Don Divo Barsotti

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sábado, 15 de dezembro de 2012

Parole luminose di Mons. Alain Castet, vescovo di Luçon

Parole luminose di Mons. Alain Castet, vescovo di Luçon



Il Prof. Bernard Dumont mi segnala e volentieri pubblico.

Cara MIC,
Le segnalo una cosa interessante, che vedo come un segnale, limitato, certo, significativo però di qualche passo in avanti. Si tratta della posizione manifestata da un vescovo francese finora piuttosto discreto e moderato, Mons. Alain Castet, vescovo di Luçon, nella Vandea. Appena arrivato, è stato attaccato da vari sacerdoti della propria diocesi per essere considerato troppo tradizionale ! Ha ordinato sacerdoti della Fraternità s. Pietro e questo è spiaciuto ai cani da guardia.

Sono usciti di recente gli Atti di un convegno tenuto in aprile 2010 sul tema del sacerdozio ministeriale all’ICES - Institut catholique d’enseignement supérieur - di La Roche-sur-Yon (città che fa parte della diocesi di Luçon) : « Annales de l’ICES », n° 2, La Roche-sur-Yon, Presses universitaires dell’ICES, giugno 2012. Lì si trova il testo della relazione di Mons. Castet sul problema dell’offertorio dell’Ordo Missae di Paolo VI. Questo testo viene pubblicato sugli Atti, pp. 79-86.
Nonostante una conclusione « unionista », il vescovo di Luçon manifesta una grande consapevolezza dei gravi difetti del testo montiniano. Inoltre si schiera a mezza voce contro ogni tentativo fusionale sbrigativo : « …sarebbe contrario allo spirito della liturgia che ciascuno manipoli e mescoli a modo suo i diversi riti per farne uno solo... », osservazione importante in questi tempi dove questa tentazione minaccia certi ambienti.

La tesi del vescovo è ben argomentata, anzi si riduce ad una costatazione : il Consilium di Bugnini ha trasformato il senso dell’offertorio, sotto l’influsso del P. Bouyer, dandogli la forma delle berakoth ebree, benedizioni dei frutti della terra e del lavoro, ecc., ciò che rompe la relazione tra l’offertorio dei doni e la finalità di questo atto, il Sacrificio. E questo, dice anche Mons. Castet, è una innovazione pura nella tradizione cattolica ; tutt’all’opposto, i doni sono strettamente legati al Sacrificio. Il vescovo afferma che « si tocca qui uno dei problemi fondamentali della riforma liturgica uscita dal Vaticano II, che si potrebbe chiamare la “razionalizzazione del tempo liturgico” » (razionalizzazione, perché la giustificazione del Consilium, già ben nota, è la voglia di non sprecare tempo con i doppî). Ora, dice ancora lui, « Questa razionalizzazione delle menzioni al Sacrificio è chiaramente una rottura e ha suscitato l'incomprensione di molti ». Più avanti, dice ancora che « non si può non constatare che l'offertorio non era in linea con questa preparazione » [cioè le berakoth]. [ Mi conforta, perché così ne scrivevo già diverso tempo fa, trovando conferma in più recenti affermazioni di Mons. Schneider, che individua nelle nuove preghiere dell'Offertorio la terza piaga del corpo mistico di Cristo]
Il vescovo oppone a questa novità « l'opportunità della connotazione sacrificale », e rifiuta un argomento sofistico, in due tempi : « Conveniamo tuttavia che se nella Messa del 1962 ci si riferisce all'entrata trionfale a Gerusalemme i riti dell'offertorio sono molto discreti, senza dubbio troppo, e troppo poco espliciti per essere pedagogici. » Questo per concedere il pretexto pedagogico. [Infatti oggi viene da molti messo l'accento sulla pedagogia della celebrazione, dimenticando che è innanzitutto necessaria l’interiorizzazione dello spirito e del senso profondo che la anima. È questo che guida i sacerdoti alla loro identificazione con Cristo e il popolo a scoprire nel celebrante la Persona del Signore. La pedagogia viene dopo ed è conseguente, non è il fine. La liturgia non è il 'luogo' della catechesi ma del culto.] Gli permette in seguito di rigettare il cosiddetto progresso pedagogico della « presentazione dei doni » montiniana : « Nello stesso senso, se nella Messa del 1969, si vuole evocare l'Ultima Cena, non si vede affatto perché è stata rimessa in risalto la processione delle oblate. La sera del Giovedì Santo non evoca alcuna solennità, ma piuttosto una grande calma… ».

L’analisi vorrebbe concludere sulla complementarietà dei significati… Tuttavia, nella parte finale, pur evocando « l’arricchimento reciproco » auspicato da Benedetto XVI, Mons. Castet afferma, a proposito dell’offertorio (tradizionale) che « Ciò non toglie che questo rito è pedagogicamente un elemento imprescindibile della celebrazione della Messa, che ne dà la cifra spirituale e che prepara le anime a vivere in profondità il passaggio dalla morte alla vita dando loro l'occasione ed il tempo di unirsi personalmente al Sacrificio ».