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sábado, 30 de setembro de 2017

Divo Barsotti ha speso interamente se stesso non solo nel suo rapporto, personalissimo e intenso, con Gesù Cristo, ma anche nel farsi maestro di vita spirituale come autore di innumerevoli pubblicazioni - più di centocinquanta

2 n. 35 7 Ottobre 2012 primo piano LaVita IL RICORDO DI UN NOSTRO MAESTRO L’uomo davanti a Dio ella feconda e ramificata esperienza spirituale del Novecento, quella di Divo Barsotti, Fondatore della Comunità dei figli di Dio, è di sicuro una di quelle che, per ricchezza e profondità, richiederà ancora un capillare e perfino appassionato lavoro prima di essere pienamente portata alla luce e fatta sentire come un dono unico di Dio al tormentato e difficile secolo che ci siamo appena lasciati alle spalle. A questo si aggiunge anche la santità di vita e di missione di un sacerdote e monaco che, nella sua lunga esistenza, non ha mai cessato di testimoniare quell’adesione radicale e profonda al mistero di Cristo in un’epoca storica che, di fatto, sembra essere diretta in una direzione opposta con quella “crisi della fede” denunciata, con accorato e forse inascoltato dolore, da Benedetto XVI. Non vi è dubbio, infatti, che Divo Barsotti ha speso interamente se stesso non solo nel suo rapporto, personalissimo e intenso, con Gesù Cristo, ma anche nel farsi maestro di vita spirituale come autore di innumerevoli pubblicazioni - più di centocinquanta - che, frequentate una per una, rivelano una originalità di prospettiva in cui la sapienza, sì la sapienza della Traditio, non solo spirituale ma anche teologica, si salda, efficacemente, all’ascolto del dramma spirituale del nostro tempo e della nostra convulsa antropologia moderna e postmoderna. E come se non bastasse, Barsotti - forse sull’esempio dei grandi scrittori degli anni ‘30, come Gide e il cattolico Julien Green - non ha esitato a pubblicare in vita i suoi Diari che, a parte il loro contenuto, non esitiamo a definire come un vero capolavoro letterario, per bellezza di stile e per profondità di discesa, autentica e perfino sofferta, nel più segreto silenzio dell’ anima umana e religiosa. Perché pubblicare i diari Certo, alla pubblicazione dei suoi Diari molti critici di Barsotti hanno sollevato la questione: che senso ha pubblicare dei diari che sono un fatto assolutamente privato? Jeremy Driscoll osb, nella puntuale e lucida prefazione al libro di Stefano Albertazzi, crediamo, ha risposto una volta per tutte a questa obiezione richiamandosi alle Confessioni di Agostino e scrive: «Il genere letterario delle Confessioni è una preghiera interamente indirizzata a Dio. […] Agostino non si rivolge al lettore. […] Le Confessioni sono così appassionanti perché rivelano un uomo intensamente in preghiera alla presenza di Dio» (p. 11). Di fatto, non si potrebbe capire nulla dei Diari di Divo Barsotti se non accettassimo questa chiave di lettura che è la più profonda e la più vera. Ed è in questa prospettiva che Sull’orlo di un duplice abisso di Stefano Albertazzi ci appare come un contributo decisivo per intendere, spiritualmente e culturalmente, oseremmo dire, l’intero itinerario di quest’uomo di Dio che è stato ed è don Divo Barsotti. Figlio della Chiesa e, per certi aspetti, figlio anche del tormentato cammino spirituale del nostro tempo. Un testimone del Vangelo e un’insostituibile guida per tutti noi che viviamo questa stagione del mondo segnata, come afferma Marcel Gauchet, dall’«uscita dalla religione». N La visione di un figlio spirituale È in questa prospettiva che sembra avere proprio ragione l’impostazione di lettura critica che Stefano Albertazzi - figlio spirituale di Barsotti - ha individuato nel senso che il Fondatore della Comunità dei Figli di Dio ha camminato e vegliato sempre su un “duplice abisso” l’abisso dell’uomo e l’abisso di Dio. Barsotti, in effetti, percorrendo il dramma del Novecento, si è sempre sentito solidale con un’umanità che corre verso la propria rovina, mentre sente di essere lui - anche con la sua povertà e sofferenza - a dover trattenere gli uomini del suo tempo dal baratro in cui stanno per precipitare. Anche Merton, negli anni della maturità, affermava riguardo ai non credenti: «Non possiamo ignorare i terribili errori che hanno commesso nei tentativi di costruire un mondo migliore senza amore, senza Cristo, senza Dio». Si direbbe, quindi, che Thomas Merton e Divo Barsotti, diventati assai critici nei confronti degli sviluppi della cultura occidentale, abbiano sentito il desiderio di guardare oltre quella cultura alla ricerca di nuove fonti di umanità e di spiritualità perché la creatura umana, come ha scritto proprio Barsotti, «non è alternativa a Dio, ma è davanti a Dio» (D. Barsotti, L’acqua e la pietra, Morcelliana, Brescia 1978, p. 56). Allo stesso tempo, c’è anche l’abisso di Dio. Nel pensiero e soprattutto nell’esperienza di Barsotti questo abisso è prima di tutto una dimensione della vita trinitaria nella quale l’uomo viene introdotto in forza del mistero dell’incarnazione di Cristo: «il Figlio eternamente ritorna nell’abisso del Padre che lo ha generato e l’uomo, partecipando per grazia a questo atto eterno del Figlio, viene anch’egli assorbito perdendosi nell’immensità e nel silenzio della presenza del Padre» (p. 181). Un espressione, in effetti, che ricorre spesso nei Diari di Divo Barsotti è quella di «perdersi in Dio», ma aggiunge: «Perdersi non vuol dire per l’uomo cancellare, distruggere il suo stato di creatura - vuol dire al contrario realizzare il “mistero” della creazione come atto libero di Dio» (p. 185). Per Divo Barsotti, dunque, si vola verso gli abissi e si va verso Dio, come l’aquila vola in direzione del sole, per cui «secondo gli antichi è questa la vita dell’anima che crede» (p. 187). Al di là di tutto, resta, comunque, quella grande verità che Barsotti non ha cessato di comunicare e testimoniare – Dio rimane l’Amore - anche quando, come annota Stefano Albertazzi, «le parole dei suoi diari ci giungono da sopra e da sotto, dall’orlo dell’abisso e dalle sue profondità. Nel suo movimento di discesa e di salita Barsotti non fa che parlarci del suo personale rapporto con Cristo a cui riconduce tutta la sua complessa e travagliata esperienza umana, costringendo il lettore a confrontarsi con un essenzialità e una radicalità di fronte alla quale l’uomo contemporaneo si trova fortemente disorientato» (p. 13). Il rapporto con Cristo Ecco il punto nevralgico della ricostruzione critica di Stefano Albertazzi: il personale rapporto con Cristo che è stata la croce e la gioia dell’intera vita di Barsotti, della sua appassionata predicazione, del suo scrivere ininterrotto per portare agli uomini del nostro tempo il «profumo di Cristo». E dobbiamo anche aggiungere che Albertazzi, pur sentendo molto il rapporto con il suo Fondatore, conduce un’indagine veramente critica nel senso migliore del termine. Vuole capire lui stesso e illuminare gli altri eventuali lettori di quel complesso e ramificato itinerario spirituale di Barsotti, ma tenendosi saldamente ancorato alle questioni in gioco, alle domande sottese, alle piste aperte o anche semplicemente intraviste da quello sguardo acuto e, se così possiamo dire, “cristologico” che possedeva Divo Barsotti. Così, si tratta di uno studio articolato e anche attentamente sorvegliato da una prospettiva teologica e spirituale che nulla lascia al caso: dalla ricostruzione biografica alla formazione teologica e spirituale di Barsotti e fino alla sua originalissima spiritualità monastica così fortemente radicata nell’istituzione monastica vera e propria, ma anche aperta ai laici che possono trovarvi la ragione profonda di quella vocazione universale alla santità tanto raccomandata dal Vaticano II e dal Magistero di questi ultimi anni. E dunque, ha ragione Albertazzi nel concludere il suo studio relativo ai Diari di Barsotti: «Sono libri che non ci parlano solo dell’esperienza dell’uomo, ma che ci introducono alla conoscenza dell’uomo in quanStefano Albertazzi, “Sull’orlo di un duplice abisso. Teologia e spiritualità monastica nei diari di Divo Barsotti” San Paolo, Cinisello Balsamo 2009 In questo studio, attento e sicuro, l’autore ricostruisce il complesso e lineare itinerario interiore di Divo Barsotti nei suoi splendidi Diari che sono un autentico capolavoro della letteratura religiosa del nostro tempo di Carmelo Mezzasalma to tale, di ciò che l’uomo è e di ciò che è chiamato a essere alla luce dell’evento cristiano: ogni lettore non prevenuto può pertanto ritrovare in queste pagine una parte più o meno grande della propria vita, scoprendo in esse un meraviglioso itinerario pedagogico che può essergli di grande aiuto nel suo cammino di crescita umana e spirituale» (p. 424). Ogni sincero lettore dell’opera spirituale di Barsotti non fa nessuna fatica ad ammettere che tutto questo è vero, e anzi vorrebbe aggiungere quelle straordinarie espressioni della beata Elisabetta della Trinità nel suo ultimo biglietto, prima della morte, e rivolto alla sua priora e Madre: «Creda al suo portavoce e legga queste righe come inviate da Lui». Divo Barsotti, settimo di nove fratelli, nacque il 25 aprile 1914 a Palaia, paese rurale in provincia di Pisa, nel 1925, a undici anni, entrò nel seminario di San Miniato, dove venne ordinato sacerdote il 18 luglio 1937. Dopo l’ordinazione prestò servizio sia presso le parrocchie della diocesi come coadiutore dei parroci, sia in seminario come insegnante di lettere. Non riuscendo però a trovare una collocazione pienamente soddisfacente, e spinto anche da una vocazione interna che lo portava ad una dimensione missionariacontemplativa, chiese al vescovo di poter andare in missione e, ottenuto il permesso, si preparò a partire per l’India, come sacerdote secolare, appoggiato agli Auxiliares des missions del Belgio. Lo scoppio della seconda guerra mondiale, però, fece naufragare questo progetto. Negli anni della guerra don Divo si mise in contatto epistolare con Giorgio La Pira e cominciò a scrivere articoli di carattere religioso, alcuni dei quali pubblicati sull’Osservatore Romano. Al termine della guerra, per interessamento di Giorgio La Pira, don Divo si trasferì a Firenze. L’arcivescovo cardinale Elia Dalla Costa lo accolse e, dopo un primo servizio presso un Istituto di suore a Badia a Ripoli, lo nominò cappellano di un Istituto religioso femminile presso la Rettoria della Calza, a porta Romana in Firenze, dove rimarrà per otto anni. Nel 1947 iniziò la direzione spirituale di un gruppetto di donne che porterà alla nascita della “Comunità dei figli di Dio”. Al convento della Calza si fece conoscere per la sua predicazione, e diede alle stampe il suo primo libro, Cristianesimo russo (1948), che introdusse in Italia per la prima volta figure come san Sergio di Radonez, san Serafino di Sarov e Silvano del Monte Athos. Nel 1954, dopo una breve esperienza eremitica presso una delle casette rupestri di Monte Senario, si trasferì a Settignano, nella periferia di Firenze, in quella che diventerà la Casa-madre della Comunità dei figli di Dio: Casa San Sergio. Iniziò una vita comune di stampo monastico con alcuni giovani, in stretta comunione con il resto della Comunità che nel frattempo si va espandendo in altre città italiane: Viareggio, Venezia, Napoli, Palermo, Biella, Modena ed altre. Don Divo Barsotti ha insegnato teologia sacramentaria e teologia spirituale per oltre un trentennio presso la Facoltà teologica di Firenze e ha scritto moltissimo: 155 i suoi libri, diversi dei quali tradotti all’estero È morto nella sua Casa San Sergio a Settignano il 15 febbraio 2006, e lì è sepolto.

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