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sexta-feira, 23 de novembro de 2012

MADRE MADDALENA MARCUCCI – L’APOSTOLA DELLA SANTITA’

Chi non conosce o non ha esperimentato la tenerezza che racchiude, dopo lunga assenza, il primo abbraccio del padre, della madre, dello sposo, di un fratello? Gesù è per le nostre anime tutto questo e molto di più… È solo ansioso, con la tenerezza di tutti questi amori, di unirsi alle anime, stringerle al suo tenero Cuore per mezzo del Sacramento del suo amore. Per mezzo esso si consegna alle sue povere creature e queste si fondono, in un certo modo, con il loro Creatore e Dio. Questo lo proclamò lo stesso Salvatore, quando disse: «Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui» (cf. Gv 6, 56). Quanto doveva desiderare Gesù di dare alla mia povera anima questo abbraccio! Ebbi questa consolazione l’anno seguente alla morte del babbo, così che, il fatto di essere rimasta orfana, lo sentii poco. In Gesù tornai ad incontrare un padre infinitamente più amante di quello che avevo perso che vegliava con incessante assiduità gli incerti passi della mia adolescenza e moderava e guidava gli affetti del mio ardente cuore nella terribile ed inesperta giovinezza.
Prima Comunione
Un giorno il signor parroco che preparava le bambine alla prima comunione ci disse: «La settimana prossima vi esaminerò, e designerò, a secondo che sappiate il catechismo, quelle che ammetto alla prima comunione». La mia età di nove anni, non mi permetteva di aspettare con sicurezza che io sarei stata nel fortunato numero. In quei tempi, meno fortunati di ora, era cosa molto rara che si ammettesse a questo sacramento prima dei dodici anni, ma io, avendo udito che dipendeva da me, cioè di sapere o no il catechismo, mi accesi nella speranza che mi sarebbe toccata questa sorte. Pensai che mi avrebbe favorito perfino anche la mia statura alta perché sembrava che avessi un’età anche maggiore di quella richiesta. Mi misi a studiare con tanto impegno che non facevo altro che portare il libretto della Dottrina con me. Affinché nessuno mi molestasse, andavo nel giardino sotto una pergola di piante dove potevo nascondermi come in una stanza. C’era lì una tavola di pietra con intorno i suoi sgabelli e perché nessuno mi vedesse mi nascondevo sotto la tavola o gli sgabelli. Ci stavo giusta giusta, seduta o piegata e lì con il mio libretto studiavo, studiavo.
Non so dire quello che pensavo della prima comunione. Era per me una cosa molto grande, un momento decisivo nel quale mi sembrava si dovessero risolvere grandi cose. Sentivo già nella mia anima aspirazioni tanto grandi. Sperimentavo un immenso vuoto che nulla poteva riempire, perché niente mi soddisfaceva; tutto mi stancava subito e mi faceva sentire la sua piccolezza. Attendevo…, attendevo… Era una cosa, un ideale che io non sapevo spiegare, ma che mi sembrava che stavo per raggiungere e nel quale avrei trovato il riposo e la pace. Questo ideale era senza dubbio Gesù, il suo amore, perché anche se io allora non tendevo né cercavo direttamente Lui ogni altra cosa ancor meno riusciva a consolarmi e a soddisfarmi…
Arrivato il giorno dell’esame nel quale si doveva decidere la sorte, quando il parroco mi chiamò, io mi presentai diritta e serena davanti a lui senza alcun timore, con una certa sicurezza che dopo tanto studio non avrei lasciato fallire le mie speranze. In effetti, terminata l’interrogazione, mi disse: «Bene, di’ a tua madre che ti ammetto alla comunione». Quanto rimasi soddisfatta ritornando a sedermi al mio posto e ancor di più quando corsi a casa per dare a mamma la bella notizia! Passai il tempo che mancava al giorno stabilito, il 1° agosto 1897, istruendomi e disponendomi a quell’atto. Oltre alle istruzioni del parroco, ricevevo quelle di altre persone ma, di tutte le cose che imparai durante quel tempo, quelle che mi rimasero più impresse furono quelle che mi diede la mamma. Poiché di queste mi servii durante vari anni tanto per la preparazione, come per il ringraziamento, voglio dire brevemente qualcosa.
Mi fece imparare a memoria cinque punti della risposta alla cosiddetta «Domanda: Chi è Quello che vai a ricevere?».
Risposta:
«1°— È Dio che con una sola parola fa tremare il cielo, la terra, l’inferno.
2°— Viene a casa di una sua creatura, povera, vile, miserabile, che è stata per molto tempo sua nemica per il peccato.
3°— Non viene né per i miei meriti né perché abbia necessità di me, ma solo per sua infinita misericordia e bontà.
4°— Viene dalla gloria accompagnato dagli angeli, come Padre per abbracciarmi, come Signore per arricchirmi, come Pastore per cibarmi del suo proprio sangue.
5°— Da’ tutto se stesso a me per mio beneficio: il corpo in cibo, il sangue in bevanda, l’anima in redenzione e le sue opere come mio merito».
Considerati questi cinque punti, dovevo recitare il Credo, gli atti di fede, e raccomandarmi alla santissima Vergine, agli angeli, ai santi.
Ogni volta nel comunicarmi dovevo unirmi in silenzio agli angeli che ci circondano per adorare Gesù, chiedergli grazie e dopo fare la seguente offerta, che mi piaceva molto e che certamente non doveva piacere di meno a Gesù.
«O Gesù, sono povero, non ho nulla da offrirti se non tutto il mio essere; accettalo, perché te lo dò con tutto il mio cuore. Ti offro i miei occhi, perché non permetta mai che vedano cose che ti offendano; ti offro la mia bocca, perché non pronunci mai parole che possano disgustarti; i miei orecchi, perché non odano mai cosa che macchi la mia anima; i miei piedi, perché non vadano mai in luoghi di peccato, ma bensì corrano premurosi al compimento della tua santissima volontà; le mie mani, perché stiano sempre preparate a lavorare per la tua gloria; il mio cuore, perché ti ami sempre sopra tutte le cose; la mia anima, perché tu viva sempre in essa con la tua grazia».
Estasi di amore divino
Questo era in sintesi il modo che mi insegnò la mamma e che io imparai per quello splendido giorno, che alla fine arrivò… Andai alla chiesa accompagnata da Assuntina, mia sorella maggiore e mi posi nei banchi con tutte le altre bambine (dovevamo essere una trentina). Emozionata dai canti, dalla rinnovazione delle promesse battesimali, dall’omelia, arrivò il momento felice… Mia sorella si avvicinò, come era usanza, per alzarmi il velo (infatti lo tenevamo piegato davanti) e finito di comunicarmi tornò di nuovo ad abbassarmelo. Io rimasi inginocchiata con le mani giunte e gli occhi chiusi. Senza dubbio incominciai a fare o a dire quello che la mamma mi aveva insegnato; ma non posso assicurare nulla, perché mi successe come se perdessi la conoscenza e mi dimenticassi di tutte le cose. Sentii una dolcezza molto grande, un piacere, un godimento che mai avevo provato. Mi sentii come scuotere, abbracciare, stringere, o come se una persona molto grande e forte mi tenesse sottomessa, ed io come un essere piccolo, debole ed impotente, non potessi né muovermi, né fare nulla (nemmeno se l’avessi voluto, perché mi sentivo felice sotto quel peso). A questo punto mi chiamarono. Aprii gli occhi e vidi che tutte le altre bambine se ne erano andate e al mio fianco c’era mia sorella che disse: «Hai terminato? Possiamo andare?». Io mi alzai veloce e rimasi pensierosa. Quanto bene si sta e come si gode nel comunicarsi!
Anche se il mio cuore rimase così soddisfatto e avvinto alla comunione, non conobbi che era Gesù che così operava. La mia mente era oscurata, non comprese che solo in Gesù c’è la felicità, l’unica bellezza e bontà degna di essere amata. Che mistero è il cuore umano! Pur avendo goduto tanto, non conobbi Gesù. Questo sentimento di piacere mi durò tutto il giorno, accompagnato da un vivo desiderio di tornare a comunicarmi. Mi fu concesso questo il giorno seguente, però allora io non provai la stessa dolcezza né sentii quello che avevo sentito nella mia prima comunione. Mi sorprese, perché pensavo che dovesse essere sempre uguale… Gesù mi fece sentire il suo amore, ma siccome non voleva che io lo amassi solo per le dolcezze del Cenacolo ma piuttosto con l’amore forte del Calvario, attese di conquistare al completo il mio povero cuore sul cammino che vi conduce… Frattanto il suo generoso Cuore attendeva, attendeva con pazienza infinita quest’ora…, e io correvo di prato in prato, di fiore in fiore, senza incontrare nulla che mi soddisfacesse e senza dimenticare mai la felicità della mia prima comunione.
Cosa mi fece Gesù in questo suo primo abbraccio? Io mai avrei saputo definirlo, ma Lui stesso, una volta, quando ero già religiosa, me lo fece intendere nel seguente modo. I parenti di una religiosa ci regalarono un agnellino. Un giorno, mentre io stavo nel giardino, mi fermai a guardare quel grazioso animaletto che risveglia in ogni buon cristiano pensieri così teneri, soprattutto in una Passionista, che ha sempre davanti ai suoi occhi il mistico Agnello immacolato sopra l’altare della croce per amore nostro. L’animale era legato ad una finestra della casa con una corda molto lunga che lo lasciava muoversi e pascolare nel vasto prato. L’agnellino, come se fosse completamente libero, correva e mangiava allegro da un lato all’altro a suo piacere, ma improvvisamente, arrivando ad un certo punto al limite dove c’erano un ruscello e pascoli che avrebbero potuto procurargli dei danni, sentì tirare la corda e dovette tornare indietro, anche se era capriccioso nel voler andare avanti.
Io guardavo tutto ciò in silenzio, mentre la mia anima si trovava in questi raccoglimenti interiori in cui con la luce superiore le viene insegnato la sublime sapienza della verità e perfino le sembra di udire la voce dello stesso Maestro che può insegnarle questa scienza, lo Spirito Santo. Mi si diceva: «Questo animaletto innocente non comprende nulla, cerca quello che gli piace e ama naturalmente la libertà. La mano che lo legò, misurò però la corda fino al luogo del pericolo, perché non vi cadesse o perisse in esso. Così ho fatto io con te il giorno della tua prima comunione: ti ho legato, con un legame spirituale e dopo averti così assicurato ti lasciai; tu corresti credendo di essere libera, ma arrivando ad un certo punto ti sentisti tirare e dovesti ritornare indietro… Erano i limiti prefissati dalla mia mano… Hai visto il pericolo e hai voluto, come cieca, lanciarti in esso, ma il mio amore ti trattenne». Commossa alla vista di tanta bontà emisi lacrime dai miei occhi ed entrai di più in questa solitudine interiore, in cui il Signore mi faceva udire la sua voce e dove unicamente l’anima può naufragare nell’abbondanza degli affetti.
La Prima Comunione
Ei venne al fin, qual Padre,
mi strinse al petto amante.
O Amore, in quell’istante,
solo pensavo in Te.
Tutta riempì del cuore
la grande aspirazione
quivi restò in prigione
cattivo del mio amore.
Conobbi, in Lui, la pace
che il mondo non può dare,
può l’alma ognor trovare,
vivendo nel suo amor.
Qual pecorella errante,
un dì lontana andai,
ma sempre ricordai
le gioie di questo dì.
Nelle ardorose ansie
di giovanile amore
Ei governò il mio cuore
qual abile nocchier.
Là, nei funesti limiti,
dove si perde Iddio,
sorresse il cuor mio,
non naufragò l’amor.
Divino Pan degli Angeli,
Gesù Sacramentato,
Tu sei che m’hai salvato
dal mondo seduttor.
M. M.