sexta-feira, 4 de outubro de 2019

Quale corpo il Signore mi darà dopo la morte? di don Divo Barsotti

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Ripresentiamo on-line, per il progetto Portaparola, una meditazione di don Divo Barsotti sul mistero del morire che Avvenire del 16 febbraio 2006 ha pubblicato per onorare don Barsotti, chiamato a sé dal Signore il giorno precedente.
L’Areopago

La risurrezione suppone la morte, il trionfo del Cristo il giudizio. Sono verità di fede elementari, e pur tuttavia, proprio perché sono elementari, non sono solo importanti ma fondamentali anch'esse per la nostra vita spirituale. È sempre il Mistero del Cristo: morte e risurrezione; e non vi è un elemento senza l'altro. La morte da sola non sarebbe mai, né potrebbe essere mai un argomento di meditazione per il cristiano, perché la morte è soltanto condizione alla risurrezione gloriosa; d'altra parte la risurrezione è impensabile senza la morte. I due elementi si richiamano l'un l'altro cosicché non possiamo meditare l'uno senza l'altro. È vero però che possiamo separarli, non per mantenerli divisi, ma perché la nostra meditazione abbia una maggiore ampiezza, infatti potrebbe essere soltanto un poco di curiosità teologica il meditare sul giudizio finale o sulla fine del mondo, mentre su tutti noi incombe la morte.

Tra poco noi moriremo. Che vuol dire morire? Che cos'è la morte? La prima considerazione da farsi sembra questa: l'uomo è un essere estremamente paradossale. Per il fatto che siamo in un corpo, indipendentemente dal peccato, sembra non potersi evitare la morte. Quel che è fisico, quello che è biologico non può durare eternamente, consuma. D'altra parte sarebbe non solo impensabile ma del tutto miracoloso (è un miracolo che non ha nessuna giustificazione e che a lungo andare andrebbe precisamente contro gli stessi voleri di Dio) che questo corpo vivente non conoscesse la dissoluzione. Sarebbero innumerevoli miracoli quelli che Dio dovrebbe fare perché questo essere che abbiamo, il corpo, dovesse mantenersi vivo senza fine. Non vi è esempio di questo nella natura: nemmeno le montagne rimangono ferme, nemmeno il sole e gli astri sono eterni. Una forza unica travaglia tutto l'universo fisico in mutamenti continui, in rivolgimenti inevitabili. È proprio il cambiamento stesso che assicura la permanenza. Non vi è nulla di permanente quaggiù se non il movimento.

Da una parte, dunque, il paradosso di un uomo che è corpo ed è spirito. Per quanto riguarda il corpo secondo la filosofia marxista, non solo, ma anche direi secondo la reazione spontanea e naturale degli uomini che hanno perso la fede, è naturale la morte; non c'è lo scandalo della morte per loro. Accettano di morire non pensandoci, cercando di esorcizzarsi nei confronti dello sgomento, della paura che l'uomo ne prova, col non pensarci. Non c'è nulla da fare, la morte è inevitabile ed è naturale per questo. Dall'altra parte però, rimane vero che l'uomo non è soltanto un corpo organico, è anche spirito, e proprio in forza del fatto che è anche spirito, l'uomo non riesce ad accettare la morte, né può accettarla. Si prova nei confronti della morte una opposizione naturale, spontanea. Non per nulla, si diceva prima, si cerca di dimenticare, si accetta per principio, ma poi non si vuol ricordare, perché poi l'insorgere naturale dello spirito è anche esso inevitabile.

E allora Dio ci ha creati male? Ci ha dato nello stesso tempo un corpo che di per se stesso è soggetto alla morte e uno spirito che non può morire. Come mai ha unito queste due cose così stranamente diverse?
Secondo la Genesi, Dio riveste l'uomo di pelli morte cacciandolo dal Paradiso terrestre. E secondo l'interpretazione che dà il rabbinismo, il passo della Genesi vuol significare che dopo il peccato Dio sottopone alla morte l'uomo - e questo è vero anche per noi - dandogli un corpo che ora soltanto è mortale. Il nostro corpo che possediamo oggi non è il corpo che Dio ci ha dato all'inizio. Creati per l'immortalità, noi non potevamo avere un corpo passibile. Il corpo passibile che anche riceve Gesù, lo riceve in vista della morte; se il corpo è passibile è destinato a morire. Se dunque Adamo ed Eva prima del peccato non dovevano morire, vuol dire che avevano un altro corpo da quello che abbiamo noi ora. Questo l'insegnamento di Israele, e Israele ci dice appunto che questo corpo fu dato l'uomo dopo il peccato.

E Dio ha dato all'uomo questo corpo mortale non per castigo ma per suprema misericordia. Dio ci aveva fatto per l'immortalità, e facendoci per l'immortalità non poteva donarci un corpo mortale: il corpo mortale diviene tale dopo il peccato. E allora ecco, noi vediamo precisamente nella nostra condizione umana una situazione veramente paradossale: sul piano fisico, sul piano biologico noi andiamo verso la morte, ma l'andare verso la morte non vuol dire morire, sembra anzi acuire, per colui che ha una vita spirituale, la potenza di vita che Dio ha inserito nella nostra natura. Sembra di fatto, che proprio andando verso la morte l'uomo viva. Non si vive a vent'anni, tranne alcune eccezioni, e nemmeno a venticinque; non si vive, siamo portati via dagli istinti, siamo portati via da tutte le piccole ambizioni, le vanità, gli egoismi, la sensualità, l'uomo non prende ancora coscienza di sé, del proprio destino, dei proprio valore, della propria grandezza. L'uomo incomincia a vivere invecchiando; è una cosa strana, ma si vive invecchiando, nella misura cioè che questo corpo, che doveva essere strumento dello spirito, esprime minori esigenze, non pesa più, e non diviene più qualche cosa che impedisce allo spirito di vivere la sua vita.

Si muore. Ma che cosa vuol dire per noi morire? Vuol dire deporre un corpo che non è evidentemente per l'immortalità. E dunque la morte non è un male, perché ci libera da uno strumento che è inetto a una vita pienamente umana e veramente spirituale. Non è l'anima che non sia fatta per il corpo: l'anima umana è forma corporis, è principio vitale di un corpo ma, si direbbe, non di questo corpo, perché sembra anzi che l'anima tanto più viva quanto meno il corpo pretende, esige, s'impone nella sua forza, nella violenza dei suoi istinti.

Però nessuno ci assicura l'altro corpo tranne la Rivelazione divina. Di qui lo sgomento che ci prende perché sul piano umano, naturale, nessuno ci assicura un nostro permanere, perché è vero che vi sono due vite: una vita dello spirito e una vita del corpo, però rimane vero anche che la vita stessa dello spirito ha bisogno del corpo, cioè è lo spirito umano, l'anima umana è forma corporis e perciò io non posso capire nemmeno il mio permanere nella vita senza il corpo. Quale corpo il Signore mi darà? È tutto qui, direi, il problema della morte. Quale corpo il Signore mi darà.

Nel cristianesimo non c'è la rivelazione dell'immortalità quanto c'è la rivelazione della risurrezione. Perché? Che cos'è questo mistero? Evidentemente ci voleva proprio l'evento della risurrezione del Cristo per ridonare agli uomini non solo la speranza, ma la certezza che si sarebbero risolti, per l'uomo, tutti i tragici interrogativi, problemi, angosce, turbamenti che la sua vita stessa origina per lui.
Dice il libro della Sapienza che la morte è entrata nel mondo per il peccato; se noi fossimo dovuti rimanere sempre nel corpo senza morire avremmo vissuto, sì, una vita immortale in un corpo adatto alla immortalità, però in questa immortalità noi avremmo vissuto in tal modo da non sentire precisamente la tragedia che è propria della vita di oggi, la tragedia cioè di una vita immortale che dobbiamo attendere soltanto da Dio dopo la remissione del nostro peccato, anzi, come compimento di una redenzione dal nostro peccato.

Oggi l'immortalità viene a noi come dono che è perdono e grazia divina, mentre l'immortalità di prima, dopo il peccato, sarebbe stata per l'uomo non più salvezza, non più redenzione, ma un fissarsi nella sua condizione di peccato e di lontananza da Dio. Ma meditando la morte dobbiamo riconoscere ed accettare lo sgomento, l'angoscia, il rifiuto della nostra natura. È vero che il nostro corpo ci fa necessariamente schiavi della morte, ci fa naturalmente retaggio della morte, ma questo non toglie che nella misura che viviamo, tutto l'essere nostro debba ribellarsi a questo destino. E questo è tanto vero che perfino la Umanità sacrosanta del Verbo, il Cristo, prova ripugnanza a morire, si vuol sottrarre alla morte e per questo prega il Padre celeste. Non siamo fatti per la morte, tutto in noi dice che siamo fatti per la vita e per la vita divina, per la vita immortale, per una vita senza fine, e proprio il fatto di essere fatti per questa vita senza fine crea in noi una tensione e suscita in noi una reazione viva nei confronti della morte che viene.

Dobbiamo vederla come castigo o come medicina? Molto spesso noi si parla della morte come castigo. Ma se stando alla interpretazione rabbinica e anche dei Padri greci, la morte viene a noi dopo il dono che il Padre ci fa delle pelli morte, evidentemente non è soltanto un castigo, e dobbiamo dire di più: che Dio non castiga mai altro che il rifiuto ultimo, se c'è un rifiuto da parte dell'uomo che si chiude in se stesso, positivamente Dio non interviene mai per dare la morte. Per dare le medicine sì. C'è l'inferno, intendiamoci, ma l'inferno dipende dal fatto che l'uomo nella sua volontà si chiude alla misericordia, rifiuta i doni di Dio. È antropomorfico quello che dice il Vangelo «Andate maledetti al fuoco eterno». Dio non interviene positivamente nella condanna; nella condanna è l'uomo che si chiude, che si trincera difendendosi da Dio, Dio rimane l'amore. Se l’uomo avesse la capacità di aprirsi anche un istante solo alla misericordia, l’inferno si vuoterebbe immediatamente. È che lo spirito umano, e più lo spirito angelico, una volta che si è fissato nel peccato, rifiuta Dio e in questo rifiuto rimane. L’inferno è voluto soltanto dall’uomo che si è piegato ai beni terreni, l’uomo che si è chiuso in se stesso in un sentimento di autosufficienza, che ha voluto essere dio per sé contro Dio, non può liberarsi dal suo peccato senza pena.

Il dolore, la pena, la sofferenza, questi Dio li può volere, ma li può volere proprio per liberare l’uomo da questi legami, da questo chiudersi in sé, da questo peccato che lo difende nei confronti della grazia divina. La morte dunque non è un male. È vero che la morte è venuta per volontà di Dio e per il peccato dell’uomo, ma Dio dona la morte proprio dopo il peccato; e la morte data da Dio all’uomo come pena di peccato diviene anche la medicina per il peccato. Che cos’è il dolore e la pena nei confronti dell’uomo peccatore? Sono veramente il cammino per il quale l’uomo si scioglie, si libera dai legami dal proprio egoismo, dalla propria sensualità, dalla propria autosufficienza, dal proprio orgoglio, e si riapre a Dio. Col peccato si è chiuso, si è barricato contro la grazia; col peccato l’uomo ha voluto crearsi una sua autonomia, una sua autosufficienza nei confronti della misericordia infinita; col peccato l’uomo ha scelto sé contro Dio, si è opposto a Dio; l’uomo non può aprirsi senza che l’apertura di questa chiusura ermetica in cui egli si è difeso provochi una ferita.

Non c’è la possibilità per l’uomo di riaprirsi a Dio senza strapparsi a questo orgoglio e proprio per questo, allora l’estrema apertura a Dio è rappresentata dalla morte. Ecco perché, in fondo, non si può godere Dio, vedere Dio, senza morire. È impossibile per noi pretendere che il dono supremo a Dio possa venirci senza questa suprema apertura all’essere che la morte opera. Perché in fondo il nostro corpo mortale è una difesa contro l’amore divino e anche contro l’amore per gli altri. La morte, così, diviene la suprema medicina. Dobbiamo considerare allora il tema della morte entro il tema più ampio della sofferenza umana, di ogni pena umana.

Nessuno vive l’atto supremo della sua vita nella morte se non vive nella morte un atto di amore. Fa parte precisamente di questo atto supremo del nostro vivere anche il fatto che la morte sia anche la suprema pena, perché veramente vuol dire sradicarsi totalmente da sé. Tutta la vita di ogni uomo non ha altro termine che questa visione nella resurrezione ultima. È evidente che noi dobbiamo vivere anche la nostra vita precisamente come consentendo a che essa sia questo nostro cammino, un cammino verso la morte. Non per rassegnarci: la rassegnazione non è virtù cristiana. Uno che si rassegna già per questo fatto non è cristiano. Che vuol dire rassegnarsi? Se si tratta della volontà di Dio, si deve amare questa volontà, si deve abbracciare con gioia e per superare la pena istintiva che certi avvenimenti ci danno, superarla d’impeto, in un amore che tende all’unione al di là della pena. Vi è un aspetto che dovremo tener presente attraverso proprio questa mortificazione, per la quale ci sciogliamo sempre più dai legami a una condizione terrestre, vi è una libertà che noi andiamo possedendo, una vita sempre più piena alla quale noi ci avviamo, ed è proprio questa vita che nella morte poi si farà piena ed eterna, una vita che risponde precisamente alle esigenze dell’anima umana. Certo che l’anima umana vivrà in un altro corpo, perché l’anima è sempre forma corporis, ma sarà il corpo della risurrezione, non questo corpo mortale.