Don Divo Barsotti

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quarta-feira, 23 de junho de 2010

Card. GIUSEPPE SIRI: OMELIA NELLA DOMENICA DELLE PALME (1973)


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Avete ascoltato due letture dal Santo Vangelo; una, l’ultima, portava la narrazione della Passione di Cristo secondo il Vangelo di Marco (14, 1-15, 47). Con questa narrazione si apre la Settimana Santa, la settimana tutta dedicata al ricordo della Passione del Signore e che finirà col ricordo glorioso della Sua Risurrezione. Non intendo questa mattina fermarmi sulla narrazione della Passione; avrò occasione questa settimana di riparlarne. Mi fermo invece sull’altro brano del Vangelo (Me 11, 1-10) che è stato letto e che porta la narrazione dell’ingresso trionfale di Gesù in Gerusalemme. Questa narrazione va completata naturalmente con elementi che abbiamo dagli altri Sinottici. Essa da motivo a questa Domenica detta delle Palme. Sono state benedette le palme e i rami d’ulivo in ricordo di quello che nell’ingresso trionfale di Gesù a Gerusalemme ha fatto la folla. Quel ricordo ritorna da sempre.
Ora, forse, è importante che io riassuma il racconto. Gesù vuole questo ingesso trionfale; ha disposto divinamente che ci fosse la cavalcatura col puledro accanto: era l’ingresso dei re. Volle l’ingresso dei re e mandò a prender le due cavalcature. Egli sapeva cosa avrebbe fatto la folla, volle quello che la folla gli aveva preparato: stendevano i mantelli per la strada perché la giumenta passasse non toccando le pietre; anche quello era un privilegio dei cortei fastosi regali orientali. Gesù volle questo. Quando qualcuno glielo contestò – e questi qualcuno hanno trovato molti seguaci e imitatori, specialmente in questo nostro triste tempo -, quando si lamentarono con Lui di quello che facevano soprattutto i bambini, Egli rispose: “Non avete letto nella Sacra Scrittura che dalla bocca dei fanciulli io trarrò la lode?” (Mt 21, 16). Pertanto non solo volle, ma difese questo trionfo. Questo è importante: che tutti i particolari, che si sono conservati, sono stati voluti da Lui, non subiti, non tollerati. La cosa è tanto più importante in quanto che in questo momento finale Egli, che aveva sempre, essendosi incarnato e fatto come gli altri uomini, usato il criterio della prudenza, gettò via ogni riserbo di prudenza e volle negli ultimi mesi, anzi nelle ultime settimane, lo scontro frontale coi Giudei. L’aver voluto questo trionfo risalta non solo per l’affermazione Sua esplicita, non solo per le disposizioni Sue assolutamente dettagliate e precise, ma risulta anche dal fatto che ha difeso. Ora anche questo Vangelo, come tutto il rimanente, è Parola di Dio, e dobbiamo accogliere quello che porta come Parola di Dio.
Gesù volle. Mi chiedo: perché volle? È chiaro non ho la pretesa di sapere tutti i perché di Dio; si perdono nell’infinità della scienza e della volontà divina. Però ci sono delle risposte che sono talmente vicine a noi, comprensibili ed ovvie da doversi ritenere che siano vere. Ed ecco le risposte che sembra si possano prudentemente dare alla domanda.
La prima ragione è nella stessa Sacra Scrittura, perché questo fatto dell’ingresso trionfale col corteo reale era stato predetto, e nei Sinottici c’è il riferimento a questa predizione. Non che Gesù abbia fatto questo perché era stato predetto. Ma era stato predetto molti secoli prima perché l’avrebbe fatto. Non è pertanto una conseguenza, è una causa. Questa è la prima ragione: la fedeltà divina alla propria parola, la fedeltà dei fatti alla profezia.
C’è un altro motivo che è in tutte le cose del genere, che è naturale e che pertanto Gesù ha giustamente assunto, perché ha assunto tutto quello che, non essendo peccato, è proprio della natura umana. Ed eccolo il motivo: la solennità, il fasto – a suo tempo certo, questo non lo fece tutti i giorni, ma lo fece quando era il caso -, la pompa, la grandiosità regale sono cose capaci di trarre dall’animo degli uomini sentimenti che altri fatti più modesti, riservati e spogli non potrebbero trarre. E ci sono dei momenti nei quali proprio quei sentimenti vanno tratti dal fondo degli uomini, e solo le cose solenni le possono trarre dal fondo degli uomini. Questo discorso non piace a taluno del nostro tempo, a taluni meglio, ma dovranno ammettere che questo loro dispiacere non va affatto d’accordo con l’Evangelo. L’Evangelo non è stato scritto per dar ragione a distruttori e a demagoghi, è stato scritto per portare gli uomini, come dice Giovanni nella chiusa dell’Evangelo (20, 31), all’ultima salute, a salvarsi. E pertanto può non tener conto di certe che non sono altro se non miserie umane. Ci sono dei moti nell’anima dell’uomo, ci sono dei sentimenti illuminanti lo stesso intelletto – perché molte volte l’intelletto che capisce, deve esser mosso dal sentimento, scaldato dal calore del sentimento -, che non vengono tratti se non quando la solennità si dispiega. Del resto, la solennità è propria della creazione di Dio. Vi prego di guardare il giorno, questo giorno bello d’aprile. Dite voi, se la luce, il risveglio della vita, il fremito della vita non è solenne, e questo l’ha voluto Iddio, e l’ha voluto Iddio perché questo parlasse agli uomini: è la rivelazione naturale di Dio.
Potrei continuare, ma è sufficiente aver incominciato. Ho dato la risposta, quella che potevo con sufficiente e prudente certezza dare alla domanda: perché Gesù ha voluto l’ingresso trionfale?
Miei cari fratelli, è necessario che in tutte le cose usiamo la testa e non degli istinti primordiali, oscuri e che seguono il lato peggiore delle cose che ci circondano. Gli antichi filosofi hanno disputato se il bello, che comprende anche la solennità, e l’essere si equivalessero, per cui taluni difendevano: “ens et pulchrum convertuntur”. Non l’hanno detto tutti, ma il fatto che molti sono arrivati sulle soglie di quest’affermazione è indicativo. La mania di spogliare tutto è patologica, non è affatto logica ed è contraddetta dal Vecchio Testamento, dove Dio stesso nella Legge mosaica ha fissato i più minuti particolari di solennità e di grandiosità e di preziosità del culto divino, ed è contraddetta dal Nuovo Testamento, dove quella solennità non è mai rinnegata. E Gesù Cristo stesso, il giorno dopo l’ingresso in Gerusalemme, trovandosi a un pranzo e ricevendo l’omaggio della peccatrice che aveva rotto un vaso d’alabastro per cospargergli i piedi di profumo e di fronte ai discepoli, soprattutto a Giuda, che si lamentavano dicendo che quei denari potevano esser dati ai poveri, rispose: “I poveri li avrete sempre con voi e potrete fare sempre del bene a loro; me non avrete sempre” (Gv 12, 8). E pertanto ha condannato le mormorazioni su un presunto spreco fatto in onore della Sua persona. Ha anche aggiunto: “Questo ha fatto per la mia sepoltura” (Gv 12, 7); il che voleva dire che il gesto della Maddalena, che aveva infranto il nardo pistico per cospargere di profumi orientali meravigliosi il corpo del Signore, entrava di pieno diritto nel corso della Provvidenza, di quel momento di salvezza del mondo che rappresenta l’espressione più grande della Provvidenza verso le Sue creature.
Da  Card. Giuseppe Siri, Omelie per l’anno liturgico, ed. Fede & Cultura, 2008 (€ 25)