Don Divo Barsotti

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domingo, 9 de dezembro de 2012

S. Alfonso Maria de Liguori Vieni a me, caro mio Redentore, vieni; e colla tua divina luce fammi vedere la mia bassezza, la mia miseria, il mio niente, acciò tu possa in me riposare con tuo piacere per non separarti più da me.


S. Alfonso Maria de Liguori
Aspiraz. amorose a Gesù Sacramentato

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I. Egredimini et videte, filiae Sion, regem Salomonem in diademate, quo coronavit illum mater sua in die desponsationis illius (Cant. III, 11). O figlie della grazia, anime che amate Dio, uscite su dalle tenebre della terra ed osservate il vostro re Gesù incoronato con corona di spine, corona di disprezzo e di dolore, con cui lo coronò l'empia sinagoga sua madre nel giorno del suo sponsalizio, cioè nel giorno di sua morte, per mezzo della quale si sposò colle anime sulla croce; uscite di nuovo a vederlo tutto pieno di pietà e d'amore, ora che viene ad unirsi con voi in questo Sacramento d'amore.

Amato mio Gesù, tanto vi è costato dunque il poter venire ad unirvi coll'anime in questo dolcissimo Sacramento? Avete dovuto prima soffrire una morte così amara e vituperosa? Venite, venite presto ad unirvi ancora all'anima mia. Ella era un tempo vostro nemica per lo peccato, ma ora voi la volete far vostra sposa colla vostra grazia. Venite, o sposo mio Gesù, ch'io non voglio più tradirvi, io voglio esservi sempre fedele. Quale sposa amante voglio solo pensare a cercare il vostro gusto. Vi voglio amare senza riserva; voglio essere tutto vostro, Gesù mio, tutto, tutto, tutto.1

II. Fasciculus myrrhae dilectus meus mihi, inter ubera mea commorabitur (Cant. I, 12). L'arboscello di mirra, dopo ch'è ferito, versa per le ferite lagrime e liquore di salute. Il nostro Gesù prima della sua Passione volle per le sue piaghe versare con tanto dolore il suo sangue divino, per donarlo poi tutto a noi per nostra salute in questo pane di vita. Vieni



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dunque, o mio caro fascetto di mirra, o mio innamorato Gesù, che sei a me soggetto di dolore e di compassione quando ti considero impiagato per me sulla croce; ma ricevendoti poi in questo dolcissimo Sacramento ti rendi a me assai più soave che non è gradito ad un sitibondo un grappolo d'uva eletta: Botrus Cypri dilectus meus mihi in vineis Engaddi (Cant. I, 14).2 Vieni dunque all'anima mia e ristorami e saziami del tuo santo amore. Ah che dolcezza io sento nello spirito mio in pensare d'avere a ricevere dentro di me quello stesso mio Salvatore che per salvarmi volle essere dissanguato e sacrificato sulla croce per me! Inter ubera mea commorabitur. No, mio Gesù, ch'io non mai più avrò a cacciarvi, né mai più voi avrete a partirvi da me. Io voglio sempre amarvi e sempre stare unito e stretto con voi. Io sarò sempre di Gesù, Gesù sarà sempre mio; sempre, sempre, sempre inter ubera mea commorabitur.

III. Dum esset rex in accubitu suo nardus mea dedit odorem suum (Cant. I, 11). Quando Gesù viene ad alloggiare in un'anima colla santa comunione, oh come l'anima alla luce che porta seco questo Re del cielo vede e conosce la sua bassezza. E conforme la pianta di nardo si conosce la più bassa fra l'altre piante, l'anima si confessa la più vile fra tutte le creature: ed allora poi così umiliata, oh che odore soave rende all'amato suo Re; che per ciò l'invita a sempre più seco unirsi.

Anima mia dunque, se vuoi che Gesù in te riposi riguarda la tua bassezza: chi sei?3 che meriti? ed umiliati quanto devi4 cacciando da te ogni stima propria che allontana da te Gesù e l'impedisce di venire in te a riposare. Vieni a me, caro mio Redentore, vieni; e colla tua divina luce fammi vedere la mia bassezza, la mia miseria, il mio niente, acciò tu possa in me riposare con tuo piacere per non separarti più da me.LEGGERE...