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terça-feira, 8 de julho de 2014

Le tappe principali della vita spirituale e la Preghiera di Gesù


Nuovo ValaamIncontro con Padre Michele Le tappe principali della vita spirituale e la Preghiera di Gesù


Il mio ultimo colloquio con Padre Michele, al Nuo­vo Valaam, è stato il più intenso e istruttivo. Il Padre aveva allora più di ottant'anni, ma era sempre giovane di cuore. Da molti anni già era megaloschema. Questa professione solenne, detta «angelica», è propria della Chiesa d'Oriente. Nella Chiesa Latina, i Reclusi degli Eremiti Camaldolesi corrispondono più o meno ai me­galoschemi. Solo alcuni pochi professi solenni sono am­messi a questa professione angelica, soprattutto in Russia: per ottenerlo, bisogna essere un vero "spiri­tuale".

Stavo seduto nella sua cella. Era una tiepida sera d'agosto: il sole calava dall'altra parte del lago, dietro le interminabili foreste. Il silenzio profondo mi ricor­dava il quadro di Levitan Riposo eterno.

- Ditemi, Padre Michele, quali sono le tappe prin­cipali della vita spirituale?

- Il Padre Arcadio ve le ha già spiegate nel mona­stero di Pecerskij. Nessuno può salvarsi senza l'umil­tà. Ricorda che, fino alla fine della vita, commetterai peccati, gravi o leggeri: sarai collerico, vano, bugiar­do. Come potresti inorgoglire, quando sai bene che tutti i giorni pecchi e offendi il tuo prossimo? Quando cadi in peccato, pentiti: e così ogni volta; fino alla fine. Se farai questo, non cadrai mai nella disperazione, ma gradualmente giungerai alla pace profonda dell'anima.

Per questo, dobbiamo sorvegliare sempre i nostri pensieri: essi sono ora buoni, ora malvagi. Non segui­re mai questi ultimi. Appena compare una tentazione, colpiscila subito con la Preghiera di Gesù, come con una spada. Se invece tu cominciassi a considerarla, essa si attaccherebbe a te, e vi prenderesti interesse o ne saresti dominato. A poco a poco l'accetteresti, per metterla in atto, e, alla fine, sarebbe il peccato.

Ci sono pensieri che sulle prime appaiono innocen­ti, ma possono condurre alle grandi tentazioni e ai peccati più gravi. Un giorno ho sentito riferire che in un convento di Ufa, nell'Ural, viveva una monaca mol­to spirituale. Cappellano del convento era un sacerdo­te vedovo, di una sessantina d'anni: un ottimo prete. Una sera questo cappellano, mentre si concava, ricor­dò improvvisamente una scena di trent'anni prima, del tempo in cui era sposato, e aiutava la moglie a mettere a letto i bambini. Questo ricordo lo intenerì. Ma poi ricordò sua moglie e la vita con lei, e i suoi pensieri si rivolsero verso soggetti poco convenienti per un sacer­dote vedovo. Terrificato, egli passò tutta la notte in preghiere e in metanie. L'indomani, l'anziana monaca chiese di vederlo e gli disse: «Ditemi, Padre, quale tentazione terribile vi ha assalito ieri? Ho visto dei demoni attorno a voi». Il cappellano le svelò sincera­mente quel che gli era accaduto. Ecco dove possono condurci pensieri che sembrano innocenti. Gli psichia­tri parlano di psicanalisi, ma noi, senza la loro scienza, possiamo distinguere il bene dal male; e per questo, invocare Dio incessantemente:

«Signore Gesù Cristo. Figlio di Dio, abbi pietà di me, peccatore».

L'apostolo Paolo dice che chi confessa che Gesù Cristo è Figlio di Dio, e lo invoca incessantemente, sarà salvato. Pratica dunque, amico mio, la Preghiera di Gesù come meglio puoi, e sarai gradualmente pacificato: il segno di questo stato sarà per te la pace profonda dello spirito, una tranquillità quasi inalterabile.

- E che cosa accade, poi, Padre Michele? chiesi allora allo starec.

- Allora, ascolta. Ci sono due specie di tranquilli­tà.

La prima è il silenzio ordinario, esteriore; ed è già buonissima cosa: se non altro, un silenzioso non scan­dalizza e non offende il prossimo. Ma questo non ba­sta: i Padri del deserto dicevano che un eremita, confi­nato nella sua caverna e che non vede nessuno, è simi­le a un serpente velenoso nel suo nido, se ricorda, pieno di collera, le offese che gli sono state fatte in passato.

La seconda forma di tranquillità è il silenzio interiore. I Padri stessi dicevano che gli Anziani, che pure parlavano da mattina a sera, custodivano sempre il silenzio interiore, poiché dicevano solo cose edifican­ti per gli altri e utili per se stessi. E’ questo il silenzio interiore. Fa' ogni sforzo, Serezenka, per arrivare a questo silenzio. Quando avrai raggiunto questo stato, e cesserai di giudicare il tuo prossimo, allora alzati e ringrazia Dio per questo dono. Sarai vicinissimo alla purezza del cuore: e tu sai che i puri di cuore possono vedere Dio.

C'è anche un'altra via: quella delle lacri­me di grazia. Queste lacrime non sono come quelle che piangiamo dopo la perdita di qualche nostro paren­te o amico, o leggendo un buon libro, o dopo aver ascoltato una predica. Le lacrime di grazia scorrono come un ruscello, inarrestabili, per due anni e più; esse bruciano in noi ogni impurità, e portano nell'ani­ma una grande gioia, e la visione di Dio.

- Che cosa vuoi dire «vedere Dio», Padre Miche­le? E’ una metafora, o è qualche cosa di più?

Il Padre Michele mi osservò come un esaminatore, e si fece pensoso.

- Certo, nessuno ha mai visto Dio. Il Figlio che riposa nel Padre ce l'ha rivelato. Ma noi possiamo almeno contemplare la gloria di Dio, l'inaccessibile e increata luce del Tabor, che i tre apostoli prescelti hanno contemplato sulla Montagna. La stessa luce è stata vista da Motovilov mentre discorreva con san Serafino di Sarov. E’ la discesa dello Spirito Santo. Si dice anche: «I Cherubini e i Serafini stanno alla pre­senza di Dio e si coprono la faccia». Dio in se stesso, l'Essenza divina, noi non possiamo né vederlo né com­prenderlo. Possiamo però contemplare il Regno di Dio venuto nella sua forza, la discesa dello Spirito Santo. E’ il caso di Motovilov, e di san Tichon prima della sua consacrazione episcopale. Anche il Padre Antonio Putilov, di Malojaroslavic, ha contemplato, anco­ra adolescente, la discesa dello Spirito Santo. Non par­lo delle visioni di san Simeone il Nuovo Teologo e degli altri mistici. Tuttavia questa luce taborica ben pochi possono vederla; bisogna essere prescelti da Dio per questo.

- Ditemi, Padre mio, ci sono oggi asceti che vedo­no questa luce del Tabor?

- E perché no? Devo ritenere che di questi giusti ne esistano anche oggi. Ma a che scopo ci poniamo troppe domande? E’ curiosità. Se credi che questa luce qualche volta si manifesta, questo basta. Beati quelli che credono senza vedere. Motovilov vedeva questa luce come l'uverenie, il segno.

- E che cosa vuoi dire uverenie, Padre?

- Ecco un episodio della vita dello starec Daniele di Atcinsk, eremita siberiano, assai stimato da san Se­rafino. Una ricca giovane siberiana, diretta dallo starec Daniele, aveva deciso dì farsi monaca. Visitò diversi monasteri, nella Russia europea e in Siberia, senza giungere a una decisione: in quale avrebbe dovuto entrare? Allora andò a trovare lo starec Daniele per chiedergli di indicarle un convento. Lo starec rispose: «Se io ti indico un convento che non ti piacerà, più tardi penserai: Io non sarei mai entrata qui senza l'or­dine dello starec; e sarai irritata contro di me e insoddi­sfatta di te stessa. Continua a cercare, e quando avrai trovato il monastero predestinato, il tuo cuore si allie­terà, e questo sarà per te l'uverenie». Questo accadde in effetti quando la giovane visitò il monastero delle Vergini di Irkutsk: il suo cuore trovò la gioia, ed ella rimase là. Più tardi divenne l'Abbadessa Susanna.

Io penso, Serezenka, che la tua vera vocazione sia la stessa che san Serafino indicò al Padre Timon, Aba­te di Nadeev, dicendogli: «Semina la buona novella dovunque, lungo le strade, tra le piante nocive, sulle pietre e nella buona terra. Qualche cosa crescerà pure, e porterà dei frutti, fino al centuplo». Bisogna conti­nuamente sforzarsi di raggiungere la pace dell'anima, poiché in un'anima lacerata dalle passioni e dal pecca­to non c'è nulla di buono. Quando saprai dominare te stesso e sarai divenuto saggio, allora riuscirai a fare molte cose. Ti ho parlato del silenzio interiore: è una vera reclusione, una autentica vita eremitica, mentre la Preghiera di Gesù è il servizio divino compiuto in­cessantemente nel tempio del tuo cuore: là dove è anche il Regno di Dio.

Tratto da: Sergio Bolsakov, Incontri con la preghiera del cuore, ed. Ancora - Milano, a cui si rimanda per l'approfondimento.