Don Divo Barsotti

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sexta-feira, 25 de junho de 2010

PUBBLICATE LE MEMORIE DEL CARDINALE SIRI: "Pio XII mi voleva Papa"

Il cardinale Giuseppe Siri
Le confessioni del conservatore Siri in quattro conclavi vicino all’elezione
GIACOMO GALEAZZI
CITTÀ DEL VATICANO
Pio XII aveva deciso che dovessi essere io il suo successore e mi preparava con lo stesso sistema adoperato da Pio XI nei suoi confronti: affidarmi missioni all’estero. Mi chiese anche di venire a Roma per aiutarlo nel lavoro». Un episcopato è la storia di una chiesa nella città, ma è anche la storia di una città, soprattutto quando è continuativo e costante per quarant’anni come nel caso di Giuseppe Siri a Genova. Se poi il diario inedito del primo presidente della Cei apre squarci segreti (personalissimi ma di straordinario interesse collettivo) sulla grande storia, allora riesce persino a illuminare eventi ecclesiali e a riscrivere le relazioni «sotto traccia» tra le due sponde del Tevere. «Ho tenuto con Gronchi e Segni la carica occulta di ambasciatore tra il Papa e il presidente della Repubblica - rivela-. Andavo dall’uno all’altro, mettevo a posto le cose e nessuno sapeva niente. Così si saltava la Segreteria di Stato e il ministero degli Esteri. Viaggiavo di notte per essere l’indomani a Genova». Siri ha vissuto tutti i momenti cruciali della vita della sua arcidiocesi, dell’Italia e della Chiesa, dal dopoguerra al terrorismo.

Benny Lai e Annamaria Scavo ripercorrono in Giuseppe Siri, le sue immagini, le sue parole (edizioni De Ferrari) il cammino pastorale e umano di una delle personalità cattoliche più rappresentative XX secolo. Folgoranti memorie di un uomo arrivato alla soglia del papato in quattro conclavi senza però riuscire a compiere l’ultimo passo. Durante il viaggio in Russia per conto di Paolo VI annota: «Bisogna capire i sovietici e io li ho capiti da trent’anni. Sono stato io ad iniziare l’"ostpolitik" perché in Urss sanno benissimo che sono il più grande nemico del comunismo ma sanno che le cose le ragiono, le penso. Bisogna essere onesti con tutti». A colpire è la schiettezza del linguaggio («La presente situazione della Chiesa è una delle più gravi della sua storia, perché stavolta non è la persecuzione esteriore a impugnarla, ma la perversione dall’interno», scrive nel post-Concilio), sia lo stile informale («Quando fu eletto un Papa non italiano e proveniente da un paese comunista, i cardinali erano sbalorditi di quanto s’era combinato. Wojtyla è sempre stato un "girandolone". A Cracovia partiva vestito da alpinista, con il sacco a pelo e girava per i monti Tatra due settimane».) E ancora: «I teologi che stimo di più per il passato sono Tommaso e Agostino. Dei viventi quasi nessuno».

Al Concilio custodì «poche idee semplici». Non era contrario per principio ai nuovi problemi, «fatali e inevitabili», a condizione che si rispettasse l’integrità dottrinale e il magistero della Chiesa. «I francesi e i tedeschi hanno partecipato al Vaticano II con aria da patroni. Il sacerdote che ha letto il progetto del collegio tedesco è stato Joseph Ratzinger - rievoca -. Il Concilio fu una lotta tra Orazi e Curiazi. Dalla parte di là preferisco non dirlo, mentre dalla parte di qua: Ottaviani, Browne, Ruffini e io. Paolo VI ha avuto una gran paura che proponessero persino di canonizzare Lutero». Con la coscienza dell’ostilità suscitata: «Sono il membro più diffamato del Sacro Collegio, l’antirispetto umano e attendo l’alba di giorni migliori. L’idea di andare incontro al mondo dolcificandogli e rammollendogli quello che è amaro e duro è una capitolazione, non una furbizia». Quindi, «Maritain filosofo sì, ma non può essere guida per la Chiesa. L’ho detto a Paolo VI che accettava tutto di Maritain».

Strepitosi i ritratti dei Papi. «Quando doveva parlare in pubblico, Pio XII diventava bianco come un lenzuolo». E su Giovanni XXIII: «Sono stato presidente della Cei fin dal suo inizio. Con Roncalli durante gli incontri eravamo seduti vicino per decananza e lui ripeteva sempre: "Io dico quello che dice il cardinale di Genova". Mi voleva bene anche perché a Venezia ebbe una questione economica un po’ grossa da sistemare. Si rivolse a me e io guidai la faccenda della mensa episcopale fino a condurla in porto. Dopo il conclave, quando aveva qualcosa sullo stomaco, aspettava che andassi a Roma». E ancora: «Prima del conclave da cui sarebbe uscito eletto, nessuno pensava a Luciani come Papa». 
fonte:http://www.lastampa.it/