Don Divo Barsotti

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domingo, 6 de outubro de 2019

Don Barsotti: , «Poeti, cercate il miracolo»

Don Barsotti:     POESIE
«Poeti, cercate il miracolo»
«Per cantare il "mistero" di Dio,
bisogna essere Santi, o avere il senso della propria "piccolezza"».
DON DIVO BARSOTTI (1914-2006).
Don Barsotti, cos’ha rappresentato, per lei, la poesia?
«La poesia dice la gratuità della vita, dice che tutto è "miracolo", tutto veramente è qualcosa che tu non puoi "dominare". Tu sei "dominato": "dominato" dalle cose, dalla bellezza, dai fatti. Se vivi questa tua "dipendenza" nell’angoscia, anche questa può essere trasferita nella poesia, ma è soprattutto nella meraviglia, nello stupore che senti che il mondo è più grande di te».
Quanto è importante la poesia?
«Molto. È importante per l’umanità di oggi riscoprire il "sacro" attraverso la poesia, magari la poesia di chi è anche "anti-cristiano", ma sente la bellezza dell’amore, di chi magari rifiuta il Cristo, non perché ci sia da parte sua un rifiuto cosciente, ma perché non lo conosce, perché gli è stato presentato male e sente invece "pulsare" la vita di questo universo».
Che rapporto c’è, a suo giudizio, tra letteratura e religione?
«È una cosa notevole riconoscere come la religione sia sempre legata a un fenomeno letterario. Culto e libri sacri sono due elementi di una medesima vita religiosa.
Sempre, per ogni popolo, per ogni civiltà, non si ha religione, si direbbe, che non si esprima attraverso l’arte e non abbia nell’arte, in particolare nell’arte letteraria, la sua testimonianza più alta».
Però i poeti, i "letterati", non sempre sono stati e sono in sintonia con il cristianesimo…
«I poeti hanno sentito quasi universalmente nel cristianesimo un "nemico", così nell’antichità "pagana". I cristiani d’altra parte avvertivano un "nemico" nella poesia. Non solo anticamente, anche oggi: Carducci, D’Annunzio, Foscolo, Leopardi..., tutti i più grandi poeti moderni, e non soltanto italiani, hanno dichiarato una loro opposizione al cristianesimo, e proprio, sembra, in forza del loro sentimento "religioso", quasi che il cristianesimo non solo dovesse "inaridire" la poesia, ma anche la vita religiosa. Infatti, il cristianesimo uccide il "mito". Al contrario, l’espressione propria della poesia sembra essere il "mito" e rimane maggiormente fedele al senso del "mistero" in un linguaggio che tanto più è poetico quanto meno sembra definito concettualmente. La poesia dice più l’attesa che la rivelazione, il presentimento più che la presenza».
E i poeti cristiani?
«Anche i poeti cristiani, quando passano da un’espressione religiosa vaga a un’espressione concreta, cadono facilmente (non dico inevitabilmente) nel "didascalico", nell’"oratorio". E la loro poesia, se anche non viene meno del tutto, diviene tuttavia meno "pura" e meno "alta". Se tuttavia la poesia, che è espressione di vita religiosa, è spesso in opposizione al Dio "rivelato", al Dio della rivelazione ebraica e cristiana, dobbiamo renderci conto che non è precisamente contro Dio come tale, ma contro un Dio "socializzato", contro un Dio che la cristianità ha ridotto a un "idolo" vano, ha preteso di ridurre a sua immagine e somiglianza. In questo caso l’opposizione al cristianesimo può divenire un richiamo di maggiore fedeltà a Dio per i cristiani ed essere in sé una "lotta" per "Iddio" contro coloro che invece di rendergli testimonianza lo tradiscono. Il "mistero" divino fintanto che rimane "arcano’, che rimane come "velato", che rimane come "atteso", ha ben altra dimensione per l’anima del poeta che il Dio dei cristiani così come molto spesso il poeta lo conosce. Per esser poeta cristiano bisognerebbe che la vita religiosa del poeta fosse immensamente "alta", perché questa reazione alla visione di Dio non fosse l’espressione di una conoscenza di un Dio fatto a immagine e somiglianza dell’uomo, di un Dio "profanato", "socializzato", ridotto alla misura di un "idolo"».
Per essere poeti cristiani bisogna dunque essere dei Santi, dei grandissimi Santi?
«Certo che i poeti più grandi del cristianesimo sono Santi: Sant’Efrem, Romano il Melode, San Giovanni di Damasco, San Gregorio di Narek e, più vicini a noi, Francesco d’Assisi, San Giovanni della Croce, il Beato Jacopone. Tuttavia è anche il senso del peccato che fa il cristiano. Non sono soltanto i Santi, i poeti cristiani, sono anche i peccatori che implorano il perdono, che provano le "vertigini" della propria miseria e della grandezza di Dio: Dante, Petrarca, Michelangelo, Racine, i poeti "metafisici" inglesi e, più vicini a noi, Péguy, Claudel, Eliot… E tuttavia sono sempre pochissimi. Il senso del "mistero" così vivo di fronte all’universo può esser perduto dal poeta che canta un Dio che è entrato nel tessuto della storia umana e si è fatto uomo: il mistero dell’umiltà di Dio può divenire puro insegnamento "didascalico", può compromettere, nel poeta che non abbia un senso religioso profondo, la stessa rivelazione divina, può ridurre Dio alle dimensioni di una verità "concettuale", di una realtà "contingente"».