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terça-feira, 26 de agosto de 2014

Intimità con Dio: vocazione cristiana


di ANNA MARIA CANOPI, OSB

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Invocando il Signore, viene spontaneo alzare gli occhi al cielo come per cercarlo al di là di tutto lo spazio che circonda la terra, in una lontananza astrale. Ma sappiamo che Dio è ovunque e che si è fatto vicinissimo all’umanità, incarnandosi nella persona del Figlio. Egli è dunque soprattutto in noi, in chi "decide nel suo cuore il santo viaggio" (Sal 84,6), per raggiungerlo e dimorare nella sua Presenza. Egli in noi e noi in lui, infatti è dentro di noi che viene il Regno di Dio inaugurato dalla venuta di Cristo (cf Mc 1,15).
Il viaggio interiore
Perciò Agostino, con parole ricche di sapienza spirituale, esorta: Noli foras ire, in te ipsum redi, in interiore homine habitat Veritas… Non andare vagando al di fuori di te, non disperderti nell’esteriorità, ma rientra in te stesso, perché è in te, nel tuo cuore, che abita la Verità; è lì che Dio prende dimora, come ha detto Gesù stesso:"Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui" (Gv 14,23).
L’insegnamento degli antichi Padri, attingendo alla limpida fonte del Vangelo, è unanime nel richiamare alla necessità di coltivare la vita interiore, per entrare in profonda comunione con Dio e non trovarsi sballottati qua e là da qualsiasi vento di dottrina (cf Ef 4,14).
Lungi dall’essere un narcisistico ripiegamento su di sé, tale discesa nella profondità del cuore è la via che, attraversate valli impervie e aridi deserti, si apre sugli infiniti orizzonti della trascendenza. Dice ancora sant’Agostino: se, scendendo in te stesso, ti troverai in un mondo pieno di disordine e di inquietudine, non arrestarti subito, ma procedi nella tua discesa, finché, giunto là dove dimora Colui che è la Verità e la Pace, potrai trascendere te stesso ed essere introdotto nell’oceano dell’Amore, così da non vivere più per te stesso, ma per Dio, diventando cooperatore del suo disegno di salvezza universale.

Il primo passo da compiere per il cammino spirituale è dunque, come insegna Gesù, entrare nella "cella interiore", per incontrare Dio nel segreto del cuore (cf Mt 6,6). Ma poiché – come giustamente diceva Dag Hammarskjöld – "il viaggio interiore è il viaggio più lungo" e più difficile, essendo insidiato dall’esterno e dall’interno, dagli altri e da noi stessi, per intraprenderlo occorre equipaggiarsi in modo adeguato.
Il martirio della coscienza
Occorre innanzitutto rivestirsi di silenzio, per difendersi dai tanti rumori che ci distolgono dall’ascoltare lo Spirito Santo che prega in noi e che ci rende umili e obbedienti.
Il Prologo alla Regola di san Benedetto inizia proprio con l’esortazione biblica: "Ascolta, figlio… " (v. 1). Il Padre del monachesimo occidentale chiede, dunque, come condizione preliminare per un’autentica vita cristiana, l’attitudine di ascolto e di accoglienza che è possibile solo a chi sta in silenzio. Ci troviamo di fronte a una richiesta fondamentale per tutti i cristiani, ma imprescindibile per chi vuol vivere una vita totalmente consacrata al Signore.
Viviamo nell’era della massima comunicazione; oggi si ritiene che la persona si possa realizzare solo nella misura in cui comunica nel "villaggio globale": il mondo intero è ormai raggiungibile in tutta la sua estensione nel giro di pochi secondi, in modo virtuale. Tale esigenza di comunicazione è certamente buona, tuttavia se diventa totalizzante, al punto da far smarrire la dimensione del silenzio e dell’interiorità, allora ne derivano gravissimi danni per la persona, che si disperde e si frantuma nell’esteriorità. La parola, quasi inevitabilmente, scade a chiacchiera, con una spasmodica ricerca del sensazionale, anche a scapito della verità che ne rimane offuscata.
A questo riguardo la vita religiosa ha una funzione esemplare in mezzo alla gente che ha perduto il senso cristiano della vita. Coloro che hanno scelto di seguire Gesù più da vicino devono ancor più impegnarsi nel custodire i genuini valori umani; perciò, vivendo in una società in cui essi vengono spesso calpestati,
devono avere il coraggio di andare controcorrente e non scegliere la via più facile del compromesso e della superficialità. Ciò comporta il quotidiano martirio della coscienza.
Là dove l’uomo mondano, nel suo orgoglio, parla sempre di sé e non sa tacere proprio perché non vuole anteporre nessuno a se stesso, i discepoli di Gesù continuamente vanno liberandosi dalla brama di autoaffermarsi e di porre se stessi al centro dell’interesse, così da essere aperti all’ascolto di Dio e dei fratelli. Solo la via dell’umiltà, della dimenticanza di sé, fa pervenire alla terra promessa del silenzio dove il cuore sprofonda in adorazione del mistero di Dio e diviene capace di riconoscerlo presente nel volto dei fratelli, delle sorelle, dei poveri, dei sofferenti: nel volto di ogni uomo, anche se sfigurato dalla miseria.
Cammino di conversione
Questo itinerario di liberazione dalla tirannia del proprio "io", del resto, non è altro che il cammino stesso di conversione a cui ogni giorno siamo tutti chiamati. Non si tratta tanto di fare sforzi per rendersi umili e silenziosi, quanto piuttosto di chiedere umilmente al Signore di farsi presente nella nostra vita in modo tale da indurci alla riverente adorazione e da suscitare nel nostro animo attenzione a lui e, in lui, ad ogni persona e ad ogni evento. Il vero silenzio, che è sostanziato di umiltà e di amore, è, dunque, dono di grazia e lo si coltiva con l’aiuto della grazia. Alla vera conoscenza di Dio non si giunge con l’intelligenza – per via di ragionamenti e riflessioni – ma con il cuore, mediante l’intuizione dell’amore che egli stesso ci dona.
Per entrare in comunione con Dio, bisogna aprire l’orecchio del cuore. Proprio per questo i nostri Padri nella fede erano tutti degli "innamorati" della Parola. Di questa Parola - che è Gesù Cristo stesso - il salmista canta con accenti appassionati le qualità eccellenti: essa è verace, fedele, stabile, irrevocabile, meravigliosa, è scudo di protezione, nutrimento, dolcezza, è fonte di vita, di luce, di gioia, di consolazione, di pace, di felicità perenne.
Dio rivolge la sua Parola! Beato se egli la sa ascoltare e custodire nel suo cuore, perché vi germogli e dia frutti di vita eterna.
Tutti siamo chiamati a vivere questa beatitudine che, in qualche misura, fu già sperimentata dai nostri Padri della prima alleanza, e che oggi raggiunge il culmine nell’ascolto della Parola incarnata: "Dio che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio" (Eb 1,1).
Per noi credenti ascoltare è, dunque, aderire con amore a colui che è qui e ci parla per renderci sua stabile dimora e farci vivere in comunione con lui in senso pieno, come persone eucaristiche.
In questo la Vergine Maria ci è donata come modello incomparabile.
Ella, infatti, è la Vergine del silenzio e dell’ascolto, che ha accolto il Verbo divino, lo ha concepito e partorito… Il silenzio e l’umiltà furono in Maria la radice e lo stelo su cui fiorì l’ascolto-obbedienza, quindi la Parola di Vita: Gesù. Guardando a lei, possiamo imparare l’ascolto obbediente, il silenzio umile e orante. Alla sua scuola possiamo diventare veri discepoli di Gesù, parola di Dio. Gesù stesso l’ha proclamato: "Una donna dalla folla alzò la voce e gli disse: "Beato il grembo che ti ha portato e il seno che ti ha allattato!". Ma egli disse: "Beati piuttosto coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!" " (Lc 11,27-28). In altra occasione, aveva persino affermato che sua madre e i suoi fratelli sono coloro che ascoltano la parola di Dio e la mettono in pratica (cf Lc 8,21; Mc 3,31-35).
Rischio di illusione e di ambiguità
Non c’è dubbio, quindi, che la Parola è il pane quotidiano, l’elemento base della formazione alla vita spirituale e dell’intima comunione con Dio. Ogni cristiano si può procurare questo pane per crescere interiormente. Come dice l’Apostolo, bisogna dimorare nella Parola, respirare in essa, sostanziarsi di essa. E la sua efficacia è tanto più sicura e intensa quando essa si fa evento nella sacra liturgia. Celebrando il mistero di Cristo, la nostra vita ne è coinvolta in modo tale da diventare luogo della sua viva presenza e della sua azione salvifica. Trasformati in lui diventiamo anche noi pagina sacra, parola di vita per i nostri fratelli, anche nel silenzio, semplicemente con l’essere sue icone viventi.
Questo itinerario di vita interiore non è solo, come già detto, faticoso a motivo della nostra umana fragilità, ma è anche pieno di insidie. C’è sempre il rischio dell’illusione e dell’ambiguità a causa del seminatore malvagio, che lavora di nascosto per disturbare il nostro ascolto del Signore e insinuare in noi i suoi astuti discorsi. Può allora nascere confusione tra la Parola divina con il suo vero significato e le nostre interpretazioni soggettive suggerite dalla logica perversa del maligno.
Perché il nostro ascolto non subisca danno dalle interferenze del menzognero è necessario vigilare e pregare, facendo in modo che la Parola stessa diventi preghiera nel nostro cuore e che la preghiera umile e fiduciosa sia il nostro stesso respiro. Allora si realizza l’unione mistica con colui che è la nostra Vita e possiamo dire con l’Apostolo: "Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me" (Gal 2,20; cf Fil 1,21; Col 2,17).
Anna Maria Canopi osb
Madre Badessa dell’Abbazia Benedettina
"Mater Ecclesiae"
28016 Isola San Giulio - Orta (Novara)