing, and that because we have observed that there is a particular interest in, and recourse to, the old form of the mass among the younger generation. And that is surprising news.”
Could you give an estimate of how many believers there are in Europe, for example, who are consistently interest in the old mass?
“The commission does not have really reliable figures, because the situation presents itself as very diverse, and as having many branches. We can say, though, that, in France, the number of believers attached to the old form of the Roman Rite is significantly higher than in Germany, Italy or Spain. It is also clear that a judgement about the worth of the Extraordinary Form of the Rite has nothing to do with numbers. Both Forms are equal in worth and honour. The Ordinary Form is that which is normal, usual, more widely spread; the Extraordinary Form is that which is special and different.”

The motu proprio says nothing about education for priests who wish to learn to celebrate the Mass according to the old books. Many regard this as a gap, insofar as the celebration of the old liturgy requires rigorous preparation. How would you advise interested priests?
“The problem of priests apt to celebrate the old rite is certainly important and urgent. I have to say that the reason why the bishops often have difficulty in fulfilling the desire for a Mass in the old form is, in fact, the lack of qualified priests who can properly celebrate this mass. Here, then, those faithful affected must have understanding and much patience. I am of the opinion that seminarians in the priestly seminaries should be offered the opportunity appropriately to learn to celebrate in the Extraordinary Form – not as a duty, but rather as a possibility. Where it is possible, one could call on those institutes who come under the jurisdiction of the Commission Ecclesia Dei and who follow the traditional liturgical discipline to assist in the training of priests. In any case, what is essential is a liturgical and theological education which decisively does away with the idea that there is a preconciliar liturgy in opposition to a postconcilar one, or that there is a preconciliar ecclesiology in opposition to a postconciliar one. Rather, there is a growth and a deepening in the history of the faith and liturgy of the Church, but always in continuity, and in essential unity, which can and may never be lost or narrowed.”
Pope Benedict wishes that both forms of the Roman Rite should enrich each other, but without mixing. What can the old liturgy “learn” from the new?
“Firstly, in the motu proprio’s accompanying letter to the bishops, Pope Benedict mentions on the one hand the necessity of updating the calendar of saints: that is, incorporating those saints canonised after 1962; and on the other the inclusion of certain prefaces from the missal of Paul VI., in order to enrich the collection of prefaces in the missal of 1962. The Commission Ecclesia Dei has initiated a programme of studies in order to fulfil the will of the Holy Father. We will soon come, I think, to a suggestion which will shortly be laid before the Holy Father for approval. I believe that one must also recognise that the ordinary form of the Roman Rite offers more extensive readings from the Holy Scriptures than the missal of 1962. Nevertheless, a change in this direction in the missal of 1962 is not easy, because one must always have in view the relationship between the individual scriptural readings and the antiphons or responsories in the Roman Breviary for the relevant day. We must also recall, though, that under Pope Pius XII a range of complementary readings for the commons of saints was added. Thus, one cannot exclude an eventual expansion even in the readings for Mass. That does not mean that, as the celebrating priest or the bishop, one can subjectively and arbitrarily change the order of the lectionary, or mix the two forms, such that the distinctiveness in each is lost.”
The Old Mass in St Peter’s: can it be celebrated with no strings attached?
“With the coming into force of the motu proprio Summorum Pontificum, the Extraordinary Form of the mass is no longer under indult, as before; rather, it is governed by the norms of the motu proprio. Therefore, in St Peters, as in all other churches, the norms of the motu proprio are in force.”
That means that even in the sacristy of St Peter’s, everything is set up for a celebration according to the Old Rite?
“Yes, as far as I know. In fact, each morning, many priests celebrate the Mass in the old rite, even with servers.”

Will Pope Benedict celebrate a High Mass in the Extraordinary Form one day?
“I think you’re asking the wrong person!”
On the subject of the conversations of the Holy See with the Lefebvrists, that is, with the FSSPX: can you say whether there has been any progress to date?
“Confidentiality is the ruling principle for the success of the conversations taking place between the specialists from the CDF and the SSPX, and I will not depart from this principle. But I can say that the climate of these conversations is positive, constructive, and characterised by mutual respect. Until now, the discussions have focussed on making the reasoning and arguments of each side known to the other, in order to clarify the basis or roots of the existing difficulties with the Magisterium. To get to the bottom of these roots, and the ultimate grounds for the difficulties with clarity is, in my view, progress.”

Since the motu proprio, the use of the old Mass is no longer a bone of contention between the Holy See and the SSPX. There remain, however, many Magisterial differences, on the lines of religious freedom, ecumenism, of the notion of tradition. Which is the really contentious issue?
“The disputed points are precisely those addressed in the question. It has nothing to do with a rejection of the authority of the Second Vatican Council per se, or the subsequent papal teaching office. Rather, it has to do with certain statements or teachings in the conciliar documents about religious freedom, ecumenism, relationships with non-Christian religions, the concept of the liturgical reforms, the unity of the Magisterium vis-à-vis tradition. In general, the SSPX’s difficulties have to do with the continuity or consistent development of certain of the Council’s teachings, and of the subsequent papal teaching office in view of the unchanging Magisterium of the Church and of tradition. It does not seem to me that the SSPX rejects in principle that it is possible or legitimate for there to be a development in, or a consistent, coherent deepening of, Catholic doctrine. What divides the SSPX from the position of the Holy See is the judgement made about the continuity or coherence between certain teachings of the Second Vatican Council and previous statements of the Magisterium. I think that Pope Benedict’s most recent statements on the hermeneutic of renewal in continuity with the tradition and the unchanging Magisterium of the Church provide a basic principle for the solution of the conflict. It revolves around applying this principle both in particular cases and in its whole scope – more than has hitherto been the case.”

Pope Benedict wrote that even priests in those communities which are attached to the old form of the Roman Rite cannot in principle exclude celebrating according to the new books. How does the SSPX see that?
“You would have to ask the SSPX. I think, as I said before, that the question of the liturgical books of Paul VI’s reform has to be addressed as part of the proper understanding of liturgical reform and of its consequent correct application. The basic question which the SSPX has to answer is whether the Ordinary Form of the Roman Rite, which Paul VI promulgated, is in and of itself valid and legitimate. There can be no doubt and no hesitation on this point. The answer must be an indubitable ‘yes’. Elsewhere, we have the ambiguities, shortcomings and also doctrinal errors which have spread in the period following the Council, be they in theological understanding, or be they in the application of liturgical reform. The then Cardinal Ratzinger, today Pope Benedict, spoke of a “disintegration” in the liturgy. From this viewpoint, one cannot say that many of those criticisms which were aired were wrong.”
If we put to one side for a moment the question of liturgical abuses in the ordinary rite, the ordinary form of the Mass, as it is celebrated for example by Pope Benedict himself, must be accepted by all those who wish to belong to the Catholic Church. So, also by the Lefebvrists. Is this the case?
“I do not think we are there yet. Even if, as has been said, the understanding of liturgical form as it is found in many renderings of the liturgical reforms, in liturgical theology, and in very many applications which prove to be abuses or to be in some way lacking, presents an objective problem. We have to rediscover the true sense and the true meaning of liturgical reform. The Pope celebrates according to the missal of Paul VI: that is an absolutely normative benchmark. We know, though, that there are many celebrations of the Mass which do not conform to the true teachings and the true spirit of the liturgical reforms and of the missal of Paul VI. Why has that happened? Why has there been this abusive application, these shortcomings, this false understanding? We have to answer this question.”

Bernard Fellay, the Superior of the SSPX, recently threatened Richard Williamson with expulsion from the Fraternity if he continued to allow himself to be represented in his German court proceedings by a lawyer with far-right connections. Is the SSPX on the brink of a split?
“Bishop Willamson’s case is an isolated incident, and it rests with the Superior of the SSPX to deal with him within the Fraternity, even with discipliniary measures, as circumstances dictate. The Holy See has already expressed itself with absolute clarity on the subject of Bishop Williamson’s views. In the book Light of the World, which has just been published, the Holy Father confirmed that the Williamson case, insofar as it has to do with his erroneous pronouncements with regard to the Holocaust, is a separate matter. It must be completely separated from the question of the relationship between the SSPX and the Holy See, which has to do with problems of doctrine and canon law.”

Where do you see the Lefebvrists’ real handicap: in doctrine or in politics?
“I am convinced that the questions which hinder the full reconciliation of the SSPX with the Holy See have to do with doctrine. Potential ideological-political implications which might reflect that could result from it, but they are not an overriding or decisive element of the discussions.”

Can the PCED advise the faithful to attend Mass celebrated by the priests of the SSPX or to receive the sacraments there, or would they advise against it?
“In his letter to the bishops after the lifting of the excommunications from the four bishops illegally consecrated by Archbishop Lefebvre, the Pope clarifies that the lifting of the excommunications – that is, of heavy disciplinary punishment – does not mean that the SSPX is immediately canonically recognised; nor, as a consequence of it, do the priests of the SSPX legitimately exercise their priestly ministry. In light of these pronouncements it is clear that the Catholic faithful are urged to avoid participating in the Mass of a priest of SSPX, and receiving the sacraments from him, because they are canonically irregular. The same goes for every other priest who finds himself in an irregular canonical situation, or who is without a bishop.”

Can you estimate how long it will take for the Lefebvrists to return to the Catholic Church?
“We have no fixed date in mind. We are praying, working, and acting so that the re-integration of the SSPX into full ecclesial communion does not take too long.”

DE:new liturgical movement

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    II DOMINGO DE ADVIENTO. COMUNIDAD DE HERMANOS DE LA FRATERNIDAD DE CRISTO SACERDOTE Y SANTA MARÍA REINA y PRIMEROS SÁBADOS REPARADORES EN TOLEDO

     Pueblo de Sión, he aquí que el Señor vendrá a salvar las naciones y hará oír la gloria majestuosa de su voz con alegría de vuestro corazón. Oh Pastor de Israel, escuchadme; Vos que conducís a José como una oveja".

    (Introito de la Santa Misa)

    Todos los días al finalizar la Santa Misa se viene realizando la Novena en honor a la Inmaculada.

    "Habiendo oído Juan, en la prisión, los prodigios que Cristo hacía, envió dos de sus discípulos a preguntarle: ¿Eres tú el Mesías que ha de venir, o hemos de esperar a otro? A lo que Jesús, respondiendo, les dijo: Id y contad a Juan lo que habéis oído y visto".
    (Del Evangelio de este día, tomado de San Mateo)

    Los mismos signos del reino de los que Jesús habla a los discípulos de Juan el Bautista, son los que obra también hoy en todos nosotros para manifestarnos que no hemos de esperar a ningún otro distinto de Él, pues no nos ha sido dado otro nombre que invocar bajo el cielo para poder salvarnos que el Nombre de Jesucristo, Señor nuestro.
    ¡Admiremos los signos que Dios realiza en nuestra vida y en nuestra alma!
    Nosotros somos los ciegos que ahora podemos ver y descubrir el rostro y la presencia de Dios en nuestra vida.
    Somos los cojos que andan, capaces de caminar y guiar nuestros pasos por las senda de la salvación, sanados y fortalecidos por la gracia de Dios.
    Somos los leprosos, permanentemente limpiados de nuestros pecados por la gracia del perdón y de la reconciliación que es fruto de la misericordia infinita de Dios.
    Somos los sordos que oyen, a quienen el Espíritu Santo instruye e ilumina guiándonos hacia el conocimiento de la verdad plena, y explicándonos el sentido de la Palabra de Vida y Salvación.
    Somos los muertos que experimentamos la vida y la gracia de la resurrección de Cristo en nosotros, anticipo de lo que será el triunfo de nuestra resurrección final, victoria definitiva sobre l pecado y sobre la muerte.
    Somos los pobres a quienes el Señor anuncia su Buena Nueva de perdón, de paz y de reconciliación.
    ¡Ven, Señor Jesús!...



    Las fotografías corresponden a la celebración de la Santa Misa que tuvo lugar en la Iglesia del Salvador en Toledo en este II domingo de adviento.

    PRIMEROS SÁBADOS REPARADORES EN TOLEDO

    Todos los primeros sábado de mes los Hermanos de la Fraternidad celebran en la Iglesia del Salvador de Toledo los actos de Reparación al Corazón Inmaculado de María: Exposición del Santísimo Sacramento, Rezo y meditación del Santo Rosario, procesión mariana.


    Gran Promesa del Inmaculado Corazón de María, revelada a Sor Lucía de Fátima el 10 de diciembre de 1925 en Pontevedra (España):
    A todos aquellos que durante cinco meses, en el primer sábado, se confiesen, reciban la Sagrada Comunión, recen cinco decenas del Rosario y me hagan quince minutos de compañía meditando sobre los quince misterios del Rosario, con el fin de desagraviarme, yo prometo asistirles en la hora de la muerte con todas las gracias necesarias para su salvación.

    Estas imágenes pertenecen a los actos celebrados ayer sábado 5 de diciembre.

    Pontificia Comisión Ecclesia Dei interviene en Croacia……

    Santos Cirilo y Metodio
    Rorate Caeli informa que desde el año 2008, un grupo ‘estable’ de fieles viene solicitando la celebración de la Santa Misa tradicional en Zagreb (Croacia), conforme el Motu Proprio Summorum Pontificum, lo que sistemáticamente les ha sido negado (ver correspondencia original  aquí). Luego de recurrir a la Pontificia Comisión Ecclesia Dei, el Sr. Secretario, Mons. Guido Pozzo les ha comunicado que S.E. Josip Cardinal Bozanić, ha garantizado la celebración de la Misa en su forma extraordinaria en una Iglesia de Zagreb….. . A continuación el texto de la PCED (en inglés) publicado por Toma Blizanac 


    Pontificia Comissio “Ecclesia Dei”
    N. —
    Vatican City, 25 November 2010
    Dear Mr. —,
    This Pontifical Commission would like to thank you for your kind letter of 8 November 2010.
    This Pontifical Commission is able to inform you that after contacting His Eminence Josip Cardinal Bozanić, it has received the assurance of His Eminence that the Holy Mass in the Extraordinary Form will be celebrated in one of the churches in Zagreb.
    With every good wish, I remain
    Sincerely yours in Christ,
    Rev. Mons. Guido Pozzo
    Secretary
    Mr. —

    10000 ZAGREB
    CROAZIA

    DE: unavocecba

    O presépio de Natal num castelo da França








    « Gloire à Dieu au plus Haut des Cieux, Et paix sur la Terre au hommes de bonne volonté »

    [“Glória a Deus nas alturas! E paz na Terra aos homens de boa vontade!”]

    Em Belém, nenhum albergue abriu suas portas para a Sagrada Família.

    E o Menino Jesus nasceu numa pobre gruta, aquecido pelo calor de um boi e de um asno.

    Como reparação, no Natal de cada ano, salões franceses abrem suas portas ao Divino Menino, sua Santa Mãe e o Patriarca São José.

    Veja vídeo
    CLIQUE PARA VIDEO:
    Natal num castelo da França
    Em salões nobremente decorados, num ambiente penetrado pelo sorriso e cortesia, etiqueta e elegância, uma sociedade de salão apresenta-se diante de um presépio que não tem nada do salão.


    Mas, o Menino-Deus está ali, Nossa Senhora e São José, príncipes da Casa de David, também.

    O charme e a beleza, a graça e o encanto, homenageiam ao Rei dos Reis.

    Visite nossas páginas dedicadas ao Natal.

    Ó Jesus que tanto se humilhou por nós!

    Ó Majestade Onipotente!

    Ó criança tão pequenina e Rei tão poderoso, vinde reinar inteiramente sobre nós!

    É um ato de submissão dos mais requintados salões da Terra, ao Divino Monarca que conquistou o Mundo deitado naquele simples presépio!

    No Céu, a Corte dos anjos se rejubila juntamente com a Corte dos homens glorificando o Divino Menino Rei e Redentor.

    Video: Natal num castelo da França

    DE: http://catedraismedievais.blogspot.com/

    A civilização cristã e a sociedade perfeita ‒ A Cristandade : Caminhamos para a civilização católica que poderá nascer dos escombros do mundo de hoje, como dos escombros do mundo romano nasceu a civilização medieval. Caminhamos para a conquista deste ideal, com a coragem, a perseverança, a resolução de enfrentar e vencer todos os obstáculos, com que os Cruzados marcharam para Jerusalém.


    A civilização cristã é a sociedade perfeita?

    Sim. Se Jesus Cristo é o verdadeiro ideal de perfeição de todos os homens, uma sociedade que aplique todas as Suas leis tem de ser uma sociedade perfeita, a cultura e a civilização nascidas da Igreja de Cristo tem de ser forçosamente, não só a melhor civilização, mas, a única verdadeira. Dí-lo o Santo Pontífice Pio X:

    "Não há verdadeira civilização sem civilização moral, e não há verdadeira civilização moral senão com a Religião verdadeira". (Carta ao Episcopado Francês, de 28-VIII-1910, sobre "Le Sillon"). 

    De onde decorre com evidência cristalina que não há verdadeira civilização senão como decorrência e fruto da verdadeira Religião.



    A ação da Igreja sobre os homens é só individual?

    Não, Ela forma também povos, culturas, civilizações.



    Por quê?

    Porque Deus criou o homem naturalmente sociável, e quis que os homens, em sociedade, trabalhassem uns pela santificação dos outros.



    Os demais homens nos influenciam?

    Sim. Temos todos, pela própria pressão do instinto de sociabilidade, a tendência a comunicar em certa medida nossas idéias aos outros, e, em certa medida, em receber a influência deles. Isto se pode afirmar nas relações de indivíduo a indivíduo, e do indivíduo com a sociedade.



    As leis, costumes, culturas nos influenciam?

    Os ambientes, as leis, as instituições em que vivemos exercem efeito sobre nós, têm sobre nós uma ação pedagógica. Resistir inteiramente ao ambiente ruim, cuja influência nos penetra até por osmose e como que pela pele, é obra de alta e árdua virtude. E por isto os primitivos cristãos não foram mais admiráveis enfrentando as feras do Coliseu, do que mantendo íntegro seu espírito católico embora vivessem no seio de uma sociedade pagã.



    A cultura e a civilização são meios de salvação da alma?

    Sim. A cultura e a civilização são fortíssimos meios para agir sobre as almas. Agir para a sua ruína, quando a cultura e a civilização são pagãs. Para a sua edificação e sua salvação, quando são católicas. Por isso, a Igreja não pode desinteressar-se em produzir uma cultura e uma civilização, e se contentar em agir sobre cada alma a título meramente individual.



    Todo cristão é um foco de Civilização Cristã?

    Sim. Toda a alma sobre a qual a Igreja age, e que corresponde generosamente a tal ação, é como que um foco ou uma semente da civilização cristã, que ela expande ativa e energicamente em torno de si. A virtude transparece e contagia. Contagiando, propaga-se. Agindo e propagando-se tende a transformar-se em cultura e civilização católica.



    A Igreja pode não produzir uma Civilização e uma cultura católicas?

    Não. O próprio da Igreja é de produzir uma cultura e uma civilização cristã. É de produzir todos os seus frutos numa atmosfera social plenamente católica.



    O fiel deve desejar a Civilização Cristã?

    Sim. O católico deve aspirar a uma civilização católica como o homem encarcerado num subterrâneo deseja o ar livre, e o pássaro aprisionado anseia por recuperar os espaços infinitos do Céu.



    Qual é, em resumo, o ideal católico hoje?

    E é esta nossa finalidade, nosso grande ideal. Caminhamos para a civilização católica que poderá nascer dos escombros do mundo de hoje, como dos escombros do mundo romano nasceu a civilização medieval. Caminhamos para a conquista deste ideal, com a coragem, a perseverança, a resolução de enfrentar e vencer todos os obstáculos, com que os Cruzados marcharam para Jerusalém.

    Porque, se nossos maiores souberam morrer para reconquistar o sepulcro de Cristo, como não queremos nós filhos da Igreja como eles lutar e morrer para restaurar algo que vale infinitamente mais do que o preciosíssimo sepulcro do Salvador, isto é, seu reinado sobre as almas e as sociedades, que Ele criou e salvou para O amarem eternamente?

    (Fonte: Plinio Corrêa de Oliveira, “A Cruzada do século XX”, Catolicismo nº 1, Janeiro de 1951) 
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