Don Divo Barsotti

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domingo, 6 de outubro de 2019

Divo Barsotti: "La Fede della Vergine Maria"

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Divo Barsotti: "La Fede della Vergine Maria"


Colgo l'occasione dalla catechesi che il Santo Padre ha fatto ieri, sulla fede della Vergine, per proporre alcuni tra i testi più belli scritti su Maria di Nazareth dalla teologia moderna e contemporanea. Quello che propongo qui è di don Divo Barsotti, tratto da un ritiro predicato a Brescia nel 1985.

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La fede della Vergine Maria

 Non vi è stata un'altra anima che sia stata più docile all'azione dello spirito della Madonna; la invocano come Vaso spirituale, come Vaso che accoglie tutti i doni dello Spirito.
Ci sembra opportuno allora parlare della Madonna. Questo si può fare in tanti modi, ma precisamente in quanto era ed è il vaso che accoglie i doni dello Spirito. La santità cristiana è indubbiamente l'opera dello Spirito Santo in un'anima. L'anima dell'uomo deve totalmente abbandonarsi a Dio, perché Dio operi in Lei, secondo la Sua divina volontà il perfezionamento del Suo Amore. Nessuna creatura ha saputo abbandonarsi all'azione dello Spirito come la Vergine. Non vi è un'incarnazione dello Spirito Santo, ma la rivelazione suprema di quello che è lo Spirito Santo è precisamente la Vergine perché Ella non ha posto nessun limite, nessuna riserva, nessuna condizione, all'azione onnipotente della grazia divina. Ella è stata tutta penetrata dall'azione dello Spirito Santo e trasformata dai suoi doni. In Lei non vediamo la Creatura ma vediamo Dio, Dio che è in Lei, Dio che vive in Lei, puro cristallo! Ella lascia totalmente passare attraverso di Sé la luce della verità e per questo Ella è veramente la causa esemplare della santità creata. La santità creata, ce lo insegnano anche i grandi mistici, è perfetta quando l'uomo in qualche modo è come il cristallo della luce di Dio, e nella luce di Dio si perde e lascia vedere attraverso di sé Dio stesso. Così la Vergine. Nella sua umiltà perfetta, nell'oblio totale di Sé, Ella non vive una sua vita, ma lascia che Dio viva in Lei pienamente, senza resistenza alcuna, e la vita di Dio in Lei non può essere che amore. La condizione a questo amore è precisamente questa umiltà profonda, questo oblio totale di Sé, questo sparire nella luce divina. Ma se l'umiltà è la condizione, la santità nel suo lato positivo è precisamente Dio che vive in Lei, come si è detto prima. Non è certo Maria, un'incarnazione dello Spirito Santo come non è la Chiesa; la distinzione delle parti fra Maria e la Chiesa è ancora più grande, come fra lo Spirito Santo e la Vergine, e tuttavia lo Spirito Santo non si rivela mai così pienamente come nella Vergine pura. Perciò Maria Santissima è la rivelazione suprema dello Spirito, perché abbandonandosi totalmente alla sua azione lascia che lo Spirito Santo si riveli attraverso di Lei, senza alcun ostacolo. In questo suo abbandono allo Spirito di Dio, la Vergine ci insegna il medesimo abbandono nella stessa umiltà. E questo significa prima di tutto avere una fede grande, perché un abbandono, se non c'è un Dio che ci prende ed opera in noi, sarebbe un morire a noi stessi senza compenso. Bisogna che nel nostro abbandono ci siano delle mani che ci accolgono, ci sia un altro che ci prende e ci possegga. L'abbandono della donna all'uomo che ama è un abbandono che ha come risultato per la donna una pienezza di amore, non la morte, ma la vita, così è anche l'abbandono all'azione dello Spirito. Esso suppone la realtà della presenza dello Spirito Santo, la realtà dell'amore di Dio che ti vuol possedere, ti vuole per Sé. Ed ecco perché la prima cosa che s'impone se vogliamo abbandonarci allo Spirito Santo è quello che si è sempre detto. Credere nell'amore di Dio. Se non crediamo all'amore di Dio neppure possiamo abbandonarci, o almeno il nostro abbandono è veramente come una rinuncia a vivere, un abbandono alla morte, alle forze disgregatrici dell'essere, allo scoraggiamento, alla sfiducia, al vuoto. Perché il nostro abbandono sia positivo bisogna credere nell'amore di Dio personale, non all'amore di Dio in genere, ma credere a questo amore di Dio per me, ad un amore che è infinito, che mi vuole con tutta la sua potenza di amore. Dobbiamo credere a questo. Allora il mio abbandono non è un venir meno della mia vita, un impoverimento della mia esistenza ma invece diviene come assomiglianza all'altro, come l'abbandono della donna a colui che ama. Diviene un potenziare la vita, un realizzare veramente il proprio essere perché, come Dio, così anche la creatura umana è, soltanto se ama, è nella misura che ama. La prima cosa dunque che si impone è credere all'amore di Dio, non è facile però. Prima di tutto bisogna che noi percepiamo la realtà stessa di Dio, fintanto che non lo facciamo non riusciremo mai ad abbandonarci. L'abbandono è come gettarci nel vuoto, è per noi veramente morire. Bisogna essere sicuri che Dio non solo è, ma veramente è presente e mi ama, perché non ci si abbandona a un altro se non ci ama, non solo, ma nemmeno ci vuole. Questo abbandono sarebbe veramente non a una persona, ma al nulla. Bisogna credere.
Noi crediamo all'amore, ma con la nostra misura. Chiediamo infatti a Dio che debba soddisfare i nostri desideri, le nostre aspirazioni umane e non è detto che queste aspirazioni siano cattive, ma è certo che l'amore di Dio trascende infinitamente ogni nostro desiderio e ogni nostra aspirazione e ogni nostra speranza. L'abbandono a Dio è l'abbandono a un Dio che ci ama, ma di un amore che per noi rimane incomprensibile che a noi chiede il superamento di ogni nostro pensiero, idea e desiderio e speranza. È vero che indubbiamente l'adempimento dell'amore divino nei riguardi nostri, compie, realizza ogni nostro desiderio, ma va ben oltre, noi vorremmo che Dio si adattasse alla nostra povertà, alla piccolezza dei nostri desideri e alla povertà delle nostre aspirazioni, invece Dio pretende. Ecco l'abbandono. E questo implica per noi uno sforzo continuo di superamento di noi stessi. Probabilmente nella misura che ti abbandoni Egli fa di te, qualche cosa che tu nemmeno potevi pensare, farà di te e chiederà a te quello che mai avresti pensato di dovergli donare. È così, l'anima si trova smarrita e allora crede di non essere amata, e ritira il suo abbandono, le sembra che Dio l'abbia ingannata. L'anima riprende in qualche modo l'esercizio delle sue potenze per determinare lei stessa il suo cammino, non si lascia più guidare da Lui. La crisi di molte anime religiose è proprio qui. In un primo tempo si danno a Dio, ma Dio poi sembra deluderle, sembra che Dio le abbandoni a se stesse, al vuoto, alla morte, sembra che Dio non le ascolti, che rifiuti di colmare il vuoto dell'anima. Allora l'anima si sente ancora sola, più vuota e crede di avere sbagliato e pensa che in fondo lei ha pensato che Dio la amasse di più di quanto lei non credeva, cioè ritorna a pensare ad un amore di Dio sì, ma generico, non personale, non attuale, non infinito. Bi sogna che noi sappiamo credere all'amore di Dio, a un amore che è infinito, trascendente e incomprensibile. E certamente non è che questo amore di Dio neghi quelli che sono i caratteri propri, all'amore umano, perché gli attributi positivi di Dio, implicano la trascendenza infinita di questi valori positivi, ed è tale la trascendenza infinita che pur essendo l'amore anche di Dio, vero amore, anzi è proprio questo il vero amore, tuttavia è talmente trascendente ogni nostro pensiero che sembra essere quasi negativo nei confronti di quello che noi consideriamo l'amore.
Noi vediamo nei santi. Che cosa Dio ha chiesto loro? Come Dio ha donato tutto, togliendo tutto all'anima che a Lui si abbandona, ed è vero che tutto questo fa paura!; perché non si vede l'amore, perché vorremmo tutti che l'amore di Dio fosse come pensiamo noi non come è. E l'amore di Dio è qualche cosa che trascende ogni nostra aspirazione e sembra quasi impossibile talmente è grande. Non ti lascia più vivere non ti lascia più spazi, non ti lascia più nulla. Pensate la Vergine. Un'umile creatura che si sente chiamata ad essere Madre di Dio, essere Madre di Dio, per noi oggi vorrebbe dire per la Vergine chissà quali gioie, quali onori, e invece fa una vita di povertà, di solitudine e la previsione della morte del Figlio e l'esperienza della morte del Figlio. Dio non ha chiesto forse a nessuna mamma quanto ha chiesto alla Vergine, anzi senza il forse, anche come morte in sé. Morta anche ogni difesa e il disgusto ad essere gettata via anche da Giuseppe, è Dio stesso che l'ha difesa con il segno dell'Angelo a Giuseppe. La sua grandezza l'ha pagata con un abbandono che le è costato veramente una morte. Una morte da ogni suo disegno da ogni sua intrapresa, ad ogni suo sogno. Dice il Manzoni quando nacque Gesù, la Madonna nacque. È vero ha conosciuto anche la gioia di essere la Madre di Dio. Però non è mai una gioia senza la sofferenza. Lei ha creduto, e chi ha fatto di Lei quello che ha voluto, e quello che ha fatto di Lei, sembra incomprensibile a noi. La sua Madre, e questo Dio l'abbandona, vive la povertà e il nascondimento supremo, vive sempre una vita di fede, Lei sapeva che quello che era stato concepito nel suo seno non era opera dell'uomo, non sapeva mica che era lo Spirito Santo che era disceso sopra di Lei che l'aveva fatta Madre di Dio. Anche per la Vergine, come per Gesù l'adesione a questo Dio amato ha voluto dire entrare in una tenebra sempre più fonda; era nato da Lei il Figlio di Dio, è un bambino che cresce sotto i suoi occhi e non dice nulla e non fa nulla e non ha nome. Era il Figlio di Dio e non dà segno, tranne a 12 anni, della sua origine e della sua missione. Rimane nella casa. Lei attende, non vi è in Lei minimamente una mancanza di fede. Quello che hanno detto alcuni Padri della Chiesa, non possiamo accettarlo più, cioè anche Lei ha mancato di fede. È questa la grandezza di Maria. Pensate che per credere all'amore di Dio ha dovuto accettare un mistero che è più grande del mistero della Trinità. Questo figlio che cresce e non dice nulla, e dal paese di Nazaret che è un piccolo paese, cresce Gesù, arriva a 30 anni e non è conosciuto per nome. È il figlio di Giuseppe, conoscono i fratelli di Lui. Lui il Figlio di Dio così come era stato detto dall'Angelo Gabriele. È qualche cosa di una grandezza che ci spaurisce. La fede di Maria non la sua grandezza esterna, non gli avvenimenti della sua vita, questa fede che cresce, una fede che non ha paragone negli uomini, in nessun santo e non potrebbe mai avere nessun paragone. Beata che hai creduto! Davvero più anche di Abramo.
La fede di Maria è esemplare ed è veramente trascendente per l'esperienza di ogni uomo. Questa fede che non è la fede soltanto in Dio, che non è la fede in Gesù Cristo figlio di Dio, la fede in un Dio che si è fatto suo, in un Dio che si è messo nelle sue mani che Lei deve custodire e proteggere. E questo Dio tace, e questo Dio non fa nulla. L'Angelo le aveva detto che doveva regnare sopra Israele: attraverso di Lui si sarebbero adempiute le promesse fatte a Davide. Passano gli anni, non solo, ma guardate come Lei non intraprende nulla di Sé, vive una passività totale nei confronti di Dio, nei confronti della grazia. Ma la passività di Maria nei confronti di Dio è qualche cosa che ci lascia senza fiato.
Viene concepito il Figlio di Dio nel suo seno e tace. Può essere accettata o gettata via; riconosciuta adultera, poteva essere benissimo anche lapidata, perché la promessa sposa già apparteneva allo sposo secondo l'antica legge del tempo. Niente, non dice una parola. Dio deve prendere le difese. Alcun Padri della Chiesa, avevano pensato veramente che in quel caso lì, Lei ha peccato. Dopo che Gesù è entrato nella sua missione, a Lei: costò in un modo terribile questa sua solitudine. Probabilmente Giuseppe era morto. Gesù e Maria. Ed ecco quello che i Padri della Chiesa pensano del peccato di Maria. Maria Santissima, va con i fratelli di Gesù: incomprensione verso il figlio, incomprensione nella sua missione. Così hanno pensato i Padri della Chiesa, noi dobbiamo pensare altrimenti perché in Maria non vi è stata certamente nessuna ombra di peccato. Non dico veniale ma nemmeno imperfezione.
Ecco la passività di Maria nei confronti della volontà di Dio, Lei deve obbedire. È vedova e le vedove non hanno nessun potere, non possono esprimere una loro volontà, non son loro che guidano la famiglia, è il capo della famiglia. Ed è evidente che se Giacomo, Gioses e Giuda vengono detti fratelli di Gesù è chiaro che non saranno fratelli, ma vivono nella stessa famiglia e fanno parte dello stesso clan, saranno stati una sorella o un fratello di Giuseppe, non sappiamo, comunque facevano parte certamente del clan.
Era l'obbedienza a Giacomo che Maria doveva dare. Lascia a Dio difendere il suo Figlio, e non può fare nulla e non deve far nulla. Lei non azzarda, non osa più nemmeno dire una parola a Giacomo. Forse ci sembra un po' esagerato. Bisogna renderci conto e riportarci a quel tempo a ciò che era il diritto della donna. Allora la donna doveva ubbidire e basta, non poteva intromettersi nell'andamento della casa, nella guida della famiglia, oggi è impensabile, ecco perché al giorno d'oggi questo episodio del Vangelo rimane incomprensibile a noi. Ma invece come in questo caso Maria si rimette a Dio. Lei non agisce mai di sua iniziativa, lascia che Dio la guidi, si lascia portare. Dice San Paolo nella Lettera ai Romani, "Quelli che sono portati dallo Spirito Santo, quelli sono Figli di Dio". Lei è portata unicamente dallo Spirito. Non ha una sua volontà propria, perché la sua volontà è legata per sempre alla volontà divina. Non ha una sua vita propria, lascia che Dio faccia di Lei quello che vuole, quello che ha detto quando Ella ha accettato di essere Madre di Dio questo era l'origine di tutta la vita: "Si faccia di me". E si badi bene che anche allora il Verbo era "si faccia" e Lei non fa nulla. Lascia a Dio di possederla e di far di Lei tutto quello che Lui vorrà. E in questo abbandono totale che si vede la fede totale, la fede unica, ed è unica perché da una parte Lei non doveva prendere nessuna iniziativa, dall'altra Dio la portava in un cammino che rimaneva sempre più incomprensibile umanamente parlando. Due fatti dunque ci fanno capire in che misura l'abbandono di Maria fosse veramente qualche cosa di unico. Prima questo non prendere mai nessuna iniziativa, né una sua volontà né un suo pensiero. Lei non ha una sua vita. Dio agisce e opera in Lei secondo la sua volontà piena. Ella non vive che un abbandono, non vive che per donarsi e per lasciare agli altri di possederla fino in fondo. Prima di tutto questo. Ed è tanto difficile per noi rinunziare alla nostra piccola vita, rinunziare alla nostra volontà propria, ai nostri piccoli dolori, alla nostra casa, al nostro tempo, ai nostri pensieri ai nostri gusti. Ella vive fin dall'inizio in questa totale rinunzia a Se medesima perché Dio possa pienamente possederla fino in fondo. Questo il primo e il secondo è ancora più grande; questo abbandono questo rimettersi solamente a un Dio che Lei capisce sempre meno, comprende sempre meno. Perché voi sapete benissimo che la conoscenza di Dio implica un'ignoranza progressiva. Dio tanto più lo conosci, tanto più Egli ti appare infinito; tanto più lo conosci, tanto più per te è tenebra. E Dio rimane sempre più incomprensibile. Cosa sarà stato per Lei il credere che Gesù era il figlio di Dio quando lo vedeva sulla croce, quando ascoltava Lui sulla croce che gridava "Dio Mio, Dio Mio perché mi hai abbandonato". Queste parole che non avevo mai meditate, che non ho mai capito, cioè che in quel momento Gesù, non vede più nemmeno Dio come Padre, in quella invocazione Dio mio, Dio mio è come una creatura che maledetta da Dio, porta su di sé i peccati degli uomini. In quel momento ai piedi della croce vede sua Madre. Lei sente il Figlio che grida così, lo vede soffrire come Figlio di Dio e deve credere che è Figlio di Dio. Questa fede, ecco la grandezza della santità di Maria, quando si abbandona all'azione dello Spirito. Per noi veramente è tale la santità della Vergine che supera ogni nostro modo di concepirla, ogni nostro modo di vederla e di esserne pienamente coscienti.
Come è possibile che una creatura viva questa pura rinunzia di sé e questa fede assoluta in un Dio incomprensibile che le chiede tutto. Questa fede la lega al mistero di Dio, perché è il suo Figlio ed è Figlio di Dio. Perché Lei è stata associata al mistero del Figlio di Dio che è flagellato, è coronato di spine, che è oltraggiato da tutti e abbandonato dagli stessi discepoli e muore sulla croce in un apparente abbandono.
Che cosa ci insegna la Vergine? Che noi dovremo muoverci in questa duplice via. Credere all'amore di Dio e credere anche quando Dio ti spoglia, perché più Dio ti spoglia di te, tanto più si rivela quel Dio che trascende in ogni tuo pensiero, in ogni tua attesa, in ogni tua aspirazione e volontà. Credere all'amore di Dio, all'amore di Dio che è personale e attuale. Ora e qui. Non è domani, non è l'amore per tutti gli uomini, egli ama te. Crederlo, crederlo nonostante che Dio ci lasci così andare sempre più nell'ombra. Si invecchia, sentiamo la vita sfuggirci, gli stessi nostri parenti sembra che abbiano per noi una venerazione maggiore, ma la venerazione stessa ci dice che noi ci allontaniamo dalla loro vita, ed è questa una esperienza anche per le persone anziane, anche per le madri, anche per le nonne, la venerazione sia anche l'amore, però sono loro che hanno in mano la vita, tu ora vivi nell'ombra della loro vita, è un venir meno per noi, e c'è un senso di tristezza e anche un po' di rimpianto della giovinezza che se ne va. Eppure invece non ci può essere rimpianto. Il cammino che porta a Dio è un cammino continuo. Ci introduce sempre più nella vita, ma è una vita che non è più una vita naturale, è una vita soprannaturale perciò una vita che implica per noi una fede che cresce e un abbandono a Dio sempre più puro, più grande. Guardate che l'abbandono a Dio non sia una certa stanchezza della vita perché con l'età che cresce, potrebbe essere questo, no. Dovete vivere una vita più ricca, più forte, più generosa, più viva di quando avevate 20 anni perché allora la vivacità della vostra vita e la sua ricchezza dipendeva dalla natura. Eravate giovani, ora deve dipendere da qualche cosa di più grande della natura, dalla grazia divina che vive in voi. Quello che qualche volta vi ho detto, mi sembra di doverlo dire ancora, è che la santità cresce non diminuisce con gli anni, perché altrimenti ci vuole un minimo di capacità intellettiva, se si va nell'arteriosclerosi, non si capisce più nulla, non si è più capaci di vivere una vita umana. Ma se c'è un minimo di vita umana che ci permette di vivere, allora la nostra vita deve crescere, non dobbiamo rassegnarci; la rassegnazione, ricordatevelo, è la peggiore delle virtù. Dovete buttarla fuori dalla finestra, guai a rassegnarvi. Devi invece gioire di tutto quello che Dio ti dona, la rassegnazione è sempre una decadenza, è un venir meno della vita. Il pianto è sempre decadere. Invece devi reagire sempre di più e rialzarti ed entrare in un cammino che non sarà più grande di te, ti introdurrà sempre più nella vita. È quello che ha vissuto la Vergine, prima nasce il Bambino, poi è adolescente, cresce poi la predicazione di Gesù, poi dopo gli oltraggi, l'odio dei farisei, poi la passione e la morte. Ecco la fede e poi questo lasciarsi portare da Dio. Credere davvero al Signore vuol dire credere che la nostra vita è intessuta da questa Presenza. Dio non è lontano da noi, non c'è l'aldilà, se ci fosse un aldilà non esisterebbe Dio. Soltanto però non è l'universo che è Dio, bisogna stare attenti a questo passaggio della fede, ma ora è qui che io debbo vivere il mio contatto con Dio, perché non è mai futuro, ci sarà anche il futuro, ma quando il futuro sarà presente, non rimandare. Noi nella vita presente viviamo in due dimensioni. Una sul piano psicologico e sul piano biologico la viviamo come tutti gli altri, la vita di tutti. Ma non viviamo soltanto questa vita, per gli altri Dio è veramente un aldilà, cioè una trascendenza incomprensibile e inaccessibile.
Per noi oltre che a questa reazione psicologica e biologica che ci fa uguale a tutti; noi viviamo già il passaggio, noi viviamo già una vita che è la vita eterna. Perciò si muore sì, vien meno la vita biologica e psicologica, ma proprio nel venir meno di questa vita sfolgora la vita che è implicata nell'unione con Dio; l'uomo nella sua esperienza vive più intensamente la vita biologica e psicologica, più dell'esperienza soprannaturale. Perché noi siamo ancora degli esseri animali che appartengono al mondo di quaggiù. È soltanto lo spirito che può entrare in Dio; per tutto quello che noi siamo, le potenze spirituali dell'anima e anche tanto più il nostro corpo apparteniamo a questo mondo. Ora questa vita è così rozza, così pesante e grave che sembra quasi cancellare questa vita intima della fede, tanto che molte volte noi non sappiamo nemmeno se crediamo, talmente il mondo divino ci sembra come inaccessibile. È soltanto con la bontà dell'anima che noi entriamo in questo mondo, perché siamo totalmente immersi nella fatalità biologica e nella esperienza psicologica, la tristezza, il senso della solitudine, l'angoscia. Oppure anche la gioia di sentirsi amati, tutto questo ci riempie molto di più della vita puramente di fede e di carità. Lasciate però che tutto questo cada. Pensate alla storia di Gedeone. Gedeone deve combattere con Madian e convoca allora tutta la tribù. Gli uomini si dicono pronti a combattere sotto la sua guida. Dio dice: sono troppi, mandali a casa, quelli che vogliono andar via che vadano. Ne rimangono 10.000, troppi, dice il Signore, portali al torrente e vedi come bevono. Alcuni si mettono in ginocchio e bevono con le mani, altri invece per fare più presto con la lingua lambiscono l'acqua sul fiume bevendo come i cani. Questi 300 sono coloro che devi portare. Gedeone da a tutti un coccio vuoto, dentro ci mette un candelotto e dice loro: quando vi dò un cenno accendete il candelotto, gridate vittoria a Gedeone spaccate le brocche. È notte. Gedeone dà il segno. Sorpresi in questo modo i madianiti sono vinti. Che significa il rompersi del coccio. Non c'è per noi una rottura, ma una continuità, e la continuità nostra, quella che sarà poi la vita di domami, è la vita eterna che possediamo oggi. Il venir meno in questo mondo rende possibile una esperienza pura e totale del mondo di Dio. Tutto oggi in noi contrasta con il mondo di Dio, sia il nostro corpo, ecco perché per esempio oggi c'è tutto questo bum della liberazione del sesso ecc. Ecco perché la spiritualità cristiana ha sempre difeso ed insistito sull'importanza che ha la castità, nella vita cristiana, sia per coloro che vivono nella grazia, sia per quelli che non la vivono, perché la liberazione progressiva da questo legame si impone proprio perché Dio non può essere nella turbe del sangue.
Noi siamo uomini e la nostra vita parte di qui, intendiamoci. Sia la conoscenza, sia l'amore. Io non potrei amare nessuno di voi se non vi avessi conosciuto, e per conoscervi ci vogliono gli occhi perché vi veda, sentire la vostra voce, bisogna che esperimenti un po' la vostra presenza. Di qui nasce l'amore. Ma l'amore non termina qui. Ci vuole una amicizia che poi si stabilisce, si realizza e si vive anche se poi non abbiamo più l'esperienza sensibile. Per esempio tu ami ancora tuo marito come quando c'era, forse anche di più, perché ora il tuo attaccamento, la tua unione con lui avviene in un piano nuovo, ma più vero perché non è più legato a quelle esperienze sensibili che qualche volta poteva anche turbarti e darti noia, poteva stancare. Dobbiamo sapere che l'unità umana non è solo del corpo, siamo anche anime e c'è una unità anche sul piano psicologico. Ecco è così, se la vita dell'uomo incomincia dal senso, non termina nel senso, matura nella esperienza psicologica anche perché siamo anche spirito, tende a divenire poi veramente anche una unità spirituale, e l'unità spirituale come la sentite? È semplice, come si vive l'unità con Dio nello spirito, così si vive l'unità spirituale con coloro che abbiamo amato e che sono morti.
Ecco l'importanza che ha la devozione dei morti. Per me una delle cose più gravi dopo il Concilio è il venir meno nella devozione dei morti, perché è il cammino quasi universale dell'uomo di accedere al mondo di Dio. Dio è troppo lontano, Dio è una parola per molte anime. Ma la mamma, il papà, il marito, il figlio, loro l'hanno conosciuto, ed ora come fanno a vivere un rapporto con quelli che sono morti se non trascendono l'esperienza sensibile e l'esperienza puramente psicologica.
La religione dei morti è sempre stato un cammino obbligato per la moltitudine degli uomini, tutto questo dice appunto che viviamo in questa dimensione, la dimensione puramente temporale, puramente mondana. Invece siamo già nel regno di Dio ed è una cosa bellissima questa per noi.
L'amore per coloro che sono morti già trasferisce lentamente le anime nel mondo di Dio. In generale il fatto si risveglia proprio alla morte dei cari perché c'è un bisogno impellente che non si rompa il legame d'amore. L'amore di per sé è eterno, ma se non si rompe questo legame di amore io devo cercarlo all'aldilà, non posso più trovarlo come corpo, o con un'esperienza psicologica e allora io sono portato a fare questo passaggio. Ora impariamo dalla Vergine a vivere questa vita di fede, la vita di fede che ci renda veramente presente attualmente ed operante nella nostra vita come mistero infinito di amore.
Sentiamo la nostra vita precisamente come sacramento di questa presenza di amore infinito. La meditazione che ho fatto stamane è precisamente questa, son partito da una espressione propria del buddismo e ho detto, non posso dire questo eppure posso dire questo, dice il buddismo di Zen.
Il relativo e l'assoluto, perché non c'è un assoluto che devi far si per esempio che tu prendi questo libro in mano e per te sia l'assoluto.
Non ci eia altro che questo atto, che Dio è tutto. Però il relativo mette in chiaro che è sempre sacramento dell' assoluto ciò che io debbo vivere pur nella mia vita di umiltà, di nascondimento la vita stessa di Dio.
Dio non è al di là dell'atto che compio, Dio non è al di là, del luogo ove io vivo, Dio non è al di là della pena che io provo; è questo che io debbo incontrare, in questa pena, in questo luogo, in questo atto che devo vivere la mia unione con Lui. Ecco quello che ha vissuto la Vergine, ecco in che modo lo Spirito Santo ha vissuto in Lei e pur lasciandola nella sua povertà ha dato però a Lei la sua comunione la più perfetta con Dio. In una fede purissima d'immenso amore totale.