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quinta-feira, 19 de dezembro de 2013

ANALISI DEL DECRETO DI COMMISSARIAMENTO DEI FRANCESCANI DELL’IMMACOLATA di Roberto de Mattei, Mario Palmaro, Andrea Sandri, Giovanni Turco

 Il divieto imposto da papa Francesco ai frati francescani dell’Immacolata di celebrare la messa in rito antico continua a suscitare vivaci e diffuse reazioni.
Nel darne notizia, lo scorso 29 luglio, www.chiesa titolò così:

> La prima volta che Francesco contraddice Benedetto

In realtà, quella libertà di celebrare la messa in rito antico che papa Joseph Ratzinger aveva assicurato a tutti col motu proprio “Summorum pontifiicum” oggi non ha più estensione universale, perché è stata revocata dal suo successore a una congregazione religiosa e conseguentemente anche ai fedeli che assistevano alle sue messe.
Con contraccolpi che investono l’intera Chiesa.
Molti amanti della tradizione temono infatti che questa restrizione apportata a un caposaldo del pontificato di Benedetto XVI diventi presto un impedimento più generale.
Così come, sul fronte opposto, altri invocano che la messa in rito antico sia relegata definitivamente al passato e salutano nel divieto imposto da papa Francesco ai francescani dell’Immacolata un primo passo in questa direzione.
I francescani dell’Immacolata hanno ubbidito. Ma c’è chi non si è arreso e ha inviato in Vaticano una critica serrata del decreto con cui la congregazione per i religiosi – con l’esplicita approvazione del papa – ha intimato ai frati il divieto di celebrare la messa in rito antico.
Gli autori di questa analisi critica sono quattro rinomati studiosi cattolici: Roberto de Mattei, storico e autore di una rilevante ricostruzione in chiave tradizionalista del Concilio Vaticano II, Mario Palmaro, filosofo del diritto, Andrea Sandri, esperto in diritto costituzionale, e Giovanni Turco, filosofo. I primi due insegnano all’Università Europea di Roma, il terzo all’Università Cattolica di Milano, il quarto all’Università di Udine.
I quattro – costituitisi in una commissione di studio denominata “Bonum veritatis” – hanno inviato il 14 settembre il loro esposto al cardinale João Braz de Aviz, prefetto della congregazione che ha emesso il decreto, quella per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica, e per conoscenza ad altri dirigenti vaticani: al segretario di Stato entrante Pietro Parolin, al cardinale Raymond L. Burke, presidente del tribunale supremo della segnatura apostolica, all’arcivescovo Guido Pozzo, segretario della pontificia commissione “Ecclesia Dei”.
Nella lettera con cui accompagnano l’esposto, così i quattro motivano la loro iniziativa:
“L’analisi, da noi coordinata, è stata redatta da un gruppo di studiosi, di diverse discipline, che hanno avvertito in coscienza il dovere di offrire una riflessione sulla questione, in considerazione del suo interesse universale, consapevoli del diritto dei fedeli, sancito dal codice di diritto canonico (can. 212) di proporre ai pastori pareri riguardanti la vita della Chiesa. Essi riscontrano nel decreto una serie di gravi problemi che attengono al rispetto della legge naturale e del diritto canonico, nonché della ‘lex credendi’, e che hanno rilevanza per tutto il mondo cattolico. La loro gravità merita di essere considerata nella loro portata e nelle sue conseguenze”.
Nella conclusione della lettera, i firmatari chiedono “un tempestivo intervento della Santa Sede per riconsiderare la questione nella luce della giustizia e dell’equità, nonché del bene spirituale di sacerdoti e fedeli”.
Questo è il link al decreto che ha vietato la messa in rito antico ai francescani dell’Immacolata:
> “Il Santo Padre Francesco ha disposto…”
E questo è il testo integrale dell’analisi critica del decreto, scritta dai quattro studiosi:
> “Una sanzione in palese contrasto…”
Di essa, sono riprodotte qui di seguito le parti che direttamente riguardano il divieto di celebrare la messa in rito antico.

ANALISI DEL DECRETO DI COMMISSARIAMENTO DEI FRANCESCANI DELL’IMMACOLATA
di Roberto de Mattei, Mario Palmaro, Andrea Sandri, Giovanni Turco
Il decreto della congregazione per gli istituti di vita consacrata e le società di vita apostolica dell’11 luglio 2013 […] è un atto di gravità tale da non potere essere considerato di mera rilevanza interna per i soli destinatari. […]
Il decreto impone ai frati francescani dell’Immacolata – contrariamente a quanto disposto dalla bolla “Quo primum” di san Pio V e dal motu proprio “Summorum pontificum” di Benedetto XVI – il divieto di celebrare la messa tradizionale.
Ciò facendo priva di un bene di valore incommensurabile – la messa (celebrata in rito romano antico) – sia i frati, sia i fedeli che attraverso il ministero dei frati hanno potuto partecipare alla messa tridentina, sia tutti coloro i quali avrebbero potuto, in futuro, eventualmente parteciparvi.
Il decreto, perciò, non riguarda solo un bene – e con ciò, “il” bene – di cui sono privati (salvo espressa autorizzazione) i frati, ma anche un bene – e con ciò, “il” bene – spirituale dei fedeli, che mediante il ministero dei frati desideravano e desiderano accedere alla messa tradizionale.
Essi si trovano a subire – loro malgrado ed al di là di qualsivoglia colpa, quindi senza ragione – una sanzione in palese contrasto con lo spirito e con la lettera sia dell’indulto “Quattuor abhinc annos”, sia della lettera apostolica “Ecclesia Dei”, di Giovanni Paolo II, sia del motu proprio “Summorum pontificum” di Benedetto XVI.
Tali documenti, infatti, sono palesemente mossi dalla finalità di soddisfare l’esigenza di partecipazione alla messa secondo il rito romano classico, da parte di tutti i fedeli che ne abbiano desiderio.
Pertanto il decreto evidenzia una obiettiva rilevanza per tutti coloro i quali – per le ragioni più diverse – apprezzano ed amano la messa latino-gregoriana. Tali fedeli attualmente costituiscono una parte cospicua, e certamente non trascurabile, dei cattolici, sparsi in tutto il mondo. Potenzialmente essi potrebbero coincidere con la totalità stessa dei membri della Chiesa. Il decreto colpisce obiettivamente anch’essi.
Parimenti colpisce tutti coloro i quali, anche acattolici – per diverse ragioni, come storicamente già emerso in occasione dell’appello presentato a Paolo VI nel 1971 – avessero a cuore la continuità della messa tradizionale. Il decreto (ben al di là, quindi, della vicenda relativa ad un Istituto religioso) palesa una rilevanza universale anche sotto questo profilo.